Domenica 5 Maggio : OCCHI SENZA VOLTO // THE FACE OF ANOTHER
DOMENICA UNCUT
Domenica 5 maggio
Ore 18:30
OCCHI SENZA VOLTO (Les yeux sans visage)
di Georges Franju, Francia, 1960.
***
Ore 21:00
THE FACE OF ANOTHER (他人の顔 Tanin no kao)
di Hiroshi Teshigahara,Giappone, 1966.
(VO sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Un famoso e apprezzato chirurgo plastico sogna di ridare, con metodi poco consoni, il volto alla giovane figlia, i suoi tentativi non saranno coronati dal successo, e la ragazza non tarderà a vendicarsi del poco ortodosso genitore.
Ci sono pellicole che segnano un vero e proprio spartiacque per un genere cinematografico, precorrendo i tempi e rappresentando un modello da seguire per intere generazioni di cineasti. Occhi senza volto, per quel che vale, costituisce per il gotico europeo quello che King Kong rappresenta per il cinema d’avventura: una pietra miliare, un termine di paragone imprescindibile ed una fonte d’ispirazione fondamentale per chiunque abbia voluto cimentarsi con il genere negli anni successivi.
Quel che rende il film di Franju tanto importante, il motivo della sua consacrazione a “Totem” dell’horror europeo, è la cura quasi maniacale del dettaglio. Al di là del soggetto, già di per sé interessante, curioso ed originale, lo spettatore verrà rapito senza scampo da una fotografia incredibile (probabilmente uno dei B/N più belli della storia del cinema), un contrappunto musicale ambiguo, straniante e ossessivo e una sceneggiatura di ferro, curata da alcune delle menti più brillanti della letteratura Francese di genere del dopoguerra.
Fra richiami più o meno accennati all’espressionismo Tedesco e alle opere di Tourneur, citazioni e colpi di genio, quel che rimane è però l’essenza stessa del film, la domanda che ci porterà fin sulle soglie del finale catartico voluto da Franju, quasi uno studio sull’ambiguità dell’uomo nella sua forma più estrema e pericolosa: dove finisce l’amore di un padre e comincia un macabro gioco fra la vita e la morte?
(Enrico Costantino http://www.bizzarrocinema.it/)
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A causa di un incidente sul lavoro Okuyama rimane irriducibilmente ustionato, costringendolo a portare delle bende su tutto il volto. Alienato e senza più un viso, con l’appoggio del suo psichiatra Hari indossa una maschera realistica all’insaputa di tutti. Dove lo porterà la maschera? Ora che ha un volto può definirsi qualcuno?
In The Face of Another c’è tutta un’analisi profonda sulle implicazioni psicologiche e filosofiche di avere o non avere un volto. Uno spazio di pelle di pochi centimetri sopra il collo è fondamentale all’uomo. Un volto può infatti essere la prova della propria esistenza e identità, uno strumento di comunicazione delle proprie emozioni e di connessione con i propri simili, di mediazione tra la mente dietro di esso e il mondo di fronte. Il film si concentra su come l’incidente che lascia Okuyama (Nakadai Tatsuya) privo d’identità ma per il resto illeso, modifica profondamente i rapporti con tutti i suoi conoscenti. Come si siede in poltrona a casa sua, con la faccia bendata, sua moglie è tesa e nervosa in sua presenza, impossibilitata a scrutargli le espressioni, mentre il suo capo (Okada Eiji) non riesce ad affrontarlo in piedi nel suo ufficio.
In The Face of Another lo spettatore scorre sotto gli occhi la metamorfosi psichica e fisica di Okuyama nonostante il ritmo lento e i lunghi dialoghi. La trasformazione del protagonista è ben visibile nei rapporti con la moglie, lo psichiatra e la sua assistente.
La storia principale è intervallata da quella di Irie, (assente nel romanzo) una giovane e bella ragazza sfigurata per metà del suo viso a causa della bomba atomica (deducibile quando ricorda l’infanzia a Nagasaki). La storia parallela, stavolta è una donna dal volto rovinato, rappresenta senz’altro una narrazione alternativa.
Oltre all’analisi sulla natura dell’identità e del suo riflettersi sulla società, The Face of Another vanta una bellissima regia, con inquadrature insolite e la partecipazione di Takemitsu Tōru alla colonna sonora e Segawa Hiroshi come direttore della fotografia. Memorabili le scene girate all’interno della clinica psichiatrica, in cui i protagonisti si aggirano in spazi divisi tra vetri e pareti riflettenti e cambi di luci. Nakadai Tatsuya che interpreta magistralmente Okuyama è in ottima forma, assistito dall’altrettanto brava Kyō Machiko, in prestito dalla Daiei, nei panni della moglie e dallo psichiatra Hira Mikijirō.
Ingiustamente poco conosciuto dal grande pubblico The Face of Another è un vero pezzo di cinema.
(Picchi http://www.asianworld.it/)
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21 Aprile NABOER // DREAM HOME
DOMENICA UNCUT
Domenica 21 Aprile
Ore 18:30
NABOER
di Pål Sletaune, 2005.
(VO. Sott. italiano)
***
Ore 21:00
DREAM HOME
di Ho-Cheung Pang, 2010
(VO. Sott. italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Mai giocare con il fuoco, perché ci si brucia. In questa sua quinta pellicola il norvegese Pål Sletaune, considerato dalla critica uno dei registi più promettenti del panorama mondiale, scoperchia all’improvviso il famoso “vaso di pandora” che sarebbe bene tenere sempre chiuso. E quello che esce, è putrido (come l’odore acre che si sente nell’appartamento di John) folle (le sue continue allucinazioni) e violento (come i pugni che si alternano al sesso con la sua vicina Kim).
John è scovolto dall’abbandono della sua ragazza, ma quell’aria inquietante di indifferenza che ha sul viso serve solo a celare i primi sintomi dell’allucinazione, del delirio e infine della pazzia. Mostri che John rigetta all’esterno, immaginando che la violenza bruta che sente dentro non sia la sua ma quella di una giovane e sadica vicina di casa, che lo costringe a partecipare a una seduta erotica masochistica, un incontro di boxe su un divanetto d’entrata. Ma chi è Kim, in realtà? Cosa si nasconde nella casa labirintica in cui lei abita, assieme alla sorella, tra stanze sudice zeppe di oggetti inutili gettati alla rinfusa?
Naboer potrebbe essere definito un film a tratti “pulp”, ma anche un dramma psicologico e un thriller erotico politicamente e umanamente scorretto, dove il sangue e il sesso sono la chiave per capire l’origine della follia. Ma è anche una pellicola capace di mostrare fino a dove si può arrivare per amore. Si può amare anche fino alla pazzia e uccidere. L’amore non è sempre un sentimento pulito ed edificante, si può trasformare, e Sletaune lo dimostra, in un folle scenario di violenza e delirio dove con il patner si condivide tutto il marcio che si ha dentro. Per John infatti l’amore è un sentimento sporco, che procura piacere solo se uno dei due amanti ne esce “bruciato” e ferito. Il sesso è violenza crudele e l’eccitazione una pratica che si alterna ai pugni scagliati con violenza sul viso. Il sangue che esce dalle ferite uno stimolo vampiresco che crea assuefazione.
Naboer è anche un “viaggio all’inferno” rimbaudiano, dove le azioni dell’uomo possono toccare la perversione più assoluta: ma se per il poeta francese il ’battello ebbro’ portava all’illuminazione, per John è il biglietto di sola andata per un manicomio criminale.
(Silvia Vincis http://www.nonsolocinema.com/)
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“La casa è un diritto?
La forsennata corsa ad ostacoli di una giovane donna capace di tutto pur di ottenere la casa dei suoi sogni (con vista mare). Il film è anche un omaggio, solenne e allo stesso tempo psicotico, alla città di Hong Kong, ai suoi palazzi, alle sue case, ai suoi appartamenti minuscoli destinati a rimanere per molti giovani single mete irraggiungibili visti i prezzi altissimi di tutto il settore immobiliare!”
Ferocissimo thriller/horror, datato 2010, proveniente da Hong Kong che incastra, in una struttura da slasher, tematiche sociali di notevole spessore ed attualità. Nella fattispecie, si parla del boom edilizio che ha investito Hong Kong e dei prezzi vertiginosi che hanno acquistato gli immobili, spesso fortemente in squilibrio con l’effettivo tenore di vita dei cittadini. Ed è proprio il sogno della bella Cheng, umile addetta al call center di un’assicurazione, poter acquistare una casa con vista sul mare. E pur di non infrangere il suo sogno, la ragazza è disposta a fare di tutto…anche a far scorrere fiumi di sangue. Dotato di una struttura a flashback , che svela progressivamente le motivazioni dell’assassino, “Dream Home” si segnala come bizzarro splatter d’autore, dotato di una cura tecnica molto elevata che va di pari passo con la larvata critica al sistema politico-economico-sociale di Hong Kong. Originale nello spunto, non sempre omogeneo nello sviluppo ma dotato di grande impatto visivo e di un equilibrio (talvolta faticoso) fra violenza estrema e humor nero, il film è ben diretto da Pang Ho-Cheung che, oltretutto, non è nuovo a film dalla scottante tematica sociale.
La pellicola mette in scena personaggi fallimentari, schiacciati da un sistema impietoso ed accecato dal denaro, resi abulici da una totale mancanza di prospettive e da un materialismo incarnito nell’animo. Infine impossibile non segnalare gli omicidi che si susseguono nel corso della vicenda, particolarmente efferati ed elaborati visivamente, che annoverano coltellate, ferri da stiro in volto, stecche di legno acuminate infilate in posti improbabili, sventramenti e tutta una serie di altre cattiverie indicibili.
