Domenica 20 Gennaio


DOMENICA UNCUT

20 GENNAIO

Ore 18:30
VIVA LA MUERTE

Fernando Arrabal, Francia, 1970.
(V.O. sott. in italiano)

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Ore 21:00
J’IRAI COMME UN CHEVAL FOU (I will walk like a crazy horse)

 Fernando Arrabal, francia, 1973.
(V.O. sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

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“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia, non è un’estetica, non è una definizione, non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza, non è questo e non è nemmeno quest’altro.”
(Fernando Arrabal)

Fernando Arrabal è una delle figure più controverse e geniali del secolo passato, ha ottenuto vari plausi internazionali in tutto il mondo con le sue opere in campo letterario, cinematografico e teatrale.
Famoso soprattutto per aver fondato assieme ad Alejandro Jodorowsky e Roland Topor il cosiddetto ‘teatro panico’, un teatro in cui il sogno e la dimenticanza formano l’intessitura della narrazione, Arrabal è invece poco ricordato in campo cinematografico, dove tra il 1970 e il 1975 sfornò ben tre film di livello eccellente (ricevendo soltanto un premio Pasolini), ovvero “Viva La Muerte” (1970), “J’irai comme un cheval fou” (1972) e “Guernica” (1975).
Ed è proprio nel 1972 che lo spagnolo tirò fuori dal cilindro il suo capolavoro assoluto.

Un Arrabal sfacciatamente autobiografico, in “Viva La Muerte”, ci aveva raccontato il rapporto edipico tra Fando e sua madre, autoritaria e religiosamente bigotta. “J’irai comme un cheval fou” ricomincia proprio da qui.

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VIVA LA MUERTE 32 Viva la muerte  arrabal proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Non più bambino, non ancora ragazzo: Fando è nell’età della presa di coscienza della realtà. E la realtà rivelata parla di una madre, fino a quel momento amore sviscerato, che ha denunciato il marito ai fascisti facendolo arrestare.

La storia è fortemente autobiografica, riversata dapprima in un libro, quindi su pellicola. Ma il mondo che Arrabal sceglie di rappresentare non è tanto quello corrotto del regime franchista, quanto quello interiore di Fando, attraverso la sua – la propria – immaginazione.
Dalle edipiche rielaborazioni in chiave erotica dei gesti materni, accompagnate dalla possibile morte del padre, man mano che matura la propria presa di coscienza Fando inizia prima ad associare l’immagine della sua ‘sola amica’ a quella della madre, suo ‘solo amore’, quindi a punire quest’ultima per il suo misfatto. Sogno e realtà si alternano, fino a sconfinare l’uno nell’altra quando Fando si ammala: l’interazione è corretta, si tratta pur sempre di un processo mentale.

Un discorso a parte meriterebbero i titoli di testa, permeati dell’angoscia, della ferocia, della blasfemia proprie del film che deve ancora iniziare, che scorrono come un gioco accompagnati da una cantilena infantile: 5 minuti, un capolavoro.

Il denso simbolismo in ogni immagine, tutto il surrealismo della rappresentazione sono fortemente evocativi: l’immagine del padre interrato fino alla testa è esplicitamente bunueliana, e si protrae un istante dopo con le mosche che camminano sul viso di Fando – il passaggio da una sequenza immaginata dal bambino ad una ‘reale’ ha come costante il riferimento metacinematografico.

Di diverso, rispetto alla tradizione (ormai conclusa da un pezzo) espressionista, vi è una sconvolgente crudezza, una violenza naturale, che invece non può che riferirsi al preciso contesto, al doppio rapporto di Arrabal da un lato con l’autorità della famiglia, dall’altro a quella fascista: immaginare una schiera di bambini che si scaglia contro i militari, contro i preti, contro tutti i simboli del potere, gli artefici della dittatura franchista, significa sottrarsi a queste autorità, significa comprendere e resistere.

In una sequenza sono concentrati tutti i significati del film: Fando taglia la testa al pupazzo che rappresenta il padre, e subito si guarda le mani, sporche di sangue. Arriva il nonno, riattacca la testa, leva il pupazzo di prigione e ci pianta sopra una bandiera rossa.
Rivoluzionario dapprima con l’immaginazione. L’immaginazione è un atto di violenza.

Glauco Almonte (http://www.cinemadelsilenzio.it/)

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J’IRAI COMME UN CHEVAL FOU33 I WILL WALK LIKE A CRAZY HORSE arrabal proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Nei titoli di testa l’incubo di Fussli: in un interno borghese un demone scimmiesco si siede in maniera decisa sul corpo di una giovane donna riversa sul letto, quasi da soffocarle il respiro. La citazione del poeta svizzero ci immerge immediatamente in un clima di surrealismo didascalico e si percepisce subito un disagio derivante dal legame uomo-natura.

Aden (questo il nuovo nome utilizzato dal protagonista) è cresciuto, ha ucciso la madre, le ha rubato tutto ed è in fuga verso il deserto dilaniato dai sensi di colpa. Il loro rapporto di amore ed odio lo ha sconquassato e attraverso dolorosi flashback ne veniamo a conoscenza.
Egli pensa e ripensa alla sua lacerazione infantile, agli orgasmi della sua generatrice con uomini orrendi e si masturba, si rivede bambino in una rastrelleria con una corona di spine in testa, rimembra le sue crisi epilettiche e le punizioni corporali subite.
Giunge nel deserto, luogo mistico di ascesi e di visioni, corroso dalla ricerca di una risposta sulle motivazioni del suo gesto atavico, ancestrale e supremo e qui viene a conoscenza di Marvel, una sorta di suo alterego pre-civilizzato. Questi è un nano (figura ricorrente anche nella filmografia dell’amico Alejandro Jodorowski) immortale e con poteri soprannaturali.

La chiave del film è rappresentata proprio da Marvel, personaggio funzionale alla riflessione sulla follia del mondo moderno consumistico di cui il regista spagnolo riprende i rituali, le ossessioni, le fobie, gli assilli e li delinea come tali.
Il freak rappresenta l’aldilà del bene e del male Nietzschiano: Adel inizialmente è intimorito, poi però, affascinato dal suo nuovo amico, decide di portarlo con sé nella civiltà, con l’obiettivo di renderlo ricco e felice.

” J’irai comme un cheval fou” è un un film fortemente iconoclasta, il teatro panico viene trasferito sul grande schermo per omaggiare il caos, per testimoniare la distanza abissale dal sè profondo dell’uomo contemporaneo e la sua impossibilità nel liberarsi del karma del proprio albero genealogico.

Ciò che ci viene raccontato è inimmaginabile, onirico e eccedente di metafore: Arrabal trascende la modernità rappresentando la grande nevrosi moderna attraverso la fantasia di deliri surrealisti, il tutto condito da uno humour Jarryano di fondo.

Più estremo di Sade e più diretto di Jodorowski, nei titoli di coda osserviamo l’ennesima citazione pittorica: un ritratto che raffigura una parodia di Gabrielle D’Estrees…

Cala il sipario.

“Arrabal è meglio di Fellini, di Ingmar Bergman… sta al cinema come Rimbaud alla poesia.”
(Raymond-Léopold Bruckberger, “Le Monde”).

(http://www.weltanschauung.it/)

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