2 Giugno: CLASSE 1984 // HARDWARE
DOMENICA UNCUT
Domenica 2 Giugno
Ore 18:30
CLASSE 1984
di Mark L. Lester, 1982.
***
Ore 21:00
HARDWARE
di Richard Stanley, 1990.
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Classe 1984 uscì nelle sale creando scandalo per l’eccessiva dose di violenza ma anche per i contenuti antieducativi della storia, fece una fugace apparizione in vhs ma poi scomparve nell’oblio cinematografico facendo totalmente dimenticare di sè al punto che Mark L. Lester, il regista, ne preparò una versione protofantascientifica nel 1990, Class of 1999, in cui i violenti studenti erano dei robot killer. Ma gli studenti veri della scuola dove Perry King è professore di musica che si trasforma in giustiziere omicida ossessionato dallo scontro col teppista minorenne Stegman (uno splendido Timothy Van Patten in pura tenuta pre George Michael) fanno molta più paura e generano mille volte più angoscia di un cyborg; sono veri, sono il prototipo dell’americano arrivista, spacciatore e psicopatico di quegli anni.
Viene da pensare ad un’apologia fascista in cui l’insegnante tenta in tutti i modi di redimere le pecore nere arrivando al sacrificio d’Isacco pur di ottenere giustizia. Anche Roddy McDowall segue le sue orme e non esita a impugnare la pistola pur di insegnare biologia ai suoi studenti, ma con molto meno successo del suo collega che non esita a maciullare i teppisti pur di difendere la moglie Merrie Lynn Ross, pluristuprata, incinta e in pericolo di vita. Tuttavia il grasso del gruppo indossa la svastica sulla maglietta mentre il professore assomiglia ad un ex-hippy che deve affrontare il delirio degli anni 80, uno scontro generazionale che ormai è parte della storia.
Il film diventa quindi un documento importante di una precisa situazione epocale edulcorata dal politically correct e dal buonismo di facciata (nessuno può arrestare i giovani finchè sono minorenni) che hanno rovinato una gioventù altrimenti capace di espimere al massimo la sua creatività artistica (Stegman, il cattivo, è uno splendido pianista allo stesso modo in cui Alex di Arancia Meccanica è un estimatore di Beethoven). Un grande film da riscoprire per sempre con l’aggiunta di una delle prime interpretazioni di Michael J. Fox, in grado di rappresentare la faccia pulita dell’America Reaganiana di allora.
(Dottor Satana http://www.throughtheblackhole.com/)
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Ci sono film che nascono sotto stelle ambigue, trascorrono i primi anni dalla loro uscita nel dimenticatoio, e quelli immediatamente successivi alla ricerca di una stabilità critica, rimbalzando impazziti da un’etichetta all’altra: trash o cult ? cult o trash ?
La pellicola di Stanley ne è esempio lampante. Nato dall’incontro tra un giovane regista, cresciuto a bacon, video clip e narrativa cyberpunk con gli ideatori di Shok, storia illustrata da McManus e O’Neill per la rivista 2000 AD, esce nel ’91, viene premiato nello stesso anno ad Avoriaz per i suoi effetti speciali e poi sparisce nel nulla.
Riprenderlo oggi, vuol dire dover fare i conti con la sua essenza a metà strada tra il cinema di maniera e apocalittiche previsioni future, ma il gioco vale la candela. Certo, la trovata iniziale della tecnologia che si rivolta contro i suoi ideatori puzza di muffa più del gorgonzola, ma una volta superato questo primo ostacolo, l’anima dell’opera prima di Stanley si manifesta in tutto il suo spessore. Hardware fotografa quel che resta del pianeta terra dopo una non meglio definita “Grande Guerra”: lande desolate in stile Ken il guerriero, rottami, piogge acide, ruggine e residuati tecnologici. Uno spassionato omaggio al western spaghetti dove tutto è stato convertito in hardware, è non c’è più la minima traccia di software. Ma Hardware va oltre i paesaggi post apocalittici e post umani, perché è presagio delle giocose faide combattute in rete, dove non si può trattare sullo spazio virtuale che si ha a disposizione, e dove ogni azione ha come scopo preciso l’eliminazione del nemico immaginario. La trama, la sceneggiatura, il soggetto stesso diventano pretesto per mettere in scena lo scontro tra due rivali: gli umani (Jill e Mo) contro Mark 13, “macchina della morte” ideata anni or sono dall’esercito, che viene involontariamente rianimata da una scultrice di ferraglia e, pur essendo stato a più riprese distrutto dalla coppia si rianima, risorge e continua a giocare, e lo fa in puro stile video ludico: si fa beffe del game over, perché ha già salvato la partita e può riprendere dal punto in cui era stato sconfitto, ma intanto ha recuperato energie e conosce le mosse dell’avversario.
Stilisticamente, il film di Stanley è un’affascinante concentrato di sovversiva sci–fi : gli esterni desertici e desolati assomigliano a quelli di Dune e Mad Max, mentre gli interni rimandano al caos organizzato di Brazil e Blade Runner; il montaggio convulso e la colonna sonora martellante (Iggy Pop, Motorhead, Ministry e Public Image) creano sequenze stranianti e mai scontate, ma è grazie alla sua sottotraccia simbolica che la pellicola raggiunge il suo dissacrante apogeo. Il nome del robot, Mark 13, rimanda al Vangelo secondo Marco, dove si legge che “la carne non sarà risparmiata”, il protagonista si chiama Mo (forse “Mosè” ?), le doghe profumano di torta alle mele, quel che resta del governo vieta la riproduzione, il cranio del robot si fregia della bandiera americana e quando viene erroneamente ristrutturato si ritrova con tanto di fallo perforante.
Non solo, Mark 13, è il programma definitivo, un tecnologico condensato di cavi, cip e alluminio programmato per estinguere in maniera violenta quel che resta del genere umano, un’invincibile macchina di morte che può essere sconfitta solo dall’acqua, elemento puro ma mai come in questo caso infetto e difficilmente reperibile, lo stesso che può mandare in tilt l’hardware del computer che ci controlla, ci spia, e allo stesso tempo è depositario e custode delle nostre attività e dei nostri segreti.
(Luca Lombardini http://www.positifcinema.it/)
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Domenica 12 Maggio : ATTENBERG // CANICOLA
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 12 MAGGIo
Ore 18:30
ATTENBERG
di Athina Rachel Tsangari, Grecia, 2010
(VO sott. italiano)
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Ore 21:00
CANICOLA (Hundstage)
di Ulrich Seidl, Austria, 2001
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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È bastato un film come Dogtooth (2009) a far decollare, letteralmente fino agli Oscar, un ragazzone barbuto di nome Giorgos Lanthimos, e quindi a spalancare il sipario su una scena, quella greca, che dal punto di vista cinematografico negli ultimi 10-15 anni aveva lasciato Angelopoulos (e chi altri?) come unico esponente di rilievo. Così, al fianco del già citato Lanthimos qui nelle vesti di attore e produttore, a Venezia ’10 si è presentata tal Athina Rachel Tsangari, a sua volta produttrice dei film dell’amico Giorgos, che con questo Attenberg attira nuovamente curiosità, e penso anche stima, sul palcoscenico ellenico.
Attenberg è un’opera adibita alla provocazione che scivola volutamente su parodistiche macchie(tte) d’olio (l’incipit con le lezioni di bacio) mostrando indifferenza, noncuranza, nei confronti dello spettatore che si trova di fronte ad una recitazione con prosopopea, enfatizzata in ogni minimo gesto, straparlata (il pingpong lessicale col padre), snaturata (un dialogo che termina nell’imitazione di alcuni animali), decontestualizzata (perché fanno così? È la domanda che si ripropone più e più volte), il tutto porta ad una ridicolizzazione dei personaggi che però non si trasforma mai (MAI!) in comicità scherno o derisione poiché l’atmosfera sebbene ovattata da tali elementi è plumbea, e tale grevità oltre ad essere trasmessa dall’impianto industriale della cittadina (nei fatti Aspra Spitia, luogo natio della regista), è essenzialmente un fattore tecnico poiché la mano della Tsangari si fa algida con i suoi lenti e ammirevoli carrelli che seguono o precedono le due amiche.
Gli ambienti poi spiccano per le loro tonalità chiare lise sorprendentemente dalla ripresa frontale del padre moribondo nel buio della camera. A ciò si aggiungono sequenze che si prendono tempi del tutto propri, come la scena del petting tra l’ingegnere e Marina che si sofferma su strambi dettagli facilmente bypassabili da altri regist(r)i e annesso, pregevole, svelamento di campo, o i siparietti imperscrutabili (forse non troppo) tra le due ragazze che regalano, tra le altre cose, un long-take canterino memorabile (video).
In un paesaggio dipinto in modo quantomeno luna…tico, ecco che si palesa un essere, una forma di vita inerte: Marina, ipocentro post-adolescenziale, che racchiude in sé tutta quella caducità della non-vita: apatia, asessualità, abulia, amoralità, e rinchiusa, per suo volere, in un limbo lontano fatto di documentari televisivi. E vicino al burrone della morte paterna si trova a dover volare per non precipitare anch’essa. Le scapole, in fondo, non sono altro che delle ali mozzate.
Attenberg è qui, in questa scoperta di cosa c’è oltre il proprio mondo, oltre il proprio corpo, è l’imprevedibilità dell’incontro, di camminare senza un’amica affianco, è un percorso, è uscire allo scoperto, emanciparsi, liberarsi, non c’è nessun padre dispotico come in Kynodontas a intrappolare la vita di questa ragazza, la gabbia che la imprigiona se l’è costruita lei. Marina e il suo nido ripreso in un documentario sull’uomo.
Attenberg è crescita, e quelle lacrime trattenute a stento sulla barca da parte della protagonista ci fanno capire che sì, lei è cresciuta, e da quel campo lungo conclusivo può andare via da sola.
(Eraserhead http://pensieriframmentati.blogspot.it/)
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La selezione del nuovo film di Seidl, Paradise: love per il concorso ufficiale della Mostra del cinema di Venezia, ci permette di recuperare e recensire il suo titolo più famoso, Canicola, vincitore proprio a Venezia nel 2001 del Gran premio della giuria. Un recupero che ci è parso necessario perché, ad undici anni dalla sua uscita resta probabilmente la sua opera più compiuta.
Nei sobborghi periferici di Vienna, agglomerati di villette residenziali tutte uguali, un’umanità variegata vive la propria vita ordinariamente inquietante, ma la canicola estiva rende l’ordinarietà ancor meno sopportabile, ed i personaggi arrancano, si dibattono ad un passo dall’esplosione psicotica. E’ davvero la canicola estiva la responsabile? Oppure qualcos’altro si annida, più in profondità, nella società austriaca contemporanea?
Seidl realizza un film corale, complesso non tanto nella struttura – un susseguirsi di sequenze sui vari personaggi inframmezzate da alcune inquadrature emblematiche, raffinate ed estremamente significative – quanto a causa della mancanza di una sceneggiatura forte che guidi lo spettatore, à la Altman, per intenderci (un elemento unificante è ciò che unisce le storie, qui la canicola, in Short cuts il pesticida lanciato dagli aerei, in Magnolia la pioggia di rane). Questa caratteristica ha fatto parlare di pseudo-documentario, ha sollevato accuse di pretesa anti-cinematograficità. Assurdo. Semplicemente, Seidl non è interessato a guidare lo spettatore servendosi della narratività classica, sceglie piuttosto uno stile che, nel distacco delle camere fisse e dei piani sequenza statici, pretende di mostrare – in tutta la loro spregevolezza – le azioni dei personaggi e soprattutto i loro corpi. Corpi appesantiti dagli anni e dall’eccesso di würstel, salsicce e birra, corpi cosparsi di olio abbronzante nella loro impietosa nudità
Cinico, in questo, Seidl usa il corpo e il basso corporeo come emblema del disgusto che noi, spettatori, dobbiamo provare nei confronti di questa umanità repellente: l’orgia nel locale di scambisti , i corpi di mezza età ammassati gli uni sugli (o dentro) gli altri, sino alla provocazione dell’uomo costretto a cantare l’inno austriaco con una candela accesa nell’ano.
Le scelte cromatiche, la saturazione dei colori, gli accostamenti cromatici esasperano il grottesco, il trash dei corpi flaccidi, decrepiti, obesi: un’esasperazione non dissimile da quella che – in un contesto e con finalità completamente diverse – operava John Waters in film come Grasso è bello o Polyester; medesimo meccanismo, ma finalità opposte: se là era l’esaltazione dell’outsider, della diversità anche fisica e sessuale, qui il corpo-trash appare in tutta la sua carica disgustosa e repellente.
Non meno importanti dei corpi, per lo scopo che Seidl si prefigge, sono i luoghi, o meglio i non-luoghi. Non solo le periferie sterminate, vero e proprio deserto nel quale le uniche oasi, punti di ristoro, sono centri commerciali, benzinai e parcheggi; non a caso in questi spazi si muove l’unico personaggio positivo del film, la ragazza folle ed innocente, sola ad essere davvero consapevole della follia consumistica, che ricorda a chi incontra con domande e osservazioni imbarazzanti: “siete grassi, ti si rizza ancora?”; eppure la incarna, inconsapevolmente, perché ha introiettato – probabilmente dalla televisione – classifiche di ogni cosa (le presentatrici più sexy, i migliori supermercati, le più diffuse cause di morte ecc.) e jingle pubblicitari. Questo è probabilmente ciò che, secondo Seidl, ci si deve aspettare dalla nuova generazione, cresciuta in queste condizioni.
Nelle periferie sterminate ci sono poi le abitazioni, rifugi quasi sempre bianchi, neutri e dotati di ogni comfort. Qui tutti sono a loro modo ossessionati dalla sicurezza, dai sistemi di allarme, dalle persiane elettriche, mentre in realtà pericolosi criminali da contrastare sono ragazzini che sfregiano le auto parcheggiate. Qui conducono le loro esistenze insignificanti, incuranti di ciò che gli accade attorno, tutti in un certo senso atomizzati, isolati, abbandonati, in edifici che sono spesso cantieri perenni. Seidl sceglie quasi sempre una composizione fotografica del quadro dal significato emblematico, spesso il primo fotogramma ha già esaurito la sequenza, in questo primato dell’immagine sul dialogo, sulla sceneggiatura si spengono le accuse di anti-cinematograficità.
Seidl non limita ad accodarsi, realizza invece un’opera provocatoria ma coerente, che porta alle estreme conseguenze la propria critica, con una forza inedita per il suo cinema, una forza che si è dispersa in Import/Export (2007) e che non era tale in Models (1999). Ora ci si attende dalla sua ambiziosa trilogia un trittico della stessa intensità, consapevoli delle difficoltà che un cinema come questo comporta anche per chi lo realizza, rischio soprattutto di fraintendimento e di una ricezione che si limiti alla provocazione superficiale, senza cogliere la violenza critica che tale provocazione nasconde.
(Cristoforo Severone http://www.pubblicopassaggio.it/)
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Domenica 5 Maggio : OCCHI SENZA VOLTO // THE FACE OF ANOTHER
DOMENICA UNCUT
Domenica 5 maggio
Ore 18:30
OCCHI SENZA VOLTO (Les yeux sans visage)
di Georges Franju, Francia, 1960.
***
Ore 21:00
THE FACE OF ANOTHER (他人の顔 Tanin no kao)
di Hiroshi Teshigahara,Giappone, 1966.
(VO sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Un famoso e apprezzato chirurgo plastico sogna di ridare, con metodi poco consoni, il volto alla giovane figlia, i suoi tentativi non saranno coronati dal successo, e la ragazza non tarderà a vendicarsi del poco ortodosso genitore.
Ci sono pellicole che segnano un vero e proprio spartiacque per un genere cinematografico, precorrendo i tempi e rappresentando un modello da seguire per intere generazioni di cineasti. Occhi senza volto, per quel che vale, costituisce per il gotico europeo quello che King Kong rappresenta per il cinema d’avventura: una pietra miliare, un termine di paragone imprescindibile ed una fonte d’ispirazione fondamentale per chiunque abbia voluto cimentarsi con il genere negli anni successivi.
Quel che rende il film di Franju tanto importante, il motivo della sua consacrazione a “Totem” dell’horror europeo, è la cura quasi maniacale del dettaglio. Al di là del soggetto, già di per sé interessante, curioso ed originale, lo spettatore verrà rapito senza scampo da una fotografia incredibile (probabilmente uno dei B/N più belli della storia del cinema), un contrappunto musicale ambiguo, straniante e ossessivo e una sceneggiatura di ferro, curata da alcune delle menti più brillanti della letteratura Francese di genere del dopoguerra.
Fra richiami più o meno accennati all’espressionismo Tedesco e alle opere di Tourneur, citazioni e colpi di genio, quel che rimane è però l’essenza stessa del film, la domanda che ci porterà fin sulle soglie del finale catartico voluto da Franju, quasi uno studio sull’ambiguità dell’uomo nella sua forma più estrema e pericolosa: dove finisce l’amore di un padre e comincia un macabro gioco fra la vita e la morte?