Esperienza visiva da provare.
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07aprile
DOMENICA UNCUT
Ore 18:30
FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS!
di Daihachi Yoshida, 2007.
(VO Sott. in italiano)
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Ore 21:30
SURVIVE STYLE 5+
di Gen Sekiguchi,Japan, 2004.
(VO Sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Sopravvivere alla follia di Sekuguchi, moltiplicata per cinque
Primo lungometraggio dell’enfant prodige Sekiguchi che, in beffa all’atteso esordio, costruisce un film che in sostanza amalgama coerentemente cinque storie brevi di quotidiana assurdità. La poetica originale e divertita dei passati cortometraggi è riproposta con totale fedeltà, confermando così l’abilità di un regista che riesce a conciliare una spiccata sensibilità figurativa con un gusto narrativo accurato, perennemente sospeso sul filo del grottesco.
Cinque storie di ordinaria follia: un uomo che durante tutto il film uccide continuamente la moglie, la seppellisce nel bosco e tornato a casa la ritrova viva e vegeta. Un trio di ladri, due dei quali si scoprono gay. Un uomo che, portando la famiglia ad uno show, viene ipnotizzato irrimediabilmente e crederà di essere un uccello. Un pubblicitario che passa il tempo a immaginare bizzarre scenette per i suoi spot. E per concludere, due assassini di professione.
Il fedele sceneggiatore Taku Tada disegna, è il caso di dirlo, una rosa di personaggi davvero originali e curiosi, caratterizzati da ossessioni e debolezze fondamentalmente umane, che nonostante la propria natura dai contorni fumettistici permettono allo spettatore un’identificazione diretta, complice di sventure e situazioni dai risvolti imprevedibili. Sekiguchi lavora sul resto con una messa in scena di rara sensibilità cinefila, che attinge esplicitamente al rigore di Kubrick passando per i cromatismi esagerati del primo Almodovar; dai ridondanti dettagli scenografici di Wes Anderson all’ironia pop di John Waters. Il risultato, seppure fiaccato da un’evidente prolissità nella seconda parte, è intrigante ed appassionato: sembra di assistere ad un reboot apocrifo di Pulp Fiction, impreziosito di goliardia e depauperato dei dialoghi illuminati di Tarantino.
Di autentica genialità i caroselli visionari della commercial executive Yoko (la bravissima Kyôko Koizumi), perle di istantanea bizzarria che irrompono nelle già folli vicende dei cinque protagonisti. Un’opera di innegabile valore, tra le più fresche e riuscite nella recente produzione nipponica, che lascia ben sperare in un giovane regista talentuoso e, cosa affatto scontata, genuinamente originale.
(Jacopo Coccia http://www.bizzarrocinema.it/)
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FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS! 
L’antefatto di Funuke ci colloca subito nei paraggi della commedia nera. L’opera prima di Yoshida Daihachi, ispirata al romanzo di Motoya Yukiko esordisce in una splendida giornata di sole di una magnifica zona rurale in piena estate.
Una ragazza sta aspettando il bus, la strada è un nastro grigio d’asfalto che si snoda in mezzo ai prati verdi ed è ancora vuota. Sulla carreggiata, un gatto nero. La corriera che sopraggiunge cerca di schivarlo, uscendo di strada, il gatto lascia della strisce rosse di carne e sangue sulla strada grigia vuota.
La ragazza è la liceale Wago Kiyomi e i suoi genitori sono morti nell’incidente. Per il funerale la famiglia intera si riunisce. Kiyomi vive col fratello Shinji e la moglie dolcemente svagata, che lui maltratta senza che lei reagisca. Arriva da Tokyo anche la sorella maggiore Sumika (Sato Eriko), attrice bellissima.
A poco a poco si svelano i retroscena terribili del rapporto tra i tre fratelli Wago. Sumika è andata via di casa, senza il consenso del padre, che ha quasi cercato di uccidere, e dopo aver sedotto Shinji si è prostituita per racimolare la somma necessaria a fuggire in città. Kiyomi, appena quattordicenne, ha visto tutto, ha creato un manga sulla storia della malvagia sorella, vincendo anche un premio e rovinandone la reputazione nel piccolo villaggio. Kiyomi spia tutto quello che accade e possiede un talento straordinario, non meno della cattiveria della sorella, per trasferire sulla pagina la vita reale e le tragedie che la circondano. La meschinità e la mancanza di remore di Sumika diventano nutrimento e ispirazione per la matita di Kiyomi, che non può trattenersi dal disegnare. Kiyomi non è meno colpevole della sorella maggiore, e sopporta remissiva e docile le angherie di Sumika, che sta quasi per ucciderla con un bagno bollente e la costringe a recitare di fronte a parenti e amici le sue lodi fino allo sfinimento. Il lato sicuramente più interessante però del film è che la vicenda di conflitti familiari è arricchita dal contrasto tra due ambienti, uno concreto ben descritto, quella del pacifico e quieto paesino rurale e quello della grande città solo suggerito attraverso i flashback e le lettere al regista scritte da Sumika. Il regista crea un efficace contrapposizione tra l’apparenza placida e splendida della campagna e i marci e riprovevoli retroscena che in questa realtà, che dovrebbe essere rassicurante, si celano.
Spettacolare e un po’ troppo calcato e ad effetto in alcuni momenti, il film si snoda comunque con padronanza, e definisce comunque in modo adeguato le psicologie e i temi che affronta.
(Cecilia Collaoni http://www.asianfeast.org/)
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3 Marzo
DOMENICA UNCUT
Domenica 3 Marzo
NOBORU IGUCHI PAPA!
Ore 18:30
ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD
di Noboru Iguchi, 2011.
(VO sott. in italiano)
Ore 21:00
DEAD SUSHI
di Noboru Iguchi, 2012.
(VO sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Tradate (Varese)
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NOBORU IGUCHI è il maestro riconosciuto dei B-movies trash. Una sorta di Ed Wood in salsa splatter-demenziale. Come spesso accade a chi estremizza i suoi prodotti e trasmette al pubblico il divertimento che prova a realizzarli, è ormai un regista di culto e i suoi film girano i festival di mezzo mondo. Anche se talvolta le sue trovate possono dar fastidio o provocare addirittura la nausea, non si può negare che si sia in presenza di un talento inventivo, seppur al servizio della distorsione visiva e comunicativa. A fianco di una lunga esperienza nel campo degli Adult Video, in cui ha fatto film su quasi ogni aspetto delle perversioni sessuali, Iguchi ha realizzato – spesso in cooperazione con Nishimura Yoshihiro, mago degli effetti speciali e più volte regista di film analoghi di grande successo – vari film che uniscono sesso, horror, splatter, fantastico e ogni possibile genere e contaminazione di genere.
Dead sushi, realizzato l’anno dopo il successo della commedia horror Zombie Ass, definita “escatologica”, in cui gli zombie escono dal water, è un film che non può mancare in una maratona di mezzanotte degna di questo nome.
[Franco Picollo http://sonatine2010.blogspot.it/]
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ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD 
Zombie Ass di Noboru Iguchi racconta di un gruppo di amici che parte in vacanza nei boschi. Niente di nuovo, dite? Beh si, ma questa volta il film non si prende sul serio neanche per cinque minuti e fa una delirante variazione sul tema. Una ragazza del gruppo ingerisce un verme trovato in un pesce per restare magra (???). Subito dopo il gruppo viene aggredito da uno zombi che li costringe a fuggire verso un mucchio di costruzioni e, soprattutto, verso un bagno, visto che l’aspirante modella ha dei crampi orribili. Malgrado le condizioni igieniche degne del bagno di Trainspotting, la giovane decide di usarlo comunque e nel mentre qualcosa si muove sotto di lei…
Durante la fuga da una prima ondata di zombi maleodoranti e ricoperti di liquami, i cinque si rifugiano in casa dello strano Dr. Tanaka e di sua figlia Sachi. Inizia l’assedio e, a garantire una buona dose d’azione, c’è la protagonista che padroneggia le arti marziali.
Delirante, imbarazzante, divertente, spesso di pessimo gusto, con brutti effetti speciali e un bodycount prevedibilissimo, il film non delude le aspettative di chi decide di passare la serata guardando qualcosa dal titolo così improbabile. Tutti gli stereotipi jap del genere sono rispettati: bondage, divise da studentesse tagliate in punti chiave, mostri vermiformi e fallici, scienziati pazzi, ecc. Il regista ha dichiarato di voler fare un film con persone infettate da parassiti e con belle ragazze che “fanno aria”: un proposito infantile su carta, ma ben realizzato e divertente.
Anche per gli standard giapponesi, questo film è estremo e non è certo adatto a chi si scandalizza o si schifa facilmente. A chi, invece, piace il genere il consiglio è di vederlo assolutamente: molto splatter, divertente, con belle scene di erotismo soft e un combattimento finale ancora più delirante del resto del film…
Zombie Ass è perfetto per una serata fra amici con un buon quantitativo di birra…
(DRIVER http://www.splattercontainer.com/)
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E se fosse il Sushi ad azzannare voi?
Noboru Iguchi ci svela un segreto spaventoso: anche il Sushi ha un’anima, dei sentimenti, una dignità. E soprattutto anche il Sushi ha fame, fame di Sushi Umano!!! Dopo aver visto il Trailer di Dead Sushi non potrete più guardare allo stesso modo un piatto di questa tipica specialità giapponese…il terrore che uno di quei bocconcini colorati si animi e vi azzanni la gola sarà troppo forte. Lo so. I ristoranti giapponesi doteranno i propri clienti di giubbotti di kevlar ed elmetti antiproiettile e, fra le norme, oltre ad assicurarvi che il pesce con il quale è stato realizzato il sushi è freschissimo, i proprietari dei locali dovranno garantirvi che il Sushi è stato ucciso prima di essere servito in tavola.
