[3/NOV] AMERICAN MARY // HELLDRIVER


DOMENICA UNCUT

DOMENICA 3 novembre 2013

Ore 18:30
AMERICAN MARY

di Jen Soska, Sylvia Soska, 2012.
(VO sott. italiano)

***
Ore 21:00
HELLDRIVER

(ヘルドライバー)

di Yoshihiro Nishimura, 2010.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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AMERICAN MARY

Se mai, nella storia del cinema horror, è esistito un film dichiaratamente “femminista” nel senso più stretto del termine, non potrebbe che essere questo American Mary, vero e proprio canto del cigno al sangue sull’emancipazione della donna.

Colpevoli dell’operazione sono due sorelle gemelle qui alla seconda prova registica, le signorine Soska, presenti nel film in un piccolo cameo nel ruolo di due gemelle dark che non possono essere siamesi perchè non legate nella carne (in pratica loro stesse).

Queste gentili donzelle ci portano attraverso il volto glaciale ma ultrasexy della protagonista, Mary Mason (bastava una …lyn in più sul nome per rendere esplicito l’omaggio!), in una sorta di inferno underground ambientato per lo più dentro un locale striptease dove transitano un considerevole numero di persone a cui non sembra giusto che sia Dio a decidere del loro aspetto fisico.

Studentessa promettente in chirurgia, Mary deve sanare il suo disastroso bilancio e tenta un colloquio in questo dubbio locale come lap dancers, ma il proprietario, dedito alla tortura e all’estorsione scopre subito le sue potenzialità nel ricucire e tagliare la carne delle vittime dei suoi “interrogatori”. Da lì a poco Mary verrà contattata dall’assurda Beatress, una sosia di Betty Boop a cui la chirurgia plastica ha dato contorni grotteschi: le serve un chirurgo che tolga quegli ultimi elementi femminili alla sua amica Ruby Realgirl che ambisce a diventare a tutti gli effetti una bambola di carne attraverso l’asportazione dei capezzoli e la chiusura semitotale del pube (una sorta di Barbie in carne umana). Invitata ad una festa di chirurghi Mary viene drogata e violentata dal suo professore, un gesto vigliacco che scatenerà in lei una vendetta senza precedenti.

Le sorelle Soska riprendono il tema della nuova carne portato avanti da David Cronenberg a partire dagli anni settanta, e lo sposta nel circuito degli appassionati di impianti sottocutanei, piercing e roba del genere. Mary diventa una poetessa della manipolazione fisica di chi vuole cambiare, di chi vuole mutare la propria forma con sembianze spesso simili a quelle del diavolo (o Dio?). Mary diventa anche un angelo vendicatore implacabile, oscillando tra una lucida pazzia e un normale sadismo omicida eppur capace di sentimenti d’amore (ma la storia d’amore con il proprietario del locale rimane solo accennata). Lo stile cinematografico, non esente da qualche imperfezione dettata probabilmente dall’inesperienza, è asciutto e scorrevole, l’attrice Katharine Isabelle è perfetta nella sua duplice interpretazione di crudele dominatrice e sensuale innocente, difficile dimenticarsi del suo volto e del suo sguardo a fine visione. Inutile dire che il sangue scorre a fiotti ed alcune scene rasentano l’insostenibile, ma la pellicola è quanto più distante si possa trovare dal Torture porn, nulla di quanto si vede appare gratuito, tutto è perfettamente inserito in una storia drammatica e crudele alla quale è difficile non appassionarsi.

Affine per certi versi a Excision, American Mary si presta a diventare un piccolo capolavoro del nuovo cinema horror al femminile, che tra non molto inonderà di sangue e Mascara le sale di tutto il mondo.

(Dottor Satana http://www.splattercontainer.com/)


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HELLDRIVER

E tre anni dopo ci troviamo a guardare il nuovo film del regista di Tokyo Gore Police, quello che era stato un po’ il via o comunque facente parte della prima onda d’urto del (sotto)genere denominato poi ufficialmente Sushi Typhoon. Nel frattempo molta acqua è passata sotto ai ponti di questa remunerativa costola della Nikkatsu nata in maniera furba come aggiornamento del già esistente, ma bagnato da un’aura di esotismo spalmata a modo, giusto per allettare un pubblico prevalentemente nord americano.