(Enrico Costantino http://www.bizzarrocinema.it/)
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A causa di un incidente sul lavoro Okuyama rimane irriducibilmente ustionato, costringendolo a portare delle bende su tutto il volto. Alienato e senza più un viso, con l’appoggio del suo psichiatra Hari indossa una maschera realistica all’insaputa di tutti. Dove lo porterà la maschera? Ora che ha un volto può definirsi qualcuno?
In The Face of Another c’è tutta un’analisi profonda sulle implicazioni psicologiche e filosofiche di avere o non avere un volto. Uno spazio di pelle di pochi centimetri sopra il collo è fondamentale all’uomo. Un volto può infatti essere la prova della propria esistenza e identità, uno strumento di comunicazione delle proprie emozioni e di connessione con i propri simili, di mediazione tra la mente dietro di esso e il mondo di fronte. Il film si concentra su come l’incidente che lascia Okuyama (Nakadai Tatsuya) privo d’identità ma per il resto illeso, modifica profondamente i rapporti con tutti i suoi conoscenti. Come si siede in poltrona a casa sua, con la faccia bendata, sua moglie è tesa e nervosa in sua presenza, impossibilitata a scrutargli le espressioni, mentre il suo capo (Okada Eiji) non riesce ad affrontarlo in piedi nel suo ufficio.
In The Face of Another lo spettatore scorre sotto gli occhi la metamorfosi psichica e fisica di Okuyama nonostante il ritmo lento e i lunghi dialoghi. La trasformazione del protagonista è ben visibile nei rapporti con la moglie, lo psichiatra e la sua assistente.
La storia principale è intervallata da quella di Irie, (assente nel romanzo) una giovane e bella ragazza sfigurata per metà del suo viso a causa della bomba atomica (deducibile quando ricorda l’infanzia a Nagasaki). La storia parallela, stavolta è una donna dal volto rovinato, rappresenta senz’altro una narrazione alternativa.
Oltre all’analisi sulla natura dell’identità e del suo riflettersi sulla società, The Face of Another vanta una bellissima regia, con inquadrature insolite e la partecipazione di Takemitsu Tōru alla colonna sonora e Segawa Hiroshi come direttore della fotografia. Memorabili le scene girate all’interno della clinica psichiatrica, in cui i protagonisti si aggirano in spazi divisi tra vetri e pareti riflettenti e cambi di luci. Nakadai Tatsuya che interpreta magistralmente Okuyama è in ottima forma, assistito dall’altrettanto brava Kyō Machiko, in prestito dalla Daiei, nei panni della moglie e dallo psichiatra Hira Mikijirō.
Ingiustamente poco conosciuto dal grande pubblico The Face of Another è un vero pezzo di cinema.
(Picchi http://www.asianworld.it/)
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[14 APR] Mika Kaurismäki
DOMENICA UNCUT
Domenica 14 APRILE
Ore 18:30
ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN
di Mika Kaurismäki,Finlandia, 1991.
(VO sott. in italiano)
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Ore 21:30
ROSSO
di Mika Kaurismäki, Finlandia, 1985.
PROIEZIONI GRATUITE
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ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN
Un mese nella vita di Antti, detto Zombie, congedato per infermità mentale dalla leva e dedito all’alcol e al basso elettrico. L’amico Harri gli offre l’opportunità di suonare nella sua avviata band: per coglierla, però, Zombie dovrà lasciare la bottiglia.
Chissà se Sorrentino ha mai visto questo semisconosciuto — quantomeno in Italia — film di Mika Kaurismaki, il cui protagonista è pressochè identico a quello messo in scena dal regista italiano per il suo This must be the place (2011). Ma Zombie, a differenza del personaggio che interpretà vent’anni più tardi Sean Penn, è tutt’altro che uno sprovveduto o un ritardato: lui la sa lunga e certo più di tutti quelli che lo circondano, è piuttosto un ragazzo che non vuole in alcun modo diventare adulto e che preferisce passare per squilibrato piuttosto che eseguire gli ordini altrui (l’episodio iniziale del servizio militare è emblematico del suo carattere ribelle per natura).
Un antieroe alcolizzato e innamorato del rock and roll: sembra un film di Aki, invece è di Mika, fratello maggiore del Kaurismaki che due anni prima aveva diretto Leningrad Cowboys go America, prima pellicola in cui compare, nella band del titolo, Silu Seppala, ovvero Zombie, il cui vero nome è in realtà Antti: sia per il personaggio della finzione (Zombie) che per l’attore (Silu). A confermare la vena in stile Aki, ecco inoltre che Mika utilizza come co-protagonista l’attore feticcio, favorito e grande amico del fratello minore: Matti Pellonpaa, qui meno lunatico del solito, in un ruolo di contrasto a quello del personaggio centrale. Il regista si occupa anche del montaggio, della produzione e della sceneggiatura (insieme a Pauli Pentti e a Sakke Jarvenpaa), mentre la fotografia è affidata a Olli Varja, al fianco di Mika fin dai suoi esordi.
La storia di Zombie è una piccola fiaba moderna, surreale quanto basta e laconica in una maniera tutta scandinava, perennemente alla ricerca di una sensazione più che di una morale, di un coinvolgimento emotivo anzichè di una stretta coerenza della trama.
(http://cinerepublic.filmtv.it/)
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ROSSO
Giancarlo Rosso (un grande Kari Väänänen, anche co-sceneggiatore) è un sicario della mafia, al quale viene assegnato l’incarico di uccidere una donna finlandese, che incidentalmente era una volta la sua donna. Riluttante, Rosso, parte dalla Sicilia per l’estremo Nord della tundra e della campagna finlandese, alla ricerca del suo obiettivo, Marja (Leena Harjupatana). Insieme al fratello di Marja, Martti (Martti Syrjä, il cantante degli Eppu Normaali), parte con una una vecchia macchina per ritrovarla, in un viaggio che non mancherà di rapine e fughe. Fra una citazione e l’altra della Divina Commedia, Rosso raggiungerà il suo destino.
Quinto lungometraggio di Mika Kaurismäki, è una commedia, che di divino ha ben poco. Qui i piedi sono ben saldi a terra. Un bel road-movie, attraverso le lande desolate del nord della Finlandia, Il film è recitato quasi interamente in italiano (eh si, Kari Väänänen recita in italiano, cavandosela anche egregiamente.
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07aprile
DOMENICA UNCUT
Ore 18:30
FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS!
di Daihachi Yoshida, 2007.
(VO Sott. in italiano)
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Ore 21:30
SURVIVE STYLE 5+
di Gen Sekiguchi,Japan, 2004.
(VO Sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Sopravvivere alla follia di Sekuguchi, moltiplicata per cinque
Primo lungometraggio dell’enfant prodige Sekiguchi che, in beffa all’atteso esordio, costruisce un film che in sostanza amalgama coerentemente cinque storie brevi di quotidiana assurdità. La poetica originale e divertita dei passati cortometraggi è riproposta con totale fedeltà, confermando così l’abilità di un regista che riesce a conciliare una spiccata sensibilità figurativa con un gusto narrativo accurato, perennemente sospeso sul filo del grottesco.
Cinque storie di ordinaria follia: un uomo che durante tutto il film uccide continuamente la moglie, la seppellisce nel bosco e tornato a casa la ritrova viva e vegeta. Un trio di ladri, due dei quali si scoprono gay. Un uomo che, portando la famiglia ad uno show, viene ipnotizzato irrimediabilmente e crederà di essere un uccello. Un pubblicitario che passa il tempo a immaginare bizzarre scenette per i suoi spot. E per concludere, due assassini di professione.
Il fedele sceneggiatore Taku Tada disegna, è il caso di dirlo, una rosa di personaggi davvero originali e curiosi, caratterizzati da ossessioni e debolezze fondamentalmente umane, che nonostante la propria natura dai contorni fumettistici permettono allo spettatore un’identificazione diretta, complice di sventure e situazioni dai risvolti imprevedibili. Sekiguchi lavora sul resto con una messa in scena di rara sensibilità cinefila, che attinge esplicitamente al rigore di Kubrick passando per i cromatismi esagerati del primo Almodovar; dai ridondanti dettagli scenografici di Wes Anderson all’ironia pop di John Waters. Il risultato, seppure fiaccato da un’evidente prolissità nella seconda parte, è intrigante ed appassionato: sembra di assistere ad un reboot apocrifo di Pulp Fiction, impreziosito di goliardia e depauperato dei dialoghi illuminati di Tarantino.
Di autentica genialità i caroselli visionari della commercial executive Yoko (la bravissima Kyôko Koizumi), perle di istantanea bizzarria che irrompono nelle già folli vicende dei cinque protagonisti. Un’opera di innegabile valore, tra le più fresche e riuscite nella recente produzione nipponica, che lascia ben sperare in un giovane regista talentuoso e, cosa affatto scontata, genuinamente originale.
(Jacopo Coccia http://www.bizzarrocinema.it/)
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FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS! 
L’antefatto di Funuke ci colloca subito nei paraggi della commedia nera. L’opera prima di Yoshida Daihachi, ispirata al romanzo di Motoya Yukiko esordisce in una splendida giornata di sole di una magnifica zona rurale in piena estate.
Una ragazza sta aspettando il bus, la strada è un nastro grigio d’asfalto che si snoda in mezzo ai prati verdi ed è ancora vuota. Sulla carreggiata, un gatto nero. La corriera che sopraggiunge cerca di schivarlo, uscendo di strada, il gatto lascia della strisce rosse di carne e sangue sulla strada grigia vuota.
La ragazza è la liceale Wago Kiyomi e i suoi genitori sono morti nell’incidente. Per il funerale la famiglia intera si riunisce. Kiyomi vive col fratello Shinji e la moglie dolcemente svagata, che lui maltratta senza che lei reagisca. Arriva da Tokyo anche la sorella maggiore Sumika (Sato Eriko), attrice bellissima.
A poco a poco si svelano i retroscena terribili del rapporto tra i tre fratelli Wago. Sumika è andata via di casa, senza il consenso del padre, che ha quasi cercato di uccidere, e dopo aver sedotto Shinji si è prostituita per racimolare la somma necessaria a fuggire in città. Kiyomi, appena quattordicenne, ha visto tutto, ha creato un manga sulla storia della malvagia sorella, vincendo anche un premio e rovinandone la reputazione nel piccolo villaggio. Kiyomi spia tutto quello che accade e possiede un talento straordinario, non meno della cattiveria della sorella, per trasferire sulla pagina la vita reale e le tragedie che la circondano. La meschinità e la mancanza di remore di Sumika diventano nutrimento e ispirazione per la matita di Kiyomi, che non può trattenersi dal disegnare. Kiyomi non è meno colpevole della sorella maggiore, e sopporta remissiva e docile le angherie di Sumika, che sta quasi per ucciderla con un bagno bollente e la costringe a recitare di fronte a parenti e amici le sue lodi fino allo sfinimento. Il lato sicuramente più interessante però del film è che la vicenda di conflitti familiari è arricchita dal contrasto tra due ambienti, uno concreto ben descritto, quella del pacifico e quieto paesino rurale e quello della grande città solo suggerito attraverso i flashback e le lettere al regista scritte da Sumika. Il regista crea un efficace contrapposizione tra l’apparenza placida e splendida della campagna e i marci e riprovevoli retroscena che in questa realtà, che dovrebbe essere rassicurante, si celano.
Spettacolare e un po’ troppo calcato e ad effetto in alcuni momenti, il film si snoda comunque con padronanza, e definisce comunque in modo adeguato le psicologie e i temi che affronta.
(Cecilia Collaoni http://www.asianfeast.org/)
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31 Marzo – FULCI LIVES!
DOMENICA UNCUT
FULCI LIVES!
LA TRILOGIA DELLA MORTE
Nel giorno di Pasqua, tripla proiezione per
ricordare e festeggiare il maestro Lucio Fulci.
Ore 18:30
Paura nella città dei morti viventi (1980)
Ore 21:00
…E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981)
Ore 23:00
Quella villa accanto al cimitero (1981)
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PROIEZIONI GRATUITE
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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LUCIO FULCI 
(Roma, 17 giugno 1927 – Roma, 13 marzo 1996)
Se il peggio che possa capitare a un genio è quello di essere compreso, quella del dottor Lucio Fulci, trasteverino papà dell’horror all’amatriciana, artista maledetto per partito preso e burbero per vocazione, fu una vita fortunana. Forse. «Io so’ come i macchiaioli, sputtanati dai manieristi toscani solo perché dipingevano sulle scatole dei sigari; poi però loro so’ rimasti, i manieristi spariti», chiosava, dopo il successo di pubblico dei suoi film trucidi e vischiosi. Strano come certi epitaffi dimostrino che le virtù acquisite colla morte abbiano effetto retroattivo. A Fulci noi volevamo bene; come cronisti di cinema eravamo tra gli ultimi ad averlo intervistato, prima per La Voce di Montanelli («Salutami Indro, chissà se si ricorda di me…», borbottava), poi per Il Giornale. Erano anni in cui il cinecritico Gianni Canova aveva già provveduto a rivalutarlo, e la regista Antonietta De Lillo girava i festival con un corto che era una sorta di soliloquio-testamento del regista: Lucio, a riguardarselo, gongolava come un bambino: « ‘a Spe’, ce l’ho fatta – ci sorrideva – manno fatto ‘un film e nun zo’ ancora morto…».
Tipo curioso, Fulci: barbaccia ispida e sguardo incazzoso si trascinava sulle stampelle, ringhiando come quei vecchi bucanieri dei romanzi di Stevenson. La vita lo aveva mazzuolato ben bene: grossi problemi familiari, il livore attanagliante dei critici cinematografici, la salute che se ne andava lentamente, a piccoli passi, come Ingrid Bergman nel finale strappalacrime di Casablanca, che il buon Lucio non aveva mai considerato un granché. Più che le sue opere, è la sua parabola personale a sbalordire. Già laureato in medicina Fulci si iscrive al Centro Sperimentale di cinematografia. Per gioco. All’esame finale fissa spudoratamente Luchino Visconti: «Scusi dotto’, mo je elenco tutte le inquadrature che lei s’è fregato da Renoir». Promosso col massimo dei voti. Ma non si butta subito nel cinema. Transita prima nella critica d’arte discettando d’impressionismo e buone letture con Umberto Saba e Vitaliano Brancati. Tenta di fare il giornalista musicale, coll’unico privilegio di farsi spennare a dadi da Ella Fiztgerald nel backstage di un concerto romano.
Fulci era un raro esempio di cinematografaro a 360°, di “terrorista di generi”, (nel senso che entrava in un genere, lo sfondava e passava al successivo); negli anni ’50 scrive melodrammoni tipo Schiava del peccato e s’inventa commedie come Ci troviamo in galleria, Totò all’inferno. Come aiuto regista sempre di Steno ne L’uomo la bestia e la virtù riesce al tempo stesso a: perdere l’amicizia di Totò che l’aveva accusato di una tentata tresca con la compagna Franca Faldini; a passare le nottate sul tavolo da poker con Peter Lorre e John Huston; ad ubriacarsi con Orson Welles al quale insegna il romanesco, ricevendo in cambio la confidenza di essere sull’orlo del baratro “per colpa di quel mignottone di Rita Hayworth”. Da regista, Fulci fa di peggio. Lancia un certo Adriano Celentano, rispolvera col western la stella appannata di Franco Nero, dà lavoro al giovane esperto di effetti speciali Carlo Rambaldi (in seguito premio Oscar con Spielberg) e fiducia a un paio di caratteristi che i produttori avevano marchiato solo come macchiette da avanspettacolo. Si chiamano Franchi & Ingrassia. Fulci fu, senz’ombra di dubbio, uno dei registi più censurati d’Italia. Lo boicottavano per primi i produttori. Lo boicottavano perfino gli attori. Per non parlare poi degli uomini politici.
(Francesco Specchia – http://www.nocturno.it/)
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Paura nella città dei morti viventi
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Il film più truculento di Fulci e forse l’unico in grado di competere a livello visionario con “L’Aldilà”. La scena iniziale nella quale si assiste al suicidio del prete è memorabile e splendidamente fotografata. Per non parlare della scena in cui la ragazza sepolta viva si sveglia e prende coscienza della sua disperata situazione: un gioiello di tecnica,suspance ed angoscia mescolate sapientemente. Forse una delle più belle scene girate da Fulci. Per quanto riguarda il settore splatter..bhè..è un vero massacro..Michele Soavi (che fa una comparsata) fa una finaccia assai orrida ed addirittura in una sequenza una ragazza rigetta dalla bocca le sue interiora!!!
Un MUST !!!
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…E tu vivrai nel terrore! L’aldilà
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Visionario, allucinato, macabro, usa la telecamera come un occhio spettrale che guarda i personaggi vagare fra incubi, zombi e fiumi di sangue. Alto il livello di splatter , con alcune scene memorabili (più volte verrà imitata in vari horror d’oltreoceano, la sequenza dei ragni che divorano uno sfortunato Michele Mirabella) e decisamente validi gli effetti speciali curati da Giannetto De Rossi. Nonostante il basso budget, l’atmosfera che si respira è estremamente cupa ed efficace, grazie anche all’eccellente lavoro svolto da Sergio Salvati come direttore della fotografia.Il finale di pellicola e’ quanto di piu’ vicino possa esistere ad un quadro apocalittico e le musiche di Fabio Frizzi, commentano tutto il film con pezzi enfatici e macabre litanie .
