DOMENICA 6 FEBBRAIO


CINECLUB DOMENICA UNCUT

DOMENICA 6 FEBBRAIO

Orari proiezioni:

ORE 18:30

SOUL CONTRE TOUS  (I STAND ALONE)

di Gaspar Noé, 1999.
(V.O. sottotitolato in italiano)

ORE 21:00

ENTER THE VOID

di Gaspar Noé, 2010.
(V.O. sottotitolato in italiano)

***

Presso TWIGGY CLUB Via De Cristoforis n.5 Varese.

Proiezione gratuita, Ingresso con tessera arci.

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SOUL CONTRE TOUS

“Potete pensare a questo film francese come a una versione abruttita di Taxi Driver (1976), in cui ogni senso morale, ogni possibilità di giustizia e ogni possibile finale catartico vengono eliminati. Più di un elemento richiama il film di Scorsese: dalla scena nel cinema porno al protagonista davanti allo specchio con la pistola, ma mentre il film del ’76 si concludeva in modo violento ma in qualche modo positivo (che aveva a che fare con un senso di giustizia condiviso fra il protagonista e il pubblico), il macellaio creato da Gaspar Noé recupera la sua serenità attraverso una giustizia e una morale assolutamente soggettiva e incondivisibile.”

“il macellaio non ha un nome, è un perdente, è un pervertito, escluso dalla società anche a causa di alcuni suoi comportamenti che lo pongono ai margini. I suoi pensieri macinano frasi solo in chiave nichilista e depressiva, le sue riflessioni sono ciniche in modo quasi affascinante ma lasciano trasparire il fatto che ormai il suo campo visivo si è ristretto come se vedesse con un cannochiale puntato su un orizzonte nero.”

“Questo film di Gaspar Noé non è di certo una pellicola destinata a tutti: è deprimente, violenta e mostra scene esplicite di sesso. Quindi alla larga bambini e persone impressionabili (e bacchettone). Eppure Seul Contre Tous ha il fascino anarchico di film quali Fight Club (1999), pellicole destrutturate, che narrano di vite destrutturate, finalizzate a destrutturare lo spettatore.”
(Estratti della recensione di eXXagon’s reXtricted)

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ENTER THE VOID

“Enter the Void è un’esperienza ben più che inusuale nel panorama cinematografico, un progetto visuale trasversale che prende in possesso dal cinema forme definite della narrazione come il melodramma e influenze dichiarate (in primis, l’ultima parte di 2001 di Kubrick) e decide di raccontarle con una libertà e, ancora, una coerenza progettuale che lascia spesso senza parole. La scelta più evidente è quella di raccontare tutto attraverso una soggettiva – o meglio, tre tipi di soggettiva: una “fisica” (distinta dalla scelta iperrealistica di visualizzare anche i battiti delle palpebre), una “esterna” usata per i flashback (con l’attore ripreso di spalle da vicino, come in un videogame: una scelta che ci permette di uscire dal quadro restituendo l’importanza negata fino ad allora al personaggio) e una – diciamo così – “spirituale” o “onirica”, che poi è quella attraverso cui vediamo gran parte del film, con una predominanza di plongée e grandangoli, in volo su una Tokyo reale e immaginaria insieme. L’impianto tematico del regista francese è spesso ingenuo nei riferimenti alla circolarità della vita e della morte, e si è già accennato a quanto sia estenuante l’ultima ora di film, che risente troppo della violenta caparbietà di Noé, ma tutto ciò che viene prima è davvero uno dei film più frastornanti ed eccitanti degli ultimi tempi: le immagini frattali ispirate all’assunzione di allucinogeni si alternano a un melò intenso e straziante costruito con un uso sapiente e coraggioso dei flashback (che sono in assoluto la cosa migliore del film e uno dei momenti più alti del cinema europeo dello scorso anno), la fotografia di Benoît Debie e il contributo artistico di Marc Caro hanno un vero incontro di destini con la città di Tokyo, la direzione degli attori sfugge alle dinamiche usuali (e che trova pane per i suoi denti nello sconsiderato esibizionismo di Paz de la Huerta) e la sceneggiatura scopre immediatamente tutte le carte fin dai primi dialoghi così che ci si possa fare un’idea autonoma di ciò che verrà. Che sia il viaggio post-mortem verso la reincarnazione (“They say you fly when you die”) o, come preferisce sostenere Noé stesso se proprio vogliamo dargli retta, il sogno allucinato di un uomo morente per effetto delle sostanze contenute nel suo corpo – in un misto di chimica e di spiritualità dilatato a dismisura in cui si incontrano il mondo dei sogni (e degli incubi) e il viaggio nel tempo, e nel proprio tempo: “DMT only lasts for six minutes but it really seems like eternity. And it’s the same chemical that your brain receives when you die. It’s a little bit like dying would be the ultimate trip” (estratto dalla Recensione di kekkoz)

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