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2 Giugno: CLASSE 1984 // HARDWARE

DOMENICA UNCUT

Domenica 2 Giugno

Ore 18:30
CLASSE 1984

di Mark L. Lester, 1982.

***

Ore 21:00
HARDWARE

di Richard Stanley, 1990.

 

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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CLASSE 1984 64 Classe 1984 proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Classe 1984 uscì nelle sale creando scandalo per l’eccessiva dose di violenza ma anche per i contenuti antieducativi della storia, fece una fugace apparizione in vhs ma poi scomparve nell’oblio cinematografico facendo totalmente dimenticare di sè al punto che Mark L. Lester, il regista, ne preparò una versione protofantascientifica nel 1990, Class of 1999, in cui i violenti studenti erano dei robot killer. Ma gli studenti veri della scuola dove Perry King è professore di musica che si trasforma in giustiziere omicida ossessionato dallo scontro col teppista minorenne Stegman (uno splendido Timothy Van Patten in pura tenuta pre George Michael) fanno molta più paura e generano mille volte più angoscia di un cyborg; sono veri, sono il prototipo dell’americano arrivista, spacciatore e psicopatico di quegli anni.

Viene da pensare ad un’apologia fascista in cui l’insegnante tenta in tutti i modi di redimere le pecore nere arrivando al sacrificio d’Isacco pur di ottenere giustizia. Anche Roddy McDowall segue le sue orme e non esita a impugnare la pistola pur di insegnare biologia ai suoi studenti, ma con molto meno successo del suo collega che non esita a maciullare i teppisti pur di difendere la moglie Merrie Lynn Ross, pluristuprata, incinta e in pericolo di vita. Tuttavia il grasso del gruppo indossa la svastica sulla maglietta mentre il professore assomiglia ad un ex-hippy che deve affrontare il delirio degli anni 80, uno scontro generazionale che ormai è parte della storia.

Il film diventa quindi un documento importante di una precisa situazione epocale edulcorata dal politically correct e dal buonismo di facciata (nessuno può arrestare i giovani finchè sono minorenni) che hanno rovinato una gioventù altrimenti capace di espimere al massimo la sua creatività artistica (Stegman, il cattivo, è uno splendido pianista allo stesso modo in cui Alex di Arancia Meccanica è un estimatore di Beethoven). Un grande film da riscoprire per sempre con l’aggiunta di una delle prime interpretazioni di Michael J. Fox, in grado di rappresentare la faccia pulita dell’America Reaganiana di allora.

(Dottor Satana http://www.throughtheblackhole.com/)

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HARDWARE 65  Hardware proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Ci sono film che nascono sotto stelle ambigue, trascorrono i primi anni dalla loro uscita nel dimenticatoio, e quelli immediatamente successivi alla ricerca di una stabilità critica, rimbalzando impazziti da un’etichetta all’altra: trash o cult ? cult o trash ?
La pellicola di Stanley ne è esempio lampante. Nato dall’incontro tra un giovane regista, cresciuto a bacon, video clip e narrativa cyberpunk con gli ideatori di Shok, storia illustrata da McManus e O’Neill per la rivista 2000 AD, esce nel ’91, viene premiato nello stesso anno ad Avoriaz per i suoi effetti speciali e poi sparisce nel nulla.

Riprenderlo oggi, vuol dire dover fare i conti con la sua essenza a metà strada tra il cinema di maniera e apocalittiche previsioni future, ma il gioco vale la candela. Certo, la trovata iniziale della tecnologia che si rivolta contro i suoi ideatori puzza di muffa più del gorgonzola, ma una volta superato questo primo ostacolo, l’anima dell’opera prima di Stanley si manifesta in tutto il suo spessore. Hardware fotografa quel che resta del pianeta terra dopo una non meglio definita “Grande Guerra”: lande desolate in stile Ken il guerriero, rottami, piogge acide, ruggine e residuati tecnologici. Uno spassionato omaggio al western spaghetti dove tutto è stato convertito in hardware, è non c’è più la minima traccia di software. Ma Hardware va oltre i paesaggi post apocalittici e post umani, perché è presagio delle giocose faide combattute in rete, dove non si può trattare sullo spazio virtuale che si ha a disposizione, e dove ogni azione ha come scopo preciso l’eliminazione del nemico immaginario. La trama, la sceneggiatura, il soggetto stesso diventano pretesto per mettere in scena lo scontro tra due rivali: gli umani (Jill e Mo) contro Mark 13, “macchina della morte” ideata anni or sono dall’esercito, che viene involontariamente rianimata da una scultrice di ferraglia e, pur essendo stato a più riprese distrutto dalla coppia si rianima, risorge e continua a giocare, e lo fa in puro stile video ludico: si fa beffe del game over, perché ha già salvato la partita e può riprendere dal punto in cui era stato sconfitto, ma intanto ha recuperato energie e conosce le mosse dell’avversario.

Stilisticamente, il film di Stanley è un’affascinante concentrato di sovversiva sci–fi : gli esterni desertici e desolati assomigliano a quelli di Dune e Mad Max, mentre gli interni rimandano al caos organizzato di Brazil e Blade Runner; il montaggio convulso e la colonna sonora martellante (Iggy Pop, Motorhead, Ministry e Public Image) creano sequenze stranianti e mai scontate, ma è grazie alla sua sottotraccia simbolica che la pellicola raggiunge il suo dissacrante apogeo. Il nome del robot, Mark 13, rimanda al Vangelo secondo Marco, dove si legge che “la carne non sarà risparmiata”, il protagonista si chiama Mo (forse “Mosè” ?), le doghe profumano di torta alle mele, quel che resta del governo vieta la riproduzione, il cranio del robot si fregia della bandiera americana e quando viene erroneamente ristrutturato si ritrova con tanto di fallo perforante.
Non solo, Mark 13, è il programma definitivo, un tecnologico condensato di cavi, cip e alluminio programmato per estinguere in maniera violenta quel che resta del genere umano, un’invincibile macchina di morte che può essere sconfitta solo dall’acqua, elemento puro ma mai come in questo caso infetto e difficilmente reperibile, lo stesso che può mandare in tilt l’hardware del computer che ci controlla, ci spia, e allo stesso tempo è depositario e custode delle nostre attività e dei nostri segreti.

(Luca Lombardini http://www.positifcinema.it/)

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19 Maggio : LE ARMONIE DI WERCKMEISTER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 19 MAGGIO

Ore 20:30

LE ARMONIE DI WERCKMEISTER

di Béla Tarr

(Werckmeister harmoniak, 2000, VO sott. in italiano)

Proiezione Gratuita

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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LE ARMONIE DI WERCKMEISTER 63 le armonie di werckmeister bela tarrproiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Girato in soli trentanove piani sequenza, “Le armonie di Werckmeister”, questa storia surreale e quietamente evocativa diretta da Bela Tarr, ci trascina armonicamente in un mondo apocalittico che si impregna della qualità nobilitante del bianco e nero e restituisce allo spettatore una visione corale ed estremamente misurata della conflittualità umana e della sua – purtroppo famosa – declinazione balcanica.

“Le armonie di Werckmeister” si ispira in primis ad un racconto dell’ungherese Laszlo Krasznahorkai: The melancholy of resistance, ma è anche guidato sul piano narrativo e poi sempre più in alto, fino al piano costruttivo e filosofico, dalle teorie del musicista barocco Andreas Werckmeister, che viene ricordato per il suo studio approfondito del sistema armonico accompagnato dalla radicata convinzione che la musica si legasse in maniera indissolubile alla creazione divina e alla sua perfezione.

Tarr costruisce dunque una complessa allegoria: in una città ungherese fredda e disgraziata, minacciata da un accadimento nefasto ed indefinito che poi prenderà la forma di una rivolta popolare, si consuma la semplice quotidianità del protagonista. L’apocalittica condizione prende una svolta inquietante quando un baraccone/circo ambulante si insedia nella piazza cittadina, forte della sua attrazione principale: una gigantesca balena accompagnata da uno strano essere deforme (il principe), che però non ci sarà concesso di vedere.

I piani simbolici si sovrappongono creando un’esperienza cinematografica complessa ma appagante. La balena potrebbe essere la rappresentazione concreta di un grande ideale, morto ma ancora in grado di influenzare la gente. Il principe è quella vocina inconscia che si agita dentro di noi, blasfema, a volte incomprensibile ma incessante: distruggi, conquista, usurpa, comanda.

Il regista ungherese ci propone anche una delle scene più forti e agghiaccianti che mi sia mai capitato di vedere: la distruzione di un ospedale e dei malati in esso ricoverati. La mattanza si consuma nel completo silenzio. Non un urlo, solo i colpi attutiti dei bastoni sui corpi inermi. Un vecchio, nudo e tremante ripreso frontalmente per pochi insostenibili attimi, calma gli animi e disperde gli aggressori.

La potenza rivelatoria dell’immagine, della musica, della metafora perfettamente armonizzate da Tarr in un’opera che ha l’inconsistenza di un’ombra ma la violenza catartica di un pugno, raggiunge livelli elevatissimi e ci lascia, infine, affascinati e confusi, a guardare dentro l’occhio vitreo di una balena pietrificata.

Matteo Ruzza (http://www.pellicolascaduta.it/)


Domenica 5 Maggio : OCCHI SENZA VOLTO // THE FACE OF ANOTHER

DOMENICA UNCUT

Domenica 5 maggio

Ore 18:30
OCCHI SENZA VOLTO (Les yeux sans visage)

di Georges Franju, Francia, 1960.

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Ore 21:00
THE FACE OF ANOTHER (他人の顔 Tanin no kao)

di Hiroshi Teshigahara,Giappone, 1966.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Tradate (Varese)

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OCCHI SENZA VOLTO 58 occhi senza volto Les yeux sans visage  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Un famoso e apprezzato chirurgo plastico sogna di ridare, con metodi poco consoni, il volto alla giovane figlia, i suoi tentativi non saranno coronati dal successo, e la ragazza non tarderà a vendicarsi del poco ortodosso genitore.

Ci sono pellicole che segnano un vero e proprio spartiacque per un genere cinematografico, precorrendo i tempi e rappresentando un modello da seguire per intere generazioni di cineasti. Occhi senza volto, per quel che vale, costituisce per il gotico europeo quello che King Kong rappresenta per il cinema d’avventura: una pietra miliare, un termine di paragone imprescindibile ed una fonte d’ispirazione fondamentale per chiunque abbia voluto cimentarsi con il genere negli anni successivi.

Quel che rende il film di Franju tanto importante, il motivo della sua consacrazione a “Totem” dell’horror europeo, è la cura quasi maniacale del dettaglio. Al di là del soggetto, già di per sé interessante, curioso ed originale, lo spettatore verrà rapito senza scampo da una fotografia incredibile (probabilmente uno dei B/N più belli della storia del cinema), un contrappunto musicale ambiguo, straniante e ossessivo e una sceneggiatura di ferro, curata da alcune delle menti più brillanti della letteratura Francese di genere del dopoguerra.

Fra richiami più o meno accennati all’espressionismo Tedesco e alle opere di Tourneur, citazioni e colpi di genio, quel che rimane è però l’essenza stessa del film, la domanda che ci porterà fin sulle soglie del finale catartico voluto da Franju, quasi uno studio sull’ambiguità dell’uomo nella sua forma più estrema e pericolosa: dove finisce l’amore di un padre e comincia un macabro gioco fra la vita e la morte?

(Enrico Costantino http://www.bizzarrocinema.it/)

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THE FACE OF ANOTHER 59  THE FACE OF ANOTHER  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

A causa di un incidente sul lavoro Okuyama rimane irriducibilmente ustionato, costringendolo a portare delle bende su tutto il volto. Alienato e senza più un viso, con l’appoggio del suo psichiatra Hari indossa una maschera realistica all’insaputa di tutti. Dove lo porterà la maschera? Ora che ha un volto può definirsi qualcuno?

In The Face of Another c’è tutta un’analisi profonda sulle implicazioni psicologiche e filosofiche di avere o non avere un volto. Uno spazio di pelle di pochi centimetri sopra il collo è fondamentale all’uomo. Un volto può infatti essere la prova della propria esistenza e identità, uno strumento di comunicazione delle proprie emozioni e di connessione con i propri simili, di mediazione tra la mente dietro di esso e il mondo di fronte. Il film si concentra su come l’incidente che lascia Okuyama (Nakadai Tatsuya) privo d’identità ma per il resto illeso, modifica profondamente i rapporti con tutti i suoi conoscenti. Come si siede in poltrona a casa sua, con la faccia bendata, sua moglie è tesa e nervosa in sua presenza, impossibilitata a scrutargli le espressioni, mentre il suo capo (Okada Eiji) non riesce ad affrontarlo in piedi nel suo ufficio.
In The Face of Another lo spettatore scorre sotto gli occhi la metamorfosi psichica e fisica di Okuyama nonostante il ritmo lento e i lunghi dialoghi. La trasformazione del protagonista è ben visibile nei rapporti con la moglie, lo psichiatra e la sua assistente.

La storia principale è intervallata da quella di Irie, (assente nel romanzo) una giovane e bella ragazza sfigurata per metà del suo viso a causa della bomba atomica (deducibile quando ricorda l’infanzia a Nagasaki). La storia parallela, stavolta è una donna dal volto rovinato, rappresenta senz’altro una narrazione alternativa.

Oltre all’analisi sulla natura dell’identità e del suo riflettersi sulla società, The Face of Another vanta una bellissima regia, con inquadrature insolite e la partecipazione di Takemitsu Tōru alla colonna sonora e Segawa Hiroshi come direttore della fotografia. Memorabili le scene girate all’interno della clinica psichiatrica, in cui i protagonisti si aggirano in spazi divisi tra vetri e pareti riflettenti e cambi di luci. Nakadai Tatsuya che interpreta magistralmente Okuyama è in ottima forma, assistito dall’altrettanto brava Kyō Machiko, in prestito dalla Daiei, nei panni della moglie e dallo psichiatra Hira Mikijirō.

Ingiustamente poco conosciuto dal grande pubblico The Face of Another è un vero pezzo di cinema.

(Picchi http://www.asianworld.it/)

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21 Aprile NABOER // DREAM HOME

DOMENICA UNCUT

Domenica 21 Aprile

Ore 18:30
NABOER

di Pål Sletaune, 2005.

(VO. Sott. italiano)

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Ore 21:00
DREAM HOME

di Ho-Cheung Pang, 2010

(VO. Sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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NABOER 54 naboer proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Sparkly

Mai giocare con il fuoco, perché ci si brucia. In questa sua quinta pellicola il norvegese Pål Sletaune, considerato dalla critica uno dei registi più promettenti del panorama mondiale, scoperchia all’improvviso il famoso “vaso di pandora” che sarebbe bene tenere sempre chiuso. E quello che esce, è putrido (come l’odore acre che si sente nell’appartamento di John) folle (le sue continue allucinazioni) e violento (come i pugni che si alternano al sesso con la sua vicina Kim).

