Articoli con tag “varese

19 Maggio : LE ARMONIE DI WERCKMEISTER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 19 MAGGIO

Ore 20:30

LE ARMONIE DI WERCKMEISTER

di Béla Tarr

(Werckmeister harmoniak, 2000, VO sott. in italiano)

Proiezione Gratuita

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


LE ARMONIE DI WERCKMEISTER 63 le armonie di werckmeister bela tarrproiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Girato in soli trentanove piani sequenza, “Le armonie di Werckmeister”, questa storia surreale e quietamente evocativa diretta da Bela Tarr, ci trascina armonicamente in un mondo apocalittico che si impregna della qualità nobilitante del bianco e nero e restituisce allo spettatore una visione corale ed estremamente misurata della conflittualità umana e della sua – purtroppo famosa – declinazione balcanica.

“Le armonie di Werckmeister” si ispira in primis ad un racconto dell’ungherese Laszlo Krasznahorkai: The melancholy of resistance, ma è anche guidato sul piano narrativo e poi sempre più in alto, fino al piano costruttivo e filosofico, dalle teorie del musicista barocco Andreas Werckmeister, che viene ricordato per il suo studio approfondito del sistema armonico accompagnato dalla radicata convinzione che la musica si legasse in maniera indissolubile alla creazione divina e alla sua perfezione.

Tarr costruisce dunque una complessa allegoria: in una città ungherese fredda e disgraziata, minacciata da un accadimento nefasto ed indefinito che poi prenderà la forma di una rivolta popolare, si consuma la semplice quotidianità del protagonista. L’apocalittica condizione prende una svolta inquietante quando un baraccone/circo ambulante si insedia nella piazza cittadina, forte della sua attrazione principale: una gigantesca balena accompagnata da uno strano essere deforme (il principe), che però non ci sarà concesso di vedere.

I piani simbolici si sovrappongono creando un’esperienza cinematografica complessa ma appagante. La balena potrebbe essere la rappresentazione concreta di un grande ideale, morto ma ancora in grado di influenzare la gente. Il principe è quella vocina inconscia che si agita dentro di noi, blasfema, a volte incomprensibile ma incessante: distruggi, conquista, usurpa, comanda.

Il regista ungherese ci propone anche una delle scene più forti e agghiaccianti che mi sia mai capitato di vedere: la distruzione di un ospedale e dei malati in esso ricoverati. La mattanza si consuma nel completo silenzio. Non un urlo, solo i colpi attutiti dei bastoni sui corpi inermi. Un vecchio, nudo e tremante ripreso frontalmente per pochi insostenibili attimi, calma gli animi e disperde gli aggressori.

La potenza rivelatoria dell’immagine, della musica, della metafora perfettamente armonizzate da Tarr in un’opera che ha l’inconsistenza di un’ombra ma la violenza catartica di un pugno, raggiunge livelli elevatissimi e ci lascia, infine, affascinati e confusi, a guardare dentro l’occhio vitreo di una balena pietrificata.

Matteo Ruzza (http://www.pellicolascaduta.it/)


Domenica 12 Maggio : ATTENBERG // CANICOLA

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 12 MAGGIo

Ore 18:30
ATTENBERG

di Athina Rachel Tsangari, Grecia, 2010
(VO sott. italiano)

****
Ore 21:00
CANICOLA (Hundstage)

di Ulrich Seidl, Austria, 2001

 

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

ATTENBERG 60 attenberg proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

È bastato un film come Dogtooth (2009) a far decollare, letteralmente fino agli Oscar, un ragazzone barbuto di nome Giorgos Lanthimos, e quindi a spalancare il sipario su una scena, quella greca, che dal punto di vista cinematografico negli ultimi 10-15 anni aveva lasciato Angelopoulos (e chi altri?) come unico esponente di rilievo. Così, al fianco del già citato Lanthimos qui nelle vesti di attore e produttore, a Venezia ’10 si è presentata tal Athina Rachel Tsangari, a sua volta produttrice dei film dell’amico Giorgos, che con questo Attenberg attira nuovamente curiosità, e penso anche stima, sul palcoscenico ellenico.

Attenberg è un’opera adibita alla provocazione che scivola volutamente su parodistiche macchie(tte) d’olio (l’incipit con le lezioni di bacio) mostrando indifferenza, noncuranza, nei confronti dello spettatore che si trova di fronte ad una recitazione con prosopopea, enfatizzata in ogni minimo gesto, straparlata (il pingpong lessicale col padre), snaturata (un dialogo che termina nell’imitazione di alcuni animali), decontestualizzata (perché fanno così? È la domanda che si ripropone più e più volte), il tutto porta ad una ridicolizzazione dei personaggi che però non si trasforma mai (MAI!) in comicità scherno o derisione poiché l’atmosfera sebbene ovattata da tali elementi è plumbea, e tale grevità oltre ad essere trasmessa dall’impianto industriale della cittadina (nei fatti Aspra Spitia, luogo natio della regista), è essenzialmente un fattore tecnico poiché la mano della Tsangari si fa algida con i suoi lenti e ammirevoli carrelli che seguono o precedono le due amiche.

Gli ambienti poi spiccano per le loro tonalità chiare lise sorprendentemente dalla ripresa frontale del padre moribondo nel buio della camera. A ciò si aggiungono sequenze che si prendono tempi del tutto propri, come la scena del petting tra l’ingegnere e Marina che si sofferma su strambi dettagli facilmente bypassabili da altri regist(r)i e annesso, pregevole, svelamento di campo, o i siparietti imperscrutabili (forse non troppo) tra le due ragazze che regalano, tra le altre cose, un long-take canterino memorabile (video).

In un paesaggio dipinto in modo quantomeno luna…tico, ecco che si palesa un essere, una forma di vita inerte: Marina, ipocentro post-adolescenziale, che racchiude in sé tutta quella caducità della non-vita: apatia, asessualità, abulia, amoralità, e rinchiusa, per suo volere, in un limbo lontano fatto di documentari televisivi. E vicino al burrone della morte paterna si trova a dover volare per non precipitare anch’essa. Le scapole, in fondo, non sono altro che delle ali mozzate.
Attenberg è qui, in questa scoperta di cosa c’è oltre il proprio mondo, oltre il proprio corpo, è l’imprevedibilità dell’incontro, di camminare senza un’amica affianco, è un percorso, è uscire allo scoperto, emanciparsi, liberarsi, non c’è nessun padre dispotico come in Kynodontas a intrappolare la vita di questa ragazza, la gabbia che la imprigiona se l’è costruita lei. Marina e il suo nido ripreso in un documentario sull’uomo.

Attenberg è crescita, e quelle lacrime trattenute a stento sulla barca da parte della protagonista ci fanno capire che sì, lei è cresciuta, e da quel campo lungo conclusivo può andare via da sola.

(Eraserhead http://pensieriframmentati.blogspot.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

CANICOLA 60 canicola Ulrich Seidl proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub


La selezione del nuovo film di Seidl, Paradise: love per il concorso ufficiale della Mostra del cinema di Venezia, ci permette di recuperare e recensire il suo titolo più famoso, Canicola, vincitore proprio a Venezia nel 2001 del Gran premio della giuria. Un recupero che ci è parso necessario perché, ad undici anni dalla sua uscita resta probabilmente la sua opera più compiuta.

Nei sobborghi periferici di Vienna, agglomerati di villette residenziali tutte uguali, un’umanità variegata vive la propria vita ordinariamente inquietante, ma la canicola estiva rende l’ordinarietà ancor meno sopportabile, ed i personaggi arrancano, si dibattono ad un passo dall’esplosione psicotica. E’ davvero la canicola estiva la responsabile? Oppure qualcos’altro si annida, più in profondità, nella società austriaca contemporanea?

Seidl realizza un film corale, complesso non tanto nella struttura – un susseguirsi di sequenze sui vari personaggi inframmezzate da alcune inquadrature emblematiche, raffinate ed estremamente significative – quanto a causa della mancanza di una sceneggiatura forte che guidi lo spettatore, à la Altman, per intenderci (un elemento unificante è ciò che unisce le storie, qui la canicola, in Short cuts il pesticida lanciato dagli aerei, in Magnolia la pioggia di rane). Questa caratteristica ha fatto parlare di pseudo-documentario, ha sollevato accuse di pretesa anti-cinematograficità. Assurdo. Semplicemente, Seidl non è interessato a guidare lo spettatore servendosi della narratività classica, sceglie piuttosto uno stile che, nel distacco delle camere fisse e dei piani sequenza statici, pretende di mostrare – in tutta la loro spregevolezza – le azioni dei personaggi e soprattutto i loro corpi. Corpi appesantiti dagli anni e dall’eccesso di würstel, salsicce e birra, corpi cosparsi di olio abbronzante nella loro impietosa nudità

Cinico, in questo, Seidl usa il corpo e il basso corporeo come emblema del disgusto che noi, spettatori, dobbiamo provare nei confronti di questa umanità repellente: l’orgia nel locale di scambisti , i corpi di mezza età ammassati gli uni sugli (o dentro) gli altri, sino alla provocazione dell’uomo costretto a cantare l’inno austriaco con una candela accesa nell’ano.

Le scelte cromatiche, la saturazione dei colori, gli accostamenti cromatici esasperano il grottesco, il trash dei corpi flaccidi, decrepiti, obesi: un’esasperazione non dissimile da quella che – in un contesto e con finalità completamente diverse – operava John Waters in film come Grasso è bello o Polyester; medesimo meccanismo, ma finalità opposte: se là era l’esaltazione dell’outsider, della diversità anche fisica e sessuale, qui il corpo-trash appare in tutta la sua carica disgustosa e repellente.

Non meno importanti dei corpi, per lo scopo che Seidl si prefigge, sono i luoghi, o meglio i non-luoghi. Non solo le periferie sterminate, vero e proprio deserto nel quale le uniche oasi, punti di ristoro, sono centri commerciali, benzinai e parcheggi; non a caso in questi spazi si muove l’unico personaggio positivo del film, la ragazza folle ed innocente, sola ad essere davvero consapevole della follia consumistica, che ricorda a chi incontra con domande e osservazioni imbarazzanti: “siete grassi, ti si rizza ancora?”; eppure la incarna, inconsapevolmente, perché ha introiettato – probabilmente dalla televisione – classifiche di ogni cosa (le presentatrici più sexy, i migliori supermercati, le più diffuse cause di morte ecc.) e jingle pubblicitari. Questo è probabilmente ciò che, secondo Seidl, ci si deve aspettare dalla nuova generazione, cresciuta in queste condizioni.

Nelle periferie sterminate ci sono poi le abitazioni, rifugi quasi sempre bianchi, neutri e dotati di ogni comfort. Qui tutti sono a loro modo ossessionati dalla sicurezza, dai sistemi di allarme, dalle persiane elettriche, mentre in realtà pericolosi criminali da contrastare sono ragazzini che sfregiano le auto parcheggiate. Qui conducono le loro esistenze insignificanti, incuranti di ciò che gli accade attorno, tutti in un certo senso atomizzati, isolati, abbandonati, in edifici che sono spesso cantieri perenni. Seidl sceglie quasi sempre una composizione fotografica del quadro dal significato emblematico, spesso il primo fotogramma ha già esaurito la sequenza, in questo primato dell’immagine sul dialogo, sulla sceneggiatura si spengono le accuse di anti-cinematograficità.

Seidl non limita ad accodarsi, realizza invece un’opera provocatoria ma coerente, che porta alle estreme conseguenze la propria critica, con una forza inedita per il suo cinema, una forza che si è dispersa in Import/Export (2007) e che non era tale in Models (1999). Ora ci si attende dalla sua ambiziosa trilogia un trittico della stessa intensità, consapevoli delle difficoltà che un cinema come questo comporta anche per chi lo realizza, rischio soprattutto di fraintendimento e di una ricezione che si limiti alla provocazione superficiale, senza cogliere la violenza critica che tale provocazione nasconde.

(Cristoforo Severone http://www.pubblicopassaggio.it/)

 

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

 


Domenica 5 Maggio : OCCHI SENZA VOLTO // THE FACE OF ANOTHER

DOMENICA UNCUT

Domenica 5 maggio

Ore 18:30
OCCHI SENZA VOLTO (Les yeux sans visage)

di Georges Franju, Francia, 1960.

***
Ore 21:00
THE FACE OF ANOTHER (他人の顔 Tanin no kao)

di Hiroshi Teshigahara,Giappone, 1966.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

OCCHI SENZA VOLTO 58 occhi senza volto Les yeux sans visage  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Un famoso e apprezzato chirurgo plastico sogna di ridare, con metodi poco consoni, il volto alla giovane figlia, i suoi tentativi non saranno coronati dal successo, e la ragazza non tarderà a vendicarsi del poco ortodosso genitore.

Ci sono pellicole che segnano un vero e proprio spartiacque per un genere cinematografico, precorrendo i tempi e rappresentando un modello da seguire per intere generazioni di cineasti. Occhi senza volto, per quel che vale, costituisce per il gotico europeo quello che King Kong rappresenta per il cinema d’avventura: una pietra miliare, un termine di paragone imprescindibile ed una fonte d’ispirazione fondamentale per chiunque abbia voluto cimentarsi con il genere negli anni successivi.

Quel che rende il film di Franju tanto importante, il motivo della sua consacrazione a “Totem” dell’horror europeo, è la cura quasi maniacale del dettaglio. Al di là del soggetto, già di per sé interessante, curioso ed originale, lo spettatore verrà rapito senza scampo da una fotografia incredibile (probabilmente uno dei B/N più belli della storia del cinema), un contrappunto musicale ambiguo, straniante e ossessivo e una sceneggiatura di ferro, curata da alcune delle menti più brillanti della letteratura Francese di genere del dopoguerra.

Fra richiami più o meno accennati all’espressionismo Tedesco e alle opere di Tourneur, citazioni e colpi di genio, quel che rimane è però l’essenza stessa del film, la domanda che ci porterà fin sulle soglie del finale catartico voluto da Franju, quasi uno studio sull’ambiguità dell’uomo nella sua forma più estrema e pericolosa: dove finisce l’amore di un padre e comincia un macabro gioco fra la vita e la morte?

