[11/Marzo] Rassegna Asian Feast


Domenica 11 marzo

Ore 18:30

FINE, TOTALLY FINE ( Yosuke Fujita ,Japan, 2008)

(VO sott. in italiano)

***

Ore 21:30

SCABBARD SAMURAI (Hitoshi Matsumoto, Japan, 2011)

(VO sott. in italiano)

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CINECLUB DOMENICA UNCUT
Presso:
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Via de Cristoforis n.5 Varese.
PROIEZIONE GRATUITA
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Fine, Totally Fine

Fine, Totally Fine inizia sulla riva sassosa di un fiume dove una barbona rovista tra la spazzatura in cerca di strani oggetti da attaccare con lo scotch per le sue stranissime creazioni, sorta di bambole fatte con tutti i resti che riesce a racimolare tra i rifiuti. E’ fin da subito, quello di Fine, un mondo di marginali, di outsider ai bordi della società, il fiume, e della malattia mentale, della totale incapacità appunto di far parte del consorzio umano nei termini di una cosiddetta normalità. Ma non prendiamoci troppo sul serio: è alla fine una commedia che fa sorridere e a volte ridere sfacciatamente. A osservare la barbona, da lontano, con un binocolo è una giovane ragazza, che la spia per ritrarla in una serie di splendidi e vivacissimi disegni, che la colgono in diversi momenti della sua vita di tutti i giorni, come sotto la pioggia con un ombrello nero aperto sopra la testa, o mente mangia la sua zuppa.

Il protagonista del film è però Teruo, (Arakawa Yoshiyoshi), un trentenne, con le facoltà mentali di un tredicenne, che gestisce assieme al padre, catatonico e depresso patologico, una piccola libreria in un quartiere periferico e per metà della giornata lavora come operaio e giardiniere nei parchi della città. Teruo ha un hobby particolare: si diverte a spaventare in tutti modi la gente. Ha in casa una serie di gadget, una collezione di creature mostruose, di schifezze varie di ogni forma e colore e si diverte con gli amici a girare una sorta di strampalato snuff-movie.
Teruo vorrebbe aprire una delle più grandi Case degli Orrori mai viste, si diverte con burle a dir poco spaventose e disgustose, senza pensare minimamente a cambiare. I suoi amici non sono da meno; Hisanobu, apparentemente il più serio, che lavora come impiegato in una clinica, lo redarguisce, ma poi capisce che non c’è niente da fare, l’amico resterà lo stesso probabilmente per tutta la vita.

Nessuno sembra nemmeno porsi il problema se non per poco, di assumersi impegni o responsabilità. Semplicemente esula dalla loro possibilità, è al di sopra delle loro forze. E va bene così, potremmo dire, traducendo in italiano il bel titolo originale giapponese. Le battute, le scenette, le trovate si susseguono, ma sono venate, nella loro leggerezza, di una tristezza e di una malinconia surreali. Ognuno alla fine, sembra, nonostante tutto, trovare il suo posto nella vita, smettendo di pretendere di prendere le cose sul serio.

(Estratto della recensione di Cecilia Collaoni pubblicata da Asianfest.org)

SCABBARD SAMURAI 

Il Saya Zamurai del titolo originale è un uomo che ha perso la moglie a causa di una malattia e al contempo la sua spada e si trascina in fuga con sua figlia. Catturato viene sottoposto ad una sfida lunga 30 giorni; dovrà ogni giorno, con una trovata diversa, tentare di far tornare il sorriso ad un bambino, figlio del governatore locale, che ha subito un trauma il giorno che ha perso la madre. In caso di fallimento sarà condannato al seppuku, il suicidio rituale.

Matsumoto è uno dei pochissimi registi per cui valga ancora la pena guardare il cinema. Un uomo d’arte capace in tre film di costruire tre diversi universi personali e inediti, con una competenza e maestria nella messa in scena che in questo film raggiunge il climax. Qualcuno potrà obiettare che Saya-zamurai (il titolo originale del film) possa trattarsi di un film normalizzato rispetto ai furori passati; in parte vero, ma al contempo il regista e attore fa di tutto per andare controsenso e offrire appena possibile qualche scelta assolutamente impopolare. E’ anche il suo film più cinematograficamente perfetto; la regia e il montaggio producono una progressione narrativa di una precisione cristallina, tempi e ritmi infallibili, slanci melodrammatici sempre efficaci e accessi comici irresistibili. E’ sicuramente il suo film più Kitaniano, nome non tirato in ballo casualmente visto che Matsumoto è una sorta di diretto concorrente dell’altro maestro giapponese fin dai suoi successi televisivi. Ma il carico emotivo che il film regala non è quello della risata amara o agrodolce kitaniana ma più vicina a quella scissa, di contrasti, dello Tsui Hark di The Lovers.

In soli tre film Matsumoto si rivela un regista di altissima lega al pari dei grandi e ci regala un enorme gioiello in ampio odore di capolavoro. Sicuramente una della visioni più illuminanti del 2011.
(estratto della recensione di Senesi Michele Man chi, pubblicata da Asian Feast)

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