DOMENICA 23 DICEMBRE


DOMENICA UNCUT

DOMENICA 23 DICEMBRE

Ore 18:30

SUICIDE CLUB

(aKa Suicide Circle 自殺サークル, Jisatsu Sākuru)
di Sion Sono, Japan, 2002.

***

Ore 21:00

LOVE EXPOSURE

(愛のむきだし, Ai no mukidashi)
di Sion Sono, Japan, 2008.
Pausa di 15 minuti tra il primo e il secondo tempo.

Film in lingua originale, sottotitolati in italiano.

PROIEZIONI GRATUITE

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀

SUICIDE CLUB 26 suicide club sion sono domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Un’immagine sfocata quella della società giapponese dipinta dal regista e sceneggiatore Sono Shion, come nella scena iniziale, in cui lo sguardo si perde fra la folla e in cui l’orecchio non percepisce alcuna conversazione, alcun movente. All’improvviso, 54 liceali nelle loro candide divise da scolarette si allineano su un affollato binario della stazione di Shinjuku, si prendono per mano e saltano all’unisono sotto un treno in transito. Una musica trionfale fa da colonna sonora al gesto estremo di una ‘tribù di soldatesse della morte’ e alla prima di una serie di violente sfide di una gioventù annoiata. Suicide Club esordisce con una premessa esaltante da horror che genera nella prima parte del film una trama convincente in cui si indaga sul misterioso suicidio di gruppo. Perché le ragazze hanno interrotto la loro esistenza insieme? Perché hanno voluto cristallizzare la loro vita nell’eterna immagine dei loro 15 anni?

In Suicide Club, nessun personaggio è a fuoco; il protagonista ora è uno, ora l’altro, ora un gruppo di liceali, ora una famiglia. La vera protagonista di questo film forse è la società, una società alienata ritratta fra i vagoni di un treno, fatta di passeggeri annoiati, di stanchi lettori di manga, di lavoratori nauseati. È una società alienata ritratta davanti a una TV che a intermittenza trasmette le notizie agghiaccianti dell’epidemia di suicidi e i videoclip delle “Dessert” (il nome cambia continuamente durante in film in Dessart, Desert and Dessret), un gruppo JPop di dodicenni che fa impazzire la gioventù nipponica. Nessun personaggio è a fuoco perché il vero protagonista forse è un Giappone che esiste solo nel gruppo, non nell’individuo. Anche l’esperienza così intima e personale come quella del suicidio è agita dalla forza della tribù, non dalla volontà del singolo.

Il film di Sono Shion presenta una delle problematiche più difficili del dopoguerra giapponese. Dopo che nell’agosto del 1945 il tabù fu violato e migliaia di vite furono rubate al loro destino, la morte volontaria non è forse l’unico mezzo attraverso il quale ci si può riappropriare della propria esistenza? Le esplosioni atomiche e le atrocità commesse in guerra, a cui Suicide Circle fa brevemente riferimento, aprono un nuovo capitolo caratterizzato da incertezze economiche, da una profonda crisi culturale e da una percezione della vita e della morte che qualcuno sostiene “post-moderna”. Il suicidio di massa è la negazione alla vita di un gruppo che ritiene che la morte sia l’unica cosa di cui si è padroni e tale negazione può essere esibita in una performance. L’autodistruzione della gioventù nipponica di Sono Shion non ha neppure una funzione compensatoria in una società disfunzionale. È un atto insignificante e improduttivo, ma per lo meno è meno noioso della morte naturale. È pura arte per arte.

L’eccentrico esibizionismo dei gruppi di suicidi genera esattamente la stessa complicità che si crea davanti a una TV fra la band JPop e gli spettatori: anche il gruppo di suicidi si esibisce per un pubblico che ‘consuma’ la loro performance. Ed è in questo meccanismo perverso che il club si autogenera: nella volontà di morire per un audience, si ha la sensazione di autodistruggersi insieme al mondo. È attraverso l’esibizione stessa che il suicida si riappropria del proprio destino, perché è la propria morte che paradossalmente dà un senso alla vita. È la premessa e la crisi di un suicidio postmoderno, in cui l’esibizione di un atto non è altro che la riproduzione e la duplicazione dell’atto stesso. È un’epidemia contagiosa.

L’eziologia dell’epidemia, anche chiamata ‘Effetto Werther’, offre tuttavia ancora troppe domande e poche risposte. Diversi metodi di analisi interattiva sono stati applicati a casi di suicidi imitativi e a notizie pubblicate a proposito dei casi stessi. L’influenza è innegabile, qualsiasi sia il metodo di analisi applicato, ma non è stato ancora stabilito il grado di influenza. È imprescindibile quindi interrogarsi sulla circolarità che si crea fra la presentazione dell’atto (il suicidio stesso) e la sua rappresentazione (nei giornali, in TV, nei siti online ecc.). Ci si suicida ispirandosi a un preciso caso di morte volontaria, a un metodo o un luogo di cui si ha conoscenza grazie a un articolo di giornale? Oppure un sito web acclama a caratteri cubitali un metodo o un luogo preciso in cui suicidarsi e successivamente l’epidemia ha luogo? L’inizio della catena può essere l’uno o l’altro capo, ma l’interdipendenza esiste.

Chi si lascia influenzare dal gruppo è davvero una mente fragile, o un giovane irriflessivo? C’è qualcuno di noi che non appartiene a un gruppo, a un club? La tribù ci regala un’identità, ci omologa, ci dona la sensazione di essere normali. Ed è proprio per questo stesso motivo che anche un ‘Suicide Club’ diventa un’istituzione salvifica. I 111 siti online per suicidi che esistono in Giappone non godono di forte carisma su un qualunque fruitore o navigatore di rete, questo è ovvio. La chat room però apre le braccia anche all’individuo che si sente solo nel proprio dolore e che forse non è neppure consapevole che il suo rifiuto per la vita sta cercando di esprimersi in un grido più forte e coraggioso, perché al plurale.