Lo so. Avrete paura.
Grazie Noboru Iguchi, maestro di saggezza, non vediamo l’ora di goderci questa tua nuova opera, un capolavoro annunciato.
Recitano, combattono, mangiano e uccidono Sushi in questa pellicola Rina Takeda e Shigeru Matsuzaki…Dead Sushi!!!
(Actarus http://www.splattercontainer.com/)
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Domenica 13 Gennaio
DOMENICA UNCUT
Domenica 13 gennaio
Ore 18:30
KURONEKO
(藪の中の黒猫, Yabu no Naka no Kuroneko) di Kaneto Shindô, giappone, 1968.
(V.O. sott. in italiano)
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Ore 21:00
ONIBABA – Le assassine
( 鬼婆) di Kaneto Shindō , Giappone, 1964.
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PROIEZIONI GRATUITE
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Tradate (Varese)
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KURONEKO
Un gatto nero (kuroneko), occhi gialli, magnetici, pelo brillante, compatto, appare e scompare misterioso in questo bakeneko eiga (film di gatti fantama), un horror liberamente ispirato a “Il ritorno del gatto”, favola giapponese del repertorio popolare che presta a Shindo Kaneto l’occasione per una storia intrisa di magia e mistero, realtà e fantasia, effetti speciali che scuotono con irruzioni fantasmatiche le solide certezze di una ripresa naturalistica, fatta di radure silenziose, chiome gonfie di alberi ondeggianti, labirintico incrocio di fusti di bambù nella foresta attraversata dai samurai.
Il nero è protagonista, come in ONIBABA (1964), attenuato da una ricca gamma di grigi che sfumano in trasparenze lattiginose e fluttuanti nei costumi delle due protagoniste
L’epoca è la stessa, un Giappone medievale devastato da guerre di clan, percorso da manipoli armati di ronin disperati alla ricerca di cibo e razzie, donne rimaste sole in un mondo che le stupra, le costringe alla fuga e infine le trasforma in demoni assetati di vendetta.
ONIBABA e KURONEKO nascono da identica matrice, pur nello sviluppo diverso delle vicende raccontate. Nel primo le parole della didascalia d’apertura, “Un buco profondo e nero la cui oscurità è arrivata dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni”, preparavano la caduta finale verso l’inferno delle due donne, culmine di una fuga travolgente chiusa dall’urlo straziante della vecchia: “Sono un essere umano!”. Qui l’inferno è il regno di divinità maligne con cui le due donne hanno stipulato un patto diabolico: uccidere tutti i samurai e succhiarne il sangue alla gola, trasformandosi in felino nero miagolante durante l’amplesso a cui li hanno attirati con seducenti evoluzioni.
Il martellare delle percussioni rompe silenzi profondi, musica concepita come pensiero unico che impregna di sé tutti gli strumenti in un crescendo orgiastico, ma la spettralità dell’elemento onirico/fantastico lascia spazio anche alla dolcezza di momenti elegiaci che in ONIBABA sono assenti, annullati dalla misura estrema di un racconto teso, lancinante, come avviluppato su se stesso, che non consente soste e trova in questo la sua straordinaria forza.
Il Kaidan eiga classico, modello narrativo di matrice Tokugawa (1603-1867), in cui convivono realtà fisica registrata con cura calligrafica ed elementi soprannaturali resi in chiave allegorica, trova in KURONEKO una realizzazione più puntuale, gli stilemi rientrano nel solco della tradizione narrativa giapponese più ortodossa, ma Shindo appartiene a quella generazione “di mezzo” che, come i suoi Maestri, non rinuncia a porsi con occhio critico di fronte alla realtà, proiettando sullo sfondo della grande Storia vicende individuali di vita e di morte, sesso e paura del soprannaturale, uomini e donne ridotti alla pura sopravvivenza dai disastri della guerra, dannati della terra e potenti signori che li tengono in ostaggio in un mondo da cui sembra sparita ogni pietà
(Paola Di Giuseppe – Indie eye STRANEILLUSIONI)
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…2 uomini in un canneto, fuggono da qualcuno, prede di una battuta di caccia. Dopo titoli di testa con musica jazz si passa a musica incessante, durante questa scena, da Kabuki, tamburi risuonanti eco con delle urla umane, il tutto è spaventoso e immediatamente si piomba in un’atmosfera da vita brutale e selvaggia.
Sono 2 cacciatrici. Per gli uomini non ci sarà pietà, saranno uccisi e gettati in un pozzo che fa da fossa comune, dopo essere stati spogliati di tutto. Uccisi per un sacco di miglio o riso, tanto paga il ricettatore, tanto occorre per sopravvivere. Si ha carne quando capita, un uccello dal canneto o un pesce dal fiume da arrostire. Il Giappone medievale è in guerra, 2 fazioni si contendono il regno ma sembra un tutti contro tutti. Le vittime erano 2 soldati in fuga, passati da una battaglia ad una trappola. Tornerà dalle donne un “loro” uomo, un vicino, non il loro figlio o marito.
Quel pozzo è il simbolo dell’animalità che insorge dalla profondità più nera dell’animo umano e della storia stessa dell’umanità. Umanità spazzata continuamente dal peso della violenza. Quel canneto mai domo, costantemente preda del vento, è una furia. Non c’è amore, solo sesso mascherato come tale, istinto irrefrenabile per la giovane donna e l’uomo superstite, non per questo meno caldo e sensuale. E’ qualcosa che sopravvive alla barbarie.
E’ la fede che cessa d’esistere. Dove i bisogni primari assillano non c’è spazio per il superfluo, però un legame rimane con lo spirito umano: la preoccupazione di comportarsi “correttamente”, il senso di appartenenza alla terra e ad un disegno più grande governato da leggi naturali, il timore che arrivi un demone a punire. La donna più anziana farà leva su questo per non perdere la giovane a vantaggio dell’uomo. Un piano perfetto ma causa-effetto sarà implacabile, le si ritorcerà contro come nemmeno poteva immaginare.
Film di vita rasente la morte ad ogni istante. Non la trama è essenziale, ma le immagini, ed i suoni che le accompagnano.
Olimpo degli Olimpi. Magia pura d’un’arte non classificabile in occidente. Imperdibile!!!
(Robydick – http://robydickfilms.blogspot.it/)
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DOMENICA 23 DICEMBRE
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 23 DICEMBRE
Ore 18:30
SUICIDE CLUB
(aKa Suicide Circle 自殺サークル, Jisatsu Sākuru)
di Sion Sono, Japan, 2002.
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Ore 21:00
LOVE EXPOSURE
(愛のむきだし, Ai no mukidashi)
di Sion Sono, Japan, 2008.
Pausa di 15 minuti tra il primo e il secondo tempo.
Film in lingua originale, sottotitolati in italiano.
PROIEZIONI GRATUITE
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KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Un’immagine sfocata quella della società giapponese dipinta dal regista e sceneggiatore Sono Shion, come nella scena iniziale, in cui lo sguardo si perde fra la folla e in cui l’orecchio non percepisce alcuna conversazione, alcun movente. All’improvviso, 54 liceali nelle loro candide divise da scolarette si allineano su un affollato binario della stazione di Shinjuku, si prendono per mano e saltano all’unisono sotto un treno in transito. Una musica trionfale fa da colonna sonora al gesto estremo di una ‘tribù di soldatesse della morte’ e alla prima di una serie di violente sfide di una gioventù annoiata. Suicide Club esordisce con una premessa esaltante da horror che genera nella prima parte del film una trama convincente in cui si indaga sul misterioso suicidio di gruppo. Perché le ragazze hanno interrotto la loro esistenza insieme? Perché hanno voluto cristallizzare la loro vita nell’eterna immagine dei loro 15 anni?
In Suicide Club, nessun personaggio è a fuoco; il protagonista ora è uno, ora l’altro, ora un gruppo di liceali, ora una famiglia. La vera protagonista di questo film forse è la società, una società alienata ritratta fra i vagoni di un treno, fatta di passeggeri annoiati, di stanchi lettori di manga, di lavoratori nauseati. È una società alienata ritratta davanti a una TV che a intermittenza trasmette le notizie agghiaccianti dell’epidemia di suicidi e i videoclip delle “Dessert” (il nome cambia continuamente durante in film in Dessart, Desert and Dessret), un gruppo JPop di dodicenni che fa impazzire la gioventù nipponica. Nessun personaggio è a fuoco perché il vero protagonista forse è un Giappone che esiste solo nel gruppo, non nell’individuo. Anche l’esperienza così intima e personale come quella del suicidio è agita dalla forza della tribù, non dalla volontà del singolo.
Il film di Sono Shion presenta una delle problematiche più difficili del dopoguerra giapponese. Dopo che nell’agosto del 1945 il tabù fu violato e migliaia di vite furono rubate al loro destino, la morte volontaria non è forse l’unico mezzo attraverso il quale ci si può riappropriare della propria esistenza? Le esplosioni atomiche e le atrocità commesse in guerra, a cui Suicide Circle fa brevemente riferimento, aprono un nuovo capitolo caratterizzato da incertezze economiche, da una profonda crisi culturale e da una percezione della vita e della morte che qualcuno sostiene “post-moderna”. Il suicidio di massa è la negazione alla vita di un gruppo che ritiene che la morte sia l’unica cosa di cui si è padroni e tale negazione può essere esibita in una performance. L’autodistruzione della gioventù nipponica di Sono Shion non ha neppure una funzione compensatoria in una società disfunzionale. È un atto insignificante e improduttivo, ma per lo meno è meno noioso della morte naturale. È pura arte per arte.