E paradossalmente tanto ha fatto, visto che il filone si sta gonfiando, invaso dai molti cloni prodotti dalla concorrenza che stanno seguendo regole e modi dettati dai “pionieri” arrivando ad inquinare con le loro impronte anche impensabili prodotti pensati per la tv (The Ancient Dogoo Girl, Hara Peko Yamagami Kun). La marca caratteriale e continua del tutto? Gli effetti speciali particolarmente “autoriali” e pop; Nishimura Yoshihiro, infatti, nasce come effettista ma negli ultimi anni ha ampliato la propria azienda circondandosi di collaboratori e alleggerendosi la parte operativa dedicando più tempo a quella artistica e alla regia.

Helldriver è un successo, non fosse altro per il progresso macroscopico rispetto al precedente film e per la grande inventiva, ritmo e qualità che spesso sono del tutto assenti nei film prodotti all’interno di questa sorta di franchise. Il regista raddrizza il tiro, spinge di più sulla narrazione, e forte di un budget vistosamente maggiore regala un florilegio continuo, finanche eccessivo (ed è giusto che sia cosi), di invenzioni e trovate dove l’effetto è sempre la fonte primaria del meraviglioso.

Alla fine si storce il naso giusto per delle citazioni puerili e urlate di qualche successo hollywoodiano, ma fortunatamente sono soverchiate spesso da altre finezze tra cui vale la pena citare la co-protagonista Eihi Shiina che autocita sé stessa nel ruolo di Asami Yamazaki del bel Audition di Miike Takashi.
Il regista ha impatto, idee precise e un buon universo in testa anche se manca totalmente di senso del grandeur, di pathos e emotività, elementi che sorgono davvero di rado facendo però -di nuovo- avvertire una piacevole evoluzione nel proprio mestiere.
Un po’ di satira socio-politica e due sequenze esageratamente irripetibili sono le ciliegine sulla torta di questo delirio splatter pop che galoppa per due ora senza mai annoiare spingendosi ad occupare per intero tutti i titoli di coda e regalando il classico doppio finale, facendo in parte dimenticare le classiche cadute di stile e di mestiere; personaggi inutili che durano una manciata di minuti, lungaggini ripetitive e le classiche debolezze di Nishimura, grezzo, rozzo, a tratti tecnicamente analfabeta ma che con questi prodotti tutto sommato solari e di puro intrattenimento riesce ad evocare titoli concettualmente simili del passato e nomi di registi come Suzuki Noribumi, uniti alle follie del giovane Ching Siu-tung (senza ovviamente possederne lo stile).

Un film più scritto “quindi”, pregiato da quei giochi di sceneggiatura che sono solitamente assenti negli altri film uscenti dalla fucina della Nikkatsu/Sushi Typhoon ed eccessivo in tutto inclusi i titoli di testa che esplodono a metà metraggio e subito dopo un anomala scena tali da far ipotizzare un fine film, salvo poi smentirlo con una seconda parte ancora più delirante.

Una ragazza è continuamente vessata da sua madre, fin quando nel climax dell’ennesimo abuso una meteora colpisce la donna, giusto il tempo di permetterle di strappare il cuore alla figlia per poi pietrificarsi. La meteora ha anche il “merito” di trasformare la popolazione in una sorta di esercito di zombie alieni e il Giappone viene cosi diviso a metà da un muro al nord del quale risiedono tutti i contaminati. Scienziati del governo giapponese incastonano nel torace della ragazzina un nuovo cuore a motore collegato ad una katana dalla lama a catena (come una sega elettrica) al fine di inviarla nella zona a rischio; suo obiettivo primario, la ricerca della madre e il lancio di un segnalatore per fare in modo che i militari possano sganciare su di lei con maggiore precisione dei missili e annientarne la minaccia una volta per tutte. Ma l’obiettivo della ragazza è principalmente il riscatto, la vendetta e la ricerca di una sua felicità negata. Nel frattempo la madre risvegliatasi è divenuta il peggiore dei problemi che un paese possa avere, una creatura mutante capace di ergere, tra le altre cose, colossi monumentali composti di corpi (come nel bel racconto di Clive Barker In Collina, le Città). Gran tourbillon di comparse note (tra cui Takashi -Ju-On- Shimizu), buona colonna sonora e una confermata speranza per i prossimi lavori della Sushi Typhoon.

(Senesi Michele Man chi http://www.asianfeast.org/)

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