“L’Aldilà” resta un gioiello dell’orrore sospeso fra macabra poetica e violentissima carnalità.
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Quella villa accanto al cimitero
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L’ultimo dei grandi horror di Lucio Fulci torna ad affondare nella materia, dopo le incursioni astratte di Paura nella città dei morti viventi e L’aldilà…
Quella villa… – Fulci lo riconosceva – è il film più inquietante e spaventoso del ciclo proprio per questo, a causa cioè del convergere di paure basse, viscerali, ctonie – il mostro acquattato nel buio della cantina, pronto a ghermire e a fare male, tagliando, lacerando, compiendo impossibili operazioni chirurgiche – e di angosce mentali, rarefatte e impalpabili, come i fantasmi che alla fine sottraggono il bambino a Freudstein per condurlo con sé chissà dove. Sul nome dell’orco, Freudstein (questo era il titolo con cui il film venne inizialmente annunciato), che sembra indossare una casacca da soldato nordista, col volto da insetto e il corpo farcito di pus e vermi, né più né meno come il prete maledetto di Paura, Stephen Thrower nel suo libro Beyond Terror parte per la tangente, tirando in ballo complesse costruzioni psicanalitiche ancora più terrificanti del plot di Dardano Sacchetti.
Uno specimen? «Quali possibili connessioni esistono tra queste due figure (Freud e Frankenstein, che comporrebbero il nome del mostro, ndr)? Una è esistita realmente e ha indagato la verità attraverso i fantasmi dell’immaginario. L’ altra era inventata e divenne una delle metafore basilari della hybris senza Dio del ventesimo secolo. In qualche modo esse si rincorrono l’una con l’altra. Le teorie di Freud sul complesso di Edipo trasferiscono le relazioni tra padre e figlio in quelle tra mostro e avversario.
Frankestein è il padre il cui desiderio di sostituirsi a Dio sfocia nella creazione di un mostruoso figlio…».
(Estratto della recensione di Davide Pulici http://www.nocturno.it/)
14 Marzo : MANGIA IL RICCO / JOHN DIES AT THE END
DOMENICA UNCUT
Domenica 24 Marzo
Ore 18:30
MANGIA IL RICCO
di Peter Richardson, 1987.
Ore 21:00
JOHN DIES AT THE END
di Don Coscarelli,2012.
(VO. Sott. in italiano)
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MANGIA IL RICCO
Alex è un cameriere di colore e lavora in un ristorante di lusso a Londra. Per una inezia viene cacciato e si trova così senza un soldo e senza lavoro. Alex medita vendetta mentre il potente ministro della difesa, personaggio ambiguo e violento, conquista un crescente favore popolare. La situazione politica precipita e Alex decide allora di fare la rivoluzione con alcuni amici. Per prima cosa si impossessa del suo vecchio locale massacrandone i proprietari poi comincia a gestirlo in maniera piuttosto particolare.
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La Soy Sauce è una nuova potentissima droga in grado di rendere visibili creature provenienti da altri mondi. Molti suoi consumatori tornano tuttavia dai “viaggi” completamente cambianti e con sembianze niente affatto umane. Alieni minacciosi stanno infatti utilizzando i corpi dei giovani ragazzi tossici come veicolo per invadere la terra. Solo due giovani nerd sembrerebbero gli unici in grado di salvare le sorti dell’umanità…
Il nuovo film di Don Coscarelli (“Phantasm”, 1979, “Bubba Ho-Tep”, 2002) è denso di simbolismi, metafore, dadaismi, invenzioni e creature degne di un Salvador Dalì cinematografico quale mostra di essere nel dipingere (più che filmare) questo prodotto molto onirico e assai poco – strettamente – cinematografico.
Qual’è la differenza tra un film e un sogno? Già, bella domanda. O tra un film e un incubo, sarebbe meglio chiedersi. Ma, d’altra parte: qual’è la differenza tra un sogno e un incubo? Queste, e altre domande mi ha stimolato “John Dies at the End”, pellicola molto attesa con la quale apro con contentezza il nuovo anno di recensioni. Dico con contentezza perché Coscarelli ci stupisce davvero, anche con effetti speciali, ma soprattutto con una storia cui dovrebbe esser dato un premio solo per la sceneggiatura, un dipinto, come dicevo all’inizio, più che una “scrittura filmica”, fatto di pennellate evocative che sfumano i loro contorni da un’immagine all’altra, creando arcobaleni gocciolanti che diventano mostri alieni ragnosi e imputriditi, per poi trasformarsi in maschere grottesche alla Max Ernst. La storia in sè non interessa a Coscarelli, che forse è ispirato da un Borroughs, da un Lovecraft, ha letto il libro omonimo di Wong da cui trae la sceneggiatura, ma poi si differenzia da queste ispirazioni perturbanti-letterarie lanciandosi nel reef del suo immaginario inconscio portandosi dietro gli spettatori tutti all’inseguimento.
Ci troviamo nella provincia statunitense, in compagnia di due amici trentenni, Dave ( Chase Williamson) e John (Rob Mayes). John si imbatte in un gruppo di giovani ad uno sconclusionato concerto di un gruppo di provincia, e durante tale evento viene introdotto all’uso di una strana droga, la Soy Sauce, nera, petroleosa e improbabile sostanza iniettabile. Dave annusa l’imbroglio cosmico e rifiuta di assumerla, ma per sbaglio si punge con una siringa di John, e scopre così che gli alieni usano i corpi degli inetti umani per invadere la terra. Il film è un fuoco d’artificio semidelirante, deliberatamente autoironico in alcune sequenze (come quella in cui la maniglia di una porta si trasforma in un grosso pene), a tratti difficilmente comprensibile nei suoi sviluppi e nelle sue contorsioni nelle quali domina sempre la visionarietà di un regista che se ne frega bellamente di tutti gli stilemi drammaturgici perturbanti e horror. Coscarelli cucina con la sua fantasia allo stato puro, mescolando ingredienti e provando nuove salse in un turbinio continuo di espedienti e inquadrature che non stancano mai, nonostante i 99 minuti di pellicola.
Forse alcuni dialoghi avrebbero potuto essere in verità debitamente accorciati, e poteva forse avere una funzione più pregnante anche la cornice narrativa del drugstore nel quale Dave racconta la sua incredibile storia a un ambiguo giornalista, un Paul Giamatti dannatamente sornione, come lo Stregatto di Alice. Eccola qui d’altronde l’associazione giusta: “John Dies at The End” è la versione maschile (omosessuale?) di “Alice in wonderland” di Lewis Carrol, una specie di “giorno del non-compleanno” del sottogenere a noi caro, dove tutto può accadere.
Non dobbiamo certo nasconderci che “John Dies at the End” è un film difficile, sicuramente astruso per certi palati abituati ai soliti plot horror, così rassicuranti nella loro cornice di inquietudini costruite a tavolino dai sempiterni Michael Bay and company.
Qui siamo su un altro pianeta, insieme ad Alice, appunto, col Cappellaio Matto, lo Stregatto e altro ancora, senza che ci vengano tuttavia risparmiate scene gore e pennellatine alla Lynch (come la protesi alla mano della giovane Amy). Come può mancare, in questo contesto “il portale” verso un altrove alieno? Lo troverete, naturalmente, ma naturalmente uguale e insieme diverso da come ve lo aspettereste. “John Dies at The End”: oggetto molto bizzarro e proprio per questo da vedere e studiare con attenzione e cura.
17 Marzo
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 17 MARZO
Ore 18:30
GUMMO
di Harmony Korine, 1997.
***
Ore 21:00
BULLY
di Larry Clark, 2001.
(VO sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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Xenia, Ohio. Un tornado ha distrutto gran parte delle abitazioni e decimato la popolazione (fatto realmente accaduto, siamo nel 1970). Anni dopo nulla è cambiato. Il trauma psicofisico causato da un evento naturale che ha il sapore di un diluvio universale mancato (punizione divina?) lascia nelle mani dei bambini una cittadina sperduta nel midwest statunitense.
Harmony Korine esordisce alla regia due anni dopo la convincente (e controversa) sceneggiatura di “Kids” e si distingue subito per originalità e per esplicita noncuranza delle regole del cinema mainstream americano. Un grande numero di tableaux autoconclusi e disturbanti si sovrappongono l’uno all’altro fino a formare una costruzione confusa e spiazzante. Utilizzando le prerogative del cinema direct, l’improvvisazione, la macchina a spalla, una colonna sonora slegata e frammentaria, un montaggio non lineare e alogico, il giovane autore sfida il pubblico a dimenticare la rassicurante confezione estetico-narrativa della produzione hollywoodiana e ad addentrarsi in un mondo crudele e amorale, grottesco e marginale ma sempre, e qui risiede la sua forza, credibile.
Le fantasie più assurde e animalesche di Korine non fanno che trarre spunto dalla vita reale, dal white-trash nichilista (e inconsapevole) delle periferie cittadine, dall’ignoranza dilagante di frange sempre meno marginali della popolazione americana. I bambini-padroni di Xenia(che uccidono gatti, sniffano colla, compiono atti vandalici di ogni sorta) saranno gli adulti di domani. I pochi adulti rimasti non si distinguono dai bambini per ferocia e insensatezza.
La visione è raccapricciante ma supportata da una riflessione disarmante: la mancanza di educazione e cultura non può che generare una recessione sociale e una bestialità mostruosa.
L’atmosfera in equilibrio fra un surrealismo decadente e un realismo grottesco sembra minacciata da una forza invisibile e malvagia, opprimente (le luci fluorescenti usate sul set contribuiscono visivamente). Come se un nuovo uragano fosse pronto a radere al suolo questa realtà autogestita e fallimentare.
Si lascia la sala con un senso di indefinito fastidio, nauseati dalle aberrazioni che l’uomo stesso può provocare, come se lo spleen in salsa trash in cui siamo stati immersi per 90 minuti si fosse impadronito di noi, insinuandosi nelle pieghe della nostra coscienza. Un film che lascia il segno nel bene o nel male.
Curiosità: Gummo è il soprannome di uno dei cinque fratelli Marx. Il meno conosciuto, dal momento che abbandonò quasi subito la recitazione e si dedicò alla gestione di un’agenzia teatrale.
(Matteo Ruzza http://www.pellicolascaduta.it/)
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Larry Clark è indubbiamente un artista scomodo, anche perché da decenni sente l’urgenza di svelare il vero volto, quello votato all’annichilimento di sé, di una parte dei giovani americani.
Questo Bully è il suo terzo lungometraggio e narra di un gruppo di amici, tra i diciotto e i vent’anni, che decidono ad un certo punto di uccidere un loro coetaneo per non subire più le sue angherie e malvagità. Il ritratto, quindi, di giovani di buona famiglia, fottuti motherfuckers senza alcun obiettivo nella vita, che non sia quello della soddisfazione del piacere istantaneo, dissipati tra metamfetamine, sesso meccanico e incomunicabilità.
Un ritratto purtroppo non distante dalla realtà delle nostre metropoli contemporanee…Clark all’epoca dichiarò: “Bully non è un film ipocrita. E poi, ormai, i crimini dei giovani, gli omicidi con moventi distorti di amici o genitori, accadono in tutto il mondo. E’ inutile continuare a fingere che siano casi isolati o estremi…Mi interessa molto capire le reazioni che il mio film provocherà in altri paesi dove, ne sono convinto, ci sono tanti ragazzi come quelli del mio film. Non cercavo solo lo scandalo: volevo non falsificare una parte precisa della realtà che ci circonda e che dobbiamo guardare senza i falsi sogni e le torte di mele delle favole di Hollywood”.
La rappresentazione della superficialità, dell’indifferenza e dell’inconsapevolezza dei protagonisti del suo film è un atto d’accusa deciso contro la capacità educativa di una società, la nostra, che ha ormai in mente solo il profitto e il consumo. Il film è girato con uno stile secco e distaccato, la storia è tratta da un episodio di cronaca realmente accaduto, gli attori stanno recitando fino ad un certo punto (l’attore Brad Renfro è recentemente scomparso a causa di un overdose…). Ciò che colpisce allo stomaco lo spettatore è l’assoluta mancanza di coscienza morale dei giovani protagonisti, derivante però dal totale fallimento dell’educazione impartitagli da genitori assenti e lontani anni luce dalla vera realtà dei loro figli.
La geniale sequenza finale del film è paradigmatica di tutto questo, mostrando i ragazzi, durante il processo, ignari di ciò che gli accadrà tanto sono chiusi in un universo autoreferenziale e avulso dalla realtà circostante ed i parenti, tra il pubblico, che li osservano inebetiti come se li conoscessero solo in quell’istante veramente per la prima volta.
Colonna sonora da brividi con Cypress Hill, Eminem, Fatboy slim, Thurston Moore, Tricky…Indigesta, ma preziosa, gemma inedita in Italia, assolutamente da recuperare.
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10 marzo
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 10 MARZO
Ore 18:30
THE BOTHERSOME MAN
di Jens Lien, 2006.
(VO sott. in italiano)
***
Ore 21:00
BEYOND THE BLACK RAINBOW
di Panos Cosmatos, 2010.
(VO sott. in italiano)
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“La verità non esiste e la vita come la immaginiamo di solito, è una rete arbitraria e artificiale di illusioni da cui ci lasciamo circondare” questo secondo Lovecraft , ma forse anche secondo Andreas (Trond Fausa Aurvaag) che ,“rilasciato” nel deserto, unico passeggero su un autobus senza ritorno, e destinato al ruolo di piccolo contabile di un’asettica holding, in una sorta di Oslo purgatoriale, assiste al proprio ingresso in una strana comunità, in cui tutto è assunzione impersonale e distacco.
Il film si apre con una scena agghiacciante per ipotesi psicologica, e presto reiterata nel film a rappresentare il disagio di un uomo, che ha colto le rimozioni di chi gli sta intorno, e sa di essere assolutamente estraneo ed alieno ai suoi meccanismi. La società di Den brysomme mannen è moderna, controllata e superficiale: è tutto perfetto, ineccepibile ma le persone dell’ufficio ad esempio, sembrano discorrere ed essere quasi ossessionate da cataloghi di arredamento e da un’idea programmatica in cui essere felice, significa non mancare le scadenze o gli accessori.
Fanta thriller esistenziale, Den brysomme mannen sembra distillare il meglio dei personaggi di Lynch e Kaurismaki, con un incipit da satira della società e del costume odierno norvegese (non è un caso che il film sia stato distribuito anche con il titolo Norway of life), che procede quasi a ritroso sui binari di un horror beckettiano, dove il protagonista in un crescendo di reazioni e proteste che culminano nella scena della metropolitana, capirà che dovrà rompere gli schemi e il diaframma convenzionale dell’universo rigido, in cui vaga come outsider, per tornare al grande nulla accecante, forse freddo, ma inizio sostanziale di ogni cosa.
Quasi una fiaba macabra e senza lieto fine, dove la proiezione però di una via di uscita, la misteriosa melodia che emana dalla fenditura di una parete, sarà l’inizio della frattura e la conclusione dell’idillio con gli strani abitatori del film…Andreas è esiliato, licenziato perché ha squarciato il velo dell’ignoto e una volta assaggiata la realtà, non è più possibile tornare indietro o affrancarsene.
Trionfatore de la settimana della critica di Cannes del 2006, con un elenco di nominations per festival, quasi interminabile, Il film non è mai stato distribuito in Italia . E’ stato diretto da Jens Lien (Johnny Vang), misconosciuto al nostro pubblico, e rinnovatore insieme al regista Bard Breien ( “Kunsten a Tenie negativt”, L’arte del pensiero negativo), dei registri della black comedy nordica, che mescola l’orrore che nasce dalle maschere del quotidiano (consumo estemporaneo della civiltà e delle sue derive), con il teatro esistenziale e crudele dell’assurdo.
(Estratto della recensione di malvasya http://www.splattercontainer.com/)
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Beyond the Black Rainbow è un film talmente al di fuori dai canoni attuali della fantascienza che, a prescindere dal risultato finale, da una buona idea di quanto fertile possa talvolta essere il terreno delle produzioni indipendenti odierne. Pur nella sua unicità, il film del regista canadese Panos Cosmatos è anche il tipico esordio concepito come atto d’amore nei confronti di una precisa stagione cinematografica, nello specifico quello della fantascienza distopica che ha avuto il suo periodo di massimo splendore tra la fine degli anni sessanta e il decennio successivo.
Sintetizzandone e in un certo modo aggiornandone le intuizioni estetiche, il lavoro di Cosmatos si pone quindi come ultimo arrivato di una famiglia che può contare su illustri esemplari come 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick, THX 1138 di Lucas e Solaris di Tarkovsky, tanto per fare i nomi più altisonanti. Un cinema che si esprime attraverso uno stile visivo curatissimo, fatto di suggestioni estetiche tra lo psichedelico e il metafisico sorrette da trame spesso ermetiche e tendenti al filosofico. Se recentemente lo splendido Eden Log di Franck Vestiel ha dato un profilo moderno a questo genere, l’approccio di Cosmatos è al contrario chiaramente revivalistico, pur non limitandosi ad un recupero pedissequo dello stile della fantascienza dell’epoca ma anzi aperto anche a suggestioni dei decenni successivi, evidenti ad esempio nelle sonorità synth che accompagnano le immagini.