L’eccentrico esibizionismo dei gruppi di suicidi genera esattamente la stessa complicità che si crea davanti a una TV fra la band JPop e gli spettatori: anche il gruppo di suicidi si esibisce per un pubblico che ‘consuma’ la loro performance. Ed è in questo meccanismo perverso che il club si autogenera: nella volontà di morire per un audience, si ha la sensazione di autodistruggersi insieme al mondo. È attraverso l’esibizione stessa che il suicida si riappropria del proprio destino, perché è la propria morte che paradossalmente dà un senso alla vita. È la premessa e la crisi di un suicidio postmoderno, in cui l’esibizione di un atto non è altro che la riproduzione e la duplicazione dell’atto stesso. È un’epidemia contagiosa.
L’eziologia dell’epidemia, anche chiamata ‘Effetto Werther’, offre tuttavia ancora troppe domande e poche risposte. Diversi metodi di analisi interattiva sono stati applicati a casi di suicidi imitativi e a notizie pubblicate a proposito dei casi stessi. L’influenza è innegabile, qualsiasi sia il metodo di analisi applicato, ma non è stato ancora stabilito il grado di influenza. È imprescindibile quindi interrogarsi sulla circolarità che si crea fra la presentazione dell’atto (il suicidio stesso) e la sua rappresentazione (nei giornali, in TV, nei siti online ecc.). Ci si suicida ispirandosi a un preciso caso di morte volontaria, a un metodo o un luogo di cui si ha conoscenza grazie a un articolo di giornale? Oppure un sito web acclama a caratteri cubitali un metodo o un luogo preciso in cui suicidarsi e successivamente l’epidemia ha luogo? L’inizio della catena può essere l’uno o l’altro capo, ma l’interdipendenza esiste.
Chi si lascia influenzare dal gruppo è davvero una mente fragile, o un giovane irriflessivo? C’è qualcuno di noi che non appartiene a un gruppo, a un club? La tribù ci regala un’identità, ci omologa, ci dona la sensazione di essere normali. Ed è proprio per questo stesso motivo che anche un ‘Suicide Club’ diventa un’istituzione salvifica. I 111 siti online per suicidi che esistono in Giappone non godono di forte carisma su un qualunque fruitore o navigatore di rete, questo è ovvio. La chat room però apre le braccia anche all’individuo che si sente solo nel proprio dolore e che forse non è neppure consapevole che il suo rifiuto per la vita sta cercando di esprimersi in un grido più forte e coraggioso, perché al plurale.
Nonostante i continui avvertimenti di psicologi e sociologi, i mass-media continuano a vendere la morte come se fosse un prodotto pornografico, trasformando noi lettori in sadici voyeur e trasformando il dolore altrui in un piacere cinico e impudente. E nel mostrare l’esistenza di chat room in cui gli aspiranti suicidi si incontrano e trovano insieme l’energia auto-distruttiva e suggerendoci che anche nelle canzoni apparentemente ingenue di qualche band di dodicenni ci sono messaggi macabri subliminali, Sono Shion apre una finestra su quel lato oscuro del mercato della morte, in cui si potrebbe collocare anche il suo film.
Francesca Di Marco (http://www.asianfeast.org/)
Love Exposure, fluviale e magmatica opera lunga ben quattro ore, uscita nel 2008 e simbolicamente adeguata a rappresentare il complesso e radicale universo di Sion Sono. Un lavoro debordante, zeppo di significazioni stratificate e affascinanti, il cui recupero, per chi ancora ne fosse orfano, è assolutamente obbligato.
Riassumere la trama è assai arduo, ci vorrebbero pagine di testo. Ci limitiamo dunque a poche parole, giusto per fornire qualche coordinata essenziale. La storia si basa sul giovane Yu, distrutto dalla morte della madre in tenera età, e negli anni successivi vessato da un padre divenuto nel frattempo sacerdote cristiano. Lasciato da una donna di cui si era innamorato, il genitore perde le coordinate con la realtà, e cerca in qualche modo di sfogare le proprie frustrazioni sul figlio, costringendolo quotidianamente a confessare presunti peccati mai commessi. Stanco di questa situazione, Yu decide di intraprendere la strada dell’illegalità, nel paradossale tentativo di compiacere il padre; impara così l’arte perversa di fotografare di nascosto le mutandine nascoste sotto le gonne delle ragazze.
In seguito Yu si innamora della bellissima Yoko, e la salva dall’attacco di alcuni teppisti un giorno in cui, a causa di una scommessa persa, è obbligato ad andare in giro travestito da donna. Da quel momento Yu coltiva un amore assoluto per Yoko, ma è costretto a nascondere la sua vera identità, perché lei ha perso la testa per quella misteriosa donna che è giunta in suo soccorso. Nel frattempo Koike, rappresentante di un culto parallelo chiamato Zero Church, pone in essere un losco piano destinato a dividere ulteriormente i destini dei due ragazzi.
Quattro ore di film, quattro ore di trame e sotto-trame, colpi di scena e variazioni impreviste, sofferenze e ricongiungimenti, riflessioni incentrate sulle perversioni del sesso e bizzarri scherzi del destino. Uno sconfinato romanzo per immagini, nel quale si fronteggiano senza tregua incarnazioni di perdute moralità e sonetti dedicati all’assoluto senso dell’amore, dogmi traballanti e certezze disintegrate dal crudele incedere degli eventi, improvvise esplosioni di sangue e attimi di pura poesia sentimentale. L’autore nato a Toyokawa sceglie con coraggio di approcciarsi al Cristianesimo, religione poco praticata in un paese dove dominano Shintoismo e Buddismo, e si abbandona con invidiabile convinzione all’incedere di una narrazione che racchiude su di sé mille storie e mille eventi; Yu e Yoko s’inseguono, si perdono, si ritrovano e si perdono ancora, restano ciechi di fronte alla verità e poi raggiungono l’agognata epifania, mentre intorno a loro le certezze del mondo crollano come tessere spaesate di un domino senza più vittoria.
Voyeurismo, ruberie, scontri violenti, sette clandestine, arti marziali in strada, macchie nere nei polmoni: la civiltà impazzisce, logora le coscienze, divora il reciproco rispetto. Il delirio regala spazio all’intimità violata del sesso, le gonne delle ragazze lasciano intravedere il tesoro nascosto tra le gambe, i maschi subiscono la tortura di dover combattere l’inevitabile eccitazione, l’ascetismo talare si scioglie di fronte al gusto della carne, la (buona) Fede abbandona il terreno a vantaggio del benessere individuale. Eppure, in questa inondazione cosmica, resta ancora vivo il potere del cuore, grazie al quale, forse, sopravvivere alla lobotomia dell’esistenza.
Nonostante l’ampissima durata il tutto scorre con semplicità disarmante, in un’altalena stilistica che dondola senza sforzo dall’ironia alla tragedia, passando per le suggestioni di un erotismo stuzzicante, senza inoltre rinunciare a repentini squarci di orrore. La protagonista femminile, Mitsushima Hikari (ex cantante pop) è di una bellezza disarmante, una Musa che esprime infinita dolcezza in ogni movimento ed espressione. Le musiche, come sempre, vanno a comporre una partitura ricca e perfetta. Il finale, struggente, è il giusto ornamento per una torta saporita e gustosissima.
Love Exposure è un’opera preziosa, che in compagnia di Suicide Club, Cold Fish e Guilty of Romance si pone come una delle vette di una carriera straordinaria e sempre sorprendente.
Un film-arcobaleno, nel quale assaporare infinite sfumature di colore. Un oceano di intense emozioni e radicali contraddizioni. Un enciclopedico urlo d’amore firmato Sion Sono.
Alessio Gradogna (http://cinemystic.blogspot.it/)
[25 NOV] AUDITION // KOTOKO
DOMENICA 25 NOVEMBRE
Ore 18:30
AUDITION di Takashi Miike, Japan,1999.
***
Ore 21:30
KOTOKO di Shinya Tsukamoto , Japan, 2011.
(VO Sott. in Italiano)
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE
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Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo.
Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante.
Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti.
La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami.
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KOTOKO 
Il mondo per Kotoko non è uno solo, ma uno spazio in cui due diversi piani scivolano fianco a fianco imponendo ai suoi occhi di vedere due facce della stessa persona. Vedere doppio non è materia d’ubriachezza o d’alcol, Kotoko vede di ogni persona il suo secondo, spesso tutt’altro che amichevole, ma è impossibile distinguere il vero dal falso: difendersi da chi l’attacca la costringe a cambiare quartiere di volta in volta, per il bene di se stessa e di suo figlio Daijiro. La vita è insopportabile, circondata dal chiasso generato dalla sua mente e dai pianti del bambino, ma il suo corpo continua a sanguinare ogni volta che lo viola con una lama, urlandogli “Vivi!”. Cantare è l’unica cura ai Doppi, il mondo diventa così uno solo, ma è quello giusto?
Ispirato anche in parte alla vita della stessa cantante, Kotoko è in parte biopic, il più coraggioso ed angosciante mai scritto per il Cinema, diretto con una maestria che ricorda i tempi della meraviglia punk Tetsuo, maturata in una consapevolezza ed un potere espressivo che si riassume nella scena d’apertura e di chiusura, gemelle di pura bellezza cinematografica. Una danza di fronte al mare ed una danza nel mare che l’invade, la protagonista Kotoko, visitata dal distaccarsi d’un mondo rispetto all’altro, non è più nel potere di distinguere il mare dalla terra, il male dal bene ed il tempo che fu dal presente.
