Domenica 13 Gennaio


DOMENICA UNCUT

Domenica 13 gennaio

Ore 18:30
KURONEKO

(藪の中の黒猫, Yabu no Naka no Kuroneko) di Kaneto Shindô, giappone, 1968.
(V.O. sott. in italiano)

***

Ore 21:00
ONIBABA – Le assassine

( 鬼婆) di Kaneto Shindō , Giappone, 1964.

 

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PROIEZIONI GRATUITE

Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

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KURONEKO

KURONEKO

KURONEKO

Un gatto nero (kuroneko), occhi gialli, magnetici, pelo brillante, compatto, appare e scompare misterioso in questo bakeneko eiga (film di gatti fantama), un horror liberamente ispirato a “Il ritorno del gatto”, favola giapponese del repertorio popolare che presta a Shindo Kaneto l’occasione per una storia intrisa di magia e mistero, realtà e fantasia, effetti speciali che scuotono con irruzioni fantasmatiche le solide certezze di una ripresa naturalistica, fatta di radure silenziose, chiome gonfie di alberi ondeggianti, labirintico incrocio di fusti di bambù nella foresta attraversata dai samurai.

Il nero è protagonista, come in ONIBABA (1964), attenuato da una ricca gamma di grigi che sfumano in trasparenze lattiginose e fluttuanti nei costumi delle due protagoniste
L’epoca è la stessa, un Giappone medievale devastato da guerre di clan, percorso da manipoli armati di ronin disperati alla ricerca di cibo e razzie, donne rimaste sole in un mondo che le stupra, le costringe alla fuga e infine le trasforma in demoni assetati di vendetta.

ONIBABA e KURONEKO nascono da identica matrice, pur nello sviluppo diverso delle vicende raccontate. Nel primo le parole della didascalia d’apertura, “Un buco profondo e nero la cui oscurità è arrivata dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni”, preparavano la caduta finale verso l’inferno delle due donne, culmine di una fuga travolgente chiusa dall’urlo straziante della vecchia: “Sono un essere umano!”. Qui l’inferno è il regno di divinità maligne con cui le due donne hanno stipulato un patto diabolico: uccidere tutti i samurai e succhiarne il sangue alla gola, trasformandosi in felino nero miagolante durante l’amplesso a cui li hanno attirati con seducenti evoluzioni.
Il martellare delle percussioni rompe silenzi profondi, musica concepita come pensiero unico che impregna di sé tutti gli strumenti in un crescendo orgiastico, ma la spettralità dell’elemento onirico/fantastico lascia spazio anche alla dolcezza di momenti elegiaci che in ONIBABA sono assenti, annullati dalla misura estrema di un racconto teso, lancinante, come avviluppato su se stesso, che non consente soste e trova in questo la sua straordinaria forza.

Il Kaidan eiga classico, modello narrativo di matrice Tokugawa (1603-1867), in cui convivono realtà fisica registrata con cura calligrafica ed elementi soprannaturali resi in chiave allegorica, trova in KURONEKO una realizzazione più puntuale, gli stilemi rientrano nel solco della tradizione narrativa giapponese più ortodossa, ma Shindo appartiene a quella generazione “di mezzo” che, come i suoi Maestri, non rinuncia a porsi con occhio critico di fronte alla realtà, proiettando sullo sfondo della grande Storia vicende individuali di vita e di morte, sesso e paura del soprannaturale, uomini e donne ridotti alla pura sopravvivenza dai disastri della guerra, dannati della terra e potenti signori che li tengono in ostaggio in un mondo da cui sembra sparita ogni pietà

(Paola Di Giuseppe – Indie eye STRANEILLUSIONI)

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…2 uomini in un canneto, fuggono da qualcuno, prede di una battuta di caccia. Dopo titoli di testa con musica jazz si passa a musica incessante, durante questa scena, da Kabuki, tamburi risuonanti eco con delle urla umane, il tutto è spaventoso e immediatamente si piomba in un’atmosfera da vita brutale e selvaggia.

Sono 2 cacciatrici. Per gli uomini non ci sarà pietà, saranno uccisi e gettati in un pozzo che fa da fossa comune, dopo essere stati spogliati di tutto. Uccisi per un sacco di miglio o riso, tanto paga il ricettatore, tanto occorre per sopravvivere. Si ha carne quando capita, un uccello dal canneto o un pesce dal fiume da arrostire. Il Giappone medievale è in guerra, 2 fazioni si contendono il regno ma sembra un tutti contro tutti. Le vittime erano 2 soldati in fuga, passati da una battaglia ad una trappola. Tornerà dalle donne un “loro” uomo, un vicino, non il loro figlio o marito.

Quel pozzo è il simbolo dell’animalità che insorge dalla profondità più nera dell’animo umano e della storia stessa dell’umanità. Umanità spazzata continuamente dal peso della violenza. Quel canneto mai domo, costantemente preda del vento, è una furia. Non c’è amore, solo sesso mascherato come tale, istinto irrefrenabile per la giovane donna e l’uomo superstite, non per questo meno caldo e sensuale. E’ qualcosa che sopravvive alla barbarie.

E’ la fede che cessa d’esistere. Dove i bisogni primari assillano non c’è spazio per il superfluo, però un legame rimane con lo spirito umano: la preoccupazione di comportarsi “correttamente”, il senso di appartenenza alla terra e ad un disegno più grande governato da leggi naturali, il timore che arrivi un demone a punire. La donna più anziana farà leva su questo per non perdere la giovane a vantaggio dell’uomo. Un piano perfetto ma causa-effetto sarà implacabile, le si ritorcerà contro come nemmeno poteva immaginare.

Film di vita rasente la morte ad ogni istante. Non la trama è essenziale, ma le immagini, ed i suoni che le accompagnano.

Olimpo degli Olimpi. Magia pura d’un’arte non classificabile in occidente. Imperdibile!!!

(Robydick – http://robydickfilms.blogspot.it/)

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