(Enrico Costantino http://www.bizzarrocinema.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THE FACE OF ANOTHER 59  THE FACE OF ANOTHER  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

A causa di un incidente sul lavoro Okuyama rimane irriducibilmente ustionato, costringendolo a portare delle bende su tutto il volto. Alienato e senza più un viso, con l’appoggio del suo psichiatra Hari indossa una maschera realistica all’insaputa di tutti. Dove lo porterà la maschera? Ora che ha un volto può definirsi qualcuno?

In The Face of Another c’è tutta un’analisi profonda sulle implicazioni psicologiche e filosofiche di avere o non avere un volto. Uno spazio di pelle di pochi centimetri sopra il collo è fondamentale all’uomo. Un volto può infatti essere la prova della propria esistenza e identità, uno strumento di comunicazione delle proprie emozioni e di connessione con i propri simili, di mediazione tra la mente dietro di esso e il mondo di fronte. Il film si concentra su come l’incidente che lascia Okuyama (Nakadai Tatsuya) privo d’identità ma per il resto illeso, modifica profondamente i rapporti con tutti i suoi conoscenti. Come si siede in poltrona a casa sua, con la faccia bendata, sua moglie è tesa e nervosa in sua presenza, impossibilitata a scrutargli le espressioni, mentre il suo capo (Okada Eiji) non riesce ad affrontarlo in piedi nel suo ufficio.
In The Face of Another lo spettatore scorre sotto gli occhi la metamorfosi psichica e fisica di Okuyama nonostante il ritmo lento e i lunghi dialoghi. La trasformazione del protagonista è ben visibile nei rapporti con la moglie, lo psichiatra e la sua assistente.

La storia principale è intervallata da quella di Irie, (assente nel romanzo) una giovane e bella ragazza sfigurata per metà del suo viso a causa della bomba atomica (deducibile quando ricorda l’infanzia a Nagasaki). La storia parallela, stavolta è una donna dal volto rovinato, rappresenta senz’altro una narrazione alternativa.

Oltre all’analisi sulla natura dell’identità e del suo riflettersi sulla società, The Face of Another vanta una bellissima regia, con inquadrature insolite e la partecipazione di Takemitsu Tōru alla colonna sonora e Segawa Hiroshi come direttore della fotografia. Memorabili le scene girate all’interno della clinica psichiatrica, in cui i protagonisti si aggirano in spazi divisi tra vetri e pareti riflettenti e cambi di luci. Nakadai Tatsuya che interpreta magistralmente Okuyama è in ottima forma, assistito dall’altrettanto brava Kyō Machiko, in prestito dalla Daiei, nei panni della moglie e dallo psichiatra Hira Mikijirō.

Ingiustamente poco conosciuto dal grande pubblico The Face of Another è un vero pezzo di cinema.

(Picchi http://www.asianworld.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


[28 Aprile] THE CHILDREN // EDEN LAKE

DOMENICA UNCUT

Domenica 28 APRILE

Ore 18:30

THE CHILDREN

Tom Shankland, 2008.
(VO sott. in italiano)

***
Ore 21:30

EDEN LAKE

James Watkins, 2008.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THE CHILDREN 56 the children proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Il parto, e ancor più il taglio del cordone ombelicale, segna il distacco materiale di una madre dal proprio figlio, la rottura di un legame talmente viscerale da lasciare una ferita profonda. Una ferita che, seppure rimarginata, continua a sanguinare. Non potrebbe essere diversamente, trattandosi di sangue del proprio sangue, carne della propria carne. Ed è proprio nella carne e nel sangue che Tom Shankland, regista inglese già autore dei corti Bait e Going Down, imprime gli atti del suo cruento dramma familiare.

La tensione cresce lenta, graduale, attraverso l’introduzione di semplici elementi che rompono la quiete iniziale, come una parola detta al momento sbagliato o lo sguardo di sfida lanciato dalla figlia adolescente al proprio genitore. Brevi attimi che incrinano la serenità di una famiglia riunita per le vacanze di Natale, corpi estranei (come il fotogramma che anticipa uno dei momenti più rappresentativi della pellicola, inserito più di una volta tra una sequenza e l’altra), quindi virus. Sembra proprio essere un virus infatti il responsabile dell’improvvisa violenza che i bambini della casa riversano sui propri familiari, sui propri genitori. Un virus che come tale si trasmette da individuo a individuo, colpendo però soltanto i più piccoli, che diventano così nemici dei più grandi.

Da un lato la violenza sottile degli adulti, fatta di verbali frecciatine fra sorelle, di accenni a vecchi rancori, tenuti sempre sotto controllo; dall’altro quella esplicita, spietata, dei bambini. Come una macchia d’olio la malattia dilaga, espandendosi dal centro (la casa), verso l’esterno (il bosco), per poi scavare dal di dentro, destabilizzando e portando alla distruzione ciascun nucleo familiare, facendo rivoltare i mariti contro le mogli, così come fratelli contro sorelle. Cominciata come un’inusuale guerra tra le due fazioni contrapposte di genitori e figli, il conflitto si trasforma, diventando caotico e disordinato, in un continuo scambio di ruoli fra vittima e carnefice, in cui chiunque è colpevole.

Girato in pochissimo spazio, una casa e lo spiazzo antistante (il bosco funziona più come zona di confine, soglia oltre la quale non conviene spingersi), The Children, al di là delle tematiche (la ribellione dei figli contro i genitori) e degli effetti visivi (il sangue che si versa sulla neve) che potrebbero sembrare non troppo originali, procede spedito, capace in più di un’occasione di colpire con un’unica immagine, al culmine della tensione.

(Giovanna Canta http://www.sentieriselvaggi.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

EDEN LAKE 57 eden lake proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Si sente ancora il bisogno di un’ennesima variazione sul tema “giovani sprovveduti vanno a farsi un weekend bucolico e lì le cose SI FANNO BRUTTE”? Apparentemente sì, se in mezzo ci sono gradite sorprese come questo Eden Lake.

Eden Lake vive di vita propria, riflettendo su un problema di scottante attualità nel Regno Unito, cioè l’emergenza sociale, spesso cavalcata dai media reazionari, di una gioventù lasciata crescere allo sbando e che trova la sua espressione nella sottocultura

Eden Lake, però, fa un passo più in là dando delle personalità – come individui ma soprattutto come gruppo – ai ragazzini-carnefici che perseguitano la coppietta. Dal loro punto di vista, l’aggressione non è immotivata; e Watkins mostra abbastanza del background sociale in cui sono cresciuti da dirci che il male deve pur sempre affondare le proprie radici in un qualche tipo di terreno. Normalmente sbuffo di fronte all’esigenza moderna di giustificare qualsiasi devianza con un po’ di psicologia spicciola (di solito, “ha avuto un’infanzia difficile” la sfanga un po’ per tutto), ma mostrare il vuoto di valori in cui sono cresciuti i ragazzi non toglie nemmeno un grammo di sgradevolezza a ciò che loro (e ancora di più i loro genitori) fanno.

Ci va anche di mezzo la lotta di classe, tema sempreverde del cinema britannico: la jeep di Steve, la sua attrezzatura da campeggio nuova di zecca, lo rendono automaticamente colpevole agli occhi della gang di campagna, che alla sofisticazione dei turisti cittadini oppongono la legge della forza. Il ricatto che Brett (il capo della gang) impone ai suoi amici viene da lui presentato come una prova di mascolinità, un rito di passaggio in cui occorre versare del sangue. L’unica esente è Paige, la sua fidanzatina, che però ha il compito di documentare tutto, in un ruolo passivo-aggressivo; il suo potere sta tutto nel detenere il materiale ricattatorio. Anche perché Paige, per il resto, è indistinguibile dai suoi coetanei maschi, pressoché asessuata.

E quindi, ovviamente, se la forza distruttrice è maschile, abbiamo una final girl. Jenny comincia maestrina alla Julie Andrews, materna e conciliante (è sempre lei a richiamare Steve alla prudenza), e attraverso il film è costretta a una trasformazione brutale. Una discesa nel proprio stesso cuore di tenebra, esplicitata da un’inquadratura che la accomuna al Willard di Apocalypse Now. Mi è venuto in mente anche il francese Vertige, un altro film recente dove la vittima-preda, per sopravvivere, deve attingere alla stessa brutalità ferina del villain, deumanizzandosi almeno temporaneamente. Ma la differenza sta nel fatto che il nemico, in Eden Lake, non è l’”altro”; non è un subumano frutto di generazioni di incesti, né un figlio delle sconosciute, violente (soprattutto per noi europei occidentali) terre dell’Est Europa. I mostri di Eden Lake sono frutto della stessa società in cui Steve e Jenny vivono; sono, in potenza, i loro stessi figli o la versione un po’ più grande dei bambini adorabili di cui si occupa Jenny all’asilo. E quindi le conseguenze dello scontro sono molto più pesanti per entrambi.

Insomma, se da una parte Eden Lake pone le fondamenta in un’infinita teoria di orrori che si annidano tra i boschi (o nelle aride praterie del Texas), e procede con un ritmo serrato senza autocompiacimenti d’autore, dall’altra oggi trova compagnia in film realisti come Fish Tank o in corti come Crossbow, che è australiano ma racconta di un panorama sociale molto vicino a quello inglese.

E qui sono dieci minuti buoni che penso a una chiosa che riassuma argutamente il senso di quanto ho detto, ma la realtà è che appena ho finito di vedere il film ho sentito l’impulso di uscire a fumarmi una sigaretta per stemperare la tensione, e quel senso di “BRUTTO, BRUTTO MONDO” che mi era rimasto addosso.

E non sono mica sicura di esserci riuscita.

(estratto da http://bidonica.wordpress.com/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


[14 APR] Mika Kaurismäki

DOMENICA UNCUT

Domenica 14 APRILE

Ore 18:30

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

di Mika Kaurismäki,Finlandia, 1991.

(VO sott. in italiano)

***

Ore 21:30

ROSSO

di Mika Kaurismäki, Finlandia, 1985.

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

ZOMBIE AND THE GHOST TRAIN

Un mese nella vita di Antti, detto Zombie, congedato per infermità mentale dalla leva e dedito all’alcol e al basso elettrico. L’amico Harri gli offre l’opportunità di suonare nella sua avviata band: per coglierla, però, Zombie dovrà lasciare la bottiglia.

Chissà se Sorrentino ha mai visto questo semisconosciuto — quantomeno in Italia — film di Mika Kaurismaki, il cui protagonista è pressochè identico a quello messo in scena dal regista italiano per il suo This must be the place (2011). Ma Zombie, a differenza del personaggio che interpretà vent’anni più tardi Sean Penn, è tutt’altro che uno sprovveduto o un ritardato: lui la sa lunga e certo più di tutti quelli che lo circondano, è piuttosto un ragazzo che non vuole in alcun modo diventare adulto e che preferisce passare per squilibrato piuttosto che eseguire gli ordini altrui (l’episodio iniziale del servizio militare è emblematico del suo carattere ribelle per natura).

Un antieroe alcolizzato e innamorato del rock and roll: sembra un film di Aki, invece è di Mika, fratello maggiore del Kaurismaki che due anni prima aveva diretto Leningrad Cowboys go America, prima pellicola in cui compare, nella band del titolo, Silu Seppala, ovvero Zombie, il cui vero nome è in realtà Antti: sia per il personaggio della finzione (Zombie) che per l’attore (Silu). A confermare la vena in stile Aki, ecco inoltre che Mika utilizza come co-protagonista l’attore feticcio, favorito e grande amico del fratello minore: Matti Pellonpaa, qui meno lunatico del solito, in un ruolo di contrasto a quello del personaggio centrale. Il regista si occupa anche del montaggio, della produzione e della sceneggiatura (insieme a Pauli Pentti e a Sakke Jarvenpaa), mentre la fotografia è affidata a Olli Varja, al fianco di Mika fin dai suoi esordi.

La storia di Zombie è una piccola fiaba moderna, surreale quanto basta e laconica in una maniera tutta scandinava, perennemente alla ricerca di una sensazione più che di una morale, di un coinvolgimento emotivo anzichè di una stretta coerenza della trama.

(http://cinerepublic.filmtv.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

ROSSO

ROSSO

ROSSO

Giancarlo Rosso (un grande Kari Väänänen, anche co-sceneggiatore) è un sicario della mafia, al quale viene assegnato l’incarico di uccidere una donna finlandese, che incidentalmente era una volta la sua donna. Riluttante, Rosso, parte dalla Sicilia per l’estremo Nord della tundra e della campagna finlandese, alla ricerca del suo obiettivo, Marja (Leena Harjupatana). Insieme al fratello di Marja, Martti (Martti Syrjä, il cantante degli Eppu Normaali), parte con una una vecchia macchina per ritrovarla, in un viaggio che non mancherà di rapine e fughe. Fra una citazione e l’altra della Divina Commedia, Rosso raggiungerà il suo destino.

Quinto lungometraggio di Mika Kaurismäki, è una commedia, che di divino ha ben poco. Qui i piedi sono ben saldi a terra. Un bel road-movie, attraverso le lande desolate del nord della Finlandia, Il film è recitato quasi interamente in italiano (eh si, Kari Väänänen recita in italiano, cavandosela anche egregiamente.

(http://www.asianworld.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


14 Marzo : MANGIA IL RICCO / JOHN DIES AT THE END

DOMENICA UNCUT

Domenica 24 Marzo

Ore 18:30
MANGIA IL RICCO

di Peter Richardson, 1987.