Tutto è cancellato dal terrore di un pericolo costante, insediato dentro la propria follia o nella sopportazione dello scrittore Tanaka (lo stesso Tsukamoto), valvola di sfogo per la rabbia e la pazzia di chi sarebbe disposto a tutto pur di evitare sofferenza e miseria al proprio figlio/compagno. La paura di una guerra, secondo il regista, la paura di un assalto da parte del nemico sotto la pelle di chi crediamo sia nostro vicino e compagno d’avventura e sventura, il vivere costante in un’inquietudine trasmessa per filo e per segno allo (s)fortunato spettatore, immerso in un trauma immaginifico che è come l’affogare nell’acqua per un pesce che ha paura del suo stesso elemento.
Kotoko si iscrive per diritto nel registro dei grandi capolavori del cinema giapponese, con la sua sapiente e crudele visione, e delle grandi coppie attore/regista, la quale in questo caso va oltre il semplice scambio tra dietro e davanti la macchina da presa, ma si mescola in un impasto che sgretola il muro di separazione: verità e realtà nascono da un processo che inizia con una macchina da presa tremante spinta a riprendere qualcosa che è già stato ed allo stesso tempo non è mai stato. Un’esperienza unica e personale.
Fausto Vernazzani (http://cinefatti.wordpress.com/)
Il disagio di Toshiaki Toyoda
DOMENICA UNCUT
Domenica 28 ottobre
Ore 18:30
PORNSTAR aka TOKYO RAMPAGE (ポルノスターPoruno sutâ di Toshiaki Toyoda, Jap. 2000)
Ore 21:30
BLUE SPRING (青い春 Aoi haru di Toshiaki Toyoda, Jap,2001)
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE
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“Per che cosa sei necessario?”. È questa la domanda che il protagonista ossessivamente rivolge a quelli che incontra nel suo personale viaggio nell’inferno della città. La violenza del mondo si è radicata a tal punto dentro di lui che uccidere diventa quasi una scelta morale. Dal cielo, quando piove, piovono coltelli.
Ottimo esordio questo Pornostar (titolo fuorviante, o forse no, visto che la violenza viene messa in scena freddamente e senza filtri, proprio come un film porno mette in scena il sesso). A metà strada tra gli yakuza movie di Takeshi Kitano e Takashi Miike, il film di Toshiaki mette in scena una violenza cupa, anarchica e fredda, moolto fredda. L’attore protagonista è perfetto e il suo volto descrive ottimamente il cinismo del ragazzo protagonista. Il famosissimo quartiere di Tokyo, Shibuya, è quasi un secondo personaggio del film, con le sue vie e l’umanità varia che la popola, fatta di yakuza, spacciatori e prostitute. In questo contesto arriva questo ragazzo senza nome e porta scompiglio, usando come arma prevalentemente dei coltelli, che addirittura immagina piovano dal cielo in una splendida sequenza surreale e poetica. Insomma, Pornostar è un esordio col botto, uno yakuza movie d’autore che difficilmente si dimentica.
Da vedere assolutamente.
(http://japancult.blogspot.it/)
“Il tetto di un edificio scolastico è il luogo dove bande di giovani ragazzi svolgono prove di coraggio per conquistarsi il titolo di capo. Aoi Haru è una storia di “anarchia scolastica”, ambientata in un edificio ironicamente circondato da ciliegi in fiore. Il film di Toyoda (al secondo lungometraggio dopo “Pornostar”) si occupa sia delle lotte per il potere fra gli studenti, sia del loro malessere che può spingerli a compiere atti inspiegabili.”
Non vi è alcuna visione etica e morale, o analitica, nella rappresentazione dei teppisti che infestano in lungo e largo una scuola ai confini del mondo. Quasi metafora del tetro mondo che aspetterà i giovani nel loro prossimo futuro, lasciati a se stessi in toto.
Le vicende del gruppo di Kujo, interpretato da Ryuhei Matsuda, attore che, da giovanissimo, recitò in Tabù (Gohatto) la parte del bel samurai, ma anche in Otakus Love, oltre ad altre dozzine di pellicole famose, non sono raccontate tramite la chiave di lettura dell’amicizia, o dell’unità del gruppo, ma attraverso un’egoistica e personalistica visione del mondo.
Ogni componente è un caso individuale che vivrà in maniera indipendente ogni sua scelta, e che solo secondariamente inficerà il gruppo, e così abbiamo chi sceglie di divenire Yakuza, chi sceglie di trasformarsi nel nuovo boss, chi sporcherà le sue mani nel sangue, chi vorrà uscire dall’ombra imponente del suo migliore amico,e chi non vorrà fare nulla
Unico legame di tutto, un terrificante gioco che si svolgerà sul punto più alto della scuola, sotto il Cielo Blu.
E se Kujo e Aoki chiudono il cerchio di un’’opera volontariamente non coesa, volontariamente non organica, e volontariamente frammentata, rendendo ancora più palpabile il disagio che attanaglia lo spettatore per tutta l’opera, bisogna fare i complimenti alla regia precisa di Toyoda, fatta da un uso esteso di loom/gru, di steadycam, o carrellate estese o panoramiche, il tutto accompagnato da una splendida colonna sonora, spesso marchio di fabbrica del regista Giapponese.
(http://dalparadisoallinferno.iobloggo.com/)
TETSUO LA TRILOGIA
DOMENICA UNCUT – Domenica 2 Settembre
ORE 18:00 TETSUO-THE IRON MAN (Shinya Tsukamoto, 1989)
ORE 20:00 TETSUO 2-BODY HAMMER (Shinya Tsukamoto, 1992)
ORE 22:00 TETSUO 3-THE BULLET MAN (Shinya Tsukamoto, 2009)
PROIEZIONI GRATUITE
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
Il kinesis si trova a 100 metri dall’ospedale di Tradate,
vicino alla CGIL e alla pizzeria il Ghiottone.
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Nell’ultimo decennio si è affinato ed esasperato quel processo di fusione che ha visto cadere i confini all’interno del mondo dell’arte: Cinema, letteratura, musica non possono più essere catalogati in generi precisi e ciò ha dato origine ad una nuova serie di ibridi in tutti i settori. Questo terremoto da un lato ha portato confusione, facendo cadere i punti di riferimento all’interno dei vari generi con il risultato di creare, a volte, solo sterili esercizi di sperimentazione senza arte ne parte; di contro ha fatto nascere una serie di movimenti animati da artisti innovativi che non hanno paura di “mischiare le carte” pur mantenendo uno scopo ed un controllo creativo sul prodotto. Tutta questa premessa per presentare Shinya Tsukamoto, uno dei registi più assurdi dell’avanguardia nipponica, che ci regala un film malato, sovversivo, violento dove la potenza delle immagini raggiunge livelli incredibili.
Girato in B/N, montato in maniera velocissima (guardate le scene dove corrono!), ricco di inquadratura sconnesse e claustrofobiche, il film rievoca una società industriale grigia e degradata nella quale si muovono uomini-macchina in preda ad una follia distruttrice.
Questa è una nuova frontiera che ingloba l’impatto e la violenza dell’immaginario horror fondendo il tutto con una forte critica sociale, andando, cinematograficamente parlando a richiamare il primo Lynch ma anche il vecchio cinema giapponese di fantascienza. Tutto però è sapientemente mischiato e proiettato nel futuro. I temerari che vorranno vederlo si troveranno di fronte a qualcosa che si imprimerà con devastante forza nelle loro menti, provocando fastidio, disgusto ma anche stupore ed ammirazione
(Recensione : http://www.alexvisani.com/)
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Proiezioni in riva al lago
SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO
L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, 1999.
Violent Cop di Takeshi Kitano, 1989.
Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
FREE ENTRY
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LA SAUNA :
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401
http://www.myspace.com/saunarecording
http://www.lasaunastudio.com/
NON PARCHEGGIATE LUNGO LA STRADA PROVINCIALE. MULTA SICURA.
Potete invece lasciare la macchina:
– nel parcheggio vicino al ponte della ferrovia, in direzione varano
– nel parcheggio a 200 metri dallo studio sulla sinistra in direzione Corgeno/Vergiate
– nel parcheggio dal Camping “La Madunina”, sempre in direzione Corgeno/Vergiate, sulla destra a 300 metri dallo studio
-Nelle stradine sulla collina sopra lo studio.
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L’estate di Kikujiro
E’ estate. Masao (Yusuke Sekiguchi) è un bambino di nove anni che non ha nessuno con cui giocare. Vive a casa della nonna e non conosce i suoi genitori. Casualmente trova in un cassetto una foto della madre e , con pochi soldi in tasca, decide di mettersi in viaggio nella speranza di poterla rivedere. Kikujiro (Beat Takeshi), alter-ego del rude, irresponsabile e violento Azuma di Violent Cop, viene incaricato dalla moglie di accompagnare il piccolo. La strana coppia incontrerà lungo la propria strada i personaggi più bizzarri e stravaganti: due motociclisti metallari e mammoni, un vagabondo nudista, gli uomini di un boss della malavita…Masao vivrà un’estate indimenticabile: conoscerà la gioia e la sofferenza ma soprattutto saprà di avere un nuovo grande amico con cui ridere e scherzare. Dolce e commovente, delicato e divertente, L’Estate Di Kikujiro è una pellicola intimamente segnata da un lessico essenziale e dalla costante propensione dell’artista a ricercare una continua sperimentazione nella scelta delle immagini. La ridondanza delle tecniche di ripresa si legge tanto nella sostanziale ciclicità delle scene proposte, quanto nell’attento ed accurato impiego di inquadrature quasi sempre frontali.