John è scovolto dall’abbandono della sua ragazza, ma quell’aria inquietante di indifferenza che ha sul viso serve solo a celare i primi sintomi dell’allucinazione, del delirio e infine della pazzia. Mostri che John rigetta all’esterno, immaginando che la violenza bruta che sente dentro non sia la sua ma quella di una giovane e sadica vicina di casa, che lo costringe a partecipare a una seduta erotica masochistica, un incontro di boxe su un divanetto d’entrata. Ma chi è Kim, in realtà? Cosa si nasconde nella casa labirintica in cui lei abita, assieme alla sorella, tra stanze sudice zeppe di oggetti inutili gettati alla rinfusa?

Naboer potrebbe essere definito un film a tratti “pulp”, ma anche un dramma psicologico e un thriller erotico politicamente e umanamente scorretto, dove il sangue e il sesso sono la chiave per capire l’origine della follia. Ma è anche una pellicola capace di mostrare fino a dove si può arrivare per amore. Si può amare anche fino alla pazzia e uccidere. L’amore non è sempre un sentimento pulito ed edificante, si può trasformare, e Sletaune lo dimostra, in un folle scenario di violenza e delirio dove con il patner si condivide tutto il marcio che si ha dentro. Per John infatti l’amore è un sentimento sporco, che procura piacere solo se uno dei due amanti ne esce “bruciato” e ferito. Il sesso è violenza crudele e l’eccitazione una pratica che si alterna ai pugni scagliati con violenza sul viso. Il sangue che esce dalle ferite uno stimolo vampiresco che crea assuefazione.

Naboer è anche un “viaggio all’inferno” rimbaudiano, dove le azioni dell’uomo possono toccare la perversione più assoluta: ma se per il poeta francese il ’battello ebbro’ portava all’illuminazione, per John è il biglietto di sola andata per un manicomio criminale.

(Silvia Vincis http://www.nonsolocinema.com/)

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DREAM HOME 55 DREAM HOME proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Antonio

“La casa è un diritto?

La forsennata corsa ad ostacoli di una giovane donna capace di tutto pur di ottenere la casa dei suoi sogni (con vista mare). Il film è anche un omaggio, solenne e allo stesso tempo psicotico, alla città di Hong Kong, ai suoi palazzi, alle sue case, ai suoi appartamenti minuscoli destinati a rimanere per molti giovani single mete irraggiungibili visti i prezzi altissimi di tutto il settore immobiliare!”

Ferocissimo thriller/horror, datato 2010, proveniente da Hong Kong che incastra, in una struttura da slasher, tematiche sociali di notevole spessore ed attualità. Nella fattispecie, si parla del boom edilizio che ha investito Hong Kong e dei prezzi vertiginosi che hanno acquistato gli immobili, spesso fortemente in squilibrio con l’effettivo tenore di vita dei cittadini. Ed è proprio il sogno della bella Cheng, umile addetta al call center di un’assicurazione, poter acquistare una casa con vista sul mare. E pur di non infrangere il suo sogno, la ragazza è disposta a fare di tutto…anche a far scorrere fiumi di sangue. Dotato di una struttura a flashback , che svela progressivamente le motivazioni dell’assassino, “Dream Home” si segnala come bizzarro splatter d’autore, dotato di una cura tecnica molto elevata che va di pari passo con la larvata critica al sistema politico-economico-sociale di Hong Kong. Originale nello spunto, non sempre omogeneo nello sviluppo ma dotato di grande impatto visivo e di un equilibrio (talvolta faticoso) fra violenza estrema e humor nero, il film è ben diretto da Pang Ho-Cheung che, oltretutto, non è nuovo a film dalla scottante tematica sociale.

La pellicola mette in scena personaggi fallimentari, schiacciati da un sistema impietoso ed accecato dal denaro, resi abulici da una totale mancanza di prospettive e da un materialismo incarnito nell’animo. Infine impossibile non segnalare gli omicidi che si susseguono nel corso della vicenda, particolarmente efferati ed elaborati visivamente, che annoverano coltellate, ferri da stiro in volto, stecche di legno acuminate infilate in posti improbabili, sventramenti e tutta una serie di altre cattiverie indicibili.

Esperienza visiva da provare.

(http://www.alexvisani.com/)

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[14 APR] Mika Kaurismäki

DOMENICA UNCUT

Domenica 14 APRILE

Ore 18:30

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

di Mika Kaurismäki,Finlandia, 1991.

(VO sott. in italiano)

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Ore 21:30

ROSSO

di Mika Kaurismäki, Finlandia, 1985.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
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Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

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ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

Un mese nella vita di Antti, detto Zombie, congedato per infermità mentale dalla leva e dedito all’alcol e al basso elettrico. L’amico Harri gli offre l’opportunità di suonare nella sua avviata band: per coglierla, però, Zombie dovrà lasciare la bottiglia.

Chissà se Sorrentino ha mai visto questo semisconosciuto — quantomeno in Italia — film di Mika Kaurismaki, il cui protagonista è pressochè identico a quello messo in scena dal regista italiano per il suo This must be the place (2011). Ma Zombie, a differenza del personaggio che interpretà vent’anni più tardi Sean Penn, è tutt’altro che uno sprovveduto o un ritardato: lui la sa lunga e certo più di tutti quelli che lo circondano, è piuttosto un ragazzo che non vuole in alcun modo diventare adulto e che preferisce passare per squilibrato piuttosto che eseguire gli ordini altrui (l’episodio iniziale del servizio militare è emblematico del suo carattere ribelle per natura).

Un antieroe alcolizzato e innamorato del rock and roll: sembra un film di Aki, invece è di Mika, fratello maggiore del Kaurismaki che due anni prima aveva diretto Leningrad Cowboys go America, prima pellicola in cui compare, nella band del titolo, Silu Seppala, ovvero Zombie, il cui vero nome è in realtà Antti: sia per il personaggio della finzione (Zombie) che per l’attore (Silu). A confermare la vena in stile Aki, ecco inoltre che Mika utilizza come co-protagonista l’attore feticcio, favorito e grande amico del fratello minore: Matti Pellonpaa, qui meno lunatico del solito, in un ruolo di contrasto a quello del personaggio centrale. Il regista si occupa anche del montaggio, della produzione e della sceneggiatura (insieme a Pauli Pentti e a Sakke Jarvenpaa), mentre la fotografia è affidata a Olli Varja, al fianco di Mika fin dai suoi esordi.

La storia di Zombie è una piccola fiaba moderna, surreale quanto basta e laconica in una maniera tutta scandinava, perennemente alla ricerca di una sensazione più che di una morale, di un coinvolgimento emotivo anzichè di una stretta coerenza della trama.

(http://cinerepublic.filmtv.it/)

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ROSSO

ROSSO

ROSSO

Giancarlo Rosso (un grande Kari Väänänen, anche co-sceneggiatore) è un sicario della mafia, al quale viene assegnato l’incarico di uccidere una donna finlandese, che incidentalmente era una volta la sua donna. Riluttante, Rosso, parte dalla Sicilia per l’estremo Nord della tundra e della campagna finlandese, alla ricerca del suo obiettivo, Marja (Leena Harjupatana). Insieme al fratello di Marja, Martti (Martti Syrjä, il cantante degli Eppu Normaali), parte con una una vecchia macchina per ritrovarla, in un viaggio che non mancherà di rapine e fughe. Fra una citazione e l’altra della Divina Commedia, Rosso raggiungerà il suo destino.

Quinto lungometraggio di Mika Kaurismäki, è una commedia, che di divino ha ben poco. Qui i piedi sono ben saldi a terra. Un bel road-movie, attraverso le lande desolate del nord della Finlandia, Il film è recitato quasi interamente in italiano (eh si, Kari Väänänen recita in italiano, cavandosela anche egregiamente.

(http://www.asianworld.it/)

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14 Marzo : MANGIA IL RICCO / JOHN DIES AT THE END

DOMENICA UNCUT

Domenica 24 Marzo

Ore 18:30
MANGIA IL RICCO

di Peter Richardson, 1987.

Ore 21:00
JOHN DIES AT THE END

di Don Coscarelli,2012.
(VO. Sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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49 mangia il ricco eat the rich proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

 

 

 

MANGIA IL RICCO

Alex è un cameriere di colore e lavora in un ristorante di lusso a Londra. Per una inezia viene cacciato e si trova così senza un soldo e senza lavoro. Alex medita vendetta mentre il potente ministro della difesa, personaggio ambiguo e violento, conquista un crescente favore popolare. La situazione politica precipita e Alex decide allora di fare la rivoluzione con alcuni amici. Per prima cosa si impossessa del suo vecchio locale massacrandone i proprietari poi comincia a gestirlo in maniera piuttosto particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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JOHN DIES AT THE END 48 John dies at the end Don Coscarelli proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

La Soy Sauce è una nuova potentissima droga in grado di rendere visibili creature provenienti da altri mondi. Molti suoi consumatori tornano tuttavia dai “viaggi” completamente cambianti e con sembianze niente affatto umane. Alieni minacciosi stanno infatti utilizzando i corpi dei giovani ragazzi tossici come veicolo per invadere la terra. Solo due giovani nerd sembrerebbero gli unici in grado di salvare le sorti dell’umanità…

Il nuovo film di Don Coscarelli (“Phantasm”, 1979, “Bubba Ho-Tep”, 2002) è denso di simbolismi, metafore, dadaismi, invenzioni e creature degne di un Salvador Dalì cinematografico quale mostra di essere nel dipingere (più che filmare) questo prodotto molto onirico e assai poco – strettamente – cinematografico.
Qual’è la differenza tra un film e un sogno? Già, bella domanda. O tra un film e un incubo, sarebbe meglio chiedersi. Ma, d’altra parte: qual’è la differenza tra un sogno e un incubo? Queste, e altre domande mi ha stimolato “John Dies at the End”, pellicola molto attesa con la quale apro con contentezza il nuovo anno di recensioni. Dico con contentezza perché Coscarelli ci stupisce davvero, anche con effetti speciali, ma soprattutto con una storia cui dovrebbe esser dato un premio solo per la sceneggiatura, un dipinto, come dicevo all’inizio, più che una “scrittura filmica”, fatto di pennellate evocative che sfumano i loro contorni da un’immagine all’altra, creando arcobaleni gocciolanti che diventano mostri alieni ragnosi e imputriditi, per poi trasformarsi in maschere grottesche alla Max Ernst. La storia in sè non interessa a Coscarelli, che forse è ispirato da un Borroughs, da un Lovecraft, ha letto il libro omonimo di Wong da cui trae la sceneggiatura, ma poi si differenzia da queste ispirazioni perturbanti-letterarie lanciandosi nel reef del suo immaginario inconscio portandosi dietro gli spettatori tutti all’inseguimento.

Ci troviamo nella provincia statunitense, in compagnia di due amici trentenni, Dave ( Chase Williamson) e John (Rob Mayes). John si imbatte in un gruppo di giovani ad uno sconclusionato concerto di un gruppo di provincia, e durante tale evento viene introdotto all’uso di una strana droga, la Soy Sauce, nera, petroleosa e improbabile sostanza iniettabile. Dave annusa l’imbroglio cosmico e rifiuta di assumerla, ma per sbaglio si punge con una siringa di John, e scopre così che gli alieni usano i corpi degli inetti umani per invadere la terra. Il film è un fuoco d’artificio semidelirante, deliberatamente autoironico in alcune sequenze (come quella in cui la maniglia di una porta si trasforma in un grosso pene), a tratti difficilmente comprensibile nei suoi sviluppi e nelle sue contorsioni nelle quali domina sempre la visionarietà di un regista che se ne frega bellamente di tutti gli stilemi drammaturgici perturbanti e horror. Coscarelli cucina con la sua fantasia allo stato puro, mescolando ingredienti e provando nuove salse in un turbinio continuo di espedienti e inquadrature che non stancano mai, nonostante i 99 minuti di pellicola.

Forse alcuni dialoghi avrebbero potuto essere in verità debitamente accorciati, e poteva forse avere una funzione più pregnante anche la cornice narrativa del drugstore nel quale Dave racconta la sua incredibile storia a un ambiguo giornalista, un Paul Giamatti dannatamente sornione, come lo Stregatto di Alice. Eccola qui d’altronde l’associazione giusta: “John Dies at The End” è la versione maschile (omosessuale?) di “Alice in wonderland” di Lewis Carrol, una specie di “giorno del non-compleanno” del sottogenere a noi caro, dove tutto può accadere.

Non dobbiamo certo nasconderci che “John Dies at the End” è un film difficile, sicuramente astruso per certi palati abituati ai soliti plot horror, così rassicuranti nella loro cornice di inquietudini costruite a tavolino dai sempiterni Michael Bay and company.

Qui siamo su un altro pianeta, insieme ad Alice, appunto, col Cappellaio Matto, lo Stregatto e altro ancora, senza che ci vengano tuttavia risparmiate scene gore e pennellatine alla Lynch (come la protesi alla mano della giovane Amy). Come può mancare, in questo contesto “il portale” verso un altrove alieno? Lo troverete, naturalmente, ma naturalmente uguale e insieme diverso da come ve lo aspettereste. “John Dies at The End”: oggetto molto bizzarro e proprio per questo da vedere e studiare con attenzione e cura.

(http://psicheetechne.blogspot.it/)


17 Marzo

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 17 MARZO

Ore 18:30

GUMMO

di Harmony Korine, 1997.

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Ore 21:00

BULLY

di Larry Clark, 2001.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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GUMMO 46 gummo  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Xenia, Ohio. Un tornado ha distrutto gran parte delle abitazioni e decimato la popolazione (fatto realmente accaduto, siamo nel 1970). Anni dopo nulla è cambiato. Il trauma psicofisico causato da un evento naturale che ha il sapore di un diluvio universale mancato (punizione divina?) lascia nelle mani dei bambini una cittadina sperduta nel midwest statunitense.

Harmony Korine esordisce alla regia due anni dopo la convincente (e controversa) sceneggiatura di “Kids” e si distingue subito per originalità e per esplicita noncuranza delle regole del cinema mainstream americano. Un grande numero di tableaux autoconclusi e disturbanti si sovrappongono l’uno all’altro fino a formare una costruzione confusa e spiazzante. Utilizzando le prerogative del cinema direct, l’improvvisazione, la macchina a spalla, una colonna sonora slegata e frammentaria, un montaggio non lineare e alogico, il giovane autore sfida il pubblico a dimenticare la rassicurante confezione estetico-narrativa della produzione hollywoodiana e ad addentrarsi in un mondo crudele e amorale, grottesco e marginale ma sempre, e qui risiede la sua forza, credibile.