Ore 21:00
JOHN DIES AT THE END

di Don Coscarelli,2012.
(VO. Sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

49 mangia il ricco eat the rich proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

 

 

 

MANGIA IL RICCO

Alex è un cameriere di colore e lavora in un ristorante di lusso a Londra. Per una inezia viene cacciato e si trova così senza un soldo e senza lavoro. Alex medita vendetta mentre il potente ministro della difesa, personaggio ambiguo e violento, conquista un crescente favore popolare. La situazione politica precipita e Alex decide allora di fare la rivoluzione con alcuni amici. Per prima cosa si impossessa del suo vecchio locale massacrandone i proprietari poi comincia a gestirlo in maniera piuttosto particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

JOHN DIES AT THE END 48 John dies at the end Don Coscarelli proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

La Soy Sauce è una nuova potentissima droga in grado di rendere visibili creature provenienti da altri mondi. Molti suoi consumatori tornano tuttavia dai “viaggi” completamente cambianti e con sembianze niente affatto umane. Alieni minacciosi stanno infatti utilizzando i corpi dei giovani ragazzi tossici come veicolo per invadere la terra. Solo due giovani nerd sembrerebbero gli unici in grado di salvare le sorti dell’umanità…

Il nuovo film di Don Coscarelli (“Phantasm”, 1979, “Bubba Ho-Tep”, 2002) è denso di simbolismi, metafore, dadaismi, invenzioni e creature degne di un Salvador Dalì cinematografico quale mostra di essere nel dipingere (più che filmare) questo prodotto molto onirico e assai poco – strettamente – cinematografico.
Qual’è la differenza tra un film e un sogno? Già, bella domanda. O tra un film e un incubo, sarebbe meglio chiedersi. Ma, d’altra parte: qual’è la differenza tra un sogno e un incubo? Queste, e altre domande mi ha stimolato “John Dies at the End”, pellicola molto attesa con la quale apro con contentezza il nuovo anno di recensioni. Dico con contentezza perché Coscarelli ci stupisce davvero, anche con effetti speciali, ma soprattutto con una storia cui dovrebbe esser dato un premio solo per la sceneggiatura, un dipinto, come dicevo all’inizio, più che una “scrittura filmica”, fatto di pennellate evocative che sfumano i loro contorni da un’immagine all’altra, creando arcobaleni gocciolanti che diventano mostri alieni ragnosi e imputriditi, per poi trasformarsi in maschere grottesche alla Max Ernst. La storia in sè non interessa a Coscarelli, che forse è ispirato da un Borroughs, da un Lovecraft, ha letto il libro omonimo di Wong da cui trae la sceneggiatura, ma poi si differenzia da queste ispirazioni perturbanti-letterarie lanciandosi nel reef del suo immaginario inconscio portandosi dietro gli spettatori tutti all’inseguimento.

Ci troviamo nella provincia statunitense, in compagnia di due amici trentenni, Dave ( Chase Williamson) e John (Rob Mayes). John si imbatte in un gruppo di giovani ad uno sconclusionato concerto di un gruppo di provincia, e durante tale evento viene introdotto all’uso di una strana droga, la Soy Sauce, nera, petroleosa e improbabile sostanza iniettabile. Dave annusa l’imbroglio cosmico e rifiuta di assumerla, ma per sbaglio si punge con una siringa di John, e scopre così che gli alieni usano i corpi degli inetti umani per invadere la terra. Il film è un fuoco d’artificio semidelirante, deliberatamente autoironico in alcune sequenze (come quella in cui la maniglia di una porta si trasforma in un grosso pene), a tratti difficilmente comprensibile nei suoi sviluppi e nelle sue contorsioni nelle quali domina sempre la visionarietà di un regista che se ne frega bellamente di tutti gli stilemi drammaturgici perturbanti e horror. Coscarelli cucina con la sua fantasia allo stato puro, mescolando ingredienti e provando nuove salse in un turbinio continuo di espedienti e inquadrature che non stancano mai, nonostante i 99 minuti di pellicola.

Forse alcuni dialoghi avrebbero potuto essere in verità debitamente accorciati, e poteva forse avere una funzione più pregnante anche la cornice narrativa del drugstore nel quale Dave racconta la sua incredibile storia a un ambiguo giornalista, un Paul Giamatti dannatamente sornione, come lo Stregatto di Alice. Eccola qui d’altronde l’associazione giusta: “John Dies at The End” è la versione maschile (omosessuale?) di “Alice in wonderland” di Lewis Carrol, una specie di “giorno del non-compleanno” del sottogenere a noi caro, dove tutto può accadere.

Non dobbiamo certo nasconderci che “John Dies at the End” è un film difficile, sicuramente astruso per certi palati abituati ai soliti plot horror, così rassicuranti nella loro cornice di inquietudini costruite a tavolino dai sempiterni Michael Bay and company.

Qui siamo su un altro pianeta, insieme ad Alice, appunto, col Cappellaio Matto, lo Stregatto e altro ancora, senza che ci vengano tuttavia risparmiate scene gore e pennellatine alla Lynch (come la protesi alla mano della giovane Amy). Come può mancare, in questo contesto “il portale” verso un altrove alieno? Lo troverete, naturalmente, ma naturalmente uguale e insieme diverso da come ve lo aspettereste. “John Dies at The End”: oggetto molto bizzarro e proprio per questo da vedere e studiare con attenzione e cura.

(http://psicheetechne.blogspot.it/)


17 Marzo

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 17 MARZO

Ore 18:30

GUMMO

di Harmony Korine, 1997.

***

Ore 21:00

BULLY

di Larry Clark, 2001.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

GUMMO 46 gummo  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Xenia, Ohio. Un tornado ha distrutto gran parte delle abitazioni e decimato la popolazione (fatto realmente accaduto, siamo nel 1970). Anni dopo nulla è cambiato. Il trauma psicofisico causato da un evento naturale che ha il sapore di un diluvio universale mancato (punizione divina?) lascia nelle mani dei bambini una cittadina sperduta nel midwest statunitense.

Harmony Korine esordisce alla regia due anni dopo la convincente (e controversa) sceneggiatura di “Kids” e si distingue subito per originalità e per esplicita noncuranza delle regole del cinema mainstream americano. Un grande numero di tableaux autoconclusi e disturbanti si sovrappongono l’uno all’altro fino a formare una costruzione confusa e spiazzante. Utilizzando le prerogative del cinema direct, l’improvvisazione, la macchina a spalla, una colonna sonora slegata e frammentaria, un montaggio non lineare e alogico, il giovane autore sfida il pubblico a dimenticare la rassicurante confezione estetico-narrativa della produzione hollywoodiana e ad addentrarsi in un mondo crudele e amorale, grottesco e marginale ma sempre, e qui risiede la sua forza, credibile.

Le fantasie più assurde e animalesche di Korine non fanno che trarre spunto dalla vita reale, dal white-trash nichilista (e inconsapevole) delle periferie cittadine, dall’ignoranza dilagante di frange sempre meno marginali della popolazione americana. I bambini-padroni di Xenia(che uccidono gatti, sniffano colla, compiono atti vandalici di ogni sorta) saranno gli adulti di domani. I pochi adulti rimasti non si distinguono dai bambini per ferocia e insensatezza.

La visione è raccapricciante ma supportata da una riflessione disarmante: la mancanza di educazione e cultura non può che generare una recessione sociale e una bestialità mostruosa.

L’atmosfera in equilibrio fra un surrealismo decadente e un realismo grottesco sembra minacciata da una forza invisibile e malvagia, opprimente (le luci fluorescenti usate sul set contribuiscono visivamente). Come se un nuovo uragano fosse pronto a radere al suolo questa realtà autogestita e fallimentare.
Si lascia la sala con un senso di indefinito fastidio, nauseati dalle aberrazioni che l’uomo stesso può provocare, come se lo spleen in salsa trash in cui siamo stati immersi per 90 minuti si fosse impadronito di noi, insinuandosi nelle pieghe della nostra coscienza. Un film che lascia il segno nel bene o nel male.

Curiosità: Gummo è il soprannome di uno dei cinque fratelli Marx. Il meno conosciuto, dal momento che abbandonò quasi subito la recitazione e si dedicò alla gestione di un’agenzia teatrale.

(Matteo Ruzza http://www.pellicolascaduta.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

BULLY 47 bully larry clark  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Larry Clark è indubbiamente un artista scomodo, anche perché da decenni sente l’urgenza di svelare il vero volto, quello votato all’annichilimento di sé, di una parte dei giovani americani.

Questo Bully è il suo terzo lungometraggio e narra di un gruppo di amici, tra i diciotto e i vent’anni, che decidono ad un certo punto di uccidere un loro coetaneo per non subire più le sue angherie e malvagità. Il ritratto, quindi, di giovani di buona famiglia, fottuti motherfuckers senza alcun obiettivo nella vita, che non sia quello della soddisfazione del piacere istantaneo, dissipati tra metamfetamine, sesso meccanico e incomunicabilità.

Un ritratto purtroppo non distante dalla realtà delle nostre metropoli contemporanee…Clark all’epoca dichiarò: “Bully non è un film ipocrita. E poi, ormai, i crimini dei giovani, gli omicidi con moventi distorti di amici o genitori, accadono in tutto il mondo. E’ inutile continuare a fingere che siano casi isolati o estremi…Mi interessa molto capire le reazioni che il mio film provocherà in altri paesi dove, ne sono convinto, ci sono tanti ragazzi come quelli del mio film. Non cercavo solo lo scandalo: volevo non falsificare una parte precisa della realtà che ci circonda e che dobbiamo guardare senza i falsi sogni e le torte di mele delle favole di Hollywood”.

La rappresentazione della superficialità, dell’indifferenza e dell’inconsapevolezza dei protagonisti del suo film è un atto d’accusa deciso contro la capacità educativa di una società, la nostra, che ha ormai in mente solo il profitto e il consumo. Il film è girato con uno stile secco e distaccato, la storia è tratta da un episodio di cronaca realmente accaduto, gli attori stanno recitando fino ad un certo punto (l’attore Brad Renfro è recentemente scomparso a causa di un overdose…). Ciò che colpisce allo stomaco lo spettatore è l’assoluta mancanza di coscienza morale dei giovani protagonisti, derivante però dal totale fallimento dell’educazione impartitagli da genitori assenti e lontani anni luce dalla vera realtà dei loro figli.

La geniale sequenza finale del film è paradigmatica di tutto questo, mostrando i ragazzi, durante il processo, ignari di ciò che gli accadrà tanto sono chiusi in un universo autoreferenziale e avulso dalla realtà circostante ed i parenti, tra il pubblico, che li osservano inebetiti come se li conoscessero solo in quell’istante veramente per la prima volta.

Colonna sonora da brividi con Cypress Hill, Eminem, Fatboy slim, Thurston Moore, Tricky…Indigesta, ma preziosa, gemma inedita in Italia, assolutamente da recuperare.

(http://scaglie.blogspot.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


10 marzo

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 10 MARZO

Ore 18:30
THE BOTHERSOME MAN

di Jens Lien, 2006.
(VO sott. in italiano)

***
Ore 21:00
BEYOND THE BLACK RAINBOW

di Panos Cosmatos, 2010.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THE BOTHERSOME MAN 44 The bothersome man  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

“La verità non esiste e la vita come la immaginiamo di solito, è una rete arbitraria e artificiale di illusioni da cui ci lasciamo circondare” questo secondo Lovecraft , ma forse anche secondo Andreas (Trond Fausa Aurvaag) che ,“rilasciato” nel deserto, unico passeggero su un autobus senza ritorno, e destinato al ruolo di piccolo contabile di un’asettica holding, in una sorta di Oslo purgatoriale, assiste al proprio ingresso in una strana comunità, in cui tutto è assunzione impersonale e distacco.

Il film si apre con una scena agghiacciante per ipotesi psicologica, e presto reiterata nel film a rappresentare il disagio di un uomo, che ha colto le rimozioni di chi gli sta intorno, e sa di essere assolutamente estraneo ed alieno ai suoi meccanismi. La società di Den brysomme mannen è moderna, controllata e superficiale: è tutto perfetto, ineccepibile ma le persone dell’ufficio ad esempio, sembrano discorrere ed essere quasi ossessionate da cataloghi di arredamento e da un’idea programmatica in cui essere felice, significa non mancare le scadenze o gli accessori.

Fanta thriller esistenziale, Den brysomme mannen sembra distillare il meglio dei personaggi di Lynch e Kaurismaki, con un incipit da satira della società e del costume odierno norvegese (non è un caso che il film sia stato distribuito anche con il titolo Norway of life), che procede quasi a ritroso sui binari di un horror beckettiano, dove il protagonista in un crescendo di reazioni e proteste che culminano nella scena della metropolitana, capirà che dovrà rompere gli schemi e il diaframma convenzionale dell’universo rigido, in cui vaga come outsider, per tornare al grande nulla accecante, forse freddo, ma inizio sostanziale di ogni cosa.

Quasi una fiaba macabra e senza lieto fine, dove la proiezione però di una via di uscita, la misteriosa melodia che emana dalla fenditura di una parete, sarà l’inizio della frattura e la conclusione dell’idillio con gli strani abitatori del film…Andreas è esiliato, licenziato perché ha squarciato il velo dell’ignoto e una volta assaggiata la realtà, non è più possibile tornare indietro o affrancarsene.

Trionfatore de la settimana della critica di Cannes del 2006, con un elenco di nominations per festival, quasi interminabile, Il film non è mai stato distribuito in Italia . E’ stato diretto da Jens Lien (Johnny Vang), misconosciuto al nostro pubblico, e rinnovatore insieme al regista Bard Breien ( “Kunsten a Tenie negativt”, L’arte del pensiero negativo), dei registri della black comedy nordica, che mescola l’orrore che nasce dalle maschere del quotidiano (consumo estemporaneo della civiltà e delle sue derive), con il teatro esistenziale e crudele dell’assurdo.

(Estratto della recensione di malvasya http://www.splattercontainer.com/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

BEYOND THE BLACK RAINBOW 45 beyond the black rainbow  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Beyond the Black Rainbow è un film talmente al di fuori dai canoni attuali della fantascienza che, a prescindere dal risultato finale, da una buona idea di quanto fertile possa talvolta essere il terreno delle produzioni indipendenti odierne. Pur nella sua unicità, il film del regista canadese Panos Cosmatos è anche il tipico esordio concepito come atto d’amore nei confronti di una precisa stagione cinematografica, nello specifico quello della fantascienza distopica che ha avuto il suo periodo di massimo splendore tra la fine degli anni sessanta e il decennio successivo.

Sintetizzandone e in un certo modo aggiornandone le intuizioni estetiche, il lavoro di Cosmatos si pone quindi come ultimo arrivato di una famiglia che può contare su illustri esemplari come 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick, THX 1138 di Lucas e Solaris di Tarkovsky, tanto per fare i nomi più altisonanti. Un cinema che si esprime attraverso uno stile visivo curatissimo, fatto di suggestioni estetiche tra lo psichedelico e il metafisico sorrette da trame spesso ermetiche e tendenti al filosofico. Se recentemente lo splendido Eden Log di Franck Vestiel ha dato un profilo moderno a questo genere, l’approccio di Cosmatos è al contrario chiaramente revivalistico, pur non limitandosi ad un recupero pedissequo dello stile della fantascienza dell’epoca ma anzi aperto anche a suggestioni dei decenni successivi, evidenti ad esempio nelle sonorità synth che accompagnano le immagini.