Interessante, infine, notare anche la capillare attenzione mostrata per l’illuminazione e rinvenibile, ad asempio, nell’innovativo utilizzo del “bruciante verde estivo”. Come dire che ancora una volta la collaborazione tra Kitano ed il direttore della fotografia Yanagishima ha sortito i suoi più proficui effetti. (Etratto della recensione di revisioncinema.com)
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VIOLENT COP
Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è “Furyo” di Nagisa Oshima). “Violent cop” avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all’ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull’apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l’idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c’è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l’impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l’amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa “Quest’uomo è pericoloso!”
(Etratto della recensione di tomobiki.blogspot.it)
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ASIAN FEAST : Rassegna PINKY VIOLENCE
- DOMENICA 13 MAGGIO -
ASIAN FEAST : RASSEGNA PINKY VIOLENCE
Ore 19:00
FEMALE PRISONER #701: SCORPION
(女囚701号 さそり Shunya Ito, Japan, 1972)
Ore 21:30
DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS
(ずべ公番長 ざんげの値打もない Kazuhiko Yamaguchi, Japan, 1971)
I film saranno in lingua originale sottotitolati in italiano.
Presentazione dei film a cura di paolo Simeone di Asian Feast
Spilletta “Pinky Violence” in omaggio per che partecipa a tutte e due le proiezioni.
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE
ASIAN FEAST
www.asianfeast.org
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PINKY VIOLENCE
Si tratta di un’etichetta erronea, che significa ben poco nella terra del Sol Levante, ma che e` stata storicizzata ad occidente per indicare tutti quei film con ragazze difficili protagoniste. Si tratta di cinema popolare, che mescola tutti gli elementi migliori della cultura dei 70s nipponica, dalle romantiche e disperate canzoni Enka alla fiorente cultura della vita notturna passando tutti gli stereotipi dei piu` classici Yakuza Eiga. Un miscuglio fatale e bellissimo che ancora oggi influenza tante produzioni odierne e delinea ancora i tratti di molte protagoniste femminili dei film di oggi.
Si parte con Female Prisoner # 701: Scorpion uno dei film che consacro` la piu` famosa delle interpreti del genere e diede origine ad una serie di ben quattro film. Kaji Meiko e` ben nota anche ad occidente direttamente per capolavori come Lady Snowblood, The Blind Woman’s Curse e il succitato film, ma anche indirettamente per le sue ottime canzoni che Quentin Tarantino ha inserito nel suo dittico Kill Bill. La serata prosegue poi con un film meno noto, ma non certo meno bello: Delinquent Girl Boss: Worthless to Confess. Anche questo parte di una serie di quattro film, vede invece come protagonista la bellissima Oshida Reiko, affiancata da altre bellezze del genere come Kagawa Yukie e Katayama Yumiko. A quelli che parteciperanno ad entrambe le proiezioni spettera` in omaggio un premio offerto dal cineclub: una spilletta commemorativa della rassegna con la bella Reiko impressa sopra. (paolo Simeone /Asian Feast)
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FEMALE PRISONER #701: SCORPION 
Female Prisoner # 701: Scorpion, ispirato ad un acclamato manga di Tooru Shinohara racconta la genesi di Nami, nota come Sasori (Scorpion), divenuta nel tempo un po’ il simbolo stesso dei “women in prison” e interpretata da un’intensa Meiko Kaji (Lady Snowblood, Stray Cat Rock). “It’s stylish, well written, with some quirky elements” scrive Thomas Weisser, mentre è ormai ora di ridimensionare la serie e contestualizzarla adeguatamente. Meiko Kaji era la figura rappresentativa della serie della Nikkatsu, Stray Cat Rock (Alleycat Rock/Naraneku Rokku, 1970-1972), ma a causa della ripetitività degli episodi lascia la casa di produzione e approda alla Toei dove diventa ben presto la regina della serie Sasori, composta di sei episodi (4+2, tra il 1972 e il 1977), un remake del 1991, alcune versioni video e altre versioni/ombra come solo in Giappone sanno fare. L’attrice reciterà però solo nei primi quattro capitoli dopodiché lascerà la Toei per raggiungere la Toho e interpretare il suo più grande successo di sempre, Lady Snowblood (1973).
All’inizio di Female Prisoner # 701: Scorpion la vediamo nel tentativo di evasione (fallito) insieme ad una compagna, interpretata da Hiroko Ooji. Riaccompagnata nel carcere femminile di massima sicurezza verrà mostrato finalmente il flashback esplicativo; Nami, coinvolta dal suo amante poliziotto in una missione, viene da lui tradita, stuprata da una gang e abbandonata. Ripresasi tenterà di uccidere il poliziotto ma invano; Il tempo per la vendetta arriverà solo dopo un’ora e mezza intensissima di film.
La parte centrale del lungometraggio è un classico “women in prison” e come da definizione del sottogenere, diviene pretesto per una passerella continua di nudi femminili, timide sequenze saffiche, crogioli di poliziotti arrapati e violenti. Fosse solo questo, la parte centrale risulterebbe la meno coinvolgente e la più pesante. Fortunatamente è lo stile e la folle creatività del regista a fare la differenza. La macchina da presa si muove brusca spostando continuamente l’asse di visione, riuscendo ad andarsi ad infilare in luoghi extradiegetici per mostrare non più o meglio ma in modalità diversa (come l’inquadratura fatta da sotto il pavimento –trasparente- durante la sequenza dello stupro di massa). Alla regia si uniscono altri due elementi: un utilizzo forzato ed antinaturalistico delle luci e degli inserti di visionarietà pop. Simbolo stesso del film è la sequenza in cui una prigioniera cerca di uccidere Nami ma viene fermata dalla prontezza della ragazza che le frantuma una porta a vetri sul viso. Da quel momento si sviluppa una sequenza del tutto estranea al film: delle luci azzurre mostrano la ragazza ferita con i capelli irti sopra la testa e il viso, flagellato dai vetri, che si trasforma in una specie di maschera demoniaca del folklore giapponese. Sequenze come questa, o quella delle prigioniere sedute nell’orticello delle fragole che si dipingono le labbra con un finto rossetto ottenuto dai succhi dei frutti scaraventano il film nel reame dei folli lungometraggi giapponesi trasudanti furori ultrapop degli anni ’70. Meiko Kaji canta la canzone dei titoli di testa e di coda, non era la prima volta, ma questa sarà la prima di una lunga serie di successi.
(Senesi Michele Man chi)
http://www.asianfeast.org/recensioni/female-prisoner-701-scorpion
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DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS 
In poco più di sei mesi, a cavallo tra ’70 e ’71, si consumava l’intera saga composta da 4 film dei Delinquent Girl Boss. Protagonista ne era la bella e giovanissima Oshida Reiko, salita già alla ribalta delle cronache cinematografiche giapponesi per il significativo ruolo della bella ninja Rui in Quick Draw Okatsu. Il bilancio della serie fa constatare come il tentativo in sede di produzione fosse quello di fidelizzare lo spettatore. In tutti i film Oshida Reiko interpreta il ruolo di Kageyama Rika, che appena uscita dal riformatorio di Akagi, va a costruirsi una nuova vita nella grande città. E nel far questo le capita di rincontrare ex-compagne di cella o meglio dire “attraversare” le vite queste ragazze che hanno più o meno gli stessi volti e gli stessi personaggi di film in film. Per questo si tratta sostanzialmente dello stesso personaggio, ma anche dello stesso film, ogni volta. Sempre uguale, eppur diverso. Come fosse una bella canzone re-arrangiata per la nuova occasione.
Worthless to Confess però è ben più di un semplice instant movie nato sulle note dell’omonima canzone (Zange no Neuchi mo Nai) che fu l’esordio della cantante di Enka Kitahara Mirei. Questo nonostante la stessa cantante si esibisca a metà film pressapoco con il suo secondo singolo (Suteru Mono Ga Aru Uchi Wa Ii), così come accadeva con l’altra diva pop Fuji Keiko compariva nel primo film della serie Delinquent Girl Boss: Blossoming Night Dreams. A ben vedere, sebbene vi sia la riproposizione dei medesimi schemi sin dal primo film, l’ultimo della serie risulta più complesso e mediamente strutturato meglio. Il meccanismo risulta ben oliato dal regista Yamaguchi Kazuhiko, non certo uno sconosciuto visto che di lì a poco avrebbe diretto altri grandi classici ed intere saghe per la Toei. Bastino citare i due Wandering Ginza Butterfly con Kaji Meiko, i vari Sister Street Fighter con Shihomi Etsuko e il dittico Karate Bearfighter/Karate Bullfighter con Sonny Chiba. Dove finisse il mestierante e iniziasse l’autore è come al solito difficile da definire con i registi contrattati della Toei, ma il fatto che fosse spesso co-sceneggiatore dei suoi film lascia ben sperare. Ed è notevole anche il cortocircuito instaurato nei primi minuti, quando nel riformatorio delle ragazze viene trasmesso Man from Abashiri Prison, il più grande successo del collega Ishii Teruo con protagonista Takakura Ken, che serve in qualche modo ad instaurare il parallelo tra la prigione femminile di Akagi della serie e quella maschile ben più nota di Abashiri.