Le fantasie più assurde e animalesche di Korine non fanno che trarre spunto dalla vita reale, dal white-trash nichilista (e inconsapevole) delle periferie cittadine, dall’ignoranza dilagante di frange sempre meno marginali della popolazione americana. I bambini-padroni di Xenia(che uccidono gatti, sniffano colla, compiono atti vandalici di ogni sorta) saranno gli adulti di domani. I pochi adulti rimasti non si distinguono dai bambini per ferocia e insensatezza.

La visione è raccapricciante ma supportata da una riflessione disarmante: la mancanza di educazione e cultura non può che generare una recessione sociale e una bestialità mostruosa.

L’atmosfera in equilibrio fra un surrealismo decadente e un realismo grottesco sembra minacciata da una forza invisibile e malvagia, opprimente (le luci fluorescenti usate sul set contribuiscono visivamente). Come se un nuovo uragano fosse pronto a radere al suolo questa realtà autogestita e fallimentare.
Si lascia la sala con un senso di indefinito fastidio, nauseati dalle aberrazioni che l’uomo stesso può provocare, come se lo spleen in salsa trash in cui siamo stati immersi per 90 minuti si fosse impadronito di noi, insinuandosi nelle pieghe della nostra coscienza. Un film che lascia il segno nel bene o nel male.

Curiosità: Gummo è il soprannome di uno dei cinque fratelli Marx. Il meno conosciuto, dal momento che abbandonò quasi subito la recitazione e si dedicò alla gestione di un’agenzia teatrale.

(Matteo Ruzza http://www.pellicolascaduta.it/)

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BULLY 47 bully larry clark  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Larry Clark è indubbiamente un artista scomodo, anche perché da decenni sente l’urgenza di svelare il vero volto, quello votato all’annichilimento di sé, di una parte dei giovani americani.

Questo Bully è il suo terzo lungometraggio e narra di un gruppo di amici, tra i diciotto e i vent’anni, che decidono ad un certo punto di uccidere un loro coetaneo per non subire più le sue angherie e malvagità. Il ritratto, quindi, di giovani di buona famiglia, fottuti motherfuckers senza alcun obiettivo nella vita, che non sia quello della soddisfazione del piacere istantaneo, dissipati tra metamfetamine, sesso meccanico e incomunicabilità.

Un ritratto purtroppo non distante dalla realtà delle nostre metropoli contemporanee…Clark all’epoca dichiarò: “Bully non è un film ipocrita. E poi, ormai, i crimini dei giovani, gli omicidi con moventi distorti di amici o genitori, accadono in tutto il mondo. E’ inutile continuare a fingere che siano casi isolati o estremi…Mi interessa molto capire le reazioni che il mio film provocherà in altri paesi dove, ne sono convinto, ci sono tanti ragazzi come quelli del mio film. Non cercavo solo lo scandalo: volevo non falsificare una parte precisa della realtà che ci circonda e che dobbiamo guardare senza i falsi sogni e le torte di mele delle favole di Hollywood”.

La rappresentazione della superficialità, dell’indifferenza e dell’inconsapevolezza dei protagonisti del suo film è un atto d’accusa deciso contro la capacità educativa di una società, la nostra, che ha ormai in mente solo il profitto e il consumo. Il film è girato con uno stile secco e distaccato, la storia è tratta da un episodio di cronaca realmente accaduto, gli attori stanno recitando fino ad un certo punto (l’attore Brad Renfro è recentemente scomparso a causa di un overdose…). Ciò che colpisce allo stomaco lo spettatore è l’assoluta mancanza di coscienza morale dei giovani protagonisti, derivante però dal totale fallimento dell’educazione impartitagli da genitori assenti e lontani anni luce dalla vera realtà dei loro figli.

La geniale sequenza finale del film è paradigmatica di tutto questo, mostrando i ragazzi, durante il processo, ignari di ciò che gli accadrà tanto sono chiusi in un universo autoreferenziale e avulso dalla realtà circostante ed i parenti, tra il pubblico, che li osservano inebetiti come se li conoscessero solo in quell’istante veramente per la prima volta.

Colonna sonora da brividi con Cypress Hill, Eminem, Fatboy slim, Thurston Moore, Tricky…Indigesta, ma preziosa, gemma inedita in Italia, assolutamente da recuperare.

(http://scaglie.blogspot.it/)

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3 Marzo

DOMENICA UNCUT

Domenica 3 Marzo
NOBORU IGUCHI PAPA!

Ore 18:30
ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD

di Noboru Iguchi, 2011.
(VO sott. in italiano)

Ore 21:00
DEAD SUSHI

di Noboru Iguchi, 2012.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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NOBORU IGUCHI è il maestro riconosciuto dei B-movies trash. Una sorta di Ed Wood in salsa splatter-demenziale. Come spesso accade a chi estremizza i suoi prodotti e trasmette al pubblico il divertimento che prova a realizzarli, è ormai un regista di culto e i suoi film girano i festival di mezzo mondo. Anche se talvolta le sue trovate possono dar fastidio o provocare addirittura la nausea, non si può negare che si sia in presenza di un talento inventivo, seppur al servizio della distorsione visiva e comunicativa. A fianco di una lunga esperienza nel campo degli Adult Video, in cui ha fatto film su quasi ogni aspetto delle perversioni sessuali, Iguchi ha realizzato – spesso in cooperazione con Nishimura Yoshihiro, mago degli effetti speciali e più volte regista di film analoghi di grande successo – vari film che uniscono sesso, horror, splatter, fantastico e ogni possibile genere e contaminazione di genere.
Dead sushi, realizzato l’anno dopo il successo della commedia horror Zombie Ass, definita “escatologica”, in cui gli zombie escono dal water, è un film che non può mancare in una maratona di mezzanotte degna di questo nome.

[Franco Picollo http://sonatine2010.blogspot.it/]

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ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD 42 zombie ass  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Zombie Ass di Noboru Iguchi racconta di un gruppo di amici che parte in vacanza nei boschi. Niente di nuovo, dite? Beh si, ma questa volta il film non si prende sul serio neanche per cinque minuti e fa una delirante variazione sul tema. Una ragazza del gruppo ingerisce un verme trovato in un pesce per restare magra (???). Subito dopo il gruppo viene aggredito da uno zombi che li costringe a fuggire verso un mucchio di costruzioni e, soprattutto, verso un bagno, visto che l’aspirante modella ha dei crampi orribili. Malgrado le condizioni igieniche degne del bagno di Trainspotting, la giovane decide di usarlo comunque e nel mentre qualcosa si muove sotto di lei…

Durante la fuga da una prima ondata di zombi maleodoranti e ricoperti di liquami, i cinque si rifugiano in casa dello strano Dr. Tanaka e di sua figlia Sachi. Inizia l’assedio e, a garantire una buona dose d’azione, c’è la protagonista che padroneggia le arti marziali.

Delirante, imbarazzante, divertente, spesso di pessimo gusto, con brutti effetti speciali e un bodycount prevedibilissimo, il film non delude le aspettative di chi decide di passare la serata guardando qualcosa dal titolo così improbabile. Tutti gli stereotipi jap del genere sono rispettati: bondage, divise da studentesse tagliate in punti chiave, mostri vermiformi e fallici, scienziati pazzi, ecc. Il regista ha dichiarato di voler fare un film con persone infettate da parassiti e con belle ragazze che “fanno aria”: un proposito infantile su carta, ma ben realizzato e divertente.

Anche per gli standard giapponesi, questo film è estremo e non è certo adatto a chi si scandalizza o si schifa facilmente. A chi, invece, piace il genere il consiglio è di vederlo assolutamente: molto splatter, divertente, con belle scene di erotismo soft e un combattimento finale ancora più delirante del resto del film…

Zombie Ass è perfetto per una serata fra amici con un buon quantitativo di birra…

(DRIVER http://www.splattercontainer.com/)

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DEAD SUSHI  43 dead sushi  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

E se fosse il Sushi ad azzannare voi?

Noboru Iguchi ci svela un segreto spaventoso: anche il Sushi ha un’anima, dei sentimenti, una dignità. E soprattutto anche il Sushi ha fame, fame di Sushi Umano!!! Dopo aver visto il Trailer di Dead Sushi non potrete più guardare allo stesso modo un piatto di questa tipica specialità giapponese…il terrore che uno di quei bocconcini colorati si animi e vi azzanni la gola sarà troppo forte. Lo so. I ristoranti giapponesi doteranno i propri clienti di giubbotti di kevlar ed elmetti antiproiettile e, fra le norme, oltre ad assicurarvi che il pesce con il quale è stato realizzato il sushi è freschissimo, i proprietari dei locali dovranno garantirvi che il Sushi è stato ucciso prima di essere servito in tavola.

Lo so. Avrete paura.

Grazie Noboru Iguchi, maestro di saggezza, non vediamo l’ora di goderci questa tua nuova opera, un capolavoro annunciato.

Recitano, combattono, mangiano e uccidono Sushi in questa pellicola Rina Takeda e Shigeru Matsuzaki…Dead Sushi!!!

(Actarus http://www.splattercontainer.com/)

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DOMENICA 3 FEBBRAIO

DOMENICA UNCUT

Domenica 3 Febbraio

ore 18:30

TOKYO!

di M. Gondry, L. Carax, Joon-ho Bong, 2008.

(VO sott. in italiano)

***

Ore 21:00

HOLY MOTORS

di Leos Carax, Francia, 2012.

(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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HOLY MOTORS34 b tokyo carax proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Trama:
In una città sovraffollata, dove le strade si intrecciano e i palazzi si sviluppano in tutte le direzioni, una ragazza trova il modo di rendersi davvero utile trasformandosi in una sedia, un uomo dall’aspetto mostruoso emerge dalle fogne e terrorizza la città e un eremita urbano rompe il proprio isolamento scoprendo però che tutti gli altri hanno fatto come lui.

Tre gaijin (stranieri) raccontano la città emblema del Giappone: Tokyo, paradigma del progresso postmoderno delle “civiltà del nord” e allo stesso tempo emblema del paradosso che le caratterizza. Nel parossismo del traffico, della folla e delle luci prendono corpo tre storie ricche di temi densamente nipponici e al contempo universali, quantomeno per chi appartiene alla cultura delle metropoli.

La domanda da cui tutti partono è: sono gli uomini a dare forma alle città o viceversa? Interrogandosi sul rapporto fra uomo e spazio e fra uomo e uomo, tutti e tre i registi sono approdati al racconto di storie surreali ed estreme. In un mondo in cui si ha ragione d’essere per quello che si fa, una giovane ragazza senza ambizioni si sente davvero utile solo quando kafkianamente un giorno si trasforma in una sedia. Se improvvisamente un essere mostruoso scombussola lo status quo con la sua carica anarchica, il sistema lo neutralizza trasformandolo in icona mediatica. Quando l’umanità si trasforma in un agglomerato di monaci che non hanno alcun contatto fra loro, ci vuole un terremoto, forse quello definitivo, per rianimare i sentimenti originali dell’uomo in quanto animale sociale. In tutti i casi, il punto di forza è l’immagine. La stessa estetica accurata caratterizza infatti i tre capitoli che compongono il film, per quanto declinata in tre stili diversi.

Le firme dei tre registi sono riconoscibili, eppure in tutta l’opera si respira un gusto visivo molto giapponese. Nell’episodio Interior Design, per fare un esempio, la rappresentazione della trasformazione in sedia della protagonista è sorprendente e marcatamente gondriana, mentre la sequenza in cui la coppia discute, girata con un lungo carrello all’indietro, ha la severità e il realismo dei classici nipponici.

(Francesca Arceri http://www.hideout.it)

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HOLY MOTORS 35 holy motors carax proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Trama:
A bordo di una lunga limousine bianca Oscar si reca ogni giorno ai suoi numerosi appuntamenti di lavoro: la sua professione è vivere le vite degli altri, una dopo l’altra, come fulminei episodi di un film collettivo. Nel suo camerino di bordo si trasforma in banchiere, padre di famiglia, lottatore, assassino, troll, anziano morente; ma chi è Oscar veramente in un mondo in cui tutta la realtà è virtuale e ogni vita è una pantomima?

Il cinema è una grande macchina per produrre sogni e visioni che ci creano e ci trasformano, un veicolo capace di intervenire nei processi di identificazione che fanno di ogni soggetto ciò che è, fornendogli una “identità”.

Oniricamente, Leos Carax prende alla lettera questa idea e in Holy Motors ci trasporta per le strade di Parigi all’interno di una carnevalesca limousine a bordo della quale il signor Oscar, figurante esistenziale, ha il suo ufficio-camerino. Di lavoro Oscar si mette nei panni degli altri, interpreta episodi di vite altrui, vive vite, identità, sempre assorbito nel suo ruolo, apparentemente immune agli urti esistenziali e addirittura alla morte che non è mai la sua, è sempre cosa d’altri e comunque sembra sempre una messa in scena. E come non gli appartiene nessuna delle morti che interpreta, non gli appartengono veramente neanche le vite che recita così bene nell’inanellarsi frenetico dei suoi “appuntamenti di lavoro”.

Cosa resta allora dell’identità di un individuo se ogni azione che compie richiede di indossare una maschera e di interpretare un ruolo scimmiottando modelli prefabbricati in serie? Dove sta la realtà se le parole che pronunciamo sono sempre la ripetizione di qualcosa che è già stato pensato e scritto in un copione, se le forme e i generi attraverso cui il nostro corpo e il nostro linguaggio si esprimono sono già state concepite e ci condizionano? Forse che un incidente, un malessere fisico, un sintomo incontrollabile possono permettere all’esistenza e al desiderio di ognuno di noi di emergere nella loro singolarità?

Attraverso un dispositivo mesmerico di episodi in successione (con tanto di folle entracte), Carax porta in scena la sua nevrosi antisociale e denuncia la nostra capacità opportunistica e menzognera di giocare con il sembiante, di indossare delle maschere, di trasformarci in fantasmi capaci di rispondere alle aspettative altrui. Complice dell’impresa, lo straordinario e mostruoso attore-feticcio Denis Lavant, che assume sulle sue spalle (dis)umane tutto il peso delle trasfigurazioni linguistiche e formali di Holy Motors insieme ad alcune presenze-apparizioni eccezionali: Michel Piccoli, Eva Mendes e Kylie Minogue in una commovente versione Jean Seberg.

Precinema, musical hollywoodiano, fantascienza, film d’azione, computer grafica, animazione e citazioni infinite danno forma a questo pazzo metacinema in cui trova ampio spazio anche l’autocitazione attraverso, tra l’altro, il candido e infernale signor Merda apparso per la prima volta in uno degli episodi del film collettivo Tokyo!. Nel delirio della finzione che sfuma nella realtà, ci accompagna costantemente uno scricchiolio, forse della barocca sala cinematografica su cui un Carax gran manovratore veglia mentre gli spettatori assistono alla partenza di una grande nave da crociera, o forse di quella stessa sala/nave su cui ci troviamo noi a vagare ciechi nella notte.