Trip ipnotico pregno di immagini simboliche e surreali, Beyond the Black Rainbow è, prima di tutto, una ricerca estetica d’avanguardia che si pone a metà strada tra il concetto tradizionale di “cinema” e la videoarte. Riflesso della medaglia è che tali ambizioni estetiche non trovano un degno supporto nell’impianto narrativo, veramente povero ed inconcludente, aspetto che risulta essere il grosso limite del film ed inevitabile spartiacque per il pubblico.

Immergersi nel magma sintetico di Cosmatos può risultare tanto tediante quanto un’esperienza unica, in ogni caso è un tentativo vivamente consigliato. Nel peggiore dei casi vi farete una gran dormita, nel migliore vedrete cose che gli altri esseri umani possono solo immaginare.

(Grinderman http://www.splattercontainer.com/)


▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


3 Marzo

DOMENICA UNCUT

Domenica 3 Marzo
NOBORU IGUCHI PAPA!

Ore 18:30
ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD

di Noboru Iguchi, 2011.
(VO sott. in italiano)

Ore 21:00
DEAD SUSHI

di Noboru Iguchi, 2012.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

NOBORU IGUCHI è il maestro riconosciuto dei B-movies trash. Una sorta di Ed Wood in salsa splatter-demenziale. Come spesso accade a chi estremizza i suoi prodotti e trasmette al pubblico il divertimento che prova a realizzarli, è ormai un regista di culto e i suoi film girano i festival di mezzo mondo. Anche se talvolta le sue trovate possono dar fastidio o provocare addirittura la nausea, non si può negare che si sia in presenza di un talento inventivo, seppur al servizio della distorsione visiva e comunicativa. A fianco di una lunga esperienza nel campo degli Adult Video, in cui ha fatto film su quasi ogni aspetto delle perversioni sessuali, Iguchi ha realizzato – spesso in cooperazione con Nishimura Yoshihiro, mago degli effetti speciali e più volte regista di film analoghi di grande successo – vari film che uniscono sesso, horror, splatter, fantastico e ogni possibile genere e contaminazione di genere.
Dead sushi, realizzato l’anno dopo il successo della commedia horror Zombie Ass, definita “escatologica”, in cui gli zombie escono dal water, è un film che non può mancare in una maratona di mezzanotte degna di questo nome.

[Franco Picollo http://sonatine2010.blogspot.it/]

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD 42 zombie ass  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Zombie Ass di Noboru Iguchi racconta di un gruppo di amici che parte in vacanza nei boschi. Niente di nuovo, dite? Beh si, ma questa volta il film non si prende sul serio neanche per cinque minuti e fa una delirante variazione sul tema. Una ragazza del gruppo ingerisce un verme trovato in un pesce per restare magra (???). Subito dopo il gruppo viene aggredito da uno zombi che li costringe a fuggire verso un mucchio di costruzioni e, soprattutto, verso un bagno, visto che l’aspirante modella ha dei crampi orribili. Malgrado le condizioni igieniche degne del bagno di Trainspotting, la giovane decide di usarlo comunque e nel mentre qualcosa si muove sotto di lei…

Durante la fuga da una prima ondata di zombi maleodoranti e ricoperti di liquami, i cinque si rifugiano in casa dello strano Dr. Tanaka e di sua figlia Sachi. Inizia l’assedio e, a garantire una buona dose d’azione, c’è la protagonista che padroneggia le arti marziali.

Delirante, imbarazzante, divertente, spesso di pessimo gusto, con brutti effetti speciali e un bodycount prevedibilissimo, il film non delude le aspettative di chi decide di passare la serata guardando qualcosa dal titolo così improbabile. Tutti gli stereotipi jap del genere sono rispettati: bondage, divise da studentesse tagliate in punti chiave, mostri vermiformi e fallici, scienziati pazzi, ecc. Il regista ha dichiarato di voler fare un film con persone infettate da parassiti e con belle ragazze che “fanno aria”: un proposito infantile su carta, ma ben realizzato e divertente.

Anche per gli standard giapponesi, questo film è estremo e non è certo adatto a chi si scandalizza o si schifa facilmente. A chi, invece, piace il genere il consiglio è di vederlo assolutamente: molto splatter, divertente, con belle scene di erotismo soft e un combattimento finale ancora più delirante del resto del film…

Zombie Ass è perfetto per una serata fra amici con un buon quantitativo di birra…

(DRIVER http://www.splattercontainer.com/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

DEAD SUSHI  43 dead sushi  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

E se fosse il Sushi ad azzannare voi?

Noboru Iguchi ci svela un segreto spaventoso: anche il Sushi ha un’anima, dei sentimenti, una dignità. E soprattutto anche il Sushi ha fame, fame di Sushi Umano!!! Dopo aver visto il Trailer di Dead Sushi non potrete più guardare allo stesso modo un piatto di questa tipica specialità giapponese…il terrore che uno di quei bocconcini colorati si animi e vi azzanni la gola sarà troppo forte. Lo so. I ristoranti giapponesi doteranno i propri clienti di giubbotti di kevlar ed elmetti antiproiettile e, fra le norme, oltre ad assicurarvi che il pesce con il quale è stato realizzato il sushi è freschissimo, i proprietari dei locali dovranno garantirvi che il Sushi è stato ucciso prima di essere servito in tavola.

Lo so. Avrete paura.

Grazie Noboru Iguchi, maestro di saggezza, non vediamo l’ora di goderci questa tua nuova opera, un capolavoro annunciato.

Recitano, combattono, mangiano e uccidono Sushi in questa pellicola Rina Takeda e Shigeru Matsuzaki…Dead Sushi!!!

(Actarus http://www.splattercontainer.com/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


9 Dicembre

DOMENICA UNCUT – DOMENICA 9 DICEMBRE

 

 

Ore 18:30

LA MORTE HA FATTO L’UOVO

(Giulio Questi 1968)

***

Ore 21:00

ARCANA

(Giulio Questi, 1972)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
PROIEZIONI GRATUITE

Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

DOMENICA UNCUT:
http://domenicauncut.wordpress.com/

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

LA MORTE HA FATTO L’UOVO

Secondo film di Giulio Questi: un giallo anarchico, destrutturato e arricchito di nuove forme.

Tutte le opere di Giulio Questi sono difficilmente catalogabili: il genere è un dettaglio, una forzatura, che al maestro va stretta sin dagli inizi. Ne La morte ha fatto l’uovo, salta ogni schema e punto di riferimento per lo spettatore: l’immagine e la struttura narrativa camminano su strade parallele e, proprio quando sembrano toccarsi, è l’intervento di montaggio a separarle. Il montatore (e sceneggiatore) Franco Arcalli, più che al raccordo pensa, infatti, al contrasto: un assemblaggio strampalato di elementi diversi, apparentemente scollegati l’uno dall’altro, che così combinati riacquistano un senso e una nuova dimensione.

Ritorna prepotente, anche in quest’opera, un certo gusto dell’orrido (violenza e forzatura visiva), un elemento tipico che ricorre nella filmografia di Questi quasi fosse un’ossessione: i polli geneticamente modificati, senza ali e senza testa, brancolano come storpi in balia degli eventi, lasciando addosso una sensazione di piacevole ribrezzo. Fa da sfondo una scena mutevole, che si tinge di una vena pop straniante, pienamente anni ’60: niente più registro unico ma continui cambi cromatici accompagnano numerose e ossessive incursioni pubblicitarie che rimandano al consumismo imperante (in maniera quasi profetica Questi parla già di OGM) e alla politica arraffona, tipicamente italiana. Originale e fortemente sperimentale anche la colonna sonora – composta dalle musiche di Bruno Maderna – che accompagna per mano i personaggi del film, in ogni loro movimento, calcando fino allo stremo ogni singolo crescendo narrativo.

Gulio Questi regala al cinema ‘uno sguardo d’autore’ originale e spiazzante, che potremmo comodamente inserire al fianco di Marco Ferreri. Una carriera di visioni estreme, contrastata dalla presenza ingombrante della censura e mai pienamente riconosciuta.

(Alessandra Sciamanna, estratto della recensione di www.bizzarrocinema.it)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
ARCANA

Incatalogabile, sfuggevole e pienamente fuori dai generi; disarmante per la sua immediatezza visiva

Arcana è il terzo (e ultimo) lungometraggio del maestro Giulio Questi, un’opera ancora una volta sperimentale e spiazzante – forse la più “sbottonata” di tutte – che sottolinea, in modo sempre più evidente, la libertà espressiva di un regista insofferente alle regole e ai generi preconfezionati.

La signora Tarantino, affascinante vedova meridionale, emigra a Milano con suo figlio. Si guadagna da vivere facendo la medium e leggendo le carte ma, in realtà, non possiede alcun potere paranormale. Suo figlio, invece, è dotato di poteri spaventosi, ma ancora non é in grado di dominarli: è infatti un pericolo annunciato per chiunque lo avvicini. Tra le “vittime” prescelte, c’è Marisa, bella e ingenua ragazza che subirà tutti i desideri e tutte le volontà del giovane. Sullo sfondo, una Milano insolita, a tratti surreale, a tratti spaventosamente realistica.

Arcana è un’esplosione di immagini forti e spiazzanti, sorrette da un impianto narrativo originale, pregno di temi spinosi e quanto mai attuali. Il complesso di Edipo, l’incontro/scontro (violento e malato) tra genitore e figlio, sono tutte questioni che, Giulio Questi, pone senza remore al centro della vicenda; ma lo fa in maniera tutt’altro che brusca, “solleticando” quel tanto che basta per scuotere e disarmare. Il film è composto da una serie interminabile di momenti cult e scene di indiscutibile impatto visivo. Le sedute spiritiche, ad esempio, realizzate dalla medium Lucia Bosé – magnetica e sempre sopra le righe – sono curate in ogni minimo dettaglio: dalla fotografia, tetra e affascinante, alla regia, spasmodica e irrequieta, proprio come i soggetti che intende filmare. Vi sono poi diversi momenti che oscillano tra il surreale e l’onirico, come il singolare esorcismo, palesato attraverso la fuoriuscita di numerose rane dalla bocca degli invasati, e il rapporto/violenza sessuale tra il figlio della Tarantino e la giovane ragazza.

Sicuramente un’opera difficile, nel senso più alto del termine, che cattura sguardo, mente e corpo, e che non lascia via di fuga sin dalle prime battute. Un film incatalogabile, sfuggevole e pienamente fuori dai generi, che disarma soprattutto per la sua immediatezza visiva.

Cinema allo stato puro.

(Alessandra Sciamanna. Recensione di www.bizzarrocinema.it)


18 NOV // MR. FREEDOM // THEMROC

Domenica 18 Novembre

Ore 18:30
MR. FREEDOM (Evviva la libertà)

di William Klein, Francia, 1969.
(VO sott. in italiano)

***

Ore 21:00
THEMROC (Il mangiaguardie)

di Claude Faraldo, Francia, 1973

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

MR. FREEDOM (Evviva la libertà)

… Signori questo è un grande film, dove cinema e pop art si fondono: i suoi fotogrammi scorrono come piccoli affreschi nel mio Tv color, ora che sono riuscito a procurami una copia ingiallita in vhs da un cinefilo amico mio; affreschi rovinati, ingialliti, perché tutto si ossida e invecchia,sopratutto la celluloide, e la successiva rimasterizzazione in digitale in italiano di questo film non avverrà mai.

La lebbra del tempo spesso dà una qualità aurea a certe vecchie pellicole, come ai filmati amatoriali o ai vecchi super8 di famiglia, con la cresima, il matrimonio, etc… Ciò non mi ha dunque tolto l’immensa soddisfazione d’essai di rivederlo questo no-musical, fumettone sci-fi post-sessantottino, il cui pizzone ha girato a loop nelle tv private per decenni. Tanti lo ricorderanno, tanti lo debasereranno, ma il regista di Mister Freedom è un futurologo: vide il declino americano nel periodo del flower power, dei musical Hair e Oh Calcutta!, del petroldollaro forte e della guerra fredda. “Mr. Freedom” precede Rambo e Robocop di secoli, egli è il paladino del partito delle libertà, e pare uscito da un incrocio tra uno sceriffo texano, il gigante egoista, Superman/Capitan America, e un vitaminizzato footbal player: tutto preso com’è dai valori americani da esportare nel mondo è incaricato dal capo supremo di una supermultinazionale di andare a risolvere i problemi della Francia, alle prese col 68, gli euro-comunisti di Mugick Man e addirittura i filo-maoisti di super Mao-Mao. Se crolla la Francia l’Europa è perduta-afferma mr. Freedom. Tra gli attori abbiamo addirittura Philippe Noiret, Donald Pleasance, Delphine Seyrig, e John Abbey.

Tristemente profetico-il partito delle libertà vi dice qualcosa?- il mito del selfmade man, del presidente operaio, del padrone delle ferriere e delle tv,è proprio come descrive sé stesso Mr.Freedom ai suoi comizi, mentre manda in onda i documentari koyaniskaatsi sparati a folle velocità sul benessere americano. “Freedom” è acclamato come un messia, come una rock star che fà la sua entrata trionfale nell’auditorium: siamo una grande famiglia afferma plasticato come un cyborg, col mantra dell’anticomunismo guerrafondaio. In questa kermesse massmediatica, è profetico anche il finale con “Mr. Freedom” fra le macerie che butta l’atomica colpendo pure i suoi commilitoni anticipava in modo sinistro le immagini, dell’attentato in Cia-mondovisione (?) – alle torri gemelle . E se un giorno si scoprisse che Berluskoni è un umanoide biologico al servizio di qualche Grande Vecchio?