In questo specifico caso Yamaguchi consegna un ottimo film, non a caso tra i più amati del sottogenere dedicato alle ragazze ribelli, dove i personaggi sono ben delineati anche grazie ad un ottimo cast che vede oltre ai soliti comprimari della Oshida anche la presenza di grandi ospiti. C’è la bellissima Katayama Yumiko, ben nota in patria per il suo ruolo nel cast fisso della leggendaria serie TV Playgirls, ma anche il grande Junzaburo Ban, monumento del cinema, che vantava nella sua carriera film con Kurosawa (Dodes’ka-den), Oshima (Il Cimitero del Sole) e Inoue (Tokyo Cinderella Girl). I due interpretano figlia e padre in crisi affettiva, finché nelle loro vite non irrompe la vitale ed energetica Rika. Attorno ruotano le altre presenze fisse della serie come la disperata Kagawa Yukie con il suo compagno ex-Yakuza, interpretato dall’altro ospite d’eccezione Nakatani Ichiro (La Sfida del Samurai, Harakiri, Kaidan), ma anche Tachibana Masumi e Tsudoi Mieko, che lavorano come intrattenitrici nel club in cui fa da inserviente Hidari Tonpei.
Il rendez-vous finale con il laido boss cattivo Kaneko Nobuo (Vivere) è iconograficamente rappresentativo del grande status di salute della cultura popolare e giovanile del Giappone dei tempi. Immagini che si stampano nella memoria quelle delle cinque ragazze con la divisa della loro gang riunita e il lutto al braccio che urla vendetta, ma anche attimi intensi, vuoi anche commoventi, come il lungo e disperato discorso a favore di macchina della Oshida assieme alle altre nella classica posizione della Jikoshokai Yakuza. Sulle sirene della polizia si chiude un’altra splendida tragedia sui perdenti, sui reietti della società, sulla loro dignità di esseri umani cui ci aveva abituato il bel cinema nipponico di quegli anni.
(Paolo Simeone)
http://www.asianfeast.org/recensioni/delinquent-girl-boss-worthless-to-confess
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[6/Maggio] BLIND BEAST // FEMINA RIDENS
Domenica Uncut – Domenica 6 maggio
Ore 19:00
BLIND BEAST
di Yasuzo Masumura, Jap, 1969. (VO sott. in italiano)
Ore 21:30
FEMINA RIDENS
di Piero Schivazappa, Italia, 1969.
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Presso
KINESIS via carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE
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Michio, uno scultore cieco, è costretto dalla sua cecità e dalle morbose attenzioni della madre ad un’esistenza triste e solitaria. Egli dedica la sua vita alla scultura ed in particolare ai nudi femminili, che sono per lui una vera ossessione. Decide così di rapire una splendida modella, Aki, con lo scopo di creare il suo capolavoro nonchè di concepire una nuova forma d’arte. Fingendosi un massaggiatore, con l’aiuto della madre, riesce a narcotizzarla e trasportarla nel suo studio. Di lì in poi la follia prenderà lentamente il sopravvento…
Un’inquietante scenografia surreale fa da contorno ad una storia malata in cui il buio, vero protagonista del film, si insinua tra i personaggi e nel loro rapporto, conducendoli attraverso un percorso fatto di passione, violenza e masochismo.
Lo stile è minimale ma attento ai particolari, ogni inquadratura è studiata nei dettagli e resa ancor più affascinante da suggestivi giochi di luce su una scenografia davvero spettacolare.
Il film, 35 anni portati benissimo, è ricco di elementi e trovate che hanno fatto la fortuna di tanti registi occidentali (Lynch su tutti). Masumura, avvalendosi di un’eccellente fotografia e di musiche azzeccate e mai invadenti, realizza con Blind Beast un piccolo capolavoro di perversione, un film ansiogeno, coinvolgente, estremamente crudo ma privo di forzature.
(recensione di Gacchan pubblicata da asianworld)
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Il dottor Syer, direttore di un istituto filantropico, è traumatizzato fin da piccolo da una specie di scorpione femmina, che uccide il maschio dopo l’amplesso: questa strana ossessione lo ha portato a diventare un seviziatore di donne a pagamento. Lo strano e pericoloso gioco si spinge un po’ troppo oltre con Mary: trasportato dalla perversione la spinge quasi al suicidio, fino ad accorgersi che qualcosa in lui sta cambiando…
Le sgargianti scenografie pop-art e le parimenti creative musiche di Cipriani creano l’ideale setting per un’opera apolide e camaleontica, che spazia da esercitazioni di sadismo teorico e pratico a pamphlet su sessismo e misoginia e fantasie gotico-agresti: illusorio dirottamento da un prefigurato finale cinico e tragico. La Lassander, all’inizio della sua lunga e fortunata carriera italiana, forma con il virulento Leroy una bizzarra coppia sempre pendolante tra depravazione e humour. Titolo imprescindibile per uno studio della filmografia italiana anni Sessanta più estrosa ed originale.
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[5/2] CATERPILLAR // IDI I SMOTRI
DOMENICA 5 FEBBRAIO
Ore 18:30
CATERPILLAR / Kyatapirâ
di Kôji Wakamatsu, Japan-2010.
(Vo sotto. in italiano)
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Ore 21:00
COME AND SEE / IDI I SMOTRI / VA E VEDI
di Elem klimov, Urss-1985.
(Versione UNCUT)
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Via de Cristoforis n.5 Varese.
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Provate a stare senza mani e senza piedi. Senza braccia, senza gambe, senza udito, senza poter parlare, con mezza faccia ustionata. Cosa sareste. Un tronco umano. Un bruco – caterpillar – che al massimo può strisciare per terra mangiando la polvere. Shigeko (Shinobu Terajima) si vede arrivare a casa un bruco dal fronte della seconda guerra sino-giapponese scoppiata nel 1940. È suo marito, Kyuzo Kurokawa, ex soldato ora congedato con tre medaglie di quarta classe e tutti gli onori del caso. I giornali parlano di lui, esemplare servitore dell’Impero, combattente modello, Dio della Guerra, eroe nazionale che solo sua moglie, e i suoi compaesani, possono vedere di persona. Eroe locale. Shigeko tenta di strangolarlo, quel bruco. Il nuovo film di Koji Wakamatsu comincia con immagini di repertorio virate al rosso su cui scorrono i titoli completi. Poi si alza una cortina arancione di fuoco sul prologo della storia, girato in bianco e nero. Una scena di stupro ambientata in Cina.
Kyuzo picchiava la moglie e l’accusava di essere sterile, e ora finalmente Shigeko può consumare la sua vendetta, portando in giro il marito – che non vuole mettere il naso fuori di casa – come un ricettacolo di attenzione, onore e favori culinari. Come le uova fresche che Kyuzo si becca in faccia dopo aver fatto disperare la moglie nella scena più toccante del film. La verità è che Kyuzo non è né un eroe né un Dio della Guerra. Della guerra è l’ultimo dei sottoprodotti, e in quanto tale il suo nuovo aspetto è una fedele riproduzione della sua interiorità.
la pellicola tocca vette di intensità e di acume senza mai scadere nella mera freaxploitation. La prima apparizione di Kyuzo buca lo schermo esattamente come la sua uscita di scena, ciononostante Caterpillar non è un film sull’handicap. È un film sulla guerra e le sue conseguenze irreparabili.
(Estratti della recensione di Simone Buttazzi pubblicata da indie-eye.it)
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COME AND SEE / IDI I SMOTRI / VA E VEDI
Bielorussia, 1943: le truppe naziste, dirette verso la Russia, mettono a ferro e fuoco centinaia di villaggi. Un gruppo di soldati della resistenza viene a reclutare un ragazzino, per la disperazione della madre. «Con noi starà al caldo», la rassicurano. A costo di bruciare vivo.
Già a partire dal titolo, ispirato all’Apocalisse di San Giovanni, l’opera più celebre di Klimov interpella con violenza lo spettatore, trascinandolo da subito, ex abrupto, nella fornace della rappresentazione (a dispetto della titolazione italiana, Idi i Smotri significa Vieni e vedi). Ribadiscono tale tensione diversi dialoghi aperti, frantumati in primi piani frontali, dove gli sguardi irremovibili, di glaciale incuranza, costellano il resoconto di quest’apocalisse terrena e terragna come dardi indisciplinati, diretti a bucare la quarta parete, a minacciare la placidità di chi guarda. Siamo noi il solo controcampo di questi volti senza più interlocutore, irrimediabilmente scissi l’un dall’altro, disposti frontalmente, con schietta teatralità, noi a far da sponda a quel che si dicono, indecisi se immedesimarci o estraniarci: la chiamata in causa non è solo agguato fàtico, e nell’esibizione prolungata di sguardi ad altezza mdp si raffredda, a tratti, l’incandescenza di una fiera delle atrocità altrimenti insostenibile (J.G. Ballard lo considera, non a caso, il miglior film di guerra ch’abbia mai visto).
In Va’ e vedi si fa terra bruciata di molta retorica da war drama, non esistono eroismi ammissibili, né s’intuiscono vie di scampo, consistendo l’azione d’inutili fughe e d’effimeri rifugi. Come in Apocalypse Now, la guerra è uno stato disturbato della mente, l’orrore umano il suo distillato; come ne La sottile linea rossa, alla distruzione generalizzata risponde il canto straziato di una natura edenica e remota; ma nel suo realismo viscerale, nel vivido soundscape e nell’allucinato espressionismo dei suoi attori (tutti non professionisti), il furioso requiem di Klimov non ha pari.