(Silvia Nugara http://www.cultframe.com)

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Domenica 13 Gennaio

DOMENICA UNCUT

Domenica 13 gennaio

Ore 18:30
KURONEKO

(藪の中の黒猫, Yabu no Naka no Kuroneko) di Kaneto Shindô, giappone, 1968.
(V.O. sott. in italiano)

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Ore 21:00
ONIBABA – Le assassine

( 鬼婆) di Kaneto Shindō , Giappone, 1964.

 

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PROIEZIONI GRATUITE

Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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KURONEKO

KURONEKO

KURONEKO

Un gatto nero (kuroneko), occhi gialli, magnetici, pelo brillante, compatto, appare e scompare misterioso in questo bakeneko eiga (film di gatti fantama), un horror liberamente ispirato a “Il ritorno del gatto”, favola giapponese del repertorio popolare che presta a Shindo Kaneto l’occasione per una storia intrisa di magia e mistero, realtà e fantasia, effetti speciali che scuotono con irruzioni fantasmatiche le solide certezze di una ripresa naturalistica, fatta di radure silenziose, chiome gonfie di alberi ondeggianti, labirintico incrocio di fusti di bambù nella foresta attraversata dai samurai.

Il nero è protagonista, come in ONIBABA (1964), attenuato da una ricca gamma di grigi che sfumano in trasparenze lattiginose e fluttuanti nei costumi delle due protagoniste
L’epoca è la stessa, un Giappone medievale devastato da guerre di clan, percorso da manipoli armati di ronin disperati alla ricerca di cibo e razzie, donne rimaste sole in un mondo che le stupra, le costringe alla fuga e infine le trasforma in demoni assetati di vendetta.

ONIBABA e KURONEKO nascono da identica matrice, pur nello sviluppo diverso delle vicende raccontate. Nel primo le parole della didascalia d’apertura, “Un buco profondo e nero la cui oscurità è arrivata dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni”, preparavano la caduta finale verso l’inferno delle due donne, culmine di una fuga travolgente chiusa dall’urlo straziante della vecchia: “Sono un essere umano!”. Qui l’inferno è il regno di divinità maligne con cui le due donne hanno stipulato un patto diabolico: uccidere tutti i samurai e succhiarne il sangue alla gola, trasformandosi in felino nero miagolante durante l’amplesso a cui li hanno attirati con seducenti evoluzioni.
Il martellare delle percussioni rompe silenzi profondi, musica concepita come pensiero unico che impregna di sé tutti gli strumenti in un crescendo orgiastico, ma la spettralità dell’elemento onirico/fantastico lascia spazio anche alla dolcezza di momenti elegiaci che in ONIBABA sono assenti, annullati dalla misura estrema di un racconto teso, lancinante, come avviluppato su se stesso, che non consente soste e trova in questo la sua straordinaria forza.

Il Kaidan eiga classico, modello narrativo di matrice Tokugawa (1603-1867), in cui convivono realtà fisica registrata con cura calligrafica ed elementi soprannaturali resi in chiave allegorica, trova in KURONEKO una realizzazione più puntuale, gli stilemi rientrano nel solco della tradizione narrativa giapponese più ortodossa, ma Shindo appartiene a quella generazione “di mezzo” che, come i suoi Maestri, non rinuncia a porsi con occhio critico di fronte alla realtà, proiettando sullo sfondo della grande Storia vicende individuali di vita e di morte, sesso e paura del soprannaturale, uomini e donne ridotti alla pura sopravvivenza dai disastri della guerra, dannati della terra e potenti signori che li tengono in ostaggio in un mondo da cui sembra sparita ogni pietà

(Paola Di Giuseppe – Indie eye STRANEILLUSIONI)

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ONIBABA 31 onibaba proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

…2 uomini in un canneto, fuggono da qualcuno, prede di una battuta di caccia. Dopo titoli di testa con musica jazz si passa a musica incessante, durante questa scena, da Kabuki, tamburi risuonanti eco con delle urla umane, il tutto è spaventoso e immediatamente si piomba in un’atmosfera da vita brutale e selvaggia.

Sono 2 cacciatrici. Per gli uomini non ci sarà pietà, saranno uccisi e gettati in un pozzo che fa da fossa comune, dopo essere stati spogliati di tutto. Uccisi per un sacco di miglio o riso, tanto paga il ricettatore, tanto occorre per sopravvivere. Si ha carne quando capita, un uccello dal canneto o un pesce dal fiume da arrostire. Il Giappone medievale è in guerra, 2 fazioni si contendono il regno ma sembra un tutti contro tutti. Le vittime erano 2 soldati in fuga, passati da una battaglia ad una trappola. Tornerà dalle donne un “loro” uomo, un vicino, non il loro figlio o marito.

Quel pozzo è il simbolo dell’animalità che insorge dalla profondità più nera dell’animo umano e della storia stessa dell’umanità. Umanità spazzata continuamente dal peso della violenza. Quel canneto mai domo, costantemente preda del vento, è una furia. Non c’è amore, solo sesso mascherato come tale, istinto irrefrenabile per la giovane donna e l’uomo superstite, non per questo meno caldo e sensuale. E’ qualcosa che sopravvive alla barbarie.

E’ la fede che cessa d’esistere. Dove i bisogni primari assillano non c’è spazio per il superfluo, però un legame rimane con lo spirito umano: la preoccupazione di comportarsi “correttamente”, il senso di appartenenza alla terra e ad un disegno più grande governato da leggi naturali, il timore che arrivi un demone a punire. La donna più anziana farà leva su questo per non perdere la giovane a vantaggio dell’uomo. Un piano perfetto ma causa-effetto sarà implacabile, le si ritorcerà contro come nemmeno poteva immaginare.

Film di vita rasente la morte ad ogni istante. Non la trama è essenziale, ma le immagini, ed i suoni che le accompagnano.

Olimpo degli Olimpi. Magia pura d’un’arte non classificabile in occidente. Imperdibile!!!

(Robydick – http://robydickfilms.blogspot.it/)

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[25 NOV] AUDITION // KOTOKO

DOMENICA 25 NOVEMBRE

Ore 18:30

AUDITION di Takashi Miike, Japan,1999.

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Ore 21:30

KOTOKO di Shinya Tsukamoto , Japan, 2011.
(VO Sott. in Italiano)

 

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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AUDITION

Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo.

Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante.

Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti.

La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami.

(alexvisani.com)


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KOTOKO

Il mondo per Kotoko non è uno solo, ma uno spazio in cui due diversi piani scivolano fianco a fianco imponendo ai suoi occhi di vedere due facce della stessa persona. Vedere doppio non è materia d’ubriachezza o d’alcol, Kotoko vede di ogni persona il suo secondo, spesso tutt’altro che amichevole, ma è impossibile distinguere il vero dal falso: difendersi da chi l’attacca la costringe a cambiare quartiere di volta in volta, per il bene di se stessa e di suo figlio Daijiro. La vita è insopportabile, circondata dal chiasso generato dalla sua mente e dai pianti del bambino, ma il suo corpo continua a sanguinare ogni volta che lo viola con una lama, urlandogli “Vivi!”. Cantare è l’unica cura ai Doppi, il mondo diventa così uno solo, ma è quello giusto?

Ispirato anche in parte alla vita della stessa cantante, Kotoko è in parte biopic, il più coraggioso ed angosciante mai scritto per il Cinema, diretto con una maestria che ricorda i tempi della meraviglia punk Tetsuo, maturata in una consapevolezza ed un potere espressivo che si riassume nella scena d’apertura e di chiusura, gemelle di pura bellezza cinematografica. Una danza di fronte al mare ed una danza nel mare che l’invade, la protagonista Kotoko, visitata dal distaccarsi d’un mondo rispetto all’altro, non è più nel potere di distinguere il mare dalla terra, il male dal bene ed il tempo che fu dal presente.

Tutto è cancellato dal terrore di un pericolo costante, insediato dentro la propria follia o nella sopportazione dello scrittore Tanaka (lo stesso Tsukamoto), valvola di sfogo per la rabbia e la pazzia di chi sarebbe disposto a tutto pur di evitare sofferenza e miseria al proprio figlio/compagno. La paura di una guerra, secondo il regista, la paura di un assalto da parte del nemico sotto la pelle di chi crediamo sia nostro vicino e compagno d’avventura e sventura, il vivere costante in un’inquietudine trasmessa per filo e per segno allo (s)fortunato spettatore, immerso in un trauma immaginifico che è come l’affogare nell’acqua per un pesce che ha paura del suo stesso elemento.

Kotoko si iscrive per diritto nel registro dei grandi capolavori del cinema giapponese, con la sua sapiente e crudele visione, e delle grandi coppie attore/regista, la quale in questo caso va oltre il semplice scambio tra dietro e davanti la macchina da presa, ma si mescola in un impasto che sgretola il muro di separazione: verità e realtà nascono da un processo che inizia con una macchina da presa tremante spinta a riprendere qualcosa che è già stato ed allo stesso tempo non è mai stato. Un’esperienza unica e personale.
Fausto Vernazzani (http://cinefatti.wordpress.com/)


11 Novembre // Sound Of Noise // Ex Drummer

DOMENICA UNCUT
DOMENICA 11 NOVEMBRE

ORE 18:30
SOUND OF NOISE di Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson, 2010.

(VO sott. In italiano)
ORE 21:00
EX DRUMMER di Koen Mortier, 2007.

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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SOUND OF NOISE
Nel 2001 i due registi svedesi Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson girano un cortometraggio dal titolo “Music for one apartment and six drummers” [VIDEO]. La storia? Cinque uomini e una donna salgono su un’automobile e raggiungono un appartamento. Una volta dentro cominciano a suonare mobili, elettrodomestici, soprammobili, utensili da cucina e tutto quello che capita loro sotto mano. I sei continuano imperterriti, almeno finché non entrano in casa i veri proprietari dell’appartamento.

La storia, questa volta, parte da più lontano: Amadeus Warnebring discende da un’importante famiglia di musicisti, tra compositori, pianisti e direttori di orchestra. Lui invece fa il poliziotto e, per la precisione, è responsabile dell’antiterrorismo. Amadeus si tiene ben lontano dalla musica, ma quando la musica diventa un caso da seguire e i musicisti diventano dei colpevoli da arrestare, le cose per lui cambiano. La città è infatti presa sotto assedio da sei musicisti che improvvisano dei veri e propri atti terroristici suonando in luoghi non convenzionali e con strumenti non convenzionali. Il loro scopo e di scoprire e far riscoprire il suono della città, quello di Amadeus è di catturarli.
Forse.
Nonostante il punto di inizio sia quanto di più lontano dalla narrativa cinematografica intesa in senso stretto (“Music for one apartment and six drummers” è molto più simile ad un videoclip che ad un cortometraggio), “Sound of noise” si regge in maniera ottima sulle proprie gambe grazie ad una storia naif e dal ritmo travolgente. L’idea che conquista è quella di trasformare questo film in un classico heist-movie, dove al posto delle rapine, però, ci sono attacchi di guerriglia musicale assolutamente geniali, che oscillano tra la poesia (Electric love), la dissacrazione (Money 4 U, Honey, Doctor doctor give me gas (in my ass)) e la rivendicazione artistica (Fuck the music (Kill! Kill!)). E’ questo il difficile equilibrio su cui si muove il film, perennemente in bilico tra il serio e il faceto, tra la riflessione e il cazzeggio.

Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson dirigono un film dal ritmo perfetto, stralunato ma solido e solo apparentemente superficiale. “Sound of noise” è infatti un film musicale davvero originale, che porta un nuovo punto di vista (anche cinematografico) sul genere.
(http://www.pellicolascaduta.it/)

EX DRUMMER  

Tratto dal romanzo di culto di Brusselmans Herman , “Ex Drummer” è una produzione belga del 2007 che s’immerge nel mondo dello “scum punk” con il vigore della commedia nerissima e surreale, intrisa di atmosfere luride e carica di splatter .

Uno scalcinato trio di disabili (uno stupratore con problemi di articolazione labiale, un tossico mezzo sordo ed un ragazzo gay dal morboso rapporto materno) ha intenzione di creare un band punk con cui partecipare al più importante raduno rock fiammingo. In cerca di un batterista per il gruppo i “nostri” si rivolgono a Dries, scrittore cinico e di grande successo, poiché sono convinti che un elemento popolare potrebbe garantire fortuna alla band. Dries accetta e s’inventa come personale handicap quello di non saper suonare la batteria (!!?). Nascono i “The Feminist” e la discesa nel vortice del degrado e della violenza ha inizio.
Dries, dall’alto della sua ricchezza, cultura ed intelligenza diverrà ben presto il leader della band e sfrutterà questo potere a suo piacimento, senza pietà per nessuno…

Shockante, politicamente scorretto, sfrenatamente nichilista, “Ex Drummer” è un film che vive di una narrazione sincopata, fatta di situazioni che sovente calcano la mano nello squallore generato dai più bassi istinti umani. E proprio come feroce (anche se talvolta si subodora furbizia da parte del regista Mortier) critica nei confronti dell’uomo e della società si pone l’opera in questione che mostra un mondo ai margini di tutto, dove l’unica possibilità di fuga è rappresentata da una musica che lascia esplodere rabbia, frustrazione e disperazione. In questo quadro degradato, dove droga, violenza e sesso primitivo paiono rappresentare il linguaggio comune, si muove la figura cinicamente borghese e arricchita di Dries che, quasi a voler distruggere le proprie origini proletarie, sfrutta il potere per assoggettare i più deboli, da utilizzare come cavie per “ispirazione da scrittore” o più semplicemente come oggetti di mero divertimento e sfogo.

Koen Mortier, all’esordio nel lungometraggio, fornisce una prova di regia molto tecnica e virtuosa seppur ammanti il suo stile di sporcizia ed utilizzi, a tratti, la camera a spalla in modo epilettico e nauseante. Sangue, omicidi, amputazioni, deiezioni, sesso brutale ed altri orrori assortiti vengono sparati in faccia allo spettatore in grande quantità e rendono talmente smaccata la violenza da avvicinarla a quella di cartoon malato e pornografico.

Anche per questo motivo “Ex Drummer” funziona più nei momenti estremi che nella sua interezza e non fornisce (volutamente) alcun trasporto empatico nei confronti dei personaggi che lo affollano. Efficace la colonna sonora che annovera numerose band punk e che vanta una spiritata cover di “Mongoloid” dei Devo e devastante la rappresentazione finale del raduno rock fiammingo, con i vari cantanti che si comportano in perfetto stile GG Allin.

(http://www.alexvisani.com/)

 


Domenica 4 novembre.

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 4 NOVEMBRE

ORE 18:30 :
QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)

ORE 21:00 :
STALKER (Сталкер di Andrej Tarkovskij, URSS, 1979)

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO

QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)


Vivere sottoterra per trent’anni, forse cinquanta, forse per sempre. Questa non è una minaccia, e nemmeno un cattivo presagio, bensì l’obiettivo da raggiungere, per quel che resta dell’umanità dopo l’apocalisse.

Letters from a Dead Man, esordio targato 1986 del russo Konstantine Lopushanskij, allievo di Andrej Tarkovskij e tuttora in attività, racconta l’incubo di un mondo prossimo a sparire, in cui nulla ha più valore, nemmeno il tempo, nemmeno la cultura, in cui l’unico requisito richiesto ad un libro è che abbia la copertina rigida e le pagine in carta naturale buone da ardere per scaldare gli ambienti, in cui ogni ora è uguale all’altra in un crepuscolo interminabile, in cui un’umanità annichilita si trascina per inerzia rinunciando ad ogni prospettiva, e in cui un uomo di scienza profondamente avvilito dal fallimento della stessa può esser preso per pazzo perché rifiuta la tesi del pianeta al collasso, perché nella devastazione generale trova ancora la forza di cercare un appiglio verso il futuro, perché ambisce ad individuare una formula che parli ancora di vita all’aria aperta, perché crede nella sopravvivenza della specie, perché si produce in pensieri positivi e lungimiranti per non morire dentro, perché coltiva un’illusione per darsi un obiettivo, per mantenersi vivo.

Girato a ritmo catatonico e caratterizzato da un impianto visivo fitto e claustrofobico che sfrutta una fotografia monocromatica e densa dominata da inquietanti tonalità seppia per donare alle ambientazioni più varie un senso di sconfortante uniformità e disperante desolazione, quello di Lopushanskij è un film poetico lugubre sconvolgente ed irrimediabilmente pessimista che disegna la parabola discendente di un uomo romantico alle prese con il declino di una specie che non sa più lottare e che ha accettato l’estinzione come conseguenza logica ed inevitabile della propria inettitudine.
Letters from a Dead Man è un’esperienza di non-vita che lascia attoniti e disarmati.
(Estratto della recensione di pazuzu)

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STALKER

STALKER (Сталкер di Andrej Tarkovskij, URSS, 1979)

Un metorite caduto sulla terra ha prodotto strani fenomeni in una zona, prontamente protetta e recintata dall’esercito. Per entrarci esistono però delle guide clandestine, chiamate “Stalker”, capaci di condurre chiunque lo richieda fino alla “camera dei desideri”. Uno scrittore, uno scienziato e uno stalker partono verso la misteriosa zona. Ne torneranno profondamente cambiati.

Per un viaggio al centro dell’universo che potrebbe essere anche l’ultimo. “Stalker” di Andrej Tarkovskij (liberamente ispirato al racconto “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij) è un viaggio “dantesco” negli insondabili misteri del creato, un distillato sublime di tecnica cinematografica al servizio di un incantevole riflessione sulla natura dell’uomo e il senso della vita che si fa etica dello sguardo. L’autore russo ci immerge in un paesaggio acquitrinoso, tra i relitti di un mondo dismesso e la ricerca itinerante di un sapere “irraggiungibile”, dove è la presenza fondamentale e fondativa degli elementi naturali (soprattutto dell’acqua, acqua dappertutto) a fungere da centro gravitazionale di ogni mondo possibile e dove i passaggi cromatici dal bianco e nero virato in giallo della città e i colori sgargianti della Zona danno l’idea della differenza tra ciò che è transitorio in quanto precario e ciò che rimane necessario perché eterno. Segnato dal mirabile equilibrio tra speculazione filosofica e istanze dell’animo, il film è permeato da una forte carica spirituale, una spiritualità laica perché è immanente alle cose del mondo e perchè non ha una natura trascendente ma si accompagna ai percorsi della ragione accrescendone la carica vitale.

Il professore è portato a concepire l’universo come ad una concatenazione di eventi che si susseguono secondo il necessario rapporto di causa effetto.
Lo scrittore è più incline a guardare le cose seguendo l’imponderabile casualità degli eventi che permeano nel profondo l’ordine del mondo. Ma tanto il calcolo razionale quanto l’astrazione intellettuale perdono di ogni consistenza cognitiva all’interno della Zona, dove la ricerca massima della conoscenza comporta l’abbandono del modo solito con cui ci si rapporta con le nozioni di spazio e tempo, dove la strada più consona per arrivare alla meta non è sempre quella più corta e dove le carcasse di carri armati abbandonati , case diroccate, binari ciechi, nel loro essere le macerie di un mondo defunto, danno sostanza a quell’assoluta mancanza di coordinate riconoscibili che accomuna i rispettivi percorsi esistenziali. Penetrare la Zona e sfidare tutte le insidie che la popolano per arrivare fino alla Stanza, nel centro chiarificatore di tutti i misteri, significa, di per se, iniziare a farsi delle domande sulla natura profonfo dell’uomo, su quale carattere permea maggiormente la sua condotta di vita : l’istintiva propensione a perseguire un utile individuale o la capacità altruistica di sapersi in pace solo in sintonia coi propri simili ? essere attratto dal male o riconoscere il bene in quanto tale ? Porsi queste domande significa iniziare a dubitare della propria stessa natura, scoprirsi deboli rispetto alla volontà di potenza di cui si può entrare in possesso. Significa aver paura della Stanza che, da luogo che può esaudire ogni richiesta, si trasforma in quello che può realizzare solo i desideri più intimi e segreti, quelli che caratterizzano nel profondo l’essenza di ogni uomo e “anche se non ne sei perfettamente cosciente, li porti dentro e ti dominano sempre”. Ecco l’esito del viaggio (o uno dei possibili almeno) : la scoperta della limitatezza umana rispetto all’immensa voragine della conoscenza.

Ed ecco la grandezza di Andrej Tarkovskij, che si avvicina ai grandi temi del pensiero filosofico senza risultare didascalico e senza alcuna accenno moralizzante. La sua equidistanza dalle cose che tratta è la stessa che caratterizza lo Stalker, un novello “Caronte” che si accompagna alle dispute dottrinarie dei due compagni di viaggio riparandosi dietro la fideistica accettazione di un mito. Il suo linguaggio cinematografico è proiettato in avanti pur facendo ampio utilizzo della sempiterna potenza creatrice degli elementi della natura. La sua capacità di fare un arte per l’arte si sposa col destino sfortunato della piccola figlia dello Stalker, che riesce a spostare un bicchiere con la sola forza del pensiero, un pensiero che nasce dalla ferma volontà di poterci credere. Il finale ce la restituisce come l’unica fonte di colore in mezzo a un mondo tinto di grigio, sommersa dall’Inno alla gioia che suona come un inno al futuro.
(Estratto della recensione di Peppe Comune )


Il disagio di Toshiaki Toyoda

DOMENICA UNCUT
Domenica 28 ottobre

Ore 18:30

PORNSTAR aka TOKYO RAMPAGE (ポルノスターPoruno sutâ di Toshiaki Toyoda, Jap. 2000)

Ore 21:30

BLUE SPRING (青い春 Aoi haru di Toshiaki Toyoda, Jap,2001)

 

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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PORNSTAR aka TOKYO RAMPAGE

“Per che cosa sei necessario?”. È questa la domanda che il protagonista ossessivamente rivolge a quelli che incontra nel suo personale viaggio nell’inferno della città. La violenza del mondo si è radicata a tal punto dentro di lui che uccidere diventa quasi una scelta morale. Dal cielo, quando piove, piovono coltelli.

Ottimo esordio questo Pornostar (titolo fuorviante, o forse no, visto che la violenza viene messa in scena freddamente e senza filtri, proprio come un film porno mette in scena il sesso). A metà strada tra gli yakuza movie di Takeshi Kitano e Takashi Miike, il film di Toshiaki mette in scena una violenza cupa, anarchica e fredda, moolto fredda. L’attore protagonista è perfetto e il suo volto descrive ottimamente il cinismo del ragazzo protagonista. Il famosissimo quartiere di Tokyo, Shibuya, è quasi un secondo personaggio del film, con le sue vie e l’umanità varia che la popola, fatta di yakuza, spacciatori e prostitute. In questo contesto arriva questo ragazzo senza nome e porta scompiglio, usando come arma prevalentemente dei coltelli, che addirittura immagina piovano dal cielo in una splendida sequenza surreale e poetica. Insomma, Pornostar è un esordio col botto, uno yakuza movie d’autore che difficilmente si dimentica.

Da vedere assolutamente.

(http://japancult.blogspot.it/)

 

BLUE SPRING

“Il tetto di un edificio scolastico è il luogo dove bande di giovani ragazzi svolgono prove di coraggio per conquistarsi il titolo di capo. Aoi Haru è una storia di “anarchia scolastica”, ambientata in un edificio ironicamente circondato da ciliegi in fiore. Il film di Toyoda (al secondo lungometraggio dopo “Pornostar”) si occupa sia delle lotte per il potere fra gli studenti, sia del loro malessere che può spingerli a compiere atti inspiegabili.”

Non vi è alcuna visione etica e morale, o analitica, nella rappresentazione dei teppisti che infestano in lungo e largo una scuola ai confini del mondo. Quasi metafora del tetro mondo che aspetterà i giovani nel loro prossimo futuro, lasciati a se stessi in toto.

Le vicende del gruppo di Kujo, interpretato da Ryuhei Matsuda, attore che, da giovanissimo, recitò in Tabù (Gohatto) la parte del bel samurai, ma anche in Otakus Love, oltre ad altre dozzine di pellicole famose, non sono raccontate tramite la chiave di lettura dell’amicizia, o dell’unità del gruppo, ma attraverso un’egoistica e personalistica visione del mondo.
Ogni componente è un caso individuale che vivrà in maniera indipendente ogni sua scelta, e che solo secondariamente inficerà il gruppo, e così abbiamo chi sceglie di divenire Yakuza, chi sceglie di trasformarsi nel nuovo boss, chi sporcherà le sue mani nel sangue, chi vorrà uscire dall’ombra imponente del suo migliore amico,e chi non vorrà fare nulla

Unico legame di tutto, un terrificante gioco che si svolgerà sul punto più alto della scuola, sotto il Cielo Blu.

E se Kujo e Aoki chiudono il cerchio di un’’opera volontariamente non coesa, volontariamente non organica, e volontariamente frammentata, rendendo ancora più palpabile il disagio che attanaglia lo spettatore per tutta l’opera, bisogna fare i complimenti alla regia precisa di Toyoda, fatta da un uso esteso di loom/gru, di steadycam, o carrellate estese o panoramiche, il tutto accompagnato da una splendida colonna sonora, spesso marchio di fabbrica del regista Giapponese.

(http://dalparadisoallinferno.iobloggo.com/)


Proiezioni in riva al lago

DOMENICA UNCUT- 12 AGOSTO 2012
SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO
Ore 21:30
L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, 1999.
Ore 23:30
Violent Cop di Takeshi Kitano, 1989.
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Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
FREE ENTRY
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LA SAUNA :
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401
http://www.myspace.com/saunarecording
http://www.lasaunastudio.com/
!!! IMPORTANTE !!!
NON PARCHEGGIATE LUNGO LA STRADA PROVINCIALE. MULTA SICURA.
Potete invece lasciare la macchina:
– nel parcheggio vicino al ponte della ferrovia, in direzione varano
– nel parcheggio a 200 metri dallo studio sulla sinistra in direzione Corgeno/Vergiate
– nel parcheggio dal Camping “La Madunina”, sempre in direzione Corgeno/Vergiate, sulla destra a 300 metri dallo studio
-Nelle stradine sulla collina sopra lo studio.
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L’estate di Kikujiro E’ estate. Masao (Yusuke Sekiguchi) è un bambino di nove anni che non ha nessuno con cui giocare. Vive a casa della nonna e non conosce i suoi genitori. Casualmente trova in un cassetto una foto della madre e , con pochi soldi in tasca, decide di mettersi in viaggio nella speranza di poterla rivedere. Kikujiro (Beat Takeshi), alter-ego del rude, irresponsabile e violento Azuma di Violent Cop, viene incaricato dalla moglie di accompagnare il piccolo. La strana coppia incontrerà lungo la propria strada i personaggi più bizzarri e stravaganti: due motociclisti metallari e mammoni, un vagabondo nudista, gli uomini di un boss della malavita…
Masao vivrà un’estate indimenticabile: conoscerà la gioia e la sofferenza ma soprattutto saprà di avere un nuovo grande amico con cui ridere e scherzare. Dolce e commovente, delicato e divertente, L’Estate Di Kikujiro è una pellicola intimamente segnata da un lessico essenziale e dalla costante propensione dell’artista a ricercare una continua sperimentazione nella scelta delle immagini. La ridondanza delle tecniche di ripresa si legge tanto nella sostanziale ciclicità delle scene proposte, quanto nell’attento ed accurato impiego di inquadrature quasi sempre frontali.
Interessante, infine, notare anche la capillare attenzione mostrata per l’illuminazione e rinvenibile, ad asempio, nell’innovativo utilizzo del “bruciante verde estivo”. Come dire che ancora una volta la collaborazione tra Kitano ed il direttore della fotografia Yanagishima ha sortito i suoi più proficui effetti. (Etratto della recensione di revisioncinema.com)

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VIOLENT COP

Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è “Furyo” di Nagisa Oshima). “Violent cop” avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all’ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull’apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l’idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c’è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l’impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l’amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa “Quest’uomo è pericoloso!”

(Etratto della recensione di tomobiki.blogspot.it)


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THE LAST GOREGASMO!

Chiusura Stagione Domenica Uncut

DOMENICA 27 MAGGIO

Ore 17:00 FROM BEYOND di Stuart Gordon, 1986.

Ore 20:00 BRAIN DAMAGE di Frank Henenlotter, 1988.

Ore 22:00 STREET TRASH di J. Michael Muro, 1987.

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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FROM BEYOND

Tratto dall’omonimo libro del creatore del Necronomicom, H.P. Lovecraft, From
Beyond è un film che trasporta lo spettatore in un delirio a dir poco unico
nel suo genere, un mondo composto da visioni malsane e scioccanti, dove
creature disgustose e viscerali riccheggiano fra bagni di sangue, fusioni
corporee e raccapriccianti mutazioni.

Un allucinante viaggio tra la lussuria metafisica reinterpretata dall’autore
di Re-Animator, Stewart Gordon, il quale ha dato un chiaro esempio di come sia
possibile arricchire una sceneggiatura con delle trovate geniali

From Beyond viene considerato dalla critica unico nel suo genere, in quanto
pur rimanendo una pellicola dal budget molto limitato, vanta di incredibili
effetti speciali a dir poco sbalorditivi. Le riproduzioni delle creature sono
davvero eccezionali e le sequenze splatter hanno quasi del maniacale.

imperdibile!

(Estratto dalla recensione pubblicata da splattercontainer)
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BRAIN DAMAGE

Eccellente ritorno al cinema del genio Henenlotter, che si rivela come uno
degli autori horror-splatter più originali degli anni ’80. La trama narra di
un parassita mostruoso, di nome Elmer, che si insedia sulla nuca delle vittime
iniettandogli un fluido allucinogeno nel cranio. Una volta drogate, le vittime
sono completamente succubi del volere del parassita, che le costringe a
diventare feroci assassini pur di procurargli materia cerebrale di cui è
ghiotto.

Trasgressivo, estremo ed inaspettatamente profondo. Difatti risulta ben
tratteggiata la figura del ragazzo protagonista, pieno di incertezze, dubbi e
paure e che trova nel parassita la forza per reagire e per mettersi in mostra
di fronte agli altri. In parte acida riflessione sugli effetti psicologici
delle droghe, in parte critica alla società che schiaccia l’individuo, “Brain
damage” è probabilmente il miglior film di Henenlotter.

Eccezionale, scatenato, intelligente, diretto con nero umorismo ed abilità.

(Estratto dalla recensione pubblicata da Alexvisani.com)
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STREET TRASH

J. Michael Muro, esperto operatore steadycam all’epoca studente di cinema,
siamo nel 1987, amplia un suo cortometraggio e sforna una splatter-comedy
demenziale senza un apparente senso, ma dall’incredibile impatto visivo che
rappresenterà forse il canto del cigno della parte più anarcoide di un genere,
che negli anni successivi verrà addomesticato e perderà molta della sua forza
espressiva.

Raccontando di un liquore, il famigerato Viper, che scioglie letteralmente in
pozze di liquame chi ne fa uso, Muro tralascia completamente il plot per
lanciarsi in una serie di coreografiche e coloratissime liquefazioni, che
assumono l’aspetto di un mostruoso e lisergico meltin-pot di carne e sangue,
il materializzarsi di un terrificante dopo-sbronza da incubo, che una volta
superato il confine della narrazione mostra la parte più artistoide del
filone, che già Sam Raimi aveva sondato con le possessioni/mutilazioni
selvagge del suo Evil dead.

Da rivalutare perchè: per riscoprire una cinema di genere genuino e lontano da
qualsiasi legaccio produttivo, naturalmente riservato ad irriducibili cultori.

uno dei film splatter più provocatori degli anni ’80

(Estratto dalla recensione pubblicata da Il cinemaniaco)


ASIAN FEAST : Rassegna PINKY VIOLENCE

- DOMENICA 13 MAGGIO -
ASIAN FEAST : RASSEGNA PINKY VIOLENCE

Ore 19:00
FEMALE PRISONER #701: SCORPION
(女囚701号 さそり Shunya Ito, Japan, 1972)

Ore 21:30
DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS
(ずべ公番長 ざんげの値打もない Kazuhiko Yamaguchi, Japan, 1971)

 

I film saranno in lingua originale sottotitolati in italiano.

Presentazione dei film a cura di paolo Simeone di Asian Feast

Spilletta “Pinky Violence” in omaggio per che partecipa a tutte e due le proiezioni.

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

ASIAN FEAST

www.asianfeast.org

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PINKY VIOLENCE
Si tratta di un’etichetta erronea, che significa ben poco nella terra del Sol Levante, ma che e` stata storicizzata ad occidente per indicare tutti quei film con ragazze difficili protagoniste. Si tratta di cinema popolare, che mescola tutti gli elementi migliori della cultura dei 70s nipponica, dalle romantiche e disperate canzoni Enka alla fiorente cultura della vita notturna passando tutti gli stereotipi dei piu` classici Yakuza Eiga. Un miscuglio fatale e bellissimo che ancora oggi influenza tante produzioni odierne e delinea ancora i tratti di molte protagoniste femminili dei film di oggi.

Si parte con Female Prisoner # 701: Scorpion uno dei film che consacro` la piu` famosa delle interpreti del genere e diede origine ad una serie di ben quattro film. Kaji Meiko e` ben nota anche ad occidente direttamente per capolavori come Lady Snowblood, The Blind Woman’s Curse e il succitato film, ma anche indirettamente per le sue ottime canzoni che Quentin Tarantino ha inserito nel suo dittico Kill Bill. La serata prosegue poi con un film meno noto, ma non certo meno bello: Delinquent Girl Boss: Worthless to Confess. Anche questo parte di una serie di quattro film, vede invece come protagonista la bellissima Oshida Reiko, affiancata da altre bellezze del genere come Kagawa Yukie e Katayama Yumiko. A quelli che parteciperanno ad entrambe le proiezioni spettera` in omaggio un premio offerto dal cineclub: una spilletta commemorativa della rassegna con la bella Reiko impressa sopra. (paolo Simeone /Asian Feast)

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FEMALE PRISONER #701: SCORPION
Female Prisoner # 701: Scorpion, ispirato ad un acclamato manga di Tooru Shinohara racconta la genesi di Nami, nota come Sasori (Scorpion), divenuta nel tempo un po’ il simbolo stesso dei “women in prison” e interpretata da un’intensa Meiko Kaji (Lady Snowblood, Stray Cat Rock). “It’s stylish, well written, with some quirky elements” scrive Thomas Weisser, mentre è ormai ora di ridimensionare la serie e contestualizzarla adeguatamente. Meiko Kaji era la figura rappresentativa della serie della Nikkatsu, Stray Cat Rock (Alleycat Rock/Naraneku Rokku, 1970-1972), ma a causa della ripetitività degli episodi lascia la casa di produzione e approda alla Toei dove diventa ben presto la regina della serie Sasori, composta di sei episodi (4+2, tra il 1972 e il 1977), un remake del 1991, alcune versioni video e altre versioni/ombra come solo in Giappone sanno fare. L’attrice reciterà però solo nei primi quattro capitoli dopodiché lascerà la Toei per raggiungere la Toho e interpretare il suo più grande successo di sempre, Lady Snowblood (1973).

All’inizio di Female Prisoner # 701: Scorpion la vediamo nel tentativo di evasione (fallito) insieme ad una compagna, interpretata da Hiroko Ooji. Riaccompagnata nel carcere femminile di massima sicurezza verrà mostrato finalmente il flashback esplicativo; Nami, coinvolta dal suo amante poliziotto in una missione, viene da lui tradita, stuprata da una gang e abbandonata. Ripresasi tenterà di uccidere il poliziotto ma invano; Il tempo per la vendetta arriverà solo dopo un’ora e mezza intensissima di film.

La parte centrale del lungometraggio è un classico “women in prison” e come da definizione del sottogenere, diviene pretesto per una passerella continua di nudi femminili, timide sequenze saffiche, crogioli di poliziotti arrapati e violenti. Fosse solo questo, la parte centrale risulterebbe la meno coinvolgente e la più pesante. Fortunatamente è lo stile e la folle creatività del regista a fare la differenza. La macchina da presa si muove brusca spostando continuamente l’asse di visione, riuscendo ad andarsi ad infilare in luoghi extradiegetici per mostrare non più o meglio ma in modalità diversa (come l’inquadratura fatta da sotto il pavimento –trasparente- durante la sequenza dello stupro di massa). Alla regia si uniscono altri due elementi: un utilizzo forzato ed antinaturalistico delle luci e degli inserti di visionarietà pop. Simbolo stesso del film è la sequenza in cui una prigioniera cerca di uccidere Nami ma viene fermata dalla prontezza della ragazza che le frantuma una porta a vetri sul viso. Da quel momento si sviluppa una sequenza del tutto estranea al film: delle luci azzurre mostrano la ragazza ferita con i capelli irti sopra la testa e il viso, flagellato dai vetri, che si trasforma in una specie di maschera demoniaca del folklore giapponese. Sequenze come questa, o quella delle prigioniere sedute nell’orticello delle fragole che si dipingono le labbra con un finto rossetto ottenuto dai succhi dei frutti scaraventano il film nel reame dei folli lungometraggi giapponesi trasudanti furori ultrapop degli anni ’70. Meiko Kaji canta la canzone dei titoli di testa e di coda, non era la prima volta, ma questa sarà la prima di una lunga serie di successi.
(Senesi Michele Man chi)
http://www.asianfeast.org/recensioni/female-prisoner-701-scorpion

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DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS

In poco più di sei mesi, a cavallo tra ’70 e ’71, si consumava l’intera saga composta da 4 film dei Delinquent Girl Boss. Protagonista ne era la bella e giovanissima Oshida Reiko, salita già alla ribalta delle cronache cinematografiche giapponesi per il significativo ruolo della bella ninja Rui in Quick Draw Okatsu. Il bilancio della serie fa constatare come il tentativo in sede di produzione fosse quello di fidelizzare lo spettatore. In tutti i film Oshida Reiko interpreta il ruolo di Kageyama Rika, che appena uscita dal riformatorio di Akagi, va a costruirsi una nuova vita nella grande città. E nel far questo le capita di rincontrare ex-compagne di cella o meglio dire “attraversare” le vite queste ragazze che hanno più o meno gli stessi volti e gli stessi personaggi di film in film. Per questo si tratta sostanzialmente dello stesso personaggio, ma anche dello stesso film, ogni volta. Sempre uguale, eppur diverso. Come fosse una bella canzone re-arrangiata per la nuova occasione.

Worthless to Confess però è ben più di un semplice instant movie nato sulle note dell’omonima canzone (Zange no Neuchi mo Nai) che fu l’esordio della cantante di Enka Kitahara Mirei. Questo nonostante la stessa cantante si esibisca a metà film pressapoco con il suo secondo singolo (Suteru Mono Ga Aru Uchi Wa Ii), così come accadeva con l’altra diva pop Fuji Keiko compariva nel primo film della serie Delinquent Girl Boss: Blossoming Night Dreams. A ben vedere, sebbene vi sia la riproposizione dei medesimi schemi sin dal primo film, l’ultimo della serie risulta più complesso e mediamente strutturato meglio. Il meccanismo risulta ben oliato dal regista Yamaguchi Kazuhiko, non certo uno sconosciuto visto che di lì a poco avrebbe diretto altri grandi classici ed intere saghe per la Toei. Bastino citare i due Wandering Ginza Butterfly con Kaji Meiko, i vari Sister Street Fighter con Shihomi Etsuko e il dittico Karate Bearfighter/Karate Bullfighter con Sonny Chiba. Dove finisse il mestierante e iniziasse l’autore è come al solito difficile da definire con i registi contrattati della Toei, ma il fatto che fosse spesso co-sceneggiatore dei suoi film lascia ben sperare. Ed è notevole anche il cortocircuito instaurato nei primi minuti, quando nel riformatorio delle ragazze viene trasmesso Man from Abashiri Prison, il più grande successo del collega Ishii Teruo con protagonista Takakura Ken, che serve in qualche modo ad instaurare il parallelo tra la prigione femminile di Akagi della serie e quella maschile ben più nota di Abashiri.

In questo specifico caso Yamaguchi consegna un ottimo film, non a caso tra i più amati del sottogenere dedicato alle ragazze ribelli, dove i personaggi sono ben delineati anche grazie ad un ottimo cast che vede oltre ai soliti comprimari della Oshida anche la presenza di grandi ospiti. C’è la bellissima Katayama Yumiko, ben nota in patria per il suo ruolo nel cast fisso della leggendaria serie TV Playgirls, ma anche il grande Junzaburo Ban, monumento del cinema, che vantava nella sua carriera film con Kurosawa (Dodes’ka-den), Oshima (Il Cimitero del Sole) e Inoue (Tokyo Cinderella Girl). I due interpretano figlia e padre in crisi affettiva, finché nelle loro vite non irrompe la vitale ed energetica Rika. Attorno ruotano le altre presenze fisse della serie come la disperata Kagawa Yukie con il suo compagno ex-Yakuza, interpretato dall’altro ospite d’eccezione Nakatani Ichiro (La Sfida del Samurai, Harakiri, Kaidan), ma anche Tachibana Masumi e Tsudoi Mieko, che lavorano come intrattenitrici nel club in cui fa da inserviente Hidari Tonpei.

Il rendez-vous finale con il laido boss cattivo Kaneko Nobuo (Vivere) è iconograficamente rappresentativo del grande status di salute della cultura popolare e giovanile del Giappone dei tempi. Immagini che si stampano nella memoria quelle delle cinque ragazze con la divisa della loro gang riunita e il lutto al braccio che urla vendetta, ma anche attimi intensi, vuoi anche commoventi, come il lungo e disperato discorso a favore di macchina della Oshida assieme alle altre nella classica posizione della Jikoshokai Yakuza. Sulle sirene della polizia si chiude un’altra splendida tragedia sui perdenti, sui reietti della società, sulla loro dignità di esseri umani cui ci aveva abituato il bel cinema nipponico di quegli anni.
(Paolo Simeone)
http://www.asianfeast.org/recensioni/delinquent-girl-boss-worthless-to-confess

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[6/Maggio] BLIND BEAST // FEMINA RIDENS

Domenica Uncut – Domenica 6 maggio

Ore 19:00

BLIND BEAST
di Yasuzo Masumura, Jap, 1969. (VO sott. in italiano)

Ore 21:30

FEMINA RIDENS
di Piero Schivazappa, Italia, 1969.

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Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

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BLIND BEAST

Michio, uno scultore cieco, è costretto dalla sua cecità e dalle morbose attenzioni della madre ad un’esistenza triste e solitaria. Egli dedica la sua vita alla scultura ed in particolare ai nudi femminili, che sono per lui una vera ossessione. Decide così di rapire una splendida modella, Aki, con lo scopo di creare il suo capolavoro nonchè di concepire una nuova forma d’arte. Fingendosi un massaggiatore, con l’aiuto della madre, riesce a narcotizzarla e trasportarla nel suo studio. Di lì in poi la follia prenderà lentamente il sopravvento…

Un’inquietante scenografia surreale fa da contorno ad una storia malata in cui il buio, vero protagonista del film, si insinua tra i personaggi e nel loro rapporto, conducendoli attraverso un percorso fatto di passione, violenza e masochismo.

Lo stile è minimale ma attento ai particolari, ogni inquadratura è studiata nei dettagli e resa ancor più affascinante da suggestivi giochi di luce su una scenografia davvero spettacolare.
Il film, 35 anni portati benissimo, è ricco di elementi e trovate che hanno fatto la fortuna di tanti registi occidentali (Lynch su tutti). Masumura, avvalendosi di un’eccellente fotografia e di musiche azzeccate e mai invadenti, realizza con Blind Beast un piccolo capolavoro di perversione, un film ansiogeno, coinvolgente, estremamente crudo ma privo di forzature.
(recensione di Gacchan pubblicata da asianworld)

 

 

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FEMINA RIDENS

Il dottor Syer, direttore di un istituto filantropico, è traumatizzato fin da piccolo da una specie di scorpione femmina, che uccide il maschio dopo l’amplesso: questa strana ossessione lo ha portato a diventare un seviziatore di donne a pagamento. Lo strano e pericoloso gioco si spinge un po’ troppo oltre con Mary: trasportato dalla perversione la spinge quasi al suicidio, fino ad accorgersi che qualcosa in lui sta cambiando…

Le sgargianti scenografie pop-art e le parimenti creative musiche di Cipriani creano l’ideale setting per un’opera apolide e camaleontica, che spazia da esercitazioni di sadismo teorico e pratico a pamphlet su sessismo e misoginia e fantasie gotico-agresti: illusorio dirottamento da un prefigurato finale cinico e tragico. La Lassander, all’inizio della sua lunga e fortunata carriera italiana, forma con il virulento Leroy una bizzarra coppia sempre pendolante tra depravazione e humour. Titolo imprescindibile per uno studio della filmografia italiana anni Sessanta più estrosa ed originale.

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[29/Aprile] Proiezione RED WHITE & BLUE // WHITE LIGHTNIN’

Domenica Uncut

Domenica 29 Aprile

Ore 18:30

RED WHITE & BLUE di Simon Rumley, Usa 2010.
(V.O. Sott. in italiano)

***
Ore 21:30

WHITE LIGHTNIN’ di Dominic Murphy, UK 2009.
(V.O. Sott. in italiano)

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Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

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RED WHITE & BLUE

Red White Blu è uno di quei film che portano sullo schermo le storie dei tanti disadattati degli Stati Uniti, in modo particolare quelli degli stati del Sud. Il titolo del film non a caso richiama i colori della bandiera USA, ma anche di quelli del Texas, dove si svolge la storia, ed il titolo di una canzone di un gruppo strettamente legato al sud quale i Lynyrd Skynyrd. Erika, Nate e Frankie sono, ognuno a modo loro, degli emarginati. Erika, scappata di casa, che ha rapporti ogni notte con uomini diversi e di cui tiene addirittura un album, quasi fosse un gioco, una collezione, un bisogno, mentre poi si rivelerà altro; Nate è un ex marine, senza arte né parte, trasandato, senza alcun legame, che si affeziona ad Erika per un’affinità che avverte sin da subito; Frankie invece è uno di quelli che cerca di fare il colpo con la propria band, per diventare qualcuno, per poter pagare le cure e l’assistenza alla madre malata, per lasciare il lavoro che odia e lo fa impazzire.

Ma Red White & Blu non è la solita storia degli emarginati del sud: è una storia di rabbia e di vendetta, tutti dentro al film mostrano rabbia e vanno in cerca di vendetta, sono vittime e sono carnecifici, eppure nessuno è innocente. L’incontro di Erika prima con Frankie e poi con Nate farà scattare un meccanismo terribile e feroce, scatenando una spirale di violenza e di cieca vendetta, il cui culmine è un vero e proprio pugno nello stomaco dello spettatore.

Non ci sono insegnamenti, denunce o lezioni da imparare nel film di Simon Rumley, come pellicole di altri registri bordeline come Todd Solondz o Larry Clark ci viene mostrata la storia di gente comune che, come la cronaca nera quotidiana ci propina, d’un tratto si trasformano in qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. Qualcuno lo ha già paragonato a film come Audition di Miike e Symphaty for Mr (e Mrs.) Vengeance di Park Chan-wook ma, a parte la sete di vendetta che diventa cieca violenza, siamo su tutt’altro genere: questa è Austin – Texas, e le cose non funzionano proprio come in Giappone o in Corea del Sud.

Red White & Blu è un film duro, drammatico e terribilmente feroce nella spirale di violenza che si innesca alla fine, forse troppo… (Estratto della recensione di splattercontainer)

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WHITE LIGHTNIN’

La sregolata e difficile vita di Jesco White, talentuoso ballerino dei monti appalachi, è stata oggetto di documentari e produzioni televisive. “White Lightnin’” è la trasposizione cinematografica delle gesta di Jesco e miscela in sé cenni autobiografici ed allucinate visioni, tanto da valicare ben presto il confine fra realtà e finzione e descrivere, nella sua folle parabola discendente, l’orrore ed il disgregamento della società americana. Nella fattispecie quella montanara, profondamente povera, ignorante e violenta del sud-ovest degli Stati Uniti, durante gli anni ’60.

Jesco dimostra sin da bambino pesanti squilibri emotivi nonché attrazione verso le più disparate droghe, dallo sniffo delle esalazioni di benzina fino all’eroina. Passa la sua gioventù fra riformatori, vita di strada e persino manicomi, in preda ad un profondo tormento interiore che spesso esplode con scatti d’ira distruttiva. Il padre cerca di aiutarlo ed essendo questi un ballerino apprezzato, che si esibisce in molti locali del posto, cerca proprio attraverso il ballo di convogliare tutte le energie del figlio e di fargli scaricare il male che ha dentro. E Jesco dimostra un talento straordinario. Quando la felicità sembra qualcosa di più di un miraggio, complice anche l’amore con una donna molto più grande di lui (una straordinaria ed irriconoscibile Carrie Fisher), arriva l’atroce uccisione del padre a sconvolgere definitivamente il suo precario equilibrio mentale. Jesco non riesce più a gestire i “demoni” che ha dentro e l’allucinata spirale di autodistruzione e vendetta non avrà freni…

Straordinario piccolo film indipendente, realizzato in 16mm dall’esordiente Dominic Murphy, che attraverso l’utilizzo di un bianco e nero sgranato ed una narrazione sincopata e visionaria, trasporta lo spettatore in una dimensione di sofferenza, depressione con grande trasporto emotivo. In “White Lightnin’” c’è il dramma, c’è il documentario, c’è l’orrore viscerale, c’è il sangue nerissimo, c’è l’alcool a fiumi, c’è la musica rockabilly che si muove fra note scanzonate e frastuono assordante. C’è l’incredibile prestazione di Edward Hogg, nei panni dello spiritato Jesco, in precario equilibrio fra recitazione ed autentica follia.

Senza concedere respiro, il film ci immerge in ambientazioni laide, fra individui abbrutiti dai vizi e dalla sofferenza, in una società primitiva che partorisce e cresce i suoi mostri grazie alla violenza e all’incomunicabilità. Apparentemente trasandato, in realtà profondamente meticoloso nella messa in scena e nella ricerca sia dell’impatto visivo realistico che di quello grottesco, “White Lightnin’” si rivela opera di grande spessore e profondità, assolutamente da vedere (e rivedere), nonostante si tratti di una pellicola estremamente dura e non adatta agli spettatori più sensibili. ( recensione pubblicata da alexvisani.com)



22 Aprile 2012

Domenica 22 Aprile

Ore 17:00
LIQUID SKY (Slava Tsukerman, 1982)
- Versione HQ Uncut in italiano -

Ore 20:00
DOGS IN SPACE (Richard Lowenstein, 1986)
- Versione HQ in italiano -

Ore 22:00
DECODER (Klaus Maeck, 1984)
- Versione HQ sott. in italiano -

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Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

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LIQUID SKY

Lungometraggio maledetto e troppo audace per i tempi, “Liquid Sky”sembra un film di fantascienza diretto da Andy Warhol costruito sul triangolo (perfetto) alieni, droghe e sesso da un regista russo stabilitosi a New York dopo la fuga dall’Unione Sovietica in piena guerra fredda.
Un alieno atterra a Manhattan con il suo disco volante e s’installa nell’appartamento di una modella punk ninfomane e tossicodipendente. Tra la donna e l’alieno si instaura un particolare rapporto parassitario: l’essere si nutre di un enzima prodotto dai partner di lei durante l’orgasmo, uccidendo al tempo stesso i malcapitati. Ma un ufologo tedesco intuisce la verità. Lo stile estremamente visionario fa di Liquid Sky (espressione slang riferita all’eroina) un film emblematico del barocco anni ’80: una specie di capolavoro underground di estetica new wave.

DOGS IN SPACE

Piccolo film culto Australiano, passato numerose volte nei circuiti delle TV locali nei primi anni ’90, mai uscito in DVD e difficilmente recuperabile oggigiorno. E’ un film che può sembrare sconclusionato e inconcludente. Forse tutto è voluto. E’ un film che alla fine nonostante la sua anarchia riesce a emozionare. Talvolta poetico grazie soprattutto alla magnifica colonna sonora pre e post punk. Può essere visto come un pro zio di Trainspotting. Un Trainspotting australiano senza soldi del periodo punk. Nel Cast Michael Hutchence, leader degli INXS, morto suicida qualche anno dopo.

DECODER 

1984, l’anno del Grande fratello orwelliano, qui in versione muzak, quella musica così carina e stupida che si ascolta in sottofondo nei supermercati, centri commerciali fast-food o altri luoghi pubblici simili, il cui unico scopo è quello…lassativo-sedativo, per produrre una popolazione di docili consumatori. Ma il protagonista del film, F.M.Einheit “Mufti” (percussionista degli Einsturzende Neubauten), decide di combattere questo “controllo mentale” con rumori industriali che si sostituiscono alle cassette di muzak (le care vecchie cassette degli anni ’80!), suoni molto più terribili che incitano alla rivolta in tutta la Germania, ispirando numerosi proseliti di “cassette terrorists”!

Basato sugli scritti di Williams Burroughs in La rivoluzione elettronica (1970), diretto da Jurgen Muschalek e sceneggiato da Klaus Maeck, il film coglie lo spirito battagliero e anti-corporations dell’underground industrial-punk-cyberpunk a metà degli anni ’80. Quel che il film idealmente combatte, è quel che in maniera enormemente massificata le società occidentali sono davvero diventate nell’ultimo ventennio.
Nel film ci sono ovviamente citazioni diffuse dell’Industrial Music anni ’80, dalla colonna sonora (lo stesso F.M.Einheit con Dave Ball dei Soft Cell, Genesis P-Orridge e Alexander Hacke), ai cameo di Burroughs, P-Orridge , Brion Gysin e la sua Dreamachine devota a un “culto industriale”, fino al logo del Survival Research Laboratories sul muro dello studio del protagonista.
(http://artobjects.wordpress.com)

 


 


[15/Aprile] “Grattami i Coglioni!”

Domenica 15 Aprile

“Grattami i Coglioni!”
Omaggio a Daniele Ciprì e Franco Maresco.

Ore 17:00
Lo Zio di Brooklyn (1995)
 (Con sottotitoli)

Ore 20:00
Totò che visse due volte (1998)
(Con sottotitoli)

Ore 22:00
Il ritorno di Cagliostro (2003)

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Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

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Lo Zio di Brooklyn

Brutti, sporchi e cattivi: Ciprì e Maresco non hanno alcuna intenzione di prostrarsi ai piedi del pubblico pagante (e inappagato), fanno di tutto per risultare ripugnati e per sfottere i puristi del “bello”, senza preoccuparsi di non esagerare ma, anzi, esagerando di gusto ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Non c’è trama, solo un’esile linea rossa che lega vicende slegate tra loro, e che riguarda l’arrivo di un boss italo-americano in casa di quattro fratelli miserabili, mandato lì da due nani mafiosi che è meglio non contraddire. Tutto il resto è un vorticare di casi umani tra zoofilia, istinti primordiali e siparietti umoristici (con tanto di tizio che guarda in macchia e affermando “questo film fa schifo!”, sputa contro il pubblico). Qual è il senso di tutto ciò? Forse lo sanno solo i due registi o forse un senso neanche c’è. Ma è un po’ come guardare nell’abisso e ritrovarsi inquieti, poiché consapevoli che l’abisso sta guardando in noi. (Daniele ‘Danno’ Silipo http://www.bizzarrocinema.it/)

Totò che visse due volte

Tre scenette, tra il triviale e il blasfemo, per dire che la vita fa schifo e che nel mondo non esiste più nemmeno la traccia di un valore o di un ideale. Film scandalo, vietato e censurato alla mostra di Venezia (con stupore degli autori, che fanno coppia fissa dal 1986, prima con una meritevole opera di cineforum culturale nel malfamato quartiere Brancaccio di Palermo, poi con gli sketch di CinicoTv trasmessi da Raitre con il plauso di Ghezzi e poi al cinema sempre con il loro stile provocatorio, le loro tematiche pre-umane e bestiali e i loro toni destabilizzanti): insopportabile e ruffiano nel voler far passare come arte, grazie a belle immagini e una raffinata fotografia in bianconero di Luca Bigazzi, un cinema che gioca ambiguamente sull’osceno e sull’amorale anche con grande moralità di visione e fa della spazzatura vizio e virtù, pregio e difetto, chiave d’accesso e limite strutturale. Echi pasoliniani e viscontiani (la scelta di girarlo in siciliano stretto, tanto da doverlo sottotitolare) per la rappresentazione cruda, ma fine a se stessa, di una realtà senza speranze. Disturba l’ostentazione gratuita, compiaciuta e insistente delle varie oscenità, e il tutto finisce per passare indenne e per non provocare affatto. Nessuna donna recita, anche se i ruoli femminili non mancano. La Commissione di revisione cinematografica (leggi: censura) tentò di impedirne addirittura l’uscita nelle sale; non riuscendoci invocò la denuncia per vilipendio alla religione di stato e per tentata truffa, ma i registi e la produzione, dopo il processo, ne uscirono indenni, giustamente assolti dal Tribunale di Roma. (Roberto Donati http://www.centraldocinema.it/)

Il ritorno di Cagliostro

“Il Ritorno di Cagliostro è il nostro omaggio a tutti quegli uomini di cinema che dal cinema sono stati rovinati. Un film involontariamente autobiografico”, esordiscono i registi.
Come in un gioco di scatole cinesi Pirandellianamente inserite in altre scatole, con “Il Ritorno di Cagliostro” è il cinema che cita sé stesso, un cinema che celebra sé stesso, le sue vittorie, le molte sconfitte ma, soprattutto, la sua rinascita.
Nel passaggio alla narrativa, i due autori si sono portati con loro buona parte della galleria di maschere umane delle precedenti opere.
Tra i tartagliamenti di personaggi goffi con volti strani ed un uso incontrollato dello stretto dialetto palermitano, l’impatto surreale è pregnante.
Pregnante soprattutto, lo stile narrativo che, contaminandosi con l’abbondante uso del Flashback e con una impostazione alla “Zelig”, tenta di ricostruire le sgangherate (dis)avventure dei fratelli La Marca, ex fabbricanti di statue sacre e produttori cinematografici negli anni cinquanta della “Trinacria Film”, impegnati nella faticosa produzione del loro film di svolta: “Il Ritorno di Cagliostro” appunto.
Un film che non vedrà mai la vita a causa dei loschi legami che i due produttori ed il regista Pietro Grisanti intrattengono con alcuni esponenti della chiesa e della mafia.
Una pellicola perduta ma poi ritrovata nel 2003. (Samuele Baccifava http://www.baskerville.it/)


[1/Aprile] Ite, Missa est – La messa è finita

Domenica 1 Aprile

Ite, Missa est.