Concludo con le parole di Mr Freedom himself: “L’America pupa è ben altro credimi. E ora te lo spiego. Quello che abbiamo ce lo teniamo, è Dio che ce l’ha dato e guai a chi si prova a toccarlo, ma se lasciamo fare a Quelli, ci sflilano le mutande e ci portano alla fame come nel Biafra. E allora No! Meglio gettare l’atomica, fare terra bruciata. Da noi si brucia il grano quando ce n’è troppo.. Tutto. Da noi si brucia tutto ciò che non si può vendere… Questa è la legge amica mia… Non hai soldi? Vattene! Questa è politica… Una volta le cose erano diverse, eravamo una nazione giovane… l’America era americana..Tutti per uno, uno per tutti…”
(http://www.debaser.it/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THEMROC (Il mangiaguardie)

Operaio verniciatore della squadra esterna presso la ditta “Gentil”, Themroc rimane un giorno sconvolto da assurde discussioni sindacali seguite dagli immotivati rimproveri e castighi da parte di un superiore. Semimpazzito, il protagonista torna al modestissimo appartamento nel quale vive con la madre e la sorella e vi inizia una rivolta radicale: abbattendo un muro esterno, trasforma l’abitazione in una specie di grotta trogloditica e panoramica sul cortile; diviene l’amante della sorella, una ragazzetta minorenne, e poi della dirimpettaia; si esprime a grugniti. Un poco alla volta il suo comportamento diviene contagioso e, per conseguenza, intervengono gendarmi, poliziotti e soldati: ma Themroc li ridicolizza; ne cattura due; insieme ad altri li arrostisce e li mangia. Il contagio si diffonde in tutta la città dalla quale di notte si alzano urla belluine.

Apologo radicale di taglio anarchico e libertario condotto al ritmo farsesco del teatro dell’assurdo.

…Volete la rivolta, l’animale affamato di caos…quello che sovverte?..Questo è il film. Film senza dialoghi, solo grugniti, (e intendo senza una parola in nessuna lingua, un muto rumoroso) come i primati in Odissea 2001..Scene, personaggi ed eccessi fiondano lo spettatore in un mondo anarchico e diverso. Un muro non è più confine sicuro ma un ostacolo da abbattere platealmente..Le auto inutili orpelli..L’autorità un bersaglio da lunapark, gli uomini in divisa una cena (da qui il titolo)…Themroc, una medicina contro l’inevitabile reflusso biliare che il momento che viviamo ci procura.

M. Piccoli è (come sempre) già da solo un motivo per amare il cinema.

(http://graforlok1922.blogspot.it/)


Domenica 4 novembre.

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 4 NOVEMBRE

ORE 18:30 :
QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)

ORE 21:00 :
STALKER (Сталкер di Andrej Tarkovskij, URSS, 1979)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO

QUELL’ULTIMO GIORNO – LETTERE DI UN UOMO MORTO
(Письма мёртвого человека di Konstantin Lopushansky, URSS, 1986)


Vivere sottoterra per trent’anni, forse cinquanta, forse per sempre. Questa non è una minaccia, e nemmeno un cattivo presagio, bensì l’obiettivo da raggiungere, per quel che resta dell’umanità dopo l’apocalisse.

Letters from a Dead Man, esordio targato 1986 del russo Konstantine Lopushanskij, allievo di Andrej Tarkovskij e tuttora in attività, racconta l’incubo di un mondo prossimo a sparire, in cui nulla ha più valore, nemmeno il tempo, nemmeno la cultura, in cui l’unico requisito richiesto ad un libro è che abbia la copertina rigida e le pagine in carta naturale buone da ardere per scaldare gli ambienti, in cui ogni ora è uguale all’altra in un crepuscolo interminabile, in cui un’umanità annichilita si trascina per inerzia rinunciando ad ogni prospettiva, e in cui un uomo di scienza profondamente avvilito dal fallimento della stessa può esser preso per pazzo perché rifiuta la tesi del pianeta al collasso, perché nella devastazione generale trova ancora la forza di cercare un appiglio verso il futuro, perché ambisce ad individuare una formula che parli ancora di vita all’aria aperta, perché crede nella sopravvivenza della specie, perché si produce in pensieri positivi e lungimiranti per non morire dentro, perché coltiva un’illusione per darsi un obiettivo, per mantenersi vivo.

Girato a ritmo catatonico e caratterizzato da un impianto visivo fitto e claustrofobico che sfrutta una fotografia monocromatica e densa dominata da inquietanti tonalità seppia per donare alle ambientazioni più varie un senso di sconfortante uniformità e disperante desolazione, quello di Lopushanskij è un film poetico lugubre sconvolgente ed irrimediabilmente pessimista che disegna la parabola discendente di un uomo romantico alle prese con il declino di una specie che non sa più lottare e che ha accettato l’estinzione come conseguenza logica ed inevitabile della propria inettitudine.
Letters from a Dead Man è un’esperienza di non-vita che lascia attoniti e disarmati.
(Estratto della recensione di pazuzu)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
STALKER

STALKER (Сталкер di Andrej Tarkovskij, URSS, 1979)

Un metorite caduto sulla terra ha prodotto strani fenomeni in una zona, prontamente protetta e recintata dall’esercito. Per entrarci esistono però delle guide clandestine, chiamate “Stalker”, capaci di condurre chiunque lo richieda fino alla “camera dei desideri”. Uno scrittore, uno scienziato e uno stalker partono verso la misteriosa zona. Ne torneranno profondamente cambiati.

Per un viaggio al centro dell’universo che potrebbe essere anche l’ultimo. “Stalker” di Andrej Tarkovskij (liberamente ispirato al racconto “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij) è un viaggio “dantesco” negli insondabili misteri del creato, un distillato sublime di tecnica cinematografica al servizio di un incantevole riflessione sulla natura dell’uomo e il senso della vita che si fa etica dello sguardo. L’autore russo ci immerge in un paesaggio acquitrinoso, tra i relitti di un mondo dismesso e la ricerca itinerante di un sapere “irraggiungibile”, dove è la presenza fondamentale e fondativa degli elementi naturali (soprattutto dell’acqua, acqua dappertutto) a fungere da centro gravitazionale di ogni mondo possibile e dove i passaggi cromatici dal bianco e nero virato in giallo della città e i colori sgargianti della Zona danno l’idea della differenza tra ciò che è transitorio in quanto precario e ciò che rimane necessario perché eterno. Segnato dal mirabile equilibrio tra speculazione filosofica e istanze dell’animo, il film è permeato da una forte carica spirituale, una spiritualità laica perché è immanente alle cose del mondo e perchè non ha una natura trascendente ma si accompagna ai percorsi della ragione accrescendone la carica vitale.

Il professore è portato a concepire l’universo come ad una concatenazione di eventi che si susseguono secondo il necessario rapporto di causa effetto.
Lo scrittore è più incline a guardare le cose seguendo l’imponderabile casualità degli eventi che permeano nel profondo l’ordine del mondo. Ma tanto il calcolo razionale quanto l’astrazione intellettuale perdono di ogni consistenza cognitiva all’interno della Zona, dove la ricerca massima della conoscenza comporta l’abbandono del modo solito con cui ci si rapporta con le nozioni di spazio e tempo, dove la strada più consona per arrivare alla meta non è sempre quella più corta e dove le carcasse di carri armati abbandonati , case diroccate, binari ciechi, nel loro essere le macerie di un mondo defunto, danno sostanza a quell’assoluta mancanza di coordinate riconoscibili che accomuna i rispettivi percorsi esistenziali. Penetrare la Zona e sfidare tutte le insidie che la popolano per arrivare fino alla Stanza, nel centro chiarificatore di tutti i misteri, significa, di per se, iniziare a farsi delle domande sulla natura profonfo dell’uomo, su quale carattere permea maggiormente la sua condotta di vita : l’istintiva propensione a perseguire un utile individuale o la capacità altruistica di sapersi in pace solo in sintonia coi propri simili ? essere attratto dal male o riconoscere il bene in quanto tale ? Porsi queste domande significa iniziare a dubitare della propria stessa natura, scoprirsi deboli rispetto alla volontà di potenza di cui si può entrare in possesso. Significa aver paura della Stanza che, da luogo che può esaudire ogni richiesta, si trasforma in quello che può realizzare solo i desideri più intimi e segreti, quelli che caratterizzano nel profondo l’essenza di ogni uomo e “anche se non ne sei perfettamente cosciente, li porti dentro e ti dominano sempre”. Ecco l’esito del viaggio (o uno dei possibili almeno) : la scoperta della limitatezza umana rispetto all’immensa voragine della conoscenza.

Ed ecco la grandezza di Andrej Tarkovskij, che si avvicina ai grandi temi del pensiero filosofico senza risultare didascalico e senza alcuna accenno moralizzante. La sua equidistanza dalle cose che tratta è la stessa che caratterizza lo Stalker, un novello “Caronte” che si accompagna alle dispute dottrinarie dei due compagni di viaggio riparandosi dietro la fideistica accettazione di un mito. Il suo linguaggio cinematografico è proiettato in avanti pur facendo ampio utilizzo della sempiterna potenza creatrice degli elementi della natura. La sua capacità di fare un arte per l’arte si sposa col destino sfortunato della piccola figlia dello Stalker, che riesce a spostare un bicchiere con la sola forza del pensiero, un pensiero che nasce dalla ferma volontà di poterci credere. Il finale ce la restituisce come l’unica fonte di colore in mezzo a un mondo tinto di grigio, sommersa dall’Inno alla gioia che suona come un inno al futuro.
(Estratto della recensione di Peppe Comune )


Proiezioni in riva al lago

DOMENICA UNCUT- 12 AGOSTO 2012
SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO
Ore 21:30
L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano, 1999.
Ore 23:30
Violent Cop di Takeshi Kitano, 1989.
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
FREE ENTRY
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
LA SAUNA :
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401
http://www.myspace.com/saunarecording
http://www.lasaunastudio.com/
!!! IMPORTANTE !!!
NON PARCHEGGIATE LUNGO LA STRADA PROVINCIALE. MULTA SICURA.
Potete invece lasciare la macchina:
– nel parcheggio vicino al ponte della ferrovia, in direzione varano
– nel parcheggio a 200 metri dallo studio sulla sinistra in direzione Corgeno/Vergiate
– nel parcheggio dal Camping “La Madunina”, sempre in direzione Corgeno/Vergiate, sulla destra a 300 metri dallo studio
-Nelle stradine sulla collina sopra lo studio.
▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
L’estate di Kikujiro E’ estate. Masao (Yusuke Sekiguchi) è un bambino di nove anni che non ha nessuno con cui giocare. Vive a casa della nonna e non conosce i suoi genitori. Casualmente trova in un cassetto una foto della madre e , con pochi soldi in tasca, decide di mettersi in viaggio nella speranza di poterla rivedere. Kikujiro (Beat Takeshi), alter-ego del rude, irresponsabile e violento Azuma di Violent Cop, viene incaricato dalla moglie di accompagnare il piccolo. La strana coppia incontrerà lungo la propria strada i personaggi più bizzarri e stravaganti: due motociclisti metallari e mammoni, un vagabondo nudista, gli uomini di un boss della malavita…
Masao vivrà un’estate indimenticabile: conoscerà la gioia e la sofferenza ma soprattutto saprà di avere un nuovo grande amico con cui ridere e scherzare. Dolce e commovente, delicato e divertente, L’Estate Di Kikujiro è una pellicola intimamente segnata da un lessico essenziale e dalla costante propensione dell’artista a ricercare una continua sperimentazione nella scelta delle immagini. La ridondanza delle tecniche di ripresa si legge tanto nella sostanziale ciclicità delle scene proposte, quanto nell’attento ed accurato impiego di inquadrature quasi sempre frontali.
Interessante, infine, notare anche la capillare attenzione mostrata per l’illuminazione e rinvenibile, ad asempio, nell’innovativo utilizzo del “bruciante verde estivo”. Come dire che ancora una volta la collaborazione tra Kitano ed il direttore della fotografia Yanagishima ha sortito i suoi più proficui effetti. (Etratto della recensione di revisioncinema.com)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

VIOLENT COP

Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è “Furyo” di Nagisa Oshima). “Violent cop” avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all’ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull’apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l’idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c’è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l’impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l’amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa “Quest’uomo è pericoloso!”

(Etratto della recensione di tomobiki.blogspot.it)


▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

ASIAN FEAST : Rassegna PINKY VIOLENCE

- DOMENICA 13 MAGGIO -
ASIAN FEAST : RASSEGNA PINKY VIOLENCE

Ore 19:00
FEMALE PRISONER #701: SCORPION
(女囚701号 さそり Shunya Ito, Japan, 1972)

Ore 21:30
DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS
(ずべ公番長 ざんげの値打もない Kazuhiko Yamaguchi, Japan, 1971)

 

I film saranno in lingua originale sottotitolati in italiano.

Presentazione dei film a cura di paolo Simeone di Asian Feast

Spilletta “Pinky Violence” in omaggio per che partecipa a tutte e due le proiezioni.

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

ASIAN FEAST

www.asianfeast.org

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

PINKY VIOLENCE
Si tratta di un’etichetta erronea, che significa ben poco nella terra del Sol Levante, ma che e` stata storicizzata ad occidente per indicare tutti quei film con ragazze difficili protagoniste. Si tratta di cinema popolare, che mescola tutti gli elementi migliori della cultura dei 70s nipponica, dalle romantiche e disperate canzoni Enka alla fiorente cultura della vita notturna passando tutti gli stereotipi dei piu` classici Yakuza Eiga. Un miscuglio fatale e bellissimo che ancora oggi influenza tante produzioni odierne e delinea ancora i tratti di molte protagoniste femminili dei film di oggi.

Si parte con Female Prisoner # 701: Scorpion uno dei film che consacro` la piu` famosa delle interpreti del genere e diede origine ad una serie di ben quattro film. Kaji Meiko e` ben nota anche ad occidente direttamente per capolavori come Lady Snowblood, The Blind Woman’s Curse e il succitato film, ma anche indirettamente per le sue ottime canzoni che Quentin Tarantino ha inserito nel suo dittico Kill Bill. La serata prosegue poi con un film meno noto, ma non certo meno bello: Delinquent Girl Boss: Worthless to Confess. Anche questo parte di una serie di quattro film, vede invece come protagonista la bellissima Oshida Reiko, affiancata da altre bellezze del genere come Kagawa Yukie e Katayama Yumiko. A quelli che parteciperanno ad entrambe le proiezioni spettera` in omaggio un premio offerto dal cineclub: una spilletta commemorativa della rassegna con la bella Reiko impressa sopra. (paolo Simeone /Asian Feast)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

FEMALE PRISONER #701: SCORPION
Female Prisoner # 701: Scorpion, ispirato ad un acclamato manga di Tooru Shinohara racconta la genesi di Nami, nota come Sasori (Scorpion), divenuta nel tempo un po’ il simbolo stesso dei “women in prison” e interpretata da un’intensa Meiko Kaji (Lady Snowblood, Stray Cat Rock). “It’s stylish, well written, with some quirky elements” scrive Thomas Weisser, mentre è ormai ora di ridimensionare la serie e contestualizzarla adeguatamente. Meiko Kaji era la figura rappresentativa della serie della Nikkatsu, Stray Cat Rock (Alleycat Rock/Naraneku Rokku, 1970-1972), ma a causa della ripetitività degli episodi lascia la casa di produzione e approda alla Toei dove diventa ben presto la regina della serie Sasori, composta di sei episodi (4+2, tra il 1972 e il 1977), un remake del 1991, alcune versioni video e altre versioni/ombra come solo in Giappone sanno fare. L’attrice reciterà però solo nei primi quattro capitoli dopodiché lascerà la Toei per raggiungere la Toho e interpretare il suo più grande successo di sempre, Lady Snowblood (1973).