Così il traumatico realismo delle sparatorie, vere e proprie allucinazioni da guerra fredda con quell’artiglieria da incubo, o l’agghiacciante istrionismo del costrutto emotivo, squassato da pianti improvvisi e risate isteriche. Il formalismo visivo non è da meno, con la fotografia a illividirsi insieme al crescendo drammatico e i poderosi pianisequenza a richiamare i sublimi tempi di Tarkovskij (come lui, Klimov era figlio della luminosa influenza/docenza Dovzenko-Romm; da lì anche la viva attenzione di entrambi per il paesaggio). Come il rogo finale che chiudeva Sacrificio, l’ultimo capolavoro di Tarkovskij, così, in quest’altissimo esempio di cinema antimilitarista (e antifascista), un incendio inestinguibile suggella il momento terminale di tutta una filmografia, marchiando a fuoco l’ultima opera realizzata da Klimov, ritiratosi poco dopo. Benché l’edizione italiana sia mutila di una ventina di minuti, Va’ e vedi merita ad ogni modo di esser (ri)visto: a tutt’oggi, le braci di questo film dilaniante e inesorabile non smettono di bruciare.
(Estratti della recensione di Dario Stefanoni pubblicata da spietati.it)
RASSEGNA ASIAN FEAST
Domenica 29 Gennaio
Ore 18:30
Mr. VAMPIRE (Ricky Lau, 1985)
(VO sott. in italiano)
Ore 21:00
THE BOXER’S OMEN (Chih-Hung Kuei, 1983)
(VO sott. in italiano)
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Riprende la vecchia
tradizione delle rassegne video di Asian Feast. Nasce lo street team e stavolta si scende per le strade per portarvelo vicino casa il cinema asiatico. E se ce ne fosse bisogno ve lo sbattiamo sui denti per farvelo sentire meglio. Così si inizia alla grande una nuova collaborazione con lo storico circolo cinematografico Domenica Uncut di Varese andando ad esplorare territori poco battuti come quelli del magico ed esoterico nel cinema di Hong Kong.
Questo perché l’horror nell’ex-colonia non è mai stato semplice artificio di scrittura per generare lo spavento. Non c’è bisogno di questo visto che in tanti mediamente credono alla magia e la superstizione è sottopelle da quelle parti. Per questo presentiamo due film che vagano negli stessi territori, The Boxer’s Omen di Kuei Chih-Hung e Mr Vampire di Ricky Lau Koon-Wai, ma profondamente diversi. Da una parte le maledizioni della magia nera e tanto gore, dall’altra il sovrannaturale che sfugge al controllo dei monaci buoni e toni da commedia.
The Boxer’s Omen è uno degli ultimi film di Kuei Chih-Hung, prolifico regista al servizio della Shaw Brothers. Suoi tanti film che hanno definito e anche influenzato l’exploitation del sud est asiatico, passando per tutti i generi fondamentali dell’ambiente come il Women in Prison (Bamboo House of Dolls) o il film con depravati psicopatici (Killer Snakes, Corpse Mania), ma mostrando una decisa predilezione per i film sulla magia nera in cui ha dato i risultati migliori. Sua la trilogia degli Hex, così come altri cult del genere come Bewitched. Il film presentato è certamente la summa del suo stile. Circolato poco, ha assunto negli anni un giustificato alone di culto che è stato confermato dalla recente distribuzione del film in dvd. Finalmente gli appassionati hanno potuto deliziarsi tra rituali magici, battaglie a suon di magie, mostriciattoli e tanta weirdness assortita.
Su tutte altre coordinate si muove invece Mr Vampire. Pratic
amente contemporaneo a The Boxer’s Omen, ma prodotto dalla casa di produzione di Sammo Hung Kam-Bo e distribuito dalla Golden Harvest scatenerà massivamente il fenomeno dei vampiri saltellanti nel cinema di Hong Kong. Proprio il leggendario Sammo fu il motore per la nascita di questo sottogenere con il suo Encounters of the Spooky Kind, del quale era regista e protagonista, seguito poi dall’altra sua fortunata produzione: The Dead and The Deadly. Nonostante il loro successo fu vasto, la cosa non è minimamente paragonabili al fenomeno Mr Vampire. Il film diretto da Ricky Lau Koon-Wai definisce infatti il genere e ne determina precisi tòpoi e continui ricorsi. Si potrebbe forse anche parlare di una divertente maledizione che vedrà per sempre legati i nomi di Lau e quello del prete taoista Lam Ching-Ying legati indissolubilmente a questo genere di film per tutto il resto della loro carriera. E’ per questo film che risulta difficile immaginare un taoista con un volto diverso da quello del simpatico e baffuto attore che riesce nell’impresa di oscurare l’astro del fenomenale comico, nonché corpo attoriale, Ricky Hui Koon-Ying, purtroppo scomparso in tempi recenti. Questo ciclo di film è dedicato soprattutto a lui.
[25/DIC] Proiezione MEMORIES OF MATSUKO (嫌われ松子の一生) // CONFESSIONS (告白)
DOMENICA 25 DICEMBRE
Il cinema di Tetsuya Nakashima.
Orari proiezioni:
Ore 18:30
MEMORIES OF MATSUKO (嫌われ松子の一生) di Tetsuya Nakashima, Jap. 2006.
(V.O. sott. in italiano)
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- Ore 21:30
CONFESSIONS (告白) di Tetsuya Nakashima, Jap. 2010.
(V.O. sott. in italiano)
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Presso:
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Via de Cristoforis n.5 Varese.
PROIEZIONE GRATUITA
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MEMORIES OF MATSUKO 
Immaginate un melodramma di Douglas Sirk, ma immaginatelo come se fosse stato girato in acido, e avrete lontanamente un’idea di cosa è Memories of Matsuko (2006). La nuova straordinaria opera di Tetsuya Nakashima (tratta dal romanzo di Muneki Yamada), è stato – almeno per chi scrive – il vincitore morale del Far East Film 2007.
Già il delirante e divertente Kamikaze Girls (2004), aveva fatto capire le capacità registiche di Nakashima, qui però si va ben oltre la messa in scena.
Memories of Matsuko racconta la storia della protagonista partendo dalla fine e si dispiega di fronte ai nostri occhi sotto forma di flashback. Un percorso, che ci accompagna attraverso il Giappone degli ultimi cinque decenni e delinea la tragica, a volte comico-grottesca, vita di una ragazza che, senza troppi giri di parole, voleva soltanto amare e soprattutto essere amata.
Lo stile visivo coloratissimo (che guarda alla pittura, ma anche alla pubblicità), stracolmo di idee e ricca di particolari, rimane lo stesso di Kamikaze Girls, con una fotografia e un uso dei colori strepitosa, ma è la costruzione della storia e dei personaggi che si compie in maniera memorabile.
In Memories of Matsuko, la commedia, già piuttosto nera, si colora rapidamente di tragedia per finire nel melodramma più puro, senza apparire mai stucchevole, mai ridicola, mai ricattatoria. Il regista inoltre si concede frequenti incursioni nel musical, con lunghe elaboratissime coreografie ed una azzeccata colonna sonora (a cura dell’italiano Gabriele Roberto, è stata premiata ai JAA), che copre in pratica ogni direzione musicale immaginabile.
Insomma, il film è una densa bouillabaisse di generi, stili, sperimentazioni, sentimenti ed emozioni, che quasi faticano ad essere tutti contenuti, ma che magicamente trovano un loro perfetto equilibrio, creando un ritratto assolutamente unico e coinvolgente, come non se ne vedevano da un bel pezzo.
(Estratto della recensione di Paolo Gilli pubblicata da asianfeast.org)
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Moriguchi è una professoressa profondamente turbata dalla morte prematura della figlioletta. Nonostante la polizia abbia archiviato il caso, Moriguchi è convinta che la sua bambina sia stata uccisa da due dei suoi studenti. Durante l’ultima lezione, la professoressa terrà un discorso singolare, diverso dal solito, una lenta introduzione riguardo alla vendetta che è intenzionata a portare a termine.
Trenta minuti di puro cinema. Così riassumerei la parte più riuscita del film, un lunghissimo monologo che mette i brividi, così tranquillo e angosciante che non permette allo spettatore di battere ciglio. Lo sguardo di Moriguchi, il suo ghigno storto, l’iniziale indifferenza dei suoi alunni che si spegne non appena le sue labbra pronunciano la frase più disumana e crudele che io abbia mai sentito. Assolutamente geniale. Ma la confessione di Moriguchi è soltanto la prima di questo inferno partorito da Tetsuya Nakashima, un inferno popolato da individui inetti e pietosi che si distruggono a vicenda. Tutti confessano, qualcuno si pente, qualcun altro fa emergere il suo lato diabolico, eppure ciò che è certo è che l’uomo è incapace di portare a termine la sua vendetta e solo alla fine comprende che essa è fallimentare già in partenza (come già ampiamente dimostrato dal collega coreano).
Confessions è crudeltà pura, insensibilità e realtà. Una nuova società composta da giovani inanimati, disinteressati della vita degli altri e, soprattutto, della loro. Tetsuya Nakashima lascia però da parte la violenza fisica di Park Chan-wook per dedicarsi interamente all’oscurità della psiche umana e alla sua eviscerazione, donando ai personaggi una psicologia raramente così ben delineata. Eccezionali gli attori (un plauso alla glaciale Takako Matsu nei panni di Moriguchi) e ottimo il comparto tecnico, soprattutto musicale. Qua e là in regista eccede in sequenze assolutamente autocompiaciute (i troppi ralenti su dettagli inutili sono un esempio) e i siparietti grotteschi inseriti allentano non di poco la tensione accumulata fino a quel momento, tuttavia si può chiudere un occhio di fronte a tanta disumanità così perfettamente raccontata.
Se l’intento di Nakashima era quello massacrare psicologicamente lo spettatore, devo dire che ci è riuscito alla grande.
(estratto della recensione pubblicada da www.splattercontainer.com)
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