Trip ipnotico pregno di immagini simboliche e surreali, Beyond the Black Rainbow è, prima di tutto, una ricerca estetica d’avanguardia che si pone a metà strada tra il concetto tradizionale di “cinema” e la videoarte. Riflesso della medaglia è che tali ambizioni estetiche non trovano un degno supporto nell’impianto narrativo, veramente povero ed inconcludente, aspetto che risulta essere il grosso limite del film ed inevitabile spartiacque per il pubblico.
Immergersi nel magma sintetico di Cosmatos può risultare tanto tediante quanto un’esperienza unica, in ogni caso è un tentativo vivamente consigliato. Nel peggiore dei casi vi farete una gran dormita, nel migliore vedrete cose che gli altri esseri umani possono solo immaginare.
(Grinderman http://www.splattercontainer.com/)
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3 Marzo
DOMENICA UNCUT
Domenica 3 Marzo
NOBORU IGUCHI PAPA!
Ore 18:30
ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD
di Noboru Iguchi, 2011.
(VO sott. in italiano)
Ore 21:00
DEAD SUSHI
di Noboru Iguchi, 2012.
(VO sott. in italiano)
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NOBORU IGUCHI è il maestro riconosciuto dei B-movies trash. Una sorta di Ed Wood in salsa splatter-demenziale. Come spesso accade a chi estremizza i suoi prodotti e trasmette al pubblico il divertimento che prova a realizzarli, è ormai un regista di culto e i suoi film girano i festival di mezzo mondo. Anche se talvolta le sue trovate possono dar fastidio o provocare addirittura la nausea, non si può negare che si sia in presenza di un talento inventivo, seppur al servizio della distorsione visiva e comunicativa. A fianco di una lunga esperienza nel campo degli Adult Video, in cui ha fatto film su quasi ogni aspetto delle perversioni sessuali, Iguchi ha realizzato – spesso in cooperazione con Nishimura Yoshihiro, mago degli effetti speciali e più volte regista di film analoghi di grande successo – vari film che uniscono sesso, horror, splatter, fantastico e ogni possibile genere e contaminazione di genere.
Dead sushi, realizzato l’anno dopo il successo della commedia horror Zombie Ass, definita “escatologica”, in cui gli zombie escono dal water, è un film che non può mancare in una maratona di mezzanotte degna di questo nome.
[Franco Picollo http://sonatine2010.blogspot.it/]
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ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD 
Zombie Ass di Noboru Iguchi racconta di un gruppo di amici che parte in vacanza nei boschi. Niente di nuovo, dite? Beh si, ma questa volta il film non si prende sul serio neanche per cinque minuti e fa una delirante variazione sul tema. Una ragazza del gruppo ingerisce un verme trovato in un pesce per restare magra (???). Subito dopo il gruppo viene aggredito da uno zombi che li costringe a fuggire verso un mucchio di costruzioni e, soprattutto, verso un bagno, visto che l’aspirante modella ha dei crampi orribili. Malgrado le condizioni igieniche degne del bagno di Trainspotting, la giovane decide di usarlo comunque e nel mentre qualcosa si muove sotto di lei…
Durante la fuga da una prima ondata di zombi maleodoranti e ricoperti di liquami, i cinque si rifugiano in casa dello strano Dr. Tanaka e di sua figlia Sachi. Inizia l’assedio e, a garantire una buona dose d’azione, c’è la protagonista che padroneggia le arti marziali.
Delirante, imbarazzante, divertente, spesso di pessimo gusto, con brutti effetti speciali e un bodycount prevedibilissimo, il film non delude le aspettative di chi decide di passare la serata guardando qualcosa dal titolo così improbabile. Tutti gli stereotipi jap del genere sono rispettati: bondage, divise da studentesse tagliate in punti chiave, mostri vermiformi e fallici, scienziati pazzi, ecc. Il regista ha dichiarato di voler fare un film con persone infettate da parassiti e con belle ragazze che “fanno aria”: un proposito infantile su carta, ma ben realizzato e divertente.
Anche per gli standard giapponesi, questo film è estremo e non è certo adatto a chi si scandalizza o si schifa facilmente. A chi, invece, piace il genere il consiglio è di vederlo assolutamente: molto splatter, divertente, con belle scene di erotismo soft e un combattimento finale ancora più delirante del resto del film…
Zombie Ass è perfetto per una serata fra amici con un buon quantitativo di birra…
(DRIVER http://www.splattercontainer.com/)
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E se fosse il Sushi ad azzannare voi?
Noboru Iguchi ci svela un segreto spaventoso: anche il Sushi ha un’anima, dei sentimenti, una dignità. E soprattutto anche il Sushi ha fame, fame di Sushi Umano!!! Dopo aver visto il Trailer di Dead Sushi non potrete più guardare allo stesso modo un piatto di questa tipica specialità giapponese…il terrore che uno di quei bocconcini colorati si animi e vi azzanni la gola sarà troppo forte. Lo so. I ristoranti giapponesi doteranno i propri clienti di giubbotti di kevlar ed elmetti antiproiettile e, fra le norme, oltre ad assicurarvi che il pesce con il quale è stato realizzato il sushi è freschissimo, i proprietari dei locali dovranno garantirvi che il Sushi è stato ucciso prima di essere servito in tavola.
Lo so. Avrete paura.
Grazie Noboru Iguchi, maestro di saggezza, non vediamo l’ora di goderci questa tua nuova opera, un capolavoro annunciato.
Recitano, combattono, mangiano e uccidono Sushi in questa pellicola Rina Takeda e Shigeru Matsuzaki…Dead Sushi!!!
(Actarus http://www.splattercontainer.com/)
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Domenica 20 Gennaio
DOMENICA UNCUT
20 GENNAIO
Ore 18:30
VIVA LA MUERTE
Fernando Arrabal, Francia, 1970.
(V.O. sott. in italiano)
+++
Ore 21:00
J’IRAI COMME UN CHEVAL FOU (I will walk like a crazy horse)
Fernando Arrabal, francia, 1973.
(V.O. sott. in italiano)
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“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia, non è un’estetica, non è una definizione, non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza, non è questo e non è nemmeno quest’altro.”
(Fernando Arrabal)
Fernando Arrabal è una delle figure più controverse e geniali del secolo passato, ha ottenuto vari plausi internazionali in tutto il mondo con le sue opere in campo letterario, cinematografico e teatrale.
Famoso soprattutto per aver fondato assieme ad Alejandro Jodorowsky e Roland Topor il cosiddetto ‘teatro panico’, un teatro in cui il sogno e la dimenticanza formano l’intessitura della narrazione, Arrabal è invece poco ricordato in campo cinematografico, dove tra il 1970 e il 1975 sfornò ben tre film di livello eccellente (ricevendo soltanto un premio Pasolini), ovvero “Viva La Muerte” (1970), “J’irai comme un cheval fou” (1972) e “Guernica” (1975).
Ed è proprio nel 1972 che lo spagnolo tirò fuori dal cilindro il suo capolavoro assoluto.
Un Arrabal sfacciatamente autobiografico, in “Viva La Muerte”, ci aveva raccontato il rapporto edipico tra Fando e sua madre, autoritaria e religiosamente bigotta. “J’irai comme un cheval fou” ricomincia proprio da qui.
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Non più bambino, non ancora ragazzo: Fando è nell’età della presa di coscienza della realtà. E la realtà rivelata parla di una madre, fino a quel momento amore sviscerato, che ha denunciato il marito ai fascisti facendolo arrestare.
La storia è fortemente autobiografica, riversata dapprima in un libro, quindi su pellicola. Ma il mondo che Arrabal sceglie di rappresentare non è tanto quello corrotto del regime franchista, quanto quello interiore di Fando, attraverso la sua – la propria – immaginazione.
Dalle edipiche rielaborazioni in chiave erotica dei gesti materni, accompagnate dalla possibile morte del padre, man mano che matura la propria presa di coscienza Fando inizia prima ad associare l’immagine della sua ‘sola amica’ a quella della madre, suo ‘solo amore’, quindi a punire quest’ultima per il suo misfatto. Sogno e realtà si alternano, fino a sconfinare l’uno nell’altra quando Fando si ammala: l’interazione è corretta, si tratta pur sempre di un processo mentale.
Un discorso a parte meriterebbero i titoli di testa, permeati dell’angoscia, della ferocia, della blasfemia proprie del film che deve ancora iniziare, che scorrono come un gioco accompagnati da una cantilena infantile: 5 minuti, un capolavoro.
Il denso simbolismo in ogni immagine, tutto il surrealismo della rappresentazione sono fortemente evocativi: l’immagine del padre interrato fino alla testa è esplicitamente bunueliana, e si protrae un istante dopo con le mosche che camminano sul viso di Fando – il passaggio da una sequenza immaginata dal bambino ad una ‘reale’ ha come costante il riferimento metacinematografico.
Di diverso, rispetto alla tradizione (ormai conclusa da un pezzo) espressionista, vi è una sconvolgente crudezza, una violenza naturale, che invece non può che riferirsi al preciso contesto, al doppio rapporto di Arrabal da un lato con l’autorità della famiglia, dall’altro a quella fascista: immaginare una schiera di bambini che si scaglia contro i militari, contro i preti, contro tutti i simboli del potere, gli artefici della dittatura franchista, significa sottrarsi a queste autorità, significa comprendere e resistere.
In una sequenza sono concentrati tutti i significati del film: Fando taglia la testa al pupazzo che rappresenta il padre, e subito si guarda le mani, sporche di sangue. Arriva il nonno, riattacca la testa, leva il pupazzo di prigione e ci pianta sopra una bandiera rossa.
Rivoluzionario dapprima con l’immaginazione. L’immaginazione è un atto di violenza.
Glauco Almonte (http://www.cinemadelsilenzio.it/)
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Nei titoli di testa l’incubo di Fussli: in un interno borghese un demone scimmiesco si siede in maniera decisa sul corpo di una giovane donna riversa sul letto, quasi da soffocarle il respiro. La citazione del poeta svizzero ci immerge immediatamente in un clima di surrealismo didascalico e si percepisce subito un disagio derivante dal legame uomo-natura.
Aden (questo il nuovo nome utilizzato dal protagonista) è cresciuto, ha ucciso la madre, le ha rubato tutto ed è in fuga verso il deserto dilaniato dai sensi di colpa. Il loro rapporto di amore ed odio lo ha sconquassato e attraverso dolorosi flashback ne veniamo a conoscenza.
Egli pensa e ripensa alla sua lacerazione infantile, agli orgasmi della sua generatrice con uomini orrendi e si masturba, si rivede bambino in una rastrelleria con una corona di spine in testa, rimembra le sue crisi epilettiche e le punizioni corporali subite.
Giunge nel deserto, luogo mistico di ascesi e di visioni, corroso dalla ricerca di una risposta sulle motivazioni del suo gesto atavico, ancestrale e supremo e qui viene a conoscenza di Marvel, una sorta di suo alterego pre-civilizzato. Questi è un nano (figura ricorrente anche nella filmografia dell’amico Alejandro Jodorowski) immortale e con poteri soprannaturali.
La chiave del film è rappresentata proprio da Marvel, personaggio funzionale alla riflessione sulla follia del mondo moderno consumistico di cui il regista spagnolo riprende i rituali, le ossessioni, le fobie, gli assilli e li delinea come tali.
Il freak rappresenta l’aldilà del bene e del male Nietzschiano: Adel inizialmente è intimorito, poi però, affascinato dal suo nuovo amico, decide di portarlo con sé nella civiltà, con l’obiettivo di renderlo ricco e felice.
” J’irai comme un cheval fou” è un un film fortemente iconoclasta, il teatro panico viene trasferito sul grande schermo per omaggiare il caos, per testimoniare la distanza abissale dal sè profondo dell’uomo contemporaneo e la sua impossibilità nel liberarsi del karma del proprio albero genealogico.
Ciò che ci viene raccontato è inimmaginabile, onirico e eccedente di metafore: Arrabal trascende la modernità rappresentando la grande nevrosi moderna attraverso la fantasia di deliri surrealisti, il tutto condito da uno humour Jarryano di fondo.
Più estremo di Sade e più diretto di Jodorowski, nei titoli di coda osserviamo l’ennesima citazione pittorica: un ritratto che raffigura una parodia di Gabrielle D’Estrees…
Cala il sipario.
“Arrabal è meglio di Fellini, di Ingmar Bergman… sta al cinema come Rimbaud alla poesia.”
(Raymond-Léopold Bruckberger, “Le Monde”).
(http://www.weltanschauung.it/)
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Domenica 13 Gennaio
DOMENICA UNCUT
Domenica 13 gennaio
Ore 18:30
KURONEKO
(藪の中の黒猫, Yabu no Naka no Kuroneko) di Kaneto Shindô, giappone, 1968.
(V.O. sott. in italiano)
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Ore 21:00
ONIBABA – Le assassine
( 鬼婆) di Kaneto Shindō , Giappone, 1964.
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PROIEZIONI GRATUITE
Presso:
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Tradate (Varese)
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KURONEKO
Un gatto nero (kuroneko), occhi gialli, magnetici, pelo brillante, compatto, appare e scompare misterioso in questo bakeneko eiga (film di gatti fantama), un horror liberamente ispirato a “Il ritorno del gatto”, favola giapponese del repertorio popolare che presta a Shindo Kaneto l’occasione per una storia intrisa di magia e mistero, realtà e fantasia, effetti speciali che scuotono con irruzioni fantasmatiche le solide certezze di una ripresa naturalistica, fatta di radure silenziose, chiome gonfie di alberi ondeggianti, labirintico incrocio di fusti di bambù nella foresta attraversata dai samurai.
Il nero è protagonista, come in ONIBABA (1964), attenuato da una ricca gamma di grigi che sfumano in trasparenze lattiginose e fluttuanti nei costumi delle due protagoniste
L’epoca è la stessa, un Giappone medievale devastato da guerre di clan, percorso da manipoli armati di ronin disperati alla ricerca di cibo e razzie, donne rimaste sole in un mondo che le stupra, le costringe alla fuga e infine le trasforma in demoni assetati di vendetta.
ONIBABA e KURONEKO nascono da identica matrice, pur nello sviluppo diverso delle vicende raccontate. Nel primo le parole della didascalia d’apertura, “Un buco profondo e nero la cui oscurità è arrivata dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni”, preparavano la caduta finale verso l’inferno delle due donne, culmine di una fuga travolgente chiusa dall’urlo straziante della vecchia: “Sono un essere umano!”. Qui l’inferno è il regno di divinità maligne con cui le due donne hanno stipulato un patto diabolico: uccidere tutti i samurai e succhiarne il sangue alla gola, trasformandosi in felino nero miagolante durante l’amplesso a cui li hanno attirati con seducenti evoluzioni.
Il martellare delle percussioni rompe silenzi profondi, musica concepita come pensiero unico che impregna di sé tutti gli strumenti in un crescendo orgiastico, ma la spettralità dell’elemento onirico/fantastico lascia spazio anche alla dolcezza di momenti elegiaci che in ONIBABA sono assenti, annullati dalla misura estrema di un racconto teso, lancinante, come avviluppato su se stesso, che non consente soste e trova in questo la sua straordinaria forza.
Il Kaidan eiga classico, modello narrativo di matrice Tokugawa (1603-1867), in cui convivono realtà fisica registrata con cura calligrafica ed elementi soprannaturali resi in chiave allegorica, trova in KURONEKO una realizzazione più puntuale, gli stilemi rientrano nel solco della tradizione narrativa giapponese più ortodossa, ma Shindo appartiene a quella generazione “di mezzo” che, come i suoi Maestri, non rinuncia a porsi con occhio critico di fronte alla realtà, proiettando sullo sfondo della grande Storia vicende individuali di vita e di morte, sesso e paura del soprannaturale, uomini e donne ridotti alla pura sopravvivenza dai disastri della guerra, dannati della terra e potenti signori che li tengono in ostaggio in un mondo da cui sembra sparita ogni pietà
(Paola Di Giuseppe – Indie eye STRANEILLUSIONI)
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…2 uomini in un canneto, fuggono da qualcuno, prede di una battuta di caccia. Dopo titoli di testa con musica jazz si passa a musica incessante, durante questa scena, da Kabuki, tamburi risuonanti eco con delle urla umane, il tutto è spaventoso e immediatamente si piomba in un’atmosfera da vita brutale e selvaggia.
Sono 2 cacciatrici. Per gli uomini non ci sarà pietà, saranno uccisi e gettati in un pozzo che fa da fossa comune, dopo essere stati spogliati di tutto. Uccisi per un sacco di miglio o riso, tanto paga il ricettatore, tanto occorre per sopravvivere. Si ha carne quando capita, un uccello dal canneto o un pesce dal fiume da arrostire. Il Giappone medievale è in guerra, 2 fazioni si contendono il regno ma sembra un tutti contro tutti. Le vittime erano 2 soldati in fuga, passati da una battaglia ad una trappola. Tornerà dalle donne un “loro” uomo, un vicino, non il loro figlio o marito.