Nonostante i continui avvertimenti di psicologi e sociologi, i mass-media continuano a vendere la morte come se fosse un prodotto pornografico, trasformando noi lettori in sadici voyeur e trasformando il dolore altrui in un piacere cinico e impudente. E nel mostrare l’esistenza di chat room in cui gli aspiranti suicidi si incontrano e trovano insieme l’energia auto-distruttiva e suggerendoci che anche nelle canzoni apparentemente ingenue di qualche band di dodicenni ci sono messaggi macabri subliminali, Sono Shion apre una finestra su quel lato oscuro del mercato della morte, in cui si potrebbe collocare anche il suo film.

Francesca Di Marco (http://www.asianfeast.org/)

▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀▀
LOVE EXPOSURE 

27 love exposure sion sono domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Love Exposure, fluviale e magmatica opera lunga ben quattro ore, uscita nel 2008 e simbolicamente adeguata a rappresentare il complesso e radicale universo di Sion Sono. Un lavoro debordante, zeppo di significazioni stratificate e affascinanti, il cui recupero, per chi ancora ne fosse orfano, è assolutamente obbligato.

Riassumere la trama è assai arduo, ci vorrebbero pagine di testo. Ci limitiamo dunque a poche parole, giusto per fornire qualche coordinata essenziale. La storia si basa sul giovane Yu, distrutto dalla morte della madre in tenera età, e negli anni successivi vessato da un padre divenuto nel frattempo sacerdote cristiano. Lasciato da una donna di cui si era innamorato, il genitore perde le coordinate con la realtà, e cerca in qualche modo di sfogare le proprie frustrazioni sul figlio, costringendolo quotidianamente a confessare presunti peccati mai commessi. Stanco di questa situazione, Yu decide di intraprendere la strada dell’illegalità, nel paradossale tentativo di compiacere il padre; impara così l’arte perversa di fotografare di nascosto le mutandine nascoste sotto le gonne delle ragazze.
In seguito Yu si innamora della bellissima Yoko, e la salva dall’attacco di alcuni teppisti un giorno in cui, a causa di una scommessa persa, è obbligato ad andare in giro travestito da donna. Da quel momento Yu coltiva un amore assoluto per Yoko, ma è costretto a nascondere la sua vera identità, perché lei ha perso la testa per quella misteriosa donna che è giunta in suo soccorso. Nel frattempo Koike, rappresentante di un culto parallelo chiamato Zero Church, pone in essere un losco piano destinato a dividere ulteriormente i destini dei due ragazzi.

Quattro ore di film, quattro ore di trame e sotto-trame, colpi di scena e variazioni impreviste, sofferenze e ricongiungimenti, riflessioni incentrate sulle perversioni del sesso e bizzarri scherzi del destino. Uno sconfinato romanzo per immagini, nel quale si fronteggiano senza tregua incarnazioni di perdute moralità e sonetti dedicati all’assoluto senso dell’amore, dogmi traballanti e certezze disintegrate dal crudele incedere degli eventi, improvvise esplosioni di sangue e attimi di pura poesia sentimentale. L’autore nato a Toyokawa sceglie con coraggio di approcciarsi al Cristianesimo, religione poco praticata in un paese dove dominano Shintoismo e Buddismo, e si abbandona con invidiabile convinzione all’incedere di una narrazione che racchiude su di sé mille storie e mille eventi; Yu e Yoko s’inseguono, si perdono, si ritrovano e si perdono ancora, restano ciechi di fronte alla verità e poi raggiungono l’agognata epifania, mentre intorno a loro le certezze del mondo crollano come tessere spaesate di un domino senza più vittoria.
Voyeurismo, ruberie, scontri violenti, sette clandestine, arti marziali in strada, macchie nere nei polmoni: la civiltà impazzisce, logora le coscienze, divora il reciproco rispetto. Il delirio regala spazio all’intimità violata del sesso, le gonne delle ragazze lasciano intravedere il tesoro nascosto tra le gambe, i maschi subiscono la tortura di dover combattere l’inevitabile eccitazione, l’ascetismo talare si scioglie di fronte al gusto della carne, la (buona) Fede abbandona il terreno a vantaggio del benessere individuale. Eppure, in questa inondazione cosmica, resta ancora vivo il potere del cuore, grazie al quale, forse, sopravvivere alla lobotomia dell’esistenza.

Nonostante l’ampissima durata il tutto scorre con semplicità disarmante, in un’altalena stilistica che dondola senza sforzo dall’ironia alla tragedia, passando per le suggestioni di un erotismo stuzzicante, senza inoltre rinunciare a repentini squarci di orrore. La protagonista femminile, Mitsushima Hikari (ex cantante pop) è di una bellezza disarmante, una Musa che esprime infinita dolcezza in ogni movimento ed espressione. Le musiche, come sempre, vanno a comporre una partitura ricca e perfetta. Il finale, struggente, è il giusto ornamento per una torta saporita e gustosissima.
Love Exposure è un’opera preziosa, che in compagnia di Suicide Club, Cold Fish e Guilty of Romance si pone come una delle vette di una carriera straordinaria e sempre sorprendente.

Un film-arcobaleno, nel quale assaporare infinite sfumature di colore. Un oceano di intense emozioni e radicali contraddizioni. Un enciclopedico urlo d’amore firmato Sion Sono.

Alessio Gradogna (http://cinemystic.blogspot.it/)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...