All’inizio di Female Prisoner # 701: Scorpion la vediamo nel tentativo di evasione (fallito) insieme ad una compagna, interpretata da Hiroko Ooji. Riaccompagnata nel carcere femminile di massima sicurezza verrà mostrato finalmente il flashback esplicativo; Nami, coinvolta dal suo amante poliziotto in una missione, viene da lui tradita, stuprata da una gang e abbandonata. Ripresasi tenterà di uccidere il poliziotto ma invano; Il tempo per la vendetta arriverà solo dopo un’ora e mezza intensissima di film.

La parte centrale del lungometraggio è un classico “women in prison” e come da definizione del sottogenere, diviene pretesto per una passerella continua di nudi femminili, timide sequenze saffiche, crogioli di poliziotti arrapati e violenti. Fosse solo questo, la parte centrale risulterebbe la meno coinvolgente e la più pesante. Fortunatamente è lo stile e la folle creatività del regista a fare la differenza. La macchina da presa si muove brusca spostando continuamente l’asse di visione, riuscendo ad andarsi ad infilare in luoghi extradiegetici per mostrare non più o meglio ma in modalità diversa (come l’inquadratura fatta da sotto il pavimento –trasparente- durante la sequenza dello stupro di massa). Alla regia si uniscono altri due elementi: un utilizzo forzato ed antinaturalistico delle luci e degli inserti di visionarietà pop. Simbolo stesso del film è la sequenza in cui una prigioniera cerca di uccidere Nami ma viene fermata dalla prontezza della ragazza che le frantuma una porta a vetri sul viso. Da quel momento si sviluppa una sequenza del tutto estranea al film: delle luci azzurre mostrano la ragazza ferita con i capelli irti sopra la testa e il viso, flagellato dai vetri, che si trasforma in una specie di maschera demoniaca del folklore giapponese. Sequenze come questa, o quella delle prigioniere sedute nell’orticello delle fragole che si dipingono le labbra con un finto rossetto ottenuto dai succhi dei frutti scaraventano il film nel reame dei folli lungometraggi giapponesi trasudanti furori ultrapop degli anni ’70. Meiko Kaji canta la canzone dei titoli di testa e di coda, non era la prima volta, ma questa sarà la prima di una lunga serie di successi.
(Senesi Michele Man chi)
http://www.asianfeast.org/recensioni/female-prisoner-701-scorpion

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

DELINQUENT GIRL BOSS : WORTHLESS TO CONFESS

In poco più di sei mesi, a cavallo tra ’70 e ’71, si consumava l’intera saga composta da 4 film dei Delinquent Girl Boss. Protagonista ne era la bella e giovanissima Oshida Reiko, salita già alla ribalta delle cronache cinematografiche giapponesi per il significativo ruolo della bella ninja Rui in Quick Draw Okatsu. Il bilancio della serie fa constatare come il tentativo in sede di produzione fosse quello di fidelizzare lo spettatore. In tutti i film Oshida Reiko interpreta il ruolo di Kageyama Rika, che appena uscita dal riformatorio di Akagi, va a costruirsi una nuova vita nella grande città. E nel far questo le capita di rincontrare ex-compagne di cella o meglio dire “attraversare” le vite queste ragazze che hanno più o meno gli stessi volti e gli stessi personaggi di film in film. Per questo si tratta sostanzialmente dello stesso personaggio, ma anche dello stesso film, ogni volta. Sempre uguale, eppur diverso. Come fosse una bella canzone re-arrangiata per la nuova occasione.

Worthless to Confess però è ben più di un semplice instant movie nato sulle note dell’omonima canzone (Zange no Neuchi mo Nai) che fu l’esordio della cantante di Enka Kitahara Mirei. Questo nonostante la stessa cantante si esibisca a metà film pressapoco con il suo secondo singolo (Suteru Mono Ga Aru Uchi Wa Ii), così come accadeva con l’altra diva pop Fuji Keiko compariva nel primo film della serie Delinquent Girl Boss: Blossoming Night Dreams. A ben vedere, sebbene vi sia la riproposizione dei medesimi schemi sin dal primo film, l’ultimo della serie risulta più complesso e mediamente strutturato meglio. Il meccanismo risulta ben oliato dal regista Yamaguchi Kazuhiko, non certo uno sconosciuto visto che di lì a poco avrebbe diretto altri grandi classici ed intere saghe per la Toei. Bastino citare i due Wandering Ginza Butterfly con Kaji Meiko, i vari Sister Street Fighter con Shihomi Etsuko e il dittico Karate Bearfighter/Karate Bullfighter con Sonny Chiba. Dove finisse il mestierante e iniziasse l’autore è come al solito difficile da definire con i registi contrattati della Toei, ma il fatto che fosse spesso co-sceneggiatore dei suoi film lascia ben sperare. Ed è notevole anche il cortocircuito instaurato nei primi minuti, quando nel riformatorio delle ragazze viene trasmesso Man from Abashiri Prison, il più grande successo del collega Ishii Teruo con protagonista Takakura Ken, che serve in qualche modo ad instaurare il parallelo tra la prigione femminile di Akagi della serie e quella maschile ben più nota di Abashiri.

In questo specifico caso Yamaguchi consegna un ottimo film, non a caso tra i più amati del sottogenere dedicato alle ragazze ribelli, dove i personaggi sono ben delineati anche grazie ad un ottimo cast che vede oltre ai soliti comprimari della Oshida anche la presenza di grandi ospiti. C’è la bellissima Katayama Yumiko, ben nota in patria per il suo ruolo nel cast fisso della leggendaria serie TV Playgirls, ma anche il grande Junzaburo Ban, monumento del cinema, che vantava nella sua carriera film con Kurosawa (Dodes’ka-den), Oshima (Il Cimitero del Sole) e Inoue (Tokyo Cinderella Girl). I due interpretano figlia e padre in crisi affettiva, finché nelle loro vite non irrompe la vitale ed energetica Rika. Attorno ruotano le altre presenze fisse della serie come la disperata Kagawa Yukie con il suo compagno ex-Yakuza, interpretato dall’altro ospite d’eccezione Nakatani Ichiro (La Sfida del Samurai, Harakiri, Kaidan), ma anche Tachibana Masumi e Tsudoi Mieko, che lavorano come intrattenitrici nel club in cui fa da inserviente Hidari Tonpei.

Il rendez-vous finale con il laido boss cattivo Kaneko Nobuo (Vivere) è iconograficamente rappresentativo del grande status di salute della cultura popolare e giovanile del Giappone dei tempi. Immagini che si stampano nella memoria quelle delle cinque ragazze con la divisa della loro gang riunita e il lutto al braccio che urla vendetta, ma anche attimi intensi, vuoi anche commoventi, come il lungo e disperato discorso a favore di macchina della Oshida assieme alle altre nella classica posizione della Jikoshokai Yakuza. Sulle sirene della polizia si chiude un’altra splendida tragedia sui perdenti, sui reietti della società, sulla loro dignità di esseri umani cui ci aveva abituato il bel cinema nipponico di quegli anni.
(Paolo Simeone)
http://www.asianfeast.org/recensioni/delinquent-girl-boss-worthless-to-confess

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


[29/Aprile] Proiezione RED WHITE & BLUE // WHITE LIGHTNIN’

Domenica Uncut

Domenica 29 Aprile

Ore 18:30

RED WHITE & BLUE di Simon Rumley, Usa 2010.
(V.O. Sott. in italiano)

***
Ore 21:30

WHITE LIGHTNIN’ di Dominic Murphy, UK 2009.
(V.O. Sott. in italiano)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

RED WHITE & BLUE

Red White Blu è uno di quei film che portano sullo schermo le storie dei tanti disadattati degli Stati Uniti, in modo particolare quelli degli stati del Sud. Il titolo del film non a caso richiama i colori della bandiera USA, ma anche di quelli del Texas, dove si svolge la storia, ed il titolo di una canzone di un gruppo strettamente legato al sud quale i Lynyrd Skynyrd. Erika, Nate e Frankie sono, ognuno a modo loro, degli emarginati. Erika, scappata di casa, che ha rapporti ogni notte con uomini diversi e di cui tiene addirittura un album, quasi fosse un gioco, una collezione, un bisogno, mentre poi si rivelerà altro; Nate è un ex marine, senza arte né parte, trasandato, senza alcun legame, che si affeziona ad Erika per un’affinità che avverte sin da subito; Frankie invece è uno di quelli che cerca di fare il colpo con la propria band, per diventare qualcuno, per poter pagare le cure e l’assistenza alla madre malata, per lasciare il lavoro che odia e lo fa impazzire.

Ma Red White & Blu non è la solita storia degli emarginati del sud: è una storia di rabbia e di vendetta, tutti dentro al film mostrano rabbia e vanno in cerca di vendetta, sono vittime e sono carnecifici, eppure nessuno è innocente. L’incontro di Erika prima con Frankie e poi con Nate farà scattare un meccanismo terribile e feroce, scatenando una spirale di violenza e di cieca vendetta, il cui culmine è un vero e proprio pugno nello stomaco dello spettatore.

Non ci sono insegnamenti, denunce o lezioni da imparare nel film di Simon Rumley, come pellicole di altri registri bordeline come Todd Solondz o Larry Clark ci viene mostrata la storia di gente comune che, come la cronaca nera quotidiana ci propina, d’un tratto si trasformano in qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. Qualcuno lo ha già paragonato a film come Audition di Miike e Symphaty for Mr (e Mrs.) Vengeance di Park Chan-wook ma, a parte la sete di vendetta che diventa cieca violenza, siamo su tutt’altro genere: questa è Austin – Texas, e le cose non funzionano proprio come in Giappone o in Corea del Sud.

Red White & Blu è un film duro, drammatico e terribilmente feroce nella spirale di violenza che si innesca alla fine, forse troppo… (Estratto della recensione di splattercontainer)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

WHITE LIGHTNIN’

La sregolata e difficile vita di Jesco White, talentuoso ballerino dei monti appalachi, è stata oggetto di documentari e produzioni televisive. “White Lightnin’” è la trasposizione cinematografica delle gesta di Jesco e miscela in sé cenni autobiografici ed allucinate visioni, tanto da valicare ben presto il confine fra realtà e finzione e descrivere, nella sua folle parabola discendente, l’orrore ed il disgregamento della società americana. Nella fattispecie quella montanara, profondamente povera, ignorante e violenta del sud-ovest degli Stati Uniti, durante gli anni ’60.

Jesco dimostra sin da bambino pesanti squilibri emotivi nonché attrazione verso le più disparate droghe, dallo sniffo delle esalazioni di benzina fino all’eroina. Passa la sua gioventù fra riformatori, vita di strada e persino manicomi, in preda ad un profondo tormento interiore che spesso esplode con scatti d’ira distruttiva. Il padre cerca di aiutarlo ed essendo questi un ballerino apprezzato, che si esibisce in molti locali del posto, cerca proprio attraverso il ballo di convogliare tutte le energie del figlio e di fargli scaricare il male che ha dentro. E Jesco dimostra un talento straordinario. Quando la felicità sembra qualcosa di più di un miraggio, complice anche l’amore con una donna molto più grande di lui (una straordinaria ed irriconoscibile Carrie Fisher), arriva l’atroce uccisione del padre a sconvolgere definitivamente il suo precario equilibrio mentale. Jesco non riesce più a gestire i “demoni” che ha dentro e l’allucinata spirale di autodistruzione e vendetta non avrà freni…

Straordinario piccolo film indipendente, realizzato in 16mm dall’esordiente Dominic Murphy, che attraverso l’utilizzo di un bianco e nero sgranato ed una narrazione sincopata e visionaria, trasporta lo spettatore in una dimensione di sofferenza, depressione con grande trasporto emotivo. In “White Lightnin’” c’è il dramma, c’è il documentario, c’è l’orrore viscerale, c’è il sangue nerissimo, c’è l’alcool a fiumi, c’è la musica rockabilly che si muove fra note scanzonate e frastuono assordante. C’è l’incredibile prestazione di Edward Hogg, nei panni dello spiritato Jesco, in precario equilibrio fra recitazione ed autentica follia.

Senza concedere respiro, il film ci immerge in ambientazioni laide, fra individui abbrutiti dai vizi e dalla sofferenza, in una società primitiva che partorisce e cresce i suoi mostri grazie alla violenza e all’incomunicabilità. Apparentemente trasandato, in realtà profondamente meticoloso nella messa in scena e nella ricerca sia dell’impatto visivo realistico che di quello grottesco, “White Lightnin’” si rivela opera di grande spessore e profondità, assolutamente da vedere (e rivedere), nonostante si tratti di una pellicola estremamente dura e non adatta agli spettatori più sensibili. ( recensione pubblicata da alexvisani.com)



[15/Aprile] “Grattami i Coglioni!”

Domenica 15 Aprile

“Grattami i Coglioni!”
Omaggio a Daniele Ciprì e Franco Maresco.

Ore 17:00
Lo Zio di Brooklyn (1995)
 (Con sottotitoli)

Ore 20:00
Totò che visse due volte (1998)
(Con sottotitoli)

Ore 22:00
Il ritorno di Cagliostro (2003)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

Presso

KINESIS via carducci N.3

Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

Lo Zio di Brooklyn

Brutti, sporchi e cattivi: Ciprì e Maresco non hanno alcuna intenzione di prostrarsi ai piedi del pubblico pagante (e inappagato), fanno di tutto per risultare ripugnati e per sfottere i puristi del “bello”, senza preoccuparsi di non esagerare ma, anzi, esagerando di gusto ogni volta che se ne presenta l’occasione.
Non c’è trama, solo un’esile linea rossa che lega vicende slegate tra loro, e che riguarda l’arrivo di un boss italo-americano in casa di quattro fratelli miserabili, mandato lì da due nani mafiosi che è meglio non contraddire. Tutto il resto è un vorticare di casi umani tra zoofilia, istinti primordiali e siparietti umoristici (con tanto di tizio che guarda in macchia e affermando “questo film fa schifo!”, sputa contro il pubblico). Qual è il senso di tutto ciò? Forse lo sanno solo i due registi o forse un senso neanche c’è. Ma è un po’ come guardare nell’abisso e ritrovarsi inquieti, poiché consapevoli che l’abisso sta guardando in noi. (Daniele ‘Danno’ Silipo http://www.bizzarrocinema.it/)

Totò che visse due volte

Tre scenette, tra il triviale e il blasfemo, per dire che la vita fa schifo e che nel mondo non esiste più nemmeno la traccia di un valore o di un ideale. Film scandalo, vietato e censurato alla mostra di Venezia (con stupore degli autori, che fanno coppia fissa dal 1986, prima con una meritevole opera di cineforum culturale nel malfamato quartiere Brancaccio di Palermo, poi con gli sketch di CinicoTv trasmessi da Raitre con il plauso di Ghezzi e poi al cinema sempre con il loro stile provocatorio, le loro tematiche pre-umane e bestiali e i loro toni destabilizzanti): insopportabile e ruffiano nel voler far passare come arte, grazie a belle immagini e una raffinata fotografia in bianconero di Luca Bigazzi, un cinema che gioca ambiguamente sull’osceno e sull’amorale anche con grande moralità di visione e fa della spazzatura vizio e virtù, pregio e difetto, chiave d’accesso e limite strutturale. Echi pasoliniani e viscontiani (la scelta di girarlo in siciliano stretto, tanto da doverlo sottotitolare) per la rappresentazione cruda, ma fine a se stessa, di una realtà senza speranze. Disturba l’ostentazione gratuita, compiaciuta e insistente delle varie oscenità, e il tutto finisce per passare indenne e per non provocare affatto. Nessuna donna recita, anche se i ruoli femminili non mancano. La Commissione di revisione cinematografica (leggi: censura) tentò di impedirne addirittura l’uscita nelle sale; non riuscendoci invocò la denuncia per vilipendio alla religione di stato e per tentata truffa, ma i registi e la produzione, dopo il processo, ne uscirono indenni, giustamente assolti dal Tribunale di Roma. (Roberto Donati http://www.centraldocinema.it/)

Il ritorno di Cagliostro

“Il Ritorno di Cagliostro è il nostro omaggio a tutti quegli uomini di cinema che dal cinema sono stati rovinati. Un film involontariamente autobiografico”, esordiscono i registi.
Come in un gioco di scatole cinesi Pirandellianamente inserite in altre scatole, con “Il Ritorno di Cagliostro” è il cinema che cita sé stesso, un cinema che celebra sé stesso, le sue vittorie, le molte sconfitte ma, soprattutto, la sua rinascita.
Nel passaggio alla narrativa, i due autori si sono portati con loro buona parte della galleria di maschere umane delle precedenti opere.
Tra i tartagliamenti di personaggi goffi con volti strani ed un uso incontrollato dello stretto dialetto palermitano, l’impatto surreale è pregnante.
Pregnante soprattutto, lo stile narrativo che, contaminandosi con l’abbondante uso del Flashback e con una impostazione alla “Zelig”, tenta di ricostruire le sgangherate (dis)avventure dei fratelli La Marca, ex fabbricanti di statue sacre e produttori cinematografici negli anni cinquanta della “Trinacria Film”, impegnati nella faticosa produzione del loro film di svolta: “Il Ritorno di Cagliostro” appunto.
Un film che non vedrà mai la vita a causa dei loschi legami che i due produttori ed il regista Pietro Grisanti intrattengono con alcuni esponenti della chiesa e della mafia.
Una pellicola perduta ma poi ritrovata nel 2003. (Samuele Baccifava http://www.baskerville.it/)


[1/Aprile] Ite, Missa est – La messa è finita

Domenica 1 Aprile

Ite, Missa est.

Ore 17:00
L’UDIENZA (Marco Ferreri, 1972)
Ore 20:00
TODO MODO (Elio Petri, 1976)
Ore 22:30
NEL PIU’ ALTO DEI CIELI (Silvano Agosti, 1977)

Ne respicias peccata nostra
sed fidem Ecclesiae tuae

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●

Presso KINESIS via carducci N.3 Tradate (Varese)
Proiezioni Gratuite

Il kinesis si trova a 100 metri dall’ospedale di Tradate,
vicino alla CGIL e alla pizzeria il Ghiottone.

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●

L’UDIENZA  
Un uomo, Amedeo, vuole a tutti i costi essere ricevuto in udienza privata dal papa. Inizia così una trafila presso la burocrazia vaticana che lo porterà a contatto con una serie di incredibili personaggi e situazioni paradossali. Inutilmente un commissario della polizia vaticana tenta dapprima di dissuaderlo dal proposito, poi lo aiuta mettendolo in contatto con faccendieri ed esponenti dell’aristocrazia nera…

TODO MODO
Mentre nel paese infuria un’epidemia, un centinaio di “notabili” del partito che da trent’anni governa l’Italia si riunisce in un albergo convento per seguire un corso di esercizi spirituali condotto da un gesuita, don Gaetano. In realtà ai convenuti preme soltanto concordare una nuova spartizione del potere. Ben presto, dopo un furto sacrilego, la riunione si trasforma in rissa e cominciano i morti…

NEL PIU’ ALTO DEI CIELI
Nel recarsi a un’udienza papale in Vaticano quattordici cattolici di ambo i sessi, religiosi e laici, rimangono chiusi in un ascensore in un tragitto all’infinito verso l’alto dei cieli. Finisce in un cannibalico massacro…


[25/MARZO] Lunga Vita alla Nuova Carne!

DOMENICA 25 MARZO

OMAGGIO A DAVID CRONENBERG

Ore 17:00
INSEPARABILI-Dead Ringers (David Cronenberg, 1988)

ORE 20:00
VIDEODROME (David Cronenberg, 1983)

ORE 22:00
CRASH (David Cronenberg, 1996)

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●

Presso KINESIS
via carducci N.3 -Tradate (Varese)
Proiezioni Gratuite

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●

INSEPARABILI-Dead Ringers

Mai, in maniera così esplicita, e ciò nonostante complessa , il regista canadese ha affrontato il legame tra corporeità e identità.
Probabilmente il film della maturità, “Dead Ringers” riprende il discorso potrato avanti con le opere precedenti (il film stesso è ricco di autocitazioni). Questa volta però Cronenberg rinuncia quasi del tutto a mostrare l’orrore materiale, la malformazione. La mostruosità non viene “estraneizzata”, non diviene corpo a sè, ma germina nel corpo umano fino a diventare tutt’uno con noi stessi (e forse è proprio la mente il germe che vive in simbiosi con il nostro corpo). “Non c’è peggiore mostruosità di quel che lampantemente e tranquillamente appare, non c’è devianza più orribile dell’identità stessa” ( E.Ghezzi – Paura e desiderio ).
VIDEODROME

Videodrome rappresenta il “manifesto” del cinema di Cronenberg, un film anomalo, soggetto alle più disparate interpretazioni e scioccante come un’allucinazione.
Uno dei rarissimi film, distribuiti nel circuito commerciale, capace di esprimere e tradurre visivamente angosce e paure dell’uomo moderno, temi che la letteratura ha già conosciuto nelle pagine di William Burroughs o di Franz Kafka.

Un mondo dove la morte diventa forse l’ultima spiaggia delle sollecitazioni fisico-sessuali, la morte in diretta, con violenza e pornografia che si mescolano creando, paradossalmente, un altro genere, informe e letale. Contro ciò, Cronenberg pone il muro del religioso, del senso puro della razionalità rarefatta, del Credo Assoluto : “Sono la videoparola che si è fatta carne. Morte a Videodrome e gloria e vita alla Nuova Carne”. (Zonekiller – http://scaglie.blogspot.it)

CRASH

Cronenberg revisiona il cinema macabro-intellettuale degli esordi amatoriali (STEREO, CRIMES OF THE FUTURE): l’estrema, scioccante morbosità concettuale e figurativa colonizza la materia grigia dello spettatore, turba morale e coscienza attraverso le pareti rettali, la carne e gli attributi fisici. Prendendo le mosse dal romanzo di J.G. Ballard (il personaggio di James Spader porta il suo cognome), il regista riconsidera l’Ordine della Nuova Carne, modellata dalla tecnologia e dalla fusione con il metallo, allevata nella dolorosa richiesta di piacere sessuale
Nel binomio sensualità/orrore, veniamo posti a confronto con le nostre perversioni più recondite, con i limiti/non limiti che la nostra mente crea attorno al piacere ed i suoi tabù. Maledetto, beatamente indecente come L’IMPERO DEI SENSI di Oshima, il cinema di Cronenberg dona catarsi violentando la mente nelle sue preconcette definizioni di Bene e di Male.
(Niccolò Rangoni – www.spietati.it)


[4/MAR] The Turin Horse

Domenica 4 Marzo

ore 21:00

The Turin Horse – A Torinói ló, di Béla Tarr, 2011.
(V.O. sott. in italiano)

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●
CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
TWIGGY CLUB
Via de Cristoforis n.5 Varese.
PROIEZIONE GRATUITA
●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●

A Torino, il 3 gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce da casa. Un cocchiere è alle prese con un cavallo. Malgrado le sue esortazioni ripetute, il cavallo rifiuta di muoversi. Il cocchiere perde la pazienza e imbraccia la frusta. Nietzsche mette fine al comportamento brutale dell’uomo. Si lancia verso la carrozza e abbraccia il cavallo singhiozzando. Viene riportato a casa. Resterà steso sul divano per due giorni, immobile e muto, prima di pronunciare le sue ultime parole famose e vivere i successivi dieci anni nel silenzio e nella demenza. Non sappiamo cosa sia accaduto al cavallo. È ciò che racconta questo magnifico film. Con le parole del regista: “Il cocchiere Ohlsdorfer e sua figlia vivono da reclusi nella loro fattoria. La ripetizione dei movimenti, il ciclo delle stagioni e le ore del giorno dettano loro un ritmo e una routine cui sono inesorabilmente soggetti. Il film mostra la mortalità alla quale siamo condannati, con questo profondo dolore che noi tutti proviamo”. (Rinaldo Censi)


[4/DIC] Proiezione TRIANGLE // HOBO WITH A SHOTGUN

CINECLUB DOMENICA UNCUT

Domenica 4 Dicembre

Orari proiezioni:

Ore 18:30

TRIANGLE

(Christopher Smith, 2009.VO sott. in italiano)

***
Ore 21:30

HOBO WITH A SHOTGUN

(Jason Eisener, 2011.VO sott. in italiano)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
TWIGGY CLUB
Via de Cristoforis n.5 Varese.

PROIEZIONE GRATUITA

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

TRIANGLE

Smith costruisce e sviluppa una profondissima riflessione sulla inesorabile, inattaccabile coazione a ripetere del trauma sulla mente dell’uomo, legando questa analisi al tema del senso di colpa persecutorio, inteso come “sintomo” cardinale della coazione. La “nave” rappresenta l’infinito, labirintico processo regressivo inconscio nel quale la mente si perde per tentare di ritrovare il senso, l’unità di una frammentazione dolorosa generata dal trauma emotivo. Gli “amici”  (come quelli di Jess) sono i tanti Sé, i tanti “oggetti interni” che compongono la  nostra identità,  vittime e carnefici di ciò che noi siamo per il nostro Sé, vittima a sua volta degli attacchi feroci che facciamo masochisticamente a noi stessi, per salvarci dall’annichilimento, dalla follia. Il grande pregio di questo film è appunto la finezza, quasi sofisticata, dell’attenzione prestata all’analisi psicologica del (dei) personaggio (i). Molteplicità di personaggi che poi è uno solo, Jess, interpretata da una Melissa George che sa molto bene dipingere sul suo volto la sofferta odissea senza ritorno a Itaca in cui ci accompagna: Jess entra infatti in un incubo che si disvela piano piano sotto i nostri occhi, dapprima sotto la forma apparente di slasher, per poi rapidamente mutare disegno e sostanza in modo sorprendente, mediante una sceneggiatura iteritiva, circolare, ma a cerchi concentrici, che solo con l’ultima inquadratura ci permette di cogliere l’orizzonte completo di una storia che, cambiando pelle di cerchio in cerchio, mostra solo alla fine l’oscuro splendore della sua crudeltà. L’andamento narrativo, sempre efficace, veloce, straniante, è impreziosito da una regia che utilizza in modo egregio una palette cromatica quasi sempre sovraesposta,  generatrice di un’atmosfera onirica e di una sensazione onnipervasiva  di atemporalità angosciante.

“Triangle” è l’ennesima dimostrazione che il cinema horror inglese è capace di ambientazioni innovative (l’ambiente marino trasformato in deserto di solitudine disperante), di riflessione psicologica molto, molto profonda, di una scrittura filmica pregevolissima, nonché di una qualità dell’ intrattenimento che non delude mai gli amanti del genere, seppur declinato secondo varianti fortemente introspettivo-psicologiche.

(Estratto della recensione pubblicata dal Blog psicheetechne)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

HOBO WITH A SHOTGUN

Dopo anni passati a girovagare senza sosta nè costrutto, l’hobo aveva finalmente capito che fare della propria vita: avrebbe comprato quel bel tagliaerba di seconda mano intravisto in una vetrina di un negozietto di Scumtown, ultima tappa della sua esistenza raminga e solitaria.

Girato in glorioso e filologico Technicolor, Hobo with a Shotgun è spudoratamente vestito di una fotografia scelorita e fluo, eccessiva e spesso senza alcun senso logico apparente ma assai funzionale nel riuscire a riproporre con soluzioni nuove una certa estetica che, giusto per ribadire le proprie radici, guarda senza vergogne a Street Trash e compagnia fluorescente. Quella di Eisener è una regia nervosa e anfetaminica, eppure attentissima a non scadere nelle facili logiche videoclippare tanto in voga nell’ultimo lustro, capace di risultare efficacissima nel dare un ritmo vertiginoso e esageratamente adrenalico alla vicenda senza perdere un minimo di personalità: un ritmo che l’Eisener sceneggiatore, ben conscio dei rischi in cui avrebbe potuto incappare affidandosi a un plot tanto essenziale, mette completamente in mano al mucchio selvaggio di protagonisti che ha gettato nella polvere di Scumtown.