Quel pozzo è il simbolo dell’animalità che insorge dalla profondità più nera dell’animo umano e della storia stessa dell’umanità. Umanità spazzata continuamente dal peso della violenza. Quel canneto mai domo, costantemente preda del vento, è una furia. Non c’è amore, solo sesso mascherato come tale, istinto irrefrenabile per la giovane donna e l’uomo superstite, non per questo meno caldo e sensuale. E’ qualcosa che sopravvive alla barbarie.
E’ la fede che cessa d’esistere. Dove i bisogni primari assillano non c’è spazio per il superfluo, però un legame rimane con lo spirito umano: la preoccupazione di comportarsi “correttamente”, il senso di appartenenza alla terra e ad un disegno più grande governato da leggi naturali, il timore che arrivi un demone a punire. La donna più anziana farà leva su questo per non perdere la giovane a vantaggio dell’uomo. Un piano perfetto ma causa-effetto sarà implacabile, le si ritorcerà contro come nemmeno poteva immaginare.
Film di vita rasente la morte ad ogni istante. Non la trama è essenziale, ma le immagini, ed i suoni che le accompagnano.
Olimpo degli Olimpi. Magia pura d’un’arte non classificabile in occidente. Imperdibile!!!
(Robydick – http://robydickfilms.blogspot.it/)
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Domenica 6 Gennaio
DOMENICA UNCUT
Domenica 6 Gennaio
Ore 18:30
COCKNEYS Vs. ZOMBIES
di Matthias Hoene, Uk, 2012.
(V.O. sott. in italiano)
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Ore 21:00
JUAN DE LOS MUERTOS
di Alejandro Brugués, Cuba, 2011.
(V.O. sott. in italiano)
PROIEZIONI GRATUITE
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COCKNEYS Vs. ZOMBIES
Gli zombi mi hanno un po’ rotto il cazzo, e secondo me pure ad alcuno di voi. Per carità, sono belli, cannibali, gore e mortali; sono la fidanzata perfetta – puzza a parte, ma forse tra di voi c’è chi si accontenta – ma con quel difetto della fidanzata perfetta che alla lunga caga il cazzo, per
ché gli si può dire quello che si vuole ma alla fine gli zombi restano zombi e che abbiano iniziato a correre o meno non fanno nulla di più di quelli di Romero, vecchi di 44 anni, e a dirla tutta fanno pure meno metafora sociale, e paura.
Cockneys vs Zombies è il film che per quest’anno ha salvato il genere dalla completa rottura di cazzo. È tipo l’unica commedia con gli zombi che non vuole fare Shaun of the Dead e riesce a far ridere molto comunque senza mai cadere nella parodia e nel banale; è quel miracolo divino che ti fa dire grazie d’esistere agli inglesi, agli zombi e grazie ad Alan Ford per le parolacce.
Per chi non lo sapesse: i cockney sono quei londinesi proletari che vivono nell’Est End della città e parlano il cockney, dialetto londinese che consiste nel mangiarsi più parole possibili e dire parolacce.
“Un film con zombi che SERVE.”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com
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JUAN DE LOS MUERTOS : GLI ZOMBIE INVADONO CUBA
A cinquant’anni di distanza dalla storica Revolución, una nuova rivoluzione sta per iniziare a Cuba. È quanto promette lo slogan di un film che uscirà nell’autunno del 2011 e che sta già riscuotendo un grande successo tra gli abitanti dell’isola – e non solo.
Juan de los Muertos fa parlare di sé per vari motivi. Primo: è un film cubano che non rispetta gli schemi osservati, tradizionalmente, dal cinema nazionale dell’isola comunista. Secondo: per essere un film locale e indipendente, ha un budget molto elevato per gli standard cubani (2.300.000 dollari). Terzo: è il primo film cubano… sugli zombie.
È una commedia-horror satirica e sanguinosa, che alternerà risate e smorfie di disgusto. Il regista Alejandro Brugues la descrive così: “È comunque un film molto ‘cubano’, che prende in giro il nostro modo di pensare e fare. Per esempio, ecco come reagiamo ai problemi: prima cerchiamo di ignorarli; poi proviamo a fare soldi sfruttando il problema; e infine ci buttiamo in mare e cerchiamo di scappare dal Paese. È proprio quello fanno i nostri eroi nel film”.
Il film prende in giro (leggermente) anche la retorica politica dell’isola. Appena i morti-viventi lanciano l’invasione, per esempio, i media nazionali accusano gli americani di sostenere i dissidenti-zombie con l’obiettivo di destabilizzare Cuba. Pian piano, però, si scopre che la storia è più complicata.
(http://bashiri-heri.blogspot.it/)
30 Dicembre
DOMENICA UNCUT
Domenica 30 Dicembre
OMAGGIO A VINCENT PRICE
Ore 18:30
L’ESPERIMENTO DEL DOTTOR K (Kurt Neumann, 1958)
Ore 21:00
L’ULTIMO UOMO DELLA TERRA (Ubaldo Ragona, 1964)
Ore 23:00
L’ABOMINEVOLE Dr. PHIBES (Robert Fuest, 1971)
PROIEZIONI GRATUITE
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Price nacque a St. Louis, nello stato del Missouri, da Vincent Leonard Price e Marguerite Willcox. Suo padre era presidente della National Candy Company. Suo nonno, Vincent Clarence Price, inventò “il lievito del dott. Price”, la prima crema di lievito tartaro, e mise al sicuro le fortune della famiglia. Vincent Jr. frequentò dapprima il St. Louis Country Day School, poi proseguì gli studi in storia dell’arte e in belle arti presso la Yale University. Iniziò a interessarsi al teatro negli anni trenta, apparendo professionalmente in palcoscenico a partire dal 1935, mentre il debuttò al cinema è del 1938 col film Servizio di lusso. Si impose all’attenzione di pubblico e critica come valente interprete, in particolar modo nel noir Vertignedel 1944 diretto da Otto Preminger.
Dopo altre pellicole più o meno fortunate nel 1950 Vincent Price passa al genere horror e interpreta il remake in 3D (il primo della storia) de La maschera di cera nel quale assume i panni del maligno proprietario di un museo delle cere capace di creare delle statue incredibilmente reali con un espediente non proprio ortodosso…Il ruolo di Price quindi è subito quello del cattivo e sarà così per la maggior parte dei suoi film dato che un viso teatralmente eccezzionale come il suo era perfetto proprio per tali tipi di ruolo. Dopo il megasuccesso dellla maschera di cera Vincent Price interpreta vari ruoli in serie tv tra le quali Alfred Hitchcock presenta, e film non proprio celebri, ma un pò di anni più tardi precisamente nel 1958, è nel cast di un altro capolavoro immortale della cinematgrafia di genere fantahorror: L’esperimento del dottor K . In questo film (del quale il grande David Cronenberg ne farà un celebre remake negli anni ottanta con il titolo La mosca) Price non è il protagonista e il suo ruolo è antitetico a quello precedentemente avuto per la Maschera di cera; è infatti uno dei personaggi positivi della triste vicenda del dottore che voleva vincere la materia. Alla fine sarà anche testimone dell’orribile fusione uomo/insetto che avviene nella pellicola.
Negli anni successivi interpreta un variegata serie di b movie dall’horror alla fantascienza tra i quali bisogna ricordare La casa dei fantasmi e Il mostro di sangue entrambi del geniaccio William Castle.Ma è subito dopo, all’inizio degli anni sessanta, che Vincent Price raggiunge il suo massimo splendore e precisamente con l’incontro del grande produttore/regista Roger Corman un tipo capace di trasformare carbone in lingotti d’oro… I due, accompagnati dallo scrittore/sceneggiatore Richard Matheson , danno vita a una serie di pellicole tratte dai racconti di Edgar Allan Poe di rara bellezza. In questi film che sono I vivi e i morti, Il pozzo e il pendolo, I racconti del terrore, I maghi del terrore, La città dei mostri, La maschera della morte rossa e La tomba di Ligeia Vincent Price concede delle interpretazioni eccezzionali dei sofferti personaggi di Poe, sempre in bilico tra realtà e sogno e in costante ascesa verso la pazzia.
Nessuno come Vincet Price ha saputo rendere vividamente sullo schermo i personaggi di Poe e questo grazie anche alla sua voce (Price sarà infatti più volte invitato a incidere la sua voce in opere di altro genere come nei dischi Thriller di Michael Jackson e Welcome to my nightmare di Alice Cooper ), unica nel trasferire le ossessioni e le inquietudini e i cambi di umore dei personaggi.
Dopo essersi consacrato col ciclo di Poe, Price continua senza sosta a lavorare tra pellicole di media e bassa fattura e usa la sua splendida voce anche nel doppiaggio. Negli anni sessanta partecipa a un’altra celebre serie televisiva, ovvero Batman con Adam West nel quale interpreta il cattivo Egghead , ma soprattutto è il protagonista di due film di culto quali L’ultimo uomo sulla terra splendida pellicola in bianco e nero tratta dal capolavoro letterario di Richard Matheson, Io sono Leggenda e girato interamente nell’allora avveniristico quartiere romano dell’Eur e un’altro capolavoro della storia del cinema: Il grande inquisitore del regista maledetto Michael Reeves da molti giudicata la migliore interpretazione di sempre. In effetti nel film l’attore dona al personaggio di Matthew Hopkins l’inquisitore tutta la cattiveria possibile, il volto di Price trasuda crudeltà da ogni poro è non servono effetti speciali per incutere timore nello spettatore, è sufficiente il suo sguardo malefico.
Tra i molti film che Vincent Price girerà negli anni a seguire prima della morte devono essere ricordati le due pellicole pop sul Dottor Phibes, dai titoli L’abominevole dottor Phibes e Frustazione opere nelle quali prevalgono una fotografia lisergica e l’originaltà dei delitti (ispirati alle dieci piaghe d’egitto), Oscar insanguinto di Douglas Hickox che segue le orme dei due film su Phibes (anche qui gli omicidi sono fantasiosi, addirittura ispirati alle opere di Shakespeare) e nel quale Price concede una superba prova da attore teatrale, testamento del suo inconfodibile stile, e infine la piccola parte dello scienziato in Edward mani di forbice del suo fan più accanito Tim Burton (che in precedenza aveva girato un corto in stop motion dedicato proprio al suo attore preferito dal titolo di Vincent). Pochi anni dopo aver partecipato al film di Burton , Vincent Price muore per tumore al polmone dopo aver sofferto una lunga malattia che gli costrinse un radicale allontanamento dalle scene.
Vincent Price è stato amato da una miriade di personaggi non solo legati al cinema. Sono tanti gli omaggi di gruppi musicali, scrittori, e artisti vari che citano Price come l’icona horror per eccellenza. Senza ombra di dubbio un personaggio di tale calibro ha contribuito a creare un epoca del cinema di paura che sicuramente rimarrà unica e non sarà dimenticata.
Sergio Di Girolamo (http://www.thefear.it/)
DOMENICA 23 DICEMBRE
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 23 DICEMBRE
Ore 18:30
SUICIDE CLUB
(aKa Suicide Circle 自殺サークル, Jisatsu Sākuru)
di Sion Sono, Japan, 2002.
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Ore 21:00
LOVE EXPOSURE
(愛のむきだし, Ai no mukidashi)
di Sion Sono, Japan, 2008.
Pausa di 15 minuti tra il primo e il secondo tempo.
Film in lingua originale, sottotitolati in italiano.
PROIEZIONI GRATUITE
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Un’immagine sfocata quella della società giapponese dipinta dal regista e sceneggiatore Sono Shion, come nella scena iniziale, in cui lo sguardo si perde fra la folla e in cui l’orecchio non percepisce alcuna conversazione, alcun movente. All’improvviso, 54 liceali nelle loro candide divise da scolarette si allineano su un affollato binario della stazione di Shinjuku, si prendono per mano e saltano all’unisono sotto un treno in transito. Una musica trionfale fa da colonna sonora al gesto estremo di una ‘tribù di soldatesse della morte’ e alla prima di una serie di violente sfide di una gioventù annoiata. Suicide Club esordisce con una premessa esaltante da horror che genera nella prima parte del film una trama convincente in cui si indaga sul misterioso suicidio di gruppo. Perché le ragazze hanno interrotto la loro esistenza insieme? Perché hanno voluto cristallizzare la loro vita nell’eterna immagine dei loro 15 anni?
In Suicide Club, nessun personaggio è a fuoco; il protagonista ora è uno, ora l’altro, ora un gruppo di liceali, ora una famiglia. La vera protagonista di questo film forse è la società, una società alienata ritratta fra i vagoni di un treno, fatta di passeggeri annoiati, di stanchi lettori di manga, di lavoratori nauseati. È una società alienata ritratta davanti a una TV che a intermittenza trasmette le notizie agghiaccianti dell’epidemia di suicidi e i videoclip delle “Dessert” (il nome cambia continuamente durante in film in Dessart, Desert and Dessret), un gruppo JPop di dodicenni che fa impazzire la gioventù nipponica. Nessun personaggio è a fuoco perché il vero protagonista forse è un Giappone che esiste solo nel gruppo, non nell’individuo. Anche l’esperienza così intima e personale come quella del suicidio è agita dalla forza della tribù, non dalla volontà del singolo.
Il film di Sono Shion presenta una delle problematiche più difficili del dopoguerra giapponese. Dopo che nell’agosto del 1945 il tabù fu violato e migliaia di vite furono rubate al loro destino, la morte volontaria non è forse l’unico mezzo attraverso il quale ci si può riappropriare della propria esistenza? Le esplosioni atomiche e le atrocità commesse in guerra, a cui Suicide Circle fa brevemente riferimento, aprono un nuovo capitolo caratterizzato da incertezze economiche, da una profonda crisi culturale e da una percezione della vita e della morte che qualcuno sostiene “post-moderna”. Il suicidio di massa è la negazione alla vita di un gruppo che ritiene che la morte sia l’unica cosa di cui si è padroni e tale negazione può essere esibita in una performance. L’autodistruzione della gioventù nipponica di Sono Shion non ha neppure una funzione compensatoria in una società disfunzionale. È un atto insignificante e improduttivo, ma per lo meno è meno noioso della morte naturale. È pura arte per arte.
L’eccentrico esibizionismo dei gruppi di suicidi genera esattamente la stessa complicità che si crea davanti a una TV fra la band JPop e gli spettatori: anche il gruppo di suicidi si esibisce per un pubblico che ‘consuma’ la loro performance. Ed è in questo meccanismo perverso che il club si autogenera: nella volontà di morire per un audience, si ha la sensazione di autodistruggersi insieme al mondo. È attraverso l’esibizione stessa che il suicida si riappropria del proprio destino, perché è la propria morte che paradossalmente dà un senso alla vita. È la premessa e la crisi di un suicidio postmoderno, in cui l’esibizione di un atto non è altro che la riproduzione e la duplicazione dell’atto stesso. È un’epidemia contagiosa.
L’eziologia dell’epidemia, anche chiamata ‘Effetto Werther’, offre tuttavia ancora troppe domande e poche risposte. Diversi metodi di analisi interattiva sono stati applicati a casi di suicidi imitativi e a notizie pubblicate a proposito dei casi stessi. L’influenza è innegabile, qualsiasi sia il metodo di analisi applicato, ma non è stato ancora stabilito il grado di influenza. È imprescindibile quindi interrogarsi sulla circolarità che si crea fra la presentazione dell’atto (il suicidio stesso) e la sua rappresentazione (nei giornali, in TV, nei siti online ecc.). Ci si suicida ispirandosi a un preciso caso di morte volontaria, a un metodo o un luogo di cui si ha conoscenza grazie a un articolo di giornale? Oppure un sito web acclama a caratteri cubitali un metodo o un luogo preciso in cui suicidarsi e successivamente l’epidemia ha luogo? L’inizio della catena può essere l’uno o l’altro capo, ma l’interdipendenza esiste.
Chi si lascia influenzare dal gruppo è davvero una mente fragile, o un giovane irriflessivo? C’è qualcuno di noi che non appartiene a un gruppo, a un club? La tribù ci regala un’identità, ci omologa, ci dona la sensazione di essere normali. Ed è proprio per questo stesso motivo che anche un ‘Suicide Club’ diventa un’istituzione salvifica. I 111 siti online per suicidi che esistono in Giappone non godono di forte carisma su un qualunque fruitore o navigatore di rete, questo è ovvio. La chat room però apre le braccia anche all’individuo che si sente solo nel proprio dolore e che forse non è neppure consapevole che il suo rifiuto per la vita sta cercando di esprimersi in un grido più forte e coraggioso, perché al plurale.
Nonostante i continui avvertimenti di psicologi e sociologi, i mass-media continuano a vendere la morte come se fosse un prodotto pornografico, trasformando noi lettori in sadici voyeur e trasformando il dolore altrui in un piacere cinico e impudente. E nel mostrare l’esistenza di chat room in cui gli aspiranti suicidi si incontrano e trovano insieme l’energia auto-distruttiva e suggerendoci che anche nelle canzoni apparentemente ingenue di qualche band di dodicenni ci sono messaggi macabri subliminali, Sono Shion apre una finestra su quel lato oscuro del mercato della morte, in cui si potrebbe collocare anche il suo film.
