B-movies

Domenica 8 Dicembre

Domenica Uncut

Domenica 8 Dicembre

Ore 18:30

ELECTRIC DRAGON 80.000 V
(えれくとりっくどらごんはちまんぼると)

di Sogo Ishii, Japan, 2001.
(VO. sott. Italiano)

***
Ore 21:00

LATE BLOOMER
(Osoi hito, おそいひと、)

di Shibata Gō, Japan, 2004.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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1n_Mystic_Perga

ELECTRIC DRAGON 80.000 V

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? L’originalità cinematografica sembra ormai da qualche anno risiedere in terra orientale, che sforna prodotti sempre più interessanti e sempre più svincolati dai teoremi hollywoodiani del caso.

Prendete ad esempio “Electric dragon 80.000 V” di Ishii Sogo e ditemi se in meno di 60 minuti vi era mai capitato di ricevere una quantità così elevata di sensazioni, emozioni e pensieri.

Velocemente, quasi come suggerito da immagini frenetiche, veniamo a conoscenza di Dragon eye Morrison, giovane giapponese che, in seguito ad una scarica elettrica, si ritrova la capacità di poterla incanalare nel suo corpo. L’unico modo che ha di scaricare tutta l’energia è quello di suonare la sua fidata chitarra elettrica. Da un’altra parte della città però, Thunderbolt Buddha è un esperto di telecomunicazioni, abilità che sfrutta per intercettare telefonate di ignari passanti. I due si scontreranno in un duello all’ultimo lampo per decidere a chi spetta il dominio energetico di Tokyo.

L’aggettivo che più si adatta a questo film è senza ombra di dubbio elettrico, e non solo per il rimando evidente alla trama. Elettrica è la macchina da presa, che scorre con velocità e con un ritmo forsennato tra i palazzi di Tokyo, elettrico è il montaggio iper-cinetico ed elettrica è anche la scenografia che, attraverso gli alti grattacieli, opprime e schiaccia gli uomini, ma li trasporta anche in quel cielo pronto a scoppiare di fulmini ed elettricità da un momento all’altro. E se l’immagine è elettrica, il suono e le musiche non sono da meno: per tutto il film scorre lento il rumore della trasmissione della corrente nei cavi dell’alta tensione tra stridii e note musicali inventate, fino a quando subentra la chitarra elettrica stridente, ammaliante e disturbante come le sirene di Ulisse, formando una delle colonne sonore più sperimentali ed emozionanti degli ultimi anni.

Ma non è solo una questione stilistica. “Electric dragon 80.000 V” è anche tematicamente elettrico. Non si parla dell’eterna lotta tra il bene e il male qui, Sogo riesce ad andare oltre a queste due definizioni dipingendo due personaggi che si completano l’uno con l’altro ma che, come due poli opposti, inevitabilmente si scontrano e producono scintille. Se Morrison è la natura primitiva dell’uomo, l’essere in cui regna l’istinto e la primordialità dei bisogni (non sono un caso gli sfoghi alla chitarra), Thunderbolt Buddha è la perfetta incarnazione dell’uomo moderno, dalla personalità divisa (la mezza maschera) e dai bisogni repressi. I due si completano l’un l’altro, ma l’unione tra loro non è possibile.

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? Secondo me la risposta è sì. Nuovi linguaggi, nuove teorie, nuove storie.

(www.pellicolascaduta.it)


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LATE BLOOMER

Il termine “Late Bloomer” definisce un bambino rimasto attardato rispetto ai propri coetanei per via di uno sviluppo più lento che, d’un tratto, colma il divario che lo separa dai suoi pari, arrivando perfino a superarli. Definisce anche un adulto il cui particolare talento, celato per anni al riparo di una vita anonima e tranquilla, improvvisamente si desta, permettendogli un deciso balzo esistenziale.

Il Late Bloomer in questione è Sumida-san, un disabile trentacinquenne dalla vita semplice, spesa tra grandi bevute di birra e i concerti del gruppo hardcore del suo migliore amico Take. Un giorno conosce Nobuko, giovane studentessa che vorrebbe trascorrere del tempo con lui per poterlo studiare da vicino e ultimare così la sua tesi di laurea. Sumida se ne invaghisce e decide di portarla con sé ad un concerto di Take. Quando però tra Nobuko e l’amico nasce un sentimento più profondo, Sumida perde il controllo, e da buon Late Bloomer compie il suo scatto, feroce, in avanti.

Seconda opera del talentuoso regista indie Shibata Go, viene notato in Occidente solo l’anno scorso, con quattro anni di ritardo rispetto alla sua uscita giapponese. L’idea alla base prende le mosse da una semplice domanda: “Può essere interessante vedere un film con un disabile killer?”. Girato in un bianco e nero digitale, con stile anarchico e sperimentale, Late Bloomer fa della disarmonia un linguaggio, alternando al surreale verismo di un quotidiano dipinto con taglio quasi amatoriale, luci naturali e camera a mano, lisergiche distorsioni e frenetiche accelerazioni cyberpunk degne eredi del miglior Tetsuo. La musica di World’s End Girlfriend segue e sottolinea l’immagine, ed è un compendio pregiato dell’elettronica di fine novecento, mischiando con disinvoltura la tradizione ad atmosfere jazz e all’industrial, rievocando alla grande le sonorità malate predicate da Aphex Twin e compagni più di un decennio fa.

Impossibile restare indifferenti, come è impossibile non provare empatia per Sumida e cercare di guardare il mondo con i suoi occhi. Shibata Go lo sa, e si avvicina quanto basta per farci toccare con mano la parabola del disabile verso la follia. Scoprire il pericolo mortale in un uomo all’apparenza così inerme getta immediatamente una nuova luce sul protagonista, il potenziale di violenza si manifesta in tutto il suo orrore e diventa pervasivo di ogni gesto, di ogni sguardo, di ogni silenzio. Sumida-san è ora un individuo come e più grande di noi. Uno di cui avere paura. Tanti sono i riferimenti cinematografici presenti: oltre al già citato film di Tsukamoto, è dichiarata e strutturale l’influenza di Taxi Driver, di cui viene riproposta la scena della preparazione domestica del protagonista all’omicidio, come di Battles Without Honor and Humanity, Freaks e di Psycho, con Sumida-san che come Norman Bates si permette il lusso di un atroce delitto nel bagno; ma il rimando è anche alle opere di Von Trier, Herzog, Koji Wakamatsu e Jodorowsky, e alla loro maestria nel dipingere e indagare il senso tragico proprio della normale condizione di umana anormalità; non dimenticando certo gli slasher movie del gorefather Herschell Gordon Lewis, di cui condivide atmosfere e il piacere sincero nell’esagerare col sangue. Uno dei migliori film giapponesi degli ultimi anni.

(FGMG)

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[3/NOV] AMERICAN MARY // HELLDRIVER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 3 novembre 2013

Ore 18:30
AMERICAN MARY

di Jen Soska, Sylvia Soska, 2012.
(VO sott. italiano)

***
Ore 21:00
HELLDRIVER

(ヘルドライバー)

di Yoshihiro Nishimura, 2010.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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AMERICAN MARY

Se mai, nella storia del cinema horror, è esistito un film dichiaratamente “femminista” nel senso più stretto del termine, non potrebbe che essere questo American Mary, vero e proprio canto del cigno al sangue sull’emancipazione della donna.

Colpevoli dell’operazione sono due sorelle gemelle qui alla seconda prova registica, le signorine Soska, presenti nel film in un piccolo cameo nel ruolo di due gemelle dark che non possono essere siamesi perchè non legate nella carne (in pratica loro stesse).

Queste gentili donzelle ci portano attraverso il volto glaciale ma ultrasexy della protagonista, Mary Mason (bastava una …lyn in più sul nome per rendere esplicito l’omaggio!), in una sorta di inferno underground ambientato per lo più dentro un locale striptease dove transitano un considerevole numero di persone a cui non sembra giusto che sia Dio a decidere del loro aspetto fisico.

Studentessa promettente in chirurgia, Mary deve sanare il suo disastroso bilancio e tenta un colloquio in questo dubbio locale come lap dancers, ma il proprietario, dedito alla tortura e all’estorsione scopre subito le sue potenzialità nel ricucire e tagliare la carne delle vittime dei suoi “interrogatori”. Da lì a poco Mary verrà contattata dall’assurda Beatress, una sosia di Betty Boop a cui la chirurgia plastica ha dato contorni grotteschi: le serve un chirurgo che tolga quegli ultimi elementi femminili alla sua amica Ruby Realgirl che ambisce a diventare a tutti gli effetti una bambola di carne attraverso l’asportazione dei capezzoli e la chiusura semitotale del pube (una sorta di Barbie in carne umana). Invitata ad una festa di chirurghi Mary viene drogata e violentata dal suo professore, un gesto vigliacco che scatenerà in lei una vendetta senza precedenti.

Le sorelle Soska riprendono il tema della nuova carne portato avanti da David Cronenberg a partire dagli anni settanta, e lo sposta nel circuito degli appassionati di impianti sottocutanei, piercing e roba del genere. Mary diventa una poetessa della manipolazione fisica di chi vuole cambiare, di chi vuole mutare la propria forma con sembianze spesso simili a quelle del diavolo (o Dio?). Mary diventa anche un angelo vendicatore implacabile, oscillando tra una lucida pazzia e un normale sadismo omicida eppur capace di sentimenti d’amore (ma la storia d’amore con il proprietario del locale rimane solo accennata). Lo stile cinematografico, non esente da qualche imperfezione dettata probabilmente dall’inesperienza, è asciutto e scorrevole, l’attrice Katharine Isabelle è perfetta nella sua duplice interpretazione di crudele dominatrice e sensuale innocente, difficile dimenticarsi del suo volto e del suo sguardo a fine visione. Inutile dire che il sangue scorre a fiotti ed alcune scene rasentano l’insostenibile, ma la pellicola è quanto più distante si possa trovare dal Torture porn, nulla di quanto si vede appare gratuito, tutto è perfettamente inserito in una storia drammatica e crudele alla quale è difficile non appassionarsi.

Affine per certi versi a Excision, American Mary si presta a diventare un piccolo capolavoro del nuovo cinema horror al femminile, che tra non molto inonderà di sangue e Mascara le sale di tutto il mondo.

(Dottor Satana http://www.splattercontainer.com/)


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HELLDRIVER

E tre anni dopo ci troviamo a guardare il nuovo film del regista di Tokyo Gore Police, quello che era stato un po’ il via o comunque facente parte della prima onda d’urto del (sotto)genere denominato poi ufficialmente Sushi Typhoon. Nel frattempo molta acqua è passata sotto ai ponti di questa remunerativa costola della Nikkatsu nata in maniera furba come aggiornamento del già esistente, ma bagnato da un’aura di esotismo spalmata a modo, giusto per allettare un pubblico prevalentemente nord americano.

E paradossalmente tanto ha fatto, visto che il filone si sta gonfiando, invaso dai molti cloni prodotti dalla concorrenza che stanno seguendo regole e modi dettati dai “pionieri” arrivando ad inquinare con le loro impronte anche impensabili prodotti pensati per la tv (The Ancient Dogoo Girl, Hara Peko Yamagami Kun). La marca caratteriale e continua del tutto? Gli effetti speciali particolarmente “autoriali” e pop; Nishimura Yoshihiro, infatti, nasce come effettista ma negli ultimi anni ha ampliato la propria azienda circondandosi di collaboratori e alleggerendosi la parte operativa dedicando più tempo a quella artistica e alla regia.

Helldriver è un successo, non fosse altro per il progresso macroscopico rispetto al precedente film e per la grande inventiva, ritmo e qualità che spesso sono del tutto assenti nei film prodotti all’interno di questa sorta di franchise. Il regista raddrizza il tiro, spinge di più sulla narrazione, e forte di un budget vistosamente maggiore regala un florilegio continuo, finanche eccessivo (ed è giusto che sia cosi), di invenzioni e trovate dove l’effetto è sempre la fonte primaria del meraviglioso.

Alