[25 NOV] AUDITION // KOTOKO


DOMENICA 25 NOVEMBRE

Ore 18:30

AUDITION di Takashi Miike, Japan,1999.

***

Ore 21:30

KOTOKO di Shinya Tsukamoto , Japan, 2011.
(VO Sott. in Italiano)

 

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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AUDITION

Aoyama, vedovo e con un figlio a carico, vorrebbe trovare una donna da sposare. Il suo amico, produttore cinematografico e televisivo, lo convince a cercarla con l’ausilio di una falsa audizione per un film che in realtà non verrà mai realizzato. Cosi’ Aoyama accetta e, dopo aver visto varie candidate, rimane colpito dall’eterea ed androgina Asami. Costei sembra perfetta: accetta il corteggiamento dell’uomo, è dolce e servile, amorevole e comprensiva. In Aoyama nasce un’attrazione profonda ed un amore ossessivo.

Ma chi è in realtà Asami ? Un vortice di orrore e dolore sconvolgerà la vita di Aoyama. “Audition” è un film profondo ed inquietante che si divide in due parti nette. Nella prima, nonostante ci sia un filo tagliente di tensione in sottofondo, ci troviamo in una situazione di apparente calma in cui sboccia una storia d’amore. Nella seconda, improvvisa e debordante, l’orrore brutale ed il dolore fisico la fanno da padroni, esplodendo in un climax altamente disturbante.

Miike intesse una vicenda con personaggi densi di contrasti che riflettono in se stessi tutti i forzati “tradizionalismi” della società nipponica e tutta la voglia di valicare i tabù segretamente repressi. Vittime e carnefici si confondono, esattamente come realtà e dimensione onirica all’interno del film. Amore diventa sinonimo di distruzione, disgregazione, piacere e dolore fusi assieme. L’aspetto tecnico del film è praticamente impeccabile con montaggio, fotografia e soprattutto attori eccellenti.

La parte finale della pellicola (grazie all’uso perfetto della soggettiva e della pseudo-soggettiva) metterà a dura prova lo stomaco e i nervi dello spettatore, lasciando uno stato d’inquietudine che perdura (almeno per me, è stato cosi’) oltre la visione del film. Ispirato ad un romanzo di Ryu Murakami.

(alexvisani.com)


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KOTOKO

Il mondo per Kotoko non è uno solo, ma uno spazio in cui due diversi piani scivolano fianco a fianco imponendo ai suoi occhi di vedere due facce della stessa persona. Vedere doppio non è materia d’ubriachezza o d’alcol, Kotoko vede di ogni persona il suo secondo, spesso tutt’altro che amichevole, ma è impossibile distinguere il vero dal falso: difendersi da chi l’attacca la costringe a cambiare quartiere di volta in volta, per il bene di se stessa e di suo figlio Daijiro. La vita è insopportabile, circondata dal chiasso generato dalla sua mente e dai pianti del bambino, ma il suo corpo continua a sanguinare ogni volta che lo viola con una lama, urlandogli “Vivi!”. Cantare è l’unica cura ai Doppi, il mondo diventa così uno solo, ma è quello giusto?

Ispirato anche in parte alla vita della stessa cantante, Kotoko è in parte biopic, il più coraggioso ed angosciante mai scritto per il Cinema, diretto con una maestria che ricorda i tempi della meraviglia punk Tetsuo, maturata in una consapevolezza ed un potere espressivo che si riassume nella scena d’apertura e di chiusura, gemelle di pura bellezza cinematografica. Una danza di fronte al mare ed una danza nel mare che l’invade, la protagonista Kotoko, visitata dal distaccarsi d’un mondo rispetto all’altro, non è più nel potere di distinguere il mare dalla terra, il male dal bene ed il tempo che fu dal presente.

Tutto è cancellato dal terrore di un pericolo costante, insediato dentro la propria follia o nella sopportazione dello scrittore Tanaka (lo stesso Tsukamoto), valvola di sfogo per la rabbia e la pazzia di chi sarebbe disposto a tutto pur di evitare sofferenza e miseria al proprio figlio/compagno. La paura di una guerra, secondo il regista, la paura di un assalto da parte del nemico sotto la pelle di chi crediamo sia nostro vicino e compagno d’avventura e sventura, il vivere costante in un’inquietudine trasmessa per filo e per segno allo (s)fortunato spettatore, immerso in un trauma immaginifico che è come l’affogare nell’acqua per un pesce che ha paura del suo stesso elemento.

Kotoko si iscrive per diritto nel registro dei grandi capolavori del cinema giapponese, con la sua sapiente e crudele visione, e delle grandi coppie attore/regista, la quale in questo caso va oltre il semplice scambio tra dietro e davanti la macchina da presa, ma si mescola in un impasto che sgretola il muro di separazione: verità e realtà nascono da un processo che inizia con una macchina da presa tremante spinta a riprendere qualcosa che è già stato ed allo stesso tempo non è mai stato. Un’esperienza unica e personale.
Fausto Vernazzani (http://cinefatti.wordpress.com/)

Una Risposta

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