Francesca Di Marco (http://www.asianfeast.org/)
Love Exposure, fluviale e magmatica opera lunga ben quattro ore, uscita nel 2008 e simbolicamente adeguata a rappresentare il complesso e radicale universo di Sion Sono. Un lavoro debordante, zeppo di significazioni stratificate e affascinanti, il cui recupero, per chi ancora ne fosse orfano, è assolutamente obbligato.
Riassumere la trama è assai arduo, ci vorrebbero pagine di testo. Ci limitiamo dunque a poche parole, giusto per fornire qualche coordinata essenziale. La storia si basa sul giovane Yu, distrutto dalla morte della madre in tenera età, e negli anni successivi vessato da un padre divenuto nel frattempo sacerdote cristiano. Lasciato da una donna di cui si era innamorato, il genitore perde le coordinate con la realtà, e cerca in qualche modo di sfogare le proprie frustrazioni sul figlio, costringendolo quotidianamente a confessare presunti peccati mai commessi. Stanco di questa situazione, Yu decide di intraprendere la strada dell’illegalità, nel paradossale tentativo di compiacere il padre; impara così l’arte perversa di fotografare di nascosto le mutandine nascoste sotto le gonne delle ragazze.
In seguito Yu si innamora della bellissima Yoko, e la salva dall’attacco di alcuni teppisti un giorno in cui, a causa di una scommessa persa, è obbligato ad andare in giro travestito da donna. Da quel momento Yu coltiva un amore assoluto per Yoko, ma è costretto a nascondere la sua vera identità, perché lei ha perso la testa per quella misteriosa donna che è giunta in suo soccorso. Nel frattempo Koike, rappresentante di un culto parallelo chiamato Zero Church, pone in essere un losco piano destinato a dividere ulteriormente i destini dei due ragazzi.
Quattro ore di film, quattro ore di trame e sotto-trame, colpi di scena e variazioni impreviste, sofferenze e ricongiungimenti, riflessioni incentrate sulle perversioni del sesso e bizzarri scherzi del destino. Uno sconfinato romanzo per immagini, nel quale si fronteggiano senza tregua incarnazioni di perdute moralità e sonetti dedicati all’assoluto senso dell’amore, dogmi traballanti e certezze disintegrate dal crudele incedere degli eventi, improvvise esplosioni di sangue e attimi di pura poesia sentimentale. L’autore nato a Toyokawa sceglie con coraggio di approcciarsi al Cristianesimo, religione poco praticata in un paese dove dominano Shintoismo e Buddismo, e si abbandona con invidiabile convinzione all’incedere di una narrazione che racchiude su di sé mille storie e mille eventi; Yu e Yoko s’inseguono, si perdono, si ritrovano e si perdono ancora, restano ciechi di fronte alla verità e poi raggiungono l’agognata epifania, mentre intorno a loro le certezze del mondo crollano come tessere spaesate di un domino senza più vittoria.
Voyeurismo, ruberie, scontri violenti, sette clandestine, arti marziali in strada, macchie nere nei polmoni: la civiltà impazzisce, logora le coscienze, divora il reciproco rispetto. Il delirio regala spazio all’intimità violata del sesso, le gonne delle ragazze lasciano intravedere il tesoro nascosto tra le gambe, i maschi subiscono la tortura di dover combattere l’inevitabile eccitazione, l’ascetismo talare si scioglie di fronte al gusto della carne, la (buona) Fede abbandona il terreno a vantaggio del benessere individuale. Eppure, in questa inondazione cosmica, resta ancora vivo il potere del cuore, grazie al quale, forse, sopravvivere alla lobotomia dell’esistenza.
Nonostante l’ampissima durata il tutto scorre con semplicità disarmante, in un’altalena stilistica che dondola senza sforzo dall’ironia alla tragedia, passando per le suggestioni di un erotismo stuzzicante, senza inoltre rinunciare a repentini squarci di orrore. La protagonista femminile, Mitsushima Hikari (ex cantante pop) è di una bellezza disarmante, una Musa che esprime infinita dolcezza in ogni movimento ed espressione. Le musiche, come sempre, vanno a comporre una partitura ricca e perfetta. Il finale, struggente, è il giusto ornamento per una torta saporita e gustosissima.
Love Exposure è un’opera preziosa, che in compagnia di Suicide Club, Cold Fish e Guilty of Romance si pone come una delle vette di una carriera straordinaria e sempre sorprendente.
Un film-arcobaleno, nel quale assaporare infinite sfumature di colore. Un oceano di intense emozioni e radicali contraddizioni. Un enciclopedico urlo d’amore firmato Sion Sono.
Alessio Gradogna (http://cinemystic.blogspot.it/)
16 Dicembre
DOMENICA UNCUT – DOMENICA 16 DICEMBRE
Ore 18:30
LA MORTE DIETRO LA PORTA
di Bob Clark, Usa 1975.
***
Ore 21:00
E JOHNNY PRESE IL FUCILE
di Dalton Trumbo,USA, 1971.
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“La Morte dietro la porta” , ovvero cronaca di un disfacimento familiare. E’ il 1975, la ferita aperta dal Vietnam sanguina ancora a fiotti e con questo film Bob Clark pone una pietra miliare all’interno del genere.
La storia del soldato Andy che torna a casa in veste di zombi è deflagrante non tanto per il cotè horror, quanto invece per l’impianto sociologico rivoluzionario che porta con sé: il film di Clark è un dramma racchiuso tra quattro mura, la rappresentazione secca e senza fronzoli dell’orrore che ritorna. Orrore voluto dai Padri, che ora si ritrovano a pagarne le conseguenze a costo di un prezzo salato per tutti, soprattutto per gli innocenti. Oggigiorno un film così suonerebbe banale e risaputo, ma ai tempi era una bomba ad orologeria piazzata sotto le poltrone dei salotti borghesi, la manifestazione in piazza contro l’ipocrisia di chi le guerre (tutte le guerre) le decide e le comanda, ma che poi fa scendere in campo chi di scelta non ne ha.
Il ritmo è lento e sommesso (da dramma da camera, appunto), la quantità di sangue insufficiente per chi ha pretese di gore, ma la forza del film è innegabile: la scena finale, in cui la madre aiuta il proprio figlio a seppellirsi, è una delle più belle e strazianti degli anni Settanta, la sintesi perfetta degli ottanta minuti che la precedono.
Da sola vale più di dieci, cento stolti film di guerra messi insieme.
GIACOMO CALZONI (www.alexvisani.com)
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E JOHNNY PRESE IL FUCILE 
I film antimilitaristi in genere hanno un effetto strano sul pubblico: scatenano una dannata voglia di fare la guerra ai guerrafondai, il che, mi si consenta, non rappresenta un grosso passo avanti.
Non è così per E Johnny prese il fucile, primo e unico film del 66enne Dalton Trumbo che scrisse l’omonimo libro negli anni ’30 e trovò i soldi e gli appoggi solo decenni più tardi a causa della caccia alle streghe che lo aveva estromesso dall’ambiente cinematografico e culturale (*).
Il film fu un successo minore e fu praticamente dimenticato…
Da quel momento il film è divenuto un piccolo culto underground che difficilmente potrà però godere di un recupero del più ampio pubblico, sia per la materia trattata ma soprattutto per come la materia è trattata. Nonostante la storia narrata dal film abbia una localizzazione temporale molto specifica, la Prima Guerra Mondiale, quando il film uscì nelle sale imperversava la guerra in Vietnam e comunque il messaggio antimilitarista di Trumbo suonava e suona come senza tempo. Il messaggio provocatorio di Trumbo, un violentissimo j’accuse scagliato contro l’ambiente militare, quello politico, quello religioso e, in senso lato, contro tutta la società che accetta come un dato di fatto la follia della guerra.
E’ innegabile che le parti del film in bianco e nero che vedono il povero soldato nel letto, senza un nome, senza un volto, senza gli arti, hanno un impatto tremendo sullo spettatore. Trumbo, piuttosto che fare un film di guerra contro la guerra, percorso semplice e infilato da molti registi, tiene la storia ad un basilare livello umano che nelle scene ospedaliere diviene un livello subumano o sensoriale, con il povero militare senza nome che scopre quali parti del suo corpo sono rimaste integre in base agli stimoli che riceve dall’esterno. S’intrecciano su questo piano del, diciamo così brutalmente, “morto vivente”, i flashback del soldato che ripercorre la sua storia ripescando lontani episodi dell’infanzia fino ai primi giorni precedenti alla partenza per il campo di battaglia.
E Johnny prese il fucile, così anticinematografico nel suo modo di raccontare la guerra, va ad essere, insieme a pellicole “una tantum” come Freaks (1932), uno di quegli esempi di cinema che si può fare una volta sola, che non può più essere ripetuto, almeno così per com’è stato espresso la prima volta. Ne consegue che, al di là dei meriti squisitamente tecnici, fra i pro e i contro, questo primo e unico film di Trumbo, Gran Premio della Giuria a Cannes del 1971, è una pellicola unica nel suo genere, difficilmente paragonabile e assolutamente imperdibile da tutti coloro che amano cimentarsi con i messaggi artistici più complessi e destabilizzanti.
Note:
(*) La caccia alle streghe inaugurata dal senatore repubblicano McCarthy portò ad un’ondata di delazioni mirate a puntare il dito contro persone accusate di essere comuniste. Nell’ambiente cinematografico, il regista Elia Kazan (che nel 1952 rivelò di essere stato membro del partito comunista) fu il primo a collaborare con McCarthy e le sue spiate portarono alla distruzione della carriera di molte persone. Una di queste fu Trumbo. Per il suo comportamento delatorio, quando a Kazan fu consegnato l’Oscar alla carriera (1999), molti personaggi noti fra il pubblico (Steven Spielberg, Ed Harris, Nick Nolte) non si alzarono né lo applaudirono.
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9 Dicembre
DOMENICA UNCUT – DOMENICA 9 DICEMBRE
Ore 18:30
LA MORTE HA FATTO L’UOVO
(Giulio Questi 1968)
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Ore 21:00
ARCANA
(Giulio Questi, 1972)
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Secondo film di Giulio Questi: un giallo anarchico, destrutturato e arricchito di nuove forme.
Tutte le opere di Giulio Questi sono difficilmente catalogabili: il genere è un dettaglio, una forzatura, che al maestro va stretta sin dagli inizi. Ne La morte ha fatto l’uovo, salta ogni schema e punto di riferimento per lo spettatore: l’immagine e la struttura narrativa camminano su strade parallele e, proprio quando sembrano toccarsi, è l’intervento di montaggio a separarle. Il montatore (e sceneggiatore) Franco Arcalli, più che al raccordo pensa, infatti, al contrasto: un assemblaggio strampalato di elementi diversi, apparentemente scollegati l’uno dall’altro, che così combinati riacquistano un senso e una nuova dimensione.
Ritorna prepotente, anche in quest’opera, un certo gusto dell’orrido (violenza e forzatura visiva), un elemento tipico che ricorre nella filmografia di Questi quasi fosse un’ossessione: i polli geneticamente modificati, senza ali e senza testa, brancolano come storpi in balia degli eventi, lasciando addosso una sensazione di piacevole ribrezzo. Fa da sfondo una scena mutevole, che si tinge di una vena pop straniante, pienamente anni ’60: niente più registro unico ma continui cambi cromatici accompagnano numerose e ossessive incursioni pubblicitarie che rimandano al consumismo imperante (in maniera quasi profetica Questi parla già di OGM) e alla politica arraffona, tipicamente italiana. Originale e fortemente sperimentale anche la colonna sonora – composta dalle musiche di Bruno Maderna – che accompagna per mano i personaggi del film, in ogni loro movimento, calcando fino allo stremo ogni singolo crescendo narrativo.
Gulio Questi regala al cinema ‘uno sguardo d’autore’ originale e spiazzante, che potremmo comodamente inserire al fianco di Marco Ferreri. Una carriera di visioni estreme, contrastata dalla presenza ingombrante della censura e mai pienamente riconosciuta.
(Alessandra Sciamanna, estratto della recensione di www.bizzarrocinema.it)
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ARCANA 
Incatalogabile, sfuggevole e pienamente fuori dai generi; disarmante per la sua immediatezza visiva
Arcana è il terzo (e ultimo) lungometraggio del maestro Giulio Questi, un’opera ancora una volta sperimentale e spiazzante – forse la più “sbottonata” di tutte – che sottolinea, in modo sempre più evidente, la libertà espressiva di un regista insofferente alle regole e ai generi preconfezionati.
La signora Tarantino, affascinante vedova meridionale, emigra a Milano con suo figlio. Si guadagna da vivere facendo la medium e leggendo le carte ma, in realtà, non possiede alcun potere paranormale. Suo figlio, invece, è dotato di poteri spaventosi, ma ancora non é in grado di dominarli: è infatti un pericolo annunciato per chiunque lo avvicini. Tra le “vittime” prescelte, c’è Marisa, bella e ingenua ragazza che subirà tutti i desideri e tutte le volontà del giovane. Sullo sfondo, una Milano insolita, a tratti surreale, a tratti spaventosamente realistica.
Arcana è un’esplosione di immagini forti e spiazzanti, sorrette da un impianto narrativo originale, pregno di temi spinosi e quanto mai attuali. Il complesso di Edipo, l’incontro/scontro (violento e malato) tra genitore e figlio, sono tutte questioni che, Giulio Questi, pone senza remore al centro della vicenda; ma lo fa in maniera tutt’altro che brusca, “solleticando” quel tanto che basta per scuotere e disarmare. Il film è composto da una serie interminabile di momenti cult e scene di indiscutibile impatto visivo. Le sedute spiritiche, ad esempio, realizzate dalla medium Lucia Bosé – magnetica e sempre sopra le righe – sono curate in ogni minimo dettaglio: dalla fotografia, tetra e affascinante, alla regia, spasmodica e irrequieta, proprio come i soggetti che intende filmare. Vi sono poi diversi momenti che oscillano tra il surreale e l’onirico, come il singolare esorcismo, palesato attraverso la fuoriuscita di numerose rane dalla bocca degli invasati, e il rapporto/violenza sessuale tra il figlio della Tarantino e la giovane ragazza.
Sicuramente un’opera difficile, nel senso più alto del termine, che cattura sguardo, mente e corpo, e che non lascia via di fuga sin dalle prime battute. Un film incatalogabile, sfuggevole e pienamente fuori dai generi, che disarma soprattutto per la sua immediatezza visiva.
Cinema allo stato puro.
(Alessandra Sciamanna. Recensione di www.bizzarrocinema.it)
DOMENICA 2 DICEMBRE
DOMENICA 2 DICEMBRE
Ore 18:30
COFFY
di Jack Hill, 1973
(VO sott.in italiano)
***
Ore 21:00
THRILLER : A CRUEL PICTURE
(aKa They Call Her One Eye)
di Bo Arne Vibenius, Sweden, 1974.
(VO sott. in italiano)
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COFFY
Coffy, uno tra gli esempi più fulgidi, del genere Blaxploitation, narra di una sorta di personaggio come quello interpretato da Charles Bronson in Death Wish (Il giustiziere della notte, 1974) ma con le tette, la visione delle quali, nel corso del film, non viene lesinata.
Coffy è una donna dura, arrabbiata e determinata, il cui obiettivo è quello di ripulire le strade da spacciatori et similia, e per farlo non fa risparmio di armi, taglienti lamette nascoste tra la folta chioma, bottigliate in testa senza però mai perdere in sex appeal, esattamente come alcune eroine del cinema d’azione più recente come Sigourney Weaver in Alien (1979) o Linda Hamilton in Terminator 2 (1991), i cui sex appeal però, secondo una visione di stampo più moderno, non necessitavano dell’esibizione di petti nudi a piè sospinto (ma che, senza Coffy o Foxy, non sarebbero forse esistite). Se però Coffy paga da una parte il suo pegno al cinema di genere, dall’altra propone il ritratto di una donna indipendente, che non ha bisogno di un uomo al suo fianco che la difenda o che provveda a lei. E questa, per il cinema di genere dell’epoca, è una novità affatto trascurabile.
La sete di vendetta di Coffy per la giovane sorella in coma a causa di spacciatori e magnaccia, non si placa e, soprattutto, non si ferma davanti a nulla.
Scatenato e divertentissimo come il suo seguito non ufficiale Foxy Brown (dove il personaggio, malgrado il diverso nome, è lo stesso), Coffy si distingue da molti film coevi non solo per la scelta del regista Jack Hill di riempire il film con tutti i tòpoi del genere, violenza grafica e pretesti vari per fare uscire le sue attrici dai vestiti il più frequentemente possibile – ma anche ad alcune scelte non scontate e all’indiscutibile carisma di Pam Grier, che qui mostra una capacità interpretativa efficace sebbene ancora un poco acerba.
In un genere caratterizzato da nudi gratuiti, violenza senza requie e, soprattutto, la glorificazione degli stereotipi razziali, Coffy rimane un film di grande intrattenimento e un ottimo mezzo per capire un genere che negli anni ’70 ha senza dubbio contribuito a salvare il cinema statunitense.