Innanzitutto l’eccezionale e divertitissimo hobo di Rutger Hauer, laconico e scafato abitante della strada che altro non è che l’eroe solitario dei western passato nel mutageno tritacarne della più infima pop culture degli eighties, mattatore – quasi – unico di una scena condivisa con personaggi accomunati da un senso dell’eccesso che in ognuno trova una personale realizzazione: dalla coppia di psicopatici fratelli Drake, brutali figli del boss in Ray Ban e giacca della squadra di football, alla coppia di cacciatori di taglie chiamata The Plague, sorta di indistruttibili cavalieri post-atomici il cui covo ospita bizzarre creature tentacolari, la cui esistenza e discesa in campo hanno un che di splendidamente non sense quanto di assolutamente risolutivo nell’economia di una pellicola che per scelta di campo può permettersi di buttare nella mischia chiunque gli occorra in qualunque momento senza colpo ferire. Lasciato il campo a soggetti del genere, Eisener non si fa mancare nulla: da un intero scuolabus zeppo di bambini che viene dato alle fiamme mentre due enormi ghettoblasters urlano a squarciagola i Bee Gees, a clochard raccolti in container e schiacciati da ruspe in dilaganti esplosioni di emoglobina ai Babbi Natale pedofili, tutto è una goduta e liberatoria cavalcata in quell’eccesso appena condito di politicamente scorretto che spinge la vicenda verso la tanto attesa sfida all’OK Corral affogato nell’immondizia tra l’hobo e il villain Drake.

Il maggior merito del regista è senza dubbio l’aver dimostrato un’assoluta capacità di gestire a proprio piacimento il gusto per l’eccesso visivo e narrativo secondo le regole di una scuola che solo un attentissimo, libero e creativo fan del genere avrebbe potuto ammodernare con tale abilità da fare in modo che non andasse perduta una sola unghia dello spirito fondante dell’exploitation, con buona pace di sfarfallii di montaggio, bolsi purosangue all’ultimo giro di giostra e pellicole sbrecciate in digitale. (Estratto della recensione pubblicata da Horror.it)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


[27/Nov] THE WOMAN // THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

CINECLUB DOMENICA UNCUT

DOMENICA 27 NOVEMBRE

Orari proiezioni:

Ore 18:30

THE WOMAN

di Lucky McKee,USA, 2011.
(VO sott. in italiano)

***

Ore 21:00
Presentazione della Fanzine MALASTRANA

***

Ore 21:30

THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

di Mladen Djordjevic, Serbia, 2009.
(VO sott. in italiano)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
TWIGGY CLUB
Via de Cristoforis n.5 Varese.

PROIEZIONE GRATUITA

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THE WOMAN 

Preceduto da una scia di polemiche, mescolate a critiche spesso entusiastiche, arriva finalmente nei cinema americani  l’ormai già noto “The Woman”, quarto lungometraggio dello statunitense Lucky McKee. Classe 1975, giovane dunque ma già più che meritatamente apprezzato: suoi il bellissimo “May”, del 2002 , ”Il Mistero del Bosco” , del 2006 e il detour al di fuori del genere horror del commovente “Red”, targato 2008.
Presentato al Sundance Film Festival, ”The Woman”  ha suscitato reazioni indignate, i soliti malori da parte di spettatori debolucci, e accuse di misoginia. Queste ultime soprattutto, assolutamente assurde, per chiunque abbia guardato il film con un minimo di attenzione e conosca il cinema di McKee, quasi sempre improntato sul Femminile (spesso simboleggiato dalla sua attrice feticcio Angela Bettis, qui in un ruolo da non protagonista ma ugualmente importante). Un Femminile spesso deviato, rappresentato con amore e devozione che spesso diventano passionale spietatezza.Ma mai e poi mai misoginia o odio.
Il film è l’ideale seguito (ma non un vero e proprio sequel) , del poco conosciuto “The Offspring” del 2009 (il titolo completo del film è infatti “Offspring:The Woman”) , storia di una tribù cannibale sopravvissuta fino ai nostri giorni e che entra in contatto col “mondo civilizzato”. Il film portava la firma di Andrew van den Houten, co-produttore di “The Woman” , ed era sceneggiato da Jack Ketchum, co-autore insieme a McKee anche dello script della pellicola del 2011.
“The Woman” è comunque un film assolutamente a sé stante, non sequel, non film-gemello: un discorso sul Femminile, sul maschilismo, sulla disgustosa ipocrisia della cosiddetta “società civile”, sul marcio che tenta di nascondere e su molto altro.

Il film nasconde le scene più cruente e lascia immaginare; il discorso di Chris sulle donne è follemente colmo d’odio, più disturbante di molta violenza visiva.
L’epilogo è solo in parte prevedibile, e chiude degnamente un film esemplare (fate scorrere per intero i titoli di coda, poiché al termine vi è una sorpresa)  : estremamente ben realizzato, sapientemente diretto e montato, musicato ad arte, dotato di una fotografia magnifica e di una sceneggiatura quasi del tutto priva di falle.
La Donna del titolo non è solo colei che viene catturata: simboleggia la Donna come archetipo, in ogni sua sfaccettatura, non ultima quella di Donna come Madre, tema assai importante nel film. Il film è dunque una più che mai urlata celebrazione del Femminile, nella sua assoluta pienezza. In barba ad ogni insensata accusa di misoginia.

(Estratto della recensione di Chiara Pani pubblicata da Horror.it)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

THE LIFE AND DEATH OF A PORNO GANG

L’aspirante regista Marko, scontratosi con la fredda realtà del mercato cinematografico serbo, tenta di sfogare le proprie velleità artistiche nel mondo del porno fondando la prima compagnia teatrale pornografica della Serbia. I suoi spettacoli attirano la curiosità dei contadini ma anche ostilità e aggressioni e per sbarcare il lunario Marko dovrà scendere a compromessi e affrontare il ben remunerato mondo degli snuff movie, da cui però non potrà più tornare indietro.

In Serbia quando vogliono colpire allo stomaco lo spettatore fanno le cose sul serio. Nel frattempo che l’onda del disgusto provocata da A Serbian Movie segua il proprio corso e tenda a stagnarsi, Life And Death Of A Porno Gang aveva già detto la sua sul mondo dell’industria porno della Serbia. Questa volta, però, si parte da lontano, da quel 2001 che ha segnato la fine dell’atroce era di Milosevic e che è il punto di partenza dell’aspirante artista Marko di parlare di politica attraverso l’arte nei suoi meandri più estremi. In una Serbia martoriata dalla guerra civile e dai bombardamenti radioattivi il regista Mladen Djordjevic usa di nuovo il grimaldello dell’indagine all’interno dello squallore e del baratro del mondo del porno, vero punto di collasso tra arte e politica, come aveva già fatto in precedenza con il documentario Made In Serbia, di cui Life And Death, a suo dire, è il seguito ideale.

Lontano dall’essere un documentario, Life And Death ne sussume comunque molte peculiarità, come la macchina a mano e l’uso naturale delle luci, arrivando a un grado di realismo elevato (ma gli effetti delle mucche fosforescenti per le radiazioni sono evidenti e posticci). Realismo che tocca le corde più delicate dello spettatore, in quanto niente viene risparmiato di fronte alla presa diretta della telecamera. Si inizia con diverse scene pornografiche, non eccessivamente spinte ma di sicuro insolite, molti nudi di entrambi i sessi , diversi dettagli anatomici, catapultandoci in un film autoriale stile Von Trier. Dal ludico il passaggio al dramma è istantaneo e si affronta l’inferno degli snuff movies, visto come una deriva estrema ma naturale in un paese in cui quello che non manca è di sicuro l’odio nei confronti del vivere in un mondo permeato dai mali della guerra. L’uso che Djordjevic fa dello snuff, mutuando l’estetica dei vecchi mondo movies di matrice italiana senza però aderirne negli intenti meramente esploitativi, è smaccatamente politico, in particolare quando un soldato confessa la sua straziante storia, vissuta in mezzo ai dolori della guerra che lo hanno colpito nella mente e nel corpo, prima di essere preso a martellate a favore di telecamera.
Difficile dire in film come questi quanto il parossismo della violenza diventi gratuito e al servizio di un certo pubblico, alla ricerca del sensazionalismo e dello splatter fine a se stesso, oppure se esso sia una chiave di volta ineludibile per poter raccontare un popolo privato della propria innocenza e il cui male copre l’intera gamma delle emozioni umane, sia nell’aggressività della gente comune che caccia e stupra i componenti della gang fino a intaccare l’amore puro tra Marko e Una che diventa subito espressione del suo opposto, il thanatos. D’altronde è il medesimo interrogativo che si è posto di fronte a film controversi come il cinese Men behind the sun, se non fosse che la guerra della ex Jugoslavia sia ancora una ferita troppo purulenta nei ricordi e nei corpi degli slavi per poterla sfruttare a cuor leggero. Per chi invece cerca solo le emozioni forti, mondando il côté politico troverà di sicuro pane per i propri denti, tra mucche deformi per l’esposizione all’uranio impoverito, una toccante storia d’amore tra un transessuale e una capra, teste mozzate da motoseghe o schiacciate a martellate e scene di sesso alquanto bizzarre con corpi assolutamente non patinati che avrebbero fatto piacere a John Waters.

(recensione di Marcello Aguidara pubblicata da Nocturno.it)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


THE HUMAN CENTIPEDE – LOCANDINA


ESTREMO NOTTE

Venerdi’ 30 Luglio 2010
Ore 19:00 MARTYRS di Pascal laugier,2008.
Ore 21:30 ANTICHRIST di Lars Von Trier,2009.

Presso:
TWIGGY CLUB
Via C. Cristoforis n.5
Varese.

MARTYRS

“…In pochi si sarebbero aspettati dal francese Laugier, allievo di Christophe Gans (“Il patto dei lupi”) ed autore del modesto “Saint Ange”, un horror della portata di “Martyrs”, autentico nuovo capolinea del genere che pone la parola “fine” al sottogenere di recente diffusione, da molti definito come torture porn, il cui più celebre rappresentate è “Hostel” di Eli Roth. Qualsiasi epigono verrà su questa falsariga, d’ora in poi, non potrà avere la portata di “Martyrs” né tantomeno la sua potenza concettuale, per quanto il livello di violenza grafica e sporcizia di locations con relativi psycho killers possa essere implementato. Tutto questo perché il coraggio e la follia del sopraccitato film stanno nell’imprimere su celluloide un concetto, quello del martirio, in modo indelebile; bilanciando una prima parte grondante sangue ed isterismi, legata ad un immaginario orrorifico-estremo codificabile, ed una seconda, quasi chirurgica, nel suo sviscerare un orrore nei confronti del quale siamo spettatori impotenti ed incapaci di provare pietà per chi lo subisce. Tutto ciò per il semplice fatto che siamo noi in primis ad esserne vittime. Lo spettatore più esperto e scafato potrebbe osservare che il cinema dall’estremo oriente ci ha riservato prodotti ben più brutali, fatti di sevizie continue e compiaciute per soddisfare qualsiasi palato vouyeristico. Ma cadrebbe in errore, probabilmente per il semplice fatto che l’aspetto dell’occhio-malsano-che-spia non è assolutamente negli intenti del film in questione. “Martyrs” è una sorta di specchio in cui ci riflettiamo e nel quale possiamo scorgere le nostre paure, il nostro lato più spietato ed avido che ci spinge a distruggere, catturare, torturare solo per AVERE. I dogmi crollano, ogni ideale spazzato via, non c’è nulla a cui aggrapparsi sembra suggerire Laugier mentre inonda lo schermo di dolore, sangue e nichilismo rimandando alla mente il concetto espresso da Mary Wollstonecraft : “ Non vi è uomo che cerchi il male in quanto tale : lo confonde semplicemente con la felicità, con il bene cui egli anela ” . Quasi futile parlare dell ‘ aspetto tecnico del film, poiché impeccabile, ma impossibile non menzionare i disturbanti effetti grandguignoleschi firmati da Benoit Lestang ( “ Baby Blood ” ). Un film assolutamente sconsigliato agli spettatori più sensibili.”

(Fonte http://www.alexvisani.com/ )

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
ANTICHRIST

“…Ironicamente descritto da Von Trier stesso come un horror-pornografico, il film è incentrato sul fallimento dell’elaborazione del dolore e del senso di colpa e basato su dinamiche psicologiche orchestrate in modo impeccabile e inserite in una cornice esoterica, anche troppo leggibile e polemica.

Era almeno dai tempi di Luna di fiele di Roman Polanski che non si assisteva all’autodistruzione reciproca di una coppia di tale violenza o da quelli di Bergman che i boschi non costituivano un microcosmo di morte e di riflessioni psicologiche e religiose. Ciò che differenzia Antichrist è che l’horror diventa la chiave moderna per rivestire e rinnovare lo psicodramma bergmaniano, strada che ha consentito a Von Trier di usare più che le parole la suggestione sensoriale.

Si passa così dal prologo da antologia, bianco e nero in super slow motion, erotico, esplicito, iperrealistico, estetizzante fino alla maniacalità, accompagnato dal Lascia ch’io pianga di Haendel, ai verdeggianti e lugubri boschi di Eden, in cui la musica scompare per far posto a un tappeto sonoro di suoni naturali e distorsioni che accompagna visioni raccapriccianti e immagini subliminali, che inquietano ed ipnotizzano, puntano all’angoscia o alla fascinazione maligna, ma mai al sussulto facile…”

“…Raramente si è visto al cinema un film realizzato dal regista per necessità di catarsi che rappresentasse in modo così forte il legame fra follia e dolore, fra senso di colpa e sessualità, in cui i lati più rimossi dell’animo umano venissero esposti a nudo…”

Antichrist: se questo film è solo una provocazione partorita sotto psicofarmaci, indico una petizione per distribuirne a tutti i registi.

(Fonte http://www.latelanera.com/ )

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.326 follower