Ore 17:00
L’UDIENZA (Marco Ferreri, 1972)
Ore 20:00
TODO MODO (Elio Petri, 1976)
Ore 22:30
NEL PIU’ ALTO DEI CIELI (Silvano Agosti, 1977)

Ne respicias peccata nostra
sed fidem Ecclesiae tuae

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Presso KINESIS via carducci N.3 Tradate (Varese)
Proiezioni Gratuite

Il kinesis si trova a 100 metri dall’ospedale di Tradate,
vicino alla CGIL e alla pizzeria il Ghiottone.

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L’UDIENZA  
Un uomo, Amedeo, vuole a tutti i costi essere ricevuto in udienza privata dal papa. Inizia così una trafila presso la burocrazia vaticana che lo porterà a contatto con una serie di incredibili personaggi e situazioni paradossali. Inutilmente un commissario della polizia vaticana tenta dapprima di dissuaderlo dal proposito, poi lo aiuta mettendolo in contatto con faccendieri ed esponenti dell’aristocrazia nera…

TODO MODO
Mentre nel paese infuria un’epidemia, un centinaio di “notabili” del partito che da trent’anni governa l’Italia si riunisce in un albergo convento per seguire un corso di esercizi spirituali condotto da un gesuita, don Gaetano. In realtà ai convenuti preme soltanto concordare una nuova spartizione del potere. Ben presto, dopo un furto sacrilego, la riunione si trasforma in rissa e cominciano i morti…

NEL PIU’ ALTO DEI CIELI
Nel recarsi a un’udienza papale in Vaticano quattordici cattolici di ambo i sessi, religiosi e laici, rimangono chiusi in un ascensore in un tragitto all’infinito verso l’alto dei cieli. Finisce in un cannibalico massacro…


[12/2] ABOMINIO ZOMBIE

DOMENICA 12 FEBBRAIO

Ore 18:30

ZOMBIE 4 – AFTER DEATH di Claudio Fragasso, 1989.

Ore 21:00

ZOMBI 3 di Lucio Fulci/Bruno Mattei, 1988.

Ore 23:00

ZOMBIE 5 – KILLING BIRDS (Raptors) di Claudio Lattanzi/Joe D’amato, 1988.

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CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
TWIGGY CLUB
Via de Cristoforis n.5 Varese.
PROIEZIONE GRATUITA
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ZOMBIe 4 aKa AFTER DEATH – OLTRE LA MORTE

“Una spedizione parte alla volta di un’isoletta nelle filippine dove un gruppo di scienziati è svanito nel nulla. Assieme ai vari soldati, armati di tutto punto, c’è una giovane ragazza “sensitiva” che già prevede nefaste atmosfere.”

Fragasso alla sua opera seconda, conosciuta anche con l’apocrifo titolo “Zombi 4″, (dopo il pessimo “Monster Dog”) dimostra ,con pochi mezzi a disposizione e condizioni logistico/temporali pessime (fu costretto a girare di notte quasi la totalità del film, poichè di giorno era impegnato sul set di “Strike Commando 2″, diretto da Bruno Mattei), di esser in grado di mettere tanta action nella pellicola e tanto gore (elemento comunque costante nei suoi prodotti, se si eccettua la “Casa 5″). Ma il problema di fondo resta quello di una sceneggiatura disastrosa, che perde di vista tutti i punti di partenza e che genera un film senza né capo né coda. I dialoghi sono risibili, recitati da attori improvvisati e, soprattutto, non esiste caratterizzazione alcuna nei personaggi e… nemmeno negli zombi!!! Difatti i morti-viventi alle volte ciondolano famelici (come nel loro più classico stile) altre volte (inspiegabilmente) corrono e sparano come forsennati! Addirittura in una scena un militare viene abbattuto da uno zombi con un balzo a “braccio teso”, in perfetto stile Hulck Hogan. Comunque il sangue scorre a volontà, perciò i fanatici del gore potranno trovare qualche motivo d’interesse nel film in questione.”
VOTO ESTETICO: 4 VOTO TRASH: 7,5

(Estratto della recensione pubblicata da www.alexvisani.com)


ZOMBI 3 (ZOMBIE FLESH EATERS 2)

“Brutto film girato nel 1988 inizialmente da un Lucio Fulci ormai malato e, ahimè, portato a termine incautamente da Bruno Mattei.Il soggetto e la sceneggiatura ( ?! ) sono a cura di Claudio Fragasso…Una misteriosa valigetta con delle misteriosissime fiale contentente il misteriosissimo virus “Death One” ( ?! ) viene incautamente rubato da un gruppo di malviventi. Da qui, ovviamente, comincerà un lungo e irrefrenabile contagio che porterà alcuni abitanti del luogo a trasformarsi in orribili e famelici zombi che cominceranno a massacrare qualsiasi essere umano capiti loro a tiro. L’intervento dei militari riuscirà a porre fine a questo orrore?

“Il film è veramente una cavolata: tutto sbagliato, o quasi, con innumerevoli momenti di comicità involontaria che si alternano a situazioni incomprensibili che lasciano a bocca aperta ( vedere la scena dell’attacco ai danni di un militare, su un prato, nella parte finale ). La recitazione è molto al di sotto del livello di guardia ( il protagonista, Deran Sarafian, ha pensato bene di passare dietro la macchina da presa negli anni successivi…).Cosa possiamo salvare da questo immondezzaio? Diciamo che, almeno, il ritmo è abbastanza buono e che non ci si annoia, alcuni momenti gore sono piuttosto gustosi e qualche idea passabile qua e là possiamo trovarla ( l’entrata in albergo dei militari vestiti di bianco, la testa dentro al frigorifero che azzanna un incauto ragazzino, la simpatica macchietta del conduttore radiofonico, gli uccelli “zombificati” )”

VOTO: 3

(Estratto della recensione di Filippo Fassino pubblicata da www.alexvisani.com)

ZOMBIE 5 Aka KILLING BIRDS RAPTORS
( RAPTORS – GLI UCCELLI ASSASSINI)

Truce horror prodotto e co-diretto da Joe D’Amato assieme al suo aiuto regista Lattanzi, a cui è attribuita la paternità del film. Un reduce dal Vietnam trova la moglie a letto con l’amante e furibondo compie una strage. L’uomo, dopo aver massacrato la coppia, uccide anche due vicini di casa e si accanisce brutalmente contro gli uccelli in gabbia che appartengono alla sua collezione. Ma un falco lo attacca e gli strappa gli occhi. Anni dopo, un gruppo di giovani studenti si reca nella villa ove accaddero i misfatti narrati nel prologo. Inutile dire che i fantasmi inquieti, che si aggirano fra le mura della mansione, provvederanno ad una sanguinosa ecatombe.

La pellicola non annoia e, nonostante la presenza di qualche tempo morto, risulta scorrevole nel complesso. Ovviamente non è esente dai difetti tipici delle produzioni italiane a basso budget ed il cast è composto dai soliti attori dalle espressioni bovine. VOTO: 6
(Estratto della recensione pubblicata da www.alexvisani.com)


[27/Nov] THE WOMAN // THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

CINECLUB DOMENICA UNCUT

DOMENICA 27 NOVEMBRE

Orari proiezioni:

Ore 18:30

THE WOMAN

di Lucky McKee,USA, 2011.
(VO sott. in italiano)

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Ore 21:00
Presentazione della Fanzine MALASTRANA

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Ore 21:30

THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

di Mladen Djordjevic, Serbia, 2009.
(VO sott. in italiano)

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CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
TWIGGY CLUB
Via de Cristoforis n.5 Varese.

PROIEZIONE GRATUITA

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THE WOMAN 

Preceduto da una scia di polemiche, mescolate a critiche spesso entusiastiche, arriva finalmente nei cinema americani  l’ormai già noto “The Woman”, quarto lungometraggio dello statunitense Lucky McKee. Classe 1975, giovane dunque ma già più che meritatamente apprezzato: suoi il bellissimo “May”, del 2002 , ”Il Mistero del Bosco” , del 2006 e il detour al di fuori del genere horror del commovente “Red”, targato 2008.
Presentato al Sundance Film Festival, ”The Woman”  ha suscitato reazioni indignate, i soliti malori da parte di spettatori debolucci, e accuse di misoginia. Queste ultime soprattutto, assolutamente assurde, per chiunque abbia guardato il film con un minimo di attenzione e conosca il cinema di McKee, quasi sempre improntato sul Femminile (spesso simboleggiato dalla sua attrice feticcio Angela Bettis, qui in un ruolo da non protagonista ma ugualmente importante). Un Femminile spesso deviato, rappresentato con amore e devozione che spesso diventano passionale spietatezza.Ma mai e poi mai misoginia o odio.
Il film è l’ideale seguito (ma non un vero e proprio sequel) , del poco conosciuto “The Offspring” del 2009 (il titolo completo del film è infatti “Offspring:The Woman”) , storia di una tribù cannibale sopravvissuta fino ai nostri giorni e che entra in contatto col “mondo civilizzato”. Il film portava la firma di Andrew van den Houten, co-produttore di “The Woman” , ed era sceneggiato da Jack Ketchum, co-autore insieme a McKee anche dello script della pellicola del 2011.
“The Woman” è comunque un film assolutamente a sé stante, non sequel, non film-gemello: un discorso sul Femminile, sul maschilismo, sulla disgustosa ipocrisia della cosiddetta “società civile”, sul marcio che tenta di nascondere e su molto altro.

Il film nasconde le scene più cruente e lascia immaginare; il discorso di Chris sulle donne è follemente colmo d’odio, più disturbante di molta violenza visiva.
L’epilogo è solo in parte prevedibile, e chiude degnamente un film esemplare (fate scorrere per intero i titoli di coda, poiché al termine vi è una sorpresa)  : estremamente ben realizzato, sapientemente diretto e montato, musicato ad arte, dotato di una fotografia magnifica e di una sceneggiatura quasi del tutto priva di falle.
La Donna del titolo non è solo colei che viene catturata: simboleggia la Donna come archetipo, in ogni sua sfaccettatura, non ultima quella di Donna come Madre, tema assai importante nel film. Il film è dunque una più che mai urlata celebrazione del Femminile, nella sua assoluta pienezza. In barba ad ogni insensata accusa di misoginia.

(Estratto della recensione di Chiara Pani pubblicata da Horror.it)

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THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

L’aspirante regista Marko, scontratosi con la fredda realtà del mercato cinematografico serbo, tenta di sfogare le proprie velleità artistiche nel mondo del porno fondando la prima compagnia teatrale pornografica della Serbia. I suoi spettacoli attirano la curiosità dei contadini ma anche ostilità e aggressioni e per sbarcare il lunario Marko dovrà scendere a compromessi e affrontare il ben remunerato mondo degli snuff movie, da cui però non potrà più tornare indietro.

In Serbia quando vogliono colpire allo stomaco lo spettatore fanno le cose sul serio. Nel frattempo che l’onda del disgusto provocata da A Serbian Movie segua il proprio corso e tenda a stagnarsi, Life And Death Of A Porno Gang aveva già detto la sua sul mondo dell’industria porno della Serbia. Questa volta, però, si parte da lontano, da quel 2001 che ha segnato la fine dell’atroce era di Milosevic e che è il punto di partenza dell’aspirante artista Marko di parlare di politica attraverso l’arte nei suoi meandri più estremi. In una Serbia martoriata dalla guerra civile e dai bombardamenti radioattivi il regista Mladen Djordjevic usa di nuovo il grimaldello dell’indagine all’interno dello squallore e del baratro del mondo del porno, vero punto di collasso tra arte e politica, come aveva già fatto in precedenza con il documentario Made In Serbia, di cui Life And Death, a suo dire, è il seguito ideale.

Lontano dall’essere un documentario, Life And Death ne sussume comunque molte peculiarità, come la macchina a mano e l’uso naturale delle luci, arrivando a un grado di realismo elevato (ma gli effetti delle mucche fosforescenti per le radiazioni sono evidenti e posticci). Realismo che tocca le corde più delicate dello spettatore, in quanto niente viene risparmiato di fronte alla presa diretta della telecamera. Si inizia con diverse scene pornografiche, non eccessivamente spinte ma di sicuro insolite, molti nudi di entrambi i sessi , diversi dettagli anatomici, catapultandoci in un film autoriale stile Von Trier. Dal ludico il passaggio al dramma è istantaneo e si affronta l’inferno degli snuff movies, visto come una deriva estrema ma naturale in un paese in cui quello che non manca è di sicuro l’odio nei confronti del vivere in un mondo permeato dai mali della guerra. L’uso che Djordjevic fa dello snuff, mutuando l’estetica dei vecchi mondo movies di matrice italiana senza però aderirne negli intenti meramente esploitativi, è smaccatamente politico, in particolare quando un soldato confessa la sua straziante storia, vissuta in mezzo ai dolori della guerra che lo hanno colpito nella mente e nel corpo, prima di essere preso a martellate a favore di telecamera.
Difficile dire in film come questi quanto il parossismo della violenza diventi gratuito e al servizio di un certo pubblico, alla ricerca del sensazionalismo e dello splatter fine a se stesso, oppure se esso sia una chiave di volta ineludibile per poter raccontare un popolo privato della propria innocenza e il cui male copre l’intera gamma delle emozioni umane, sia nell’aggressività della gente comune che caccia e stupra i componenti della gang fino a intaccare l’amore puro tra Marko e Una che diventa subito espressione del suo opposto, il thanatos. D’altronde è il medesimo interrogativo che si è posto di fronte a film controversi come il cinese Men behind the sun, se non fosse che la guerra della ex Jugoslavia sia ancora una ferita troppo purulenta nei ricordi e nei corpi degli slavi per poterla sfruttare a cuor leggero. Per chi invece cerca solo le emozioni forti, mondando il côté politico troverà di sicuro pane per i propri denti, tra mucche deformi per l’esposizione all’uranio impoverito, una toccante storia d’amore tra un transessuale e una capra, teste mozzate da motoseghe o schiacciate a martellate e scene di sesso alquanto bizzarre con corpi assolutamente non patinati che avrebbero fatto piacere a John Waters.

(recensione di Marcello Aguidara pubblicata da Nocturno.it)

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