Come per ogni film del genere blaxploitation, grande importanza riveste la colonna sonora, in questo caso composta da Roy Ayers e assolutamente da avere.
(Estratto della recensione di Roberto Rippa http://www.rapportoconfidenziale.org )
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Thriller – En Grym Film è un film del 1973, scritto e diretto dal regista svedese Bo Arne Vibenius che usò lo pseudonimo ”Alex Fridolinski”. Il film è più conosciuto con il titolo internazionale Thriller – A Cruel Picture o con l’alternativo They Call Her One Eye. Film culto dell’ondata exploitation più estrema degli anni settanta nonché capolavoro del filone rape & revenge, il film è famoso tra l’altro per aver fortemente ispirato Ms. 45 (L’angelo della morte, Abel Ferrara, 1981) e i due episodi di Kill Bill (Quentin Tarantino, 2003).
Quando Thriller uscì nelle sale nel 1973 le locandine recavano come tagline una frase che diceva “il primo film svedese interamente bannato dal mercato”; non era esattamente vero, in quanto venne anticipato da una pellicola conterranea risalente al 1912 (Trädgårdsmästaren). Poco importa a quale pellicola spetta il primato: con tutta probabilità se Trädgårdsmästaren fosse stato prodotto negli anni settanta se la sarebbe cavata con un R-rated. Ad ogni modo, grazie a questa sua fama maledetta, Thriller si fece conoscere al pubblico grindhouse e divenne negli anni uno dei film più apprezzati del filone shoxploitation, nonché uno dei rape & revenge più noti e acclamati di sempre.
Ma Thriller non è solo questo, ma molto di più. Oltre alla trama scioccante (la protagonista viene stuprata e resa muta da bambina ed in seguito, cresciuta, viene resa tossicodipendente, accecata e quindi fatta prostituire) e alla violenza inenarrabile c’è anche un gran lavoro dal punto di vista artistico, al punto che la pellicola si può definire a ragione come uno dei migliori esempi di cinema arthouse. E’ impossibile non notare la qualità della fotografia (sia dal punto di vista dell’uso della mpd che da quello dei colori, che sembrano studiati alla perfezione in ogni sequenza), i lunghissimi silenzi bergmaniani che incombono come fantasmi sulla storia narrata nella pellicola e l’utilizzo assolutamente geniale del rallenty nelle sequenze degli omicidi.
Thriller, per i suoi meriti ed i suoi (voluti) eccessi, è destinato a rimanere nella storia come uno dei film più scioccanti di sempre, nonché come la più artistica delle pellicole rape & revenge.
(Estratto della recensione di http://bmoviezone.wordpress.com/)
[25 NOV] AUDITION // KOTOKO
DOMENICA 25 NOVEMBRE
Ore 18:30
AUDITION di Takashi Miike, Japan,1999.
***
Ore 21:30
KOTOKO di Shinya Tsukamoto , Japan, 2011.
(VO Sott. in Italiano)
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Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo.
Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante.
Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti.
La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami.
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KOTOKO 
Il mondo per Kotoko non è uno solo, ma uno spazio in cui due diversi piani scivolano fianco a fianco imponendo ai suoi occhi di vedere due facce della stessa persona. Vedere doppio non è materia d’ubriachezza o d’alcol, Kotoko vede di ogni persona il suo secondo, spesso tutt’altro che amichevole, ma è impossibile distinguere il vero dal falso: difendersi da chi l’attacca la costringe a cambiare quartiere di volta in volta, per il bene di se stessa e di suo figlio Daijiro. La vita è insopportabile, circondata dal chiasso generato dalla sua mente e dai pianti del bambino, ma il suo corpo continua a sanguinare ogni volta che lo viola con una lama, urlandogli “Vivi!”. Cantare è l’unica cura ai Doppi, il mondo diventa così uno solo, ma è quello giusto?
Ispirato anche in parte alla vita della stessa cantante, Kotoko è in parte biopic, il più coraggioso ed angosciante mai scritto per il Cinema, diretto con una maestria che ricorda i tempi della meraviglia punk Tetsuo, maturata in una consapevolezza ed un potere espressivo che si riassume nella scena d’apertura e di chiusura, gemelle di pura bellezza cinematografica. Una danza di fronte al mare ed una danza nel mare che l’invade, la protagonista Kotoko, visitata dal distaccarsi d’un mondo rispetto all’altro, non è più nel potere di distinguere il mare dalla terra, il male dal bene ed il tempo che fu dal presente.
Tutto è cancellato dal terrore di un pericolo costante, insediato dentro la propria follia o nella sopportazione dello scrittore Tanaka (lo stesso Tsukamoto), valvola di sfogo per la rabbia e la pazzia di chi sarebbe disposto a tutto pur di evitare sofferenza e miseria al proprio figlio/compagno. La paura di una guerra, secondo il regista, la paura di un assalto da parte del nemico sotto la pelle di chi crediamo sia nostro vicino e compagno d’avventura e sventura, il vivere costante in un’inquietudine trasmessa per filo e per segno allo (s)fortunato spettatore, immerso in un trauma immaginifico che è come l’affogare nell’acqua per un pesce che ha paura del suo stesso elemento.
Kotoko si iscrive per diritto nel registro dei grandi capolavori del cinema giapponese, con la sua sapiente e crudele visione, e delle grandi coppie attore/regista, la quale in questo caso va oltre il semplice scambio tra dietro e davanti la macchina da presa, ma si mescola in un impasto che sgretola il muro di separazione: verità e realtà nascono da un processo che inizia con una macchina da presa tremante spinta a riprendere qualcosa che è già stato ed allo stesso tempo non è mai stato. Un’esperienza unica e personale.
Fausto Vernazzani (http://cinefatti.wordpress.com/)
18 NOV // MR. FREEDOM // THEMROC
Domenica 18 Novembre
Ore 18:30
MR. FREEDOM (Evviva la libertà)
di William Klein, Francia, 1969.
(VO sott. in italiano)
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Ore 21:00
THEMROC (Il mangiaguardie)
di Claude Faraldo, Francia, 1973
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MR. FREEDOM (Evviva la libertà) 
… Signori questo è un grande film, dove cinema e pop art si fondono: i suoi fotogrammi scorrono come piccoli affreschi nel mio Tv color, ora che sono riuscito a procurami una copia ingiallita in vhs da un cinefilo amico mio; affreschi rovinati, ingialliti, perché tutto si ossida e invecchia,sopratutto la celluloide, e la successiva rimasterizzazione in digitale in italiano di questo film non avverrà mai.
La lebbra del tempo spesso dà una qualità aurea a certe vecchie pellicole, come ai filmati amatoriali o ai vecchi super8 di famiglia, con la cresima, il matrimonio, etc… Ciò non mi ha dunque tolto l’immensa soddisfazione d’essai di rivederlo questo no-musical, fumettone sci-fi post-sessantottino, il cui pizzone ha girato a loop nelle tv private per decenni. Tanti lo ricorderanno, tanti lo debasereranno, ma il regista di Mister Freedom è un futurologo: vide il declino americano nel periodo del flower power, dei musical Hair e Oh Calcutta!, del petroldollaro forte e della guerra fredda. “Mr. Freedom” precede Rambo e Robocop di secoli, egli è il paladino del partito delle libertà, e pare uscito da un incrocio tra uno sceriffo texano, il gigante egoista, Superman/Capitan America, e un vitaminizzato footbal player: tutto preso com’è dai valori americani da esportare nel mondo è incaricato dal capo supremo di una supermultinazionale di andare a risolvere i problemi della Francia, alle prese col 68, gli euro-comunisti di Mugick Man e addirittura i filo-maoisti di super Mao-Mao. Se crolla la Francia l’Europa è perduta-afferma mr. Freedom. Tra gli attori abbiamo addirittura Philippe Noiret, Donald Pleasance, Delphine Seyrig, e John Abbey.
Tristemente profetico-il partito delle libertà vi dice qualcosa?- il mito del selfmade man, del presidente operaio, del padrone delle ferriere e delle tv,è proprio come descrive sé stesso Mr.Freedom ai suoi comizi, mentre manda in onda i documentari koyaniskaatsi sparati a folle velocità sul benessere americano. “Freedom” è acclamato come un messia, come una rock star che fà la sua entrata trionfale nell’auditorium: siamo una grande famiglia afferma plasticato come un cyborg, col mantra dell’anticomunismo guerrafondaio. In questa kermesse massmediatica, è profetico anche il finale con “Mr. Freedom” fra le macerie che butta l’atomica colpendo pure i suoi commilitoni anticipava in modo sinistro le immagini, dell’attentato in Cia-mondovisione (?) – alle torri gemelle . E se un giorno si scoprisse che Berluskoni è un umanoide biologico al servizio di qualche Grande Vecchio?
Concludo con le parole di Mr Freedom himself: “L’America pupa è ben altro credimi. E ora te lo spiego. Quello che abbiamo ce lo teniamo, è Dio che ce l’ha dato e guai a chi si prova a toccarlo, ma se lasciamo fare a Quelli, ci sflilano le mutande e ci portano alla fame come nel Biafra. E allora No! Meglio gettare l’atomica, fare terra bruciata. Da noi si brucia il grano quando ce n’è troppo.. Tutto. Da noi si brucia tutto ciò che non si può vendere… Questa è la legge amica mia… Non hai soldi? Vattene! Questa è politica… Una volta le cose erano diverse, eravamo una nazione giovane… l’America era americana..Tutti per uno, uno per tutti…”
(http://www.debaser.it/)
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Operaio verniciatore della squadra esterna presso la ditta “Gentil”, Themroc rimane un giorno sconvolto da assurde discussioni sindacali seguite dagli immotivati rimproveri e castighi da parte di un superiore. Semimpazzito, il protagonista torna al modestissimo appartamento nel quale vive con la madre e la sorella e vi inizia una rivolta radicale: abbattendo un muro esterno, trasforma l’abitazione in una specie di grotta trogloditica e panoramica sul cortile; diviene l’amante della sorella, una ragazzetta minorenne, e poi della dirimpettaia; si esprime a grugniti. Un poco alla volta il suo comportamento diviene contagioso e, per conseguenza, intervengono gendarmi, poliziotti e soldati: ma Themroc li ridicolizza; ne cattura due; insieme ad altri li arrostisce e li mangia. Il contagio si diffonde in tutta la città dalla quale di notte si alzano urla belluine.
Apologo radicale di taglio anarchico e libertario condotto al ritmo farsesco del teatro dell’assurdo.
…Volete la rivolta, l’animale affamato di caos…quello che sovverte?..Questo è il film. Film senza dialoghi, solo grugniti, (e intendo senza una parola in nessuna lingua, un muto rumoroso) come i primati in Odissea 2001..Scene, personaggi ed eccessi fiondano lo spettatore in un mondo anarchico e diverso. Un muro non è più confine sicuro ma un ostacolo da abbattere platealmente..Le auto inutili orpelli..L’autorità un bersaglio da lunapark, gli uomini in divisa una cena (da qui il titolo)…Themroc, una medicina contro l’inevitabile reflusso biliare che il momento che viviamo ci procura.
M. Piccoli è (come sempre) già da solo un motivo per amare il cinema.
(http://graforlok1922.blogspot.it/)
11 Novembre // Sound Of Noise // Ex Drummer
DOMENICA 11 NOVEMBRE
ORE 18:30
SOUND OF NOISE di Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson, 2010.
EX DRUMMER di Koen Mortier, 2007.
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SOUND OF NOISE 
Nel 2001 i due registi svedesi Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson girano un cortometraggio dal titolo “Music for one apartment and six drummers” [VIDEO]. La storia? Cinque uomini e una donna salgono su un’automobile e raggiungono un appartamento. Una volta dentro cominciano a suonare mobili, elettrodomestici, soprammobili, utensili da cucina e tutto quello che capita loro sotto mano. I sei continuano imperterriti, almeno finché non entrano in casa i veri proprietari dell’appartamento.
La storia, questa volta, parte da più lontano: Amadeus Warnebring discende da un’importante famiglia di musicisti, tra compositori, pianisti e direttori di orchestra. Lui invece fa il poliziotto e, per la precisione, è responsabile dell’antiterrorismo. Amadeus si tiene ben lontano dalla musica, ma quando la musica diventa un caso da seguire e i musicisti diventano dei colpevoli da arrestare, le cose per lui cambiano. La città è infatti presa sotto assedio da sei musicisti che improvvisano dei veri e propri atti terroristici suonando in luoghi non convenzionali e con strumenti non convenzionali. Il loro scopo e di scoprire e far riscoprire il suono della città, quello di Amadeus è di catturarli.
Forse.
Nonostante il punto di inizio sia quanto di più lontano dalla narrativa cinematografica intesa in senso stretto (“Music for one apartment and six drummers” è molto più simile ad un videoclip che ad un cortometraggio), “Sound of noise” si regge in maniera ottima sulle proprie gambe grazie ad una storia naif e dal ritmo travolgente. L’idea che conquista è quella di trasformare questo film in un classico heist-movie, dove al posto delle rapine, però, ci sono attacchi di guerriglia musicale assolutamente geniali, che oscillano tra la poesia (Electric love), la dissacrazione (Money 4 U, Honey, Doctor doctor give me gas (in my ass)) e la rivendicazione artistica (Fuck the music (Kill! Kill!)). E’ questo il difficile equilibrio su cui si muove il film, perennemente in bilico tra il serio e il faceto, tra la riflessione e il cazzeggio.
Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson dirigono un film dal ritmo perfetto, stralunato ma solido e solo apparentemente superficiale. “Sound of noise” è infatti un film musicale davvero originale, che porta un nuovo punto di vista (anche cinematografico) sul genere.
(http://www.pellicolascaduta.it/)
Tratto dal romanzo di culto di Brusselmans Herman , “Ex Drummer” è una produzione belga del 2007 che s’immerge nel mondo dello “scum punk” con il vigore della commedia nerissima e surreale, intrisa di atmosfere luride e carica di splatter .
Uno scalcinato trio di disabili (uno stupratore con problemi di articolazione labiale, un tossico mezzo sordo ed un ragazzo gay dal morboso rapporto materno) ha intenzione di creare un band punk con cui partecipare al più importante raduno rock fiammingo. In cerca di un batterista per il gruppo i “nostri” si rivolgono a Dries, scrittore cinico e di grande successo, poiché sono convinti che un elemento popolare potrebbe garantire fortuna alla band. Dries accetta e s’inventa come personale handicap quello di non saper suonare la batteria (!!?). Nascono i “The Feminist” e la discesa nel vortice del degrado e della violenza ha inizio.
Dries, dall’alto della sua ricchezza, cultura ed intelligenza diverrà ben presto il leader della band e sfrutterà questo potere a suo piacimento, senza pietà per nessuno…
Shockante, politicamente scorretto, sfrenatamente nichilista, “Ex Drummer” è un film che vive di una narrazione sincopata, fatta di situazioni che sovente calcano la mano nello squallore generato dai più bassi istinti umani. E proprio come feroce (anche se talvolta si subodora furbizia da parte del regista Mortier) critica nei confronti dell’uomo e della società si pone l’opera in questione che mostra un mondo ai margini di tutto, dove l’unica possibilità di fuga è rappresentata da una musica che lascia esplodere rabbia, frustrazione e disperazione. In questo quadro degradato, dove droga, violenza e sesso primitivo paiono rappresentare il linguaggio comune, si muove la figura cinicamente borghese e arricchita di Dries che, quasi a voler distruggere le proprie origini proletarie, sfrutta il potere per assoggettare i più deboli, da utilizzare come cavie per “ispirazione da scrittore” o più semplicemente come oggetti di mero divertimento e sfogo.
Koen Mortier, all’esordio nel lungometraggio, fornisce una prova di regia molto tecnica e virtuosa seppur ammanti il suo stile di sporcizia ed utilizzi, a tratti, la camera a spalla in modo epilettico e nauseante. Sangue, omicidi, amputazioni, deiezioni, sesso brutale ed altri orrori assortiti vengono sparati in faccia allo spettatore in grande quantità e rendono talmente smaccata la violenza da avvicinarla a quella di cartoon malato e pornografico.
Anche per questo motivo “Ex Drummer” funziona più nei momenti estremi che nella sua interezza e non fornisce (volutamente) alcun trasporto empatico nei confronti dei personaggi che lo affollano. Efficace la colonna sonora che annovera numerose band punk e che vanta una spiritata cover di “Mongoloid” dei Devo e devastante la rappresentazione finale del raduno rock fiammingo, con i vari cantanti che si comportano in perfetto stile GG Allin.
Domenica 4 novembre.
DOMENICA UNCUT
DOMENICA 4 NOVEMBRE
ORE 18:30 :
QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)
STALKER (Сталкер di Andrej Tarkovskij, URSS, 1979)
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE
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QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO

QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)
Vivere sottoterra per trent’anni, forse cinquanta, forse per sempre. Questa non è una minaccia, e nemmeno un cattivo presagio, bensì l’obiettivo da raggiungere, per quel che resta dell’umanità dopo l’apocalisse.
Letters from a Dead Man, esordio targato 1986 del russo Konstantine Lopushanskij, allievo di Andrej Tarkovskij e tuttora in attività, racconta l’incubo di un mondo prossimo a sparire, in cui nulla ha più valore, nemmeno il tempo, nemmeno la cultura, in cui l’unico requisito richiesto ad un libro è che abbia la copertina rigida e le pagine in carta naturale buone da ardere per scaldare gli ambienti, in cui ogni ora è uguale all’altra in un crepuscolo interminabile, in cui un’umanità annichilita si trascina per inerzia rinunciando ad ogni prospettiva, e in cui un uomo di scienza profondamente avvilito dal fallimento della stessa può esser preso per pazzo perché rifiuta la tesi del pianeta al collasso, perché nella devastazione generale trova ancora la forza di cercare un appiglio verso il futuro, perché ambisce ad individuare una formula che parli ancora di vita all’aria aperta, perché crede nella sopravvivenza della specie, perché si produce in pensieri positivi e lungimiranti per non morire dentro, perché coltiva un’illusione per darsi un obiettivo, per mantenersi vivo.
Girato a ritmo catatonico e caratterizzato da un impianto visivo fitto e claustrofobico che sfrutta una fotografia monocromatica e densa dominata da inquietanti tonalità seppia per donare alle ambientazioni più varie un senso di sconfortante uniformità e disperante desolazione, quello di Lopushanskij è un film poetico lugubre sconvolgente ed irrimediabilmente pessimista che disegna la parabola discendente di un uomo romantico alle prese con il declino di una specie che non sa più lottare e che ha accettato l’estinzione come conseguenza logica ed inevitabile della propria inettitudine.
Letters from a Dead Man è un’esperienza di non-vita che lascia attoniti e disarmati.
(Estratto della recensione di pazuzu)
Un metorite caduto sulla terra ha prodotto strani fenomeni in una zona, prontamente protetta e recintata dall’esercito. Per entrarci esistono però delle guide clandestine, chiamate “Stalker”, capaci di condurre chiunque lo richieda fino alla “camera dei desideri”. Uno scrittore, uno scienziato e uno stalker partono verso la misteriosa zona. Ne torneranno profondamente cambiati.
Per un viaggio al centro dell’universo che potrebbe essere anche l’ultimo. “Stalker” di Andrej Tarkovskij (liberamente ispirato al racconto “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij) è un viaggio “dantesco” negli insondabili misteri del creato, un distillato sublime di tecnica cinematografica al servizio di un incantevole riflessione sulla natura dell’uomo e il senso della vita che si fa etica dello sguardo. L’autore russo ci immerge in un paesaggio acquitrinoso, tra i relitti di un mondo dismesso e la ricerca itinerante di un sapere “irraggiungibile”, dove è la presenza fondamentale e fondativa degli elementi naturali (soprattutto dell’acqua, acqua dappertutto) a fungere da centro gravitazionale di ogni mondo possibile e dove i passaggi cromatici dal bianco e nero virato in giallo della città e i colori sgargianti della Zona danno l’idea della differenza tra ciò che è transitorio in quanto precario e ciò che rimane necessario perché eterno. Segnato dal mirabile equilibrio tra speculazione filosofica e istanze dell’animo, il film è permeato da una forte carica spirituale, una spiritualità laica perché è immanente alle cose del mondo e perchè non ha una natura trascendente ma si accompagna ai percorsi della ragione accrescendone la carica vitale.
Il professore è portato a concepire l’universo come ad una concatenazione di eventi che si susseguono secondo il necessario rapporto di causa effetto.
Lo scrittore è più incline a guardare le cose seguendo l’imponderabile casualità degli eventi che permeano nel profondo l’ordine del mondo. Ma tanto il calcolo razionale quanto l’astrazione intellettuale perdono di ogni consistenza cognitiva all’interno della Zona, dove la ricerca massima della conoscenza comporta l’abbandono del modo solito con cui ci si rapporta con le nozioni di spazio e tempo, dove la strada più consona per arrivare alla meta non è sempre quella più corta e dove le carcasse di carri armati abbandonati , case diroccate, binari ciechi, nel loro essere le macerie di un mondo defunto, danno sostanza a quell’assoluta mancanza di coordinate riconoscibili che accomuna i rispettivi percorsi esistenziali. Penetrare la Zona e sfidare tutte le insidie che la popolano per arrivare fino alla Stanza, nel centro chiarificatore di tutti i misteri, significa, di per se, iniziare a farsi delle domande sulla natura profonfo dell’uomo, su quale carattere permea maggiormente la sua condotta di vita : l’istintiva propensione a perseguire un utile individuale o la capacità altruistica di sapersi in pace solo in sintonia coi propri simili ? essere attratto dal male o riconoscere il bene in quanto tale ? Porsi queste domande significa iniziare a dubitare della propria stessa natura, scoprirsi deboli rispetto alla volontà di potenza di cui si può entrare in possesso. Significa aver paura della Stanza che, da luogo che può esaudire ogni richiesta, si trasforma in quello che può realizzare solo i desideri più intimi e segreti, quelli che caratterizzano nel profondo l’essenza di ogni uomo e “anche se non ne sei perfettamente cosciente, li porti dentro e ti dominano sempre”. Ecco l’esito del viaggio (o uno dei possibili almeno) : la scoperta della limitatezza umana rispetto all’immensa voragine della conoscenza.
Ed ecco la grandezza di Andrej Tarkovskij, che si avvicina ai grandi temi del pensiero filosofico senza risultare didascalico e senza alcuna accenno moralizzante. La sua equidistanza dalle cose che tratta è la stessa che caratterizza lo Stalker, un novello “Caronte” che si accompagna alle dispute dottrinarie dei due compagni di viaggio riparandosi dietro la fideistica accettazione di un mito. Il suo linguaggio cinematografico è proiettato in avanti pur facendo ampio utilizzo della sempiterna potenza creatrice degli elementi della natura. La sua capacità di fare un arte per l’arte si sposa col destino sfortunato della piccola figlia dello Stalker, che riesce a spostare un bicchiere con la sola forza del pensiero, un pensiero che nasce dalla ferma volontà di poterci credere. Il finale ce la restituisce come l’unica fonte di colore in mezzo a un mondo tinto di grigio, sommersa dall’Inno alla gioia che suona come un inno al futuro.
(Estratto della recensione di Peppe Comune )
Il disagio di Toshiaki Toyoda
DOMENICA UNCUT
Domenica 28 ottobre
Ore 18:30
PORNSTAR aka TOKYO RAMPAGE (ポルノスターPoruno sutâ di Toshiaki Toyoda, Jap. 2000)
Ore 21:30
BLUE SPRING (青い春 Aoi haru di Toshiaki Toyoda, Jap,2001)
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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
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“Per che cosa sei necessario?”. È questa la domanda che il protagonista ossessivamente rivolge a quelli che incontra nel suo personale viaggio nell’inferno della città. La violenza del mondo si è radicata a tal punto dentro di lui che uccidere diventa quasi una scelta morale. Dal cielo, quando piove, piovono coltelli.
Ottimo esordio questo Pornostar (titolo fuorviante, o forse no, visto che la violenza viene messa in scena freddamente e senza filtri, proprio come un film porno mette in scena il sesso). A metà strada tra gli yakuza movie di Takeshi Kitano e Takashi Miike, il film di Toshiaki mette in scena una violenza cupa, anarchica e fredda, moolto fredda. L’attore protagonista è perfetto e il suo volto descrive ottimamente il cinismo del ragazzo protagonista. Il famosissimo quartiere di Tokyo, Shibuya, è quasi un secondo personaggio del film, con le sue vie e l’umanità varia che la popola, fatta di yakuza, spacciatori e prostitute. In questo contesto arriva questo ragazzo senza nome e porta scompiglio, usando come arma prevalentemente dei coltelli, che addirittura immagina piovano dal cielo in una splendida sequenza surreale e poetica. Insomma, Pornostar è un esordio col botto, uno yakuza movie d’autore che difficilmente si dimentica.
Da vedere assolutamente.
(http://japancult.blogspot.it/)
“Il tetto di un edificio scolastico è il luogo dove bande di giovani ragazzi svolgono prove di coraggio per conquistarsi il titolo di capo. Aoi Haru è una storia di “anarchia scolastica”, ambientata in un edificio ironicamente circondato da ciliegi in fiore. Il film di Toyoda (al secondo lungometraggio dopo “Pornostar”) si occupa sia delle lotte per il potere fra gli studenti, sia del loro malessere che può spingerli a compiere atti inspiegabili.”
Non vi è alcuna visione etica e morale, o analitica, nella rappresentazione dei teppisti che infestano in lungo e largo una scuola ai confini del mondo. Quasi metafora del tetro mondo che aspetterà i giovani nel loro prossimo futuro, lasciati a se stessi in toto.
Le vicende del gruppo di Kujo, interpretato da Ryuhei Matsuda, attore che, da giovanissimo, recitò in Tabù (Gohatto) la parte del bel samurai, ma anche in Otakus Love, oltre ad altre dozzine di pellicole famose, non sono raccontate tramite la chiave di lettura dell’amicizia, o dell’unità del gruppo, ma attraverso un’egoistica e personalistica visione del mondo.
Ogni componente è un caso individuale che vivrà in maniera indipendente ogni sua scelta, e che solo secondariamente inficerà il gruppo, e così abbiamo chi sceglie di divenire Yakuza, chi sceglie di trasformarsi nel nuovo boss, chi sporcherà le sue mani nel sangue, chi vorrà uscire dall’ombra imponente del suo migliore amico,e chi non vorrà fare nulla
Unico legame di tutto, un terrificante gioco che si svolgerà sul punto più alto della scuola, sotto il Cielo Blu.
E se Kujo e Aoki chiudono il cerchio di un’’opera volontariamente non coesa, volontariamente non organica, e volontariamente frammentata, rendendo ancora più palpabile il disagio che attanaglia lo spettatore per tutta l’opera, bisogna fare i complimenti alla regia precisa di Toyoda, fatta da un uso esteso di loom/gru, di steadycam, o carrellate estese o panoramiche, il tutto accompagnato da una splendida colonna sonora, spesso marchio di fabbrica del regista Giapponese.
(http://dalparadisoallinferno.iobloggo.com/)
Massimo Dallamano Double Feature
DOMENICA UNCUT – SESTA STAGIONE
DOMENICA 30 SETTEMBRE
– Ore 18:30
COSA AVETE FATTO A SOLANGE? di Massimo Dallamano, 1972.
IL MEDAGLIONE INSANGUINATO (Perché?) di Massimo Dallamano, 1975.
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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Il professore Enrico Rosseni lavora come insegnante di lingua italiana in un collegio londinese, ha una relazione extraconiugale con una delle sue allieve che un giorno viene uccisa da un misterioso assassino. Un serial killer che ha già ucciso altre due allieve del collegio.
Scagionato da ogni sospetto e riconciliatosi con la moglie, Enrico inizia ad indagare tra le amicizie delle sue allieve.
Dallamano firma questo thriller a metà strada tra Argento e un poliziesco, un film che si può considerare la prova generale prima del suo capolavoro: La polizia chiede aiuto (1974).
Infatti, oltre a mescolare in modo quasi perfetto gli omicidi cruenti del giallo all’italiana, del quale Bava è il capostipite indiscusso, (i più esperti avranno riconosciuto una citazione al maestro presa proprio da 6 donne per l’assassino) Dallamano si concentra anche sulle indagini della polizia strutturando il racconto in modo avvincente, creando uno stato d’attesa che difficilmente si riscontra in altri prodotti del genere.
La cosa divertente è che il film parte quasi come un “sorority americano”, (quei film ambientati nei campus dove le confraternite di sole ragazze vengono prese di mira dal perverso killer di turno, e macellate una ad una nei modi più beceri) dopo un incipit simile la vicenda cambia tono, facendo insinuare nello spettatore che qualcosa di non detto sia pronto ad esplodere, che una qualche congiura sia stata celata per salvaguardia di una moralità ben radicata nel nostro tessuto sociale (in questo caso quello eclesiastico).
Temi questi, che vengono riproposti anche nel sopracitato La polizia chiede aiuto anche se in forma leggermente diversa.
Il film pur partendo dai canoni classici dello slasher si discosta poi nei contenuti, le sequenze tra un omicidio e l’altro non sono più dei semplici riempitivi (come spesso succede) bensì una solita struttura sul quale impostare un discorso socio-culturale serio. Spettacolo sì, ma non fine a se stesso.
Tra le comparse anche un giovane Joe D’amato, sul set anche in veste di operatore della fotografia.
(Recensione di Marco Chiba pubblicata da Cinemaniaco)
IL MEDAGLIONE INSANGUINATO (Perché?)
“Perché il più dolce dei sentimenti deve causare la più fiera delle angosce?”
Si sa che L’Esorcista (1973) è stata una pellicola parecchio seminale e ha dato il via ad una serie di cloni più o meno riusciti. Sfortunatamente meno che più. Questo film di Dallamano, regista dell’interessante Cosa avete fatto a Solange? (1972), si potrebbe dire che cerchi di non essere un mero clone del film di Friedkin, ma piuttosto tenda a conciliare atmosfere gotiche, gialle e soprannaturali. Com’era per il film del 1972 e per come sarà per Enigma Rosso (film del 1978 che Dallamano scrisse ma non potè dirigere perché morto in un incidente stradale il 4/11/1976), anche Il Medaglione Insanguinato può essere ricondotto alla dimensione dell’adolescenza ed i suoi relativi problemi. Nel caso specifico le tematiche freudiane dell’Edipo si vanno a legare al soprannaturale e al demoniaco. Dallamano sceglie bene locations e attori e riesce dove molti del cinema di casa nostra hanno fallito, ovvero gira un film horror che fa paura. Intendiamoci, non ci si mette le mani davanti agli occhi per il terrore, ma le atmosfere sono azzeccate, il montaggio soprattutto riesce a cogliere impreparato lo spettatore e poi la storia del particolare nel dipinto (un po’ alla Profondo rosso, 1975) funziona sempre. Appare chiaro da subito che dietro il mistero “satanico” ci sia nascosto qualcosa che riguarda il legame fra i protagonisti, per una volta non macchiette bidimensionali, ma partecipi di una dinamica affettiva molto umana. La tata Jill che ama in silenzio il proprio datore di lavoro, e sopporta di vederlo amare la produttrice, dà uno spessore al personaggio della governante là dove altri film gialli avrebbero relegato lo stesso personaggio a mera carne da macello, o a qualche scena di nudo.
Il medaglione insanguinato ha sì scene di sesso ma non sono esploitative, anzi decisamente romantiche. Gli attori fanno tutti un buon lavoro: le capacità di Michael Williams (Gli Invasati, 1963; La tomba di Ligeia, 1964; Chi Sei?, 1974) sono indubbie vista anche la sua interminabile carriera, brave anche Ida Galli (volto noto del cinema di genere) e Joanna Cassidy che prosegue tuttora il suo lavoro divisa fra tv e cinema. Fra le donne della pellicola, il premio carisma va a Lila Kedrova (Le Orme, 1975) perfetta nella parte della nobile sensitiva questa attrice che ha marcato le scene fin dal lontano 1938 (con il film Ultimatum). Tutta l’attenzione comunque sulla piccola Nicoletta Elmi, scream princess del cinema italiano di quei tempi (Reazione a Catena, 1971; Chi l’ha vista morire? 1972; Gli Orrori del castello di Norimberga, 1972; Il Mostro è in tavola barone Frankenstein, 1973; Le Orme, 1975; Profondo rosso, 1975; Demoni, 1985) che in questo film ha tempo e spazio per recitare; al di là dei risultati non sempre entusiasmanti va apprezzato, anche per la giovane età, l’impegno messo davanti alla mdp. Dallamano riprende con classe e dispiace che questo regista sia mancato troppo presto, prima che potesse non confermare ma dimostrare in altre pellicole il suo innegabile stile. Il regista è supportato dallo score musicale di Stelvio Cipriani (uno score più giallo che horror) e dalla curata fotografia di Franco Delli Colli. Meno riusciti alcuni effetti visivi di sovrapposizione ma ben riusciti gli inserimenti “subliminali” in montaggio del diaviolo, un po’ come accadeva ne L’Esorcista. Non tutto è rose e fiori, naturalmente: oltre ai soliti J&B ed acque Pejo, la sceneggiatura non brilla e per buona parte della pellicola si ha l’impressione che la storia non decolli mai. Il comportamento dei personaggi dopo la morte di alcuni comprimari, la loro sostanziale indifferenza, intendo, non è molto logica. La citazione finale di Paolo VI che ci ricorda che il Diavolo esiste davvero la si poteva evitare; in effetti tutta l’atmosfera satanica nel film ha meno mordente della tragedia famigliare che si conclude magistralmente stile dramma shakespeariano. Comunque sono “peccati veniali” rispetto a ben altri deliri che si deve sorbire l’appassionato di cinema di genere italiano. Un buon horror italiano che farà la felicità dell’appassionato del cinema anni ’70.
Da vedere.
(Recensione di http://www.exxagon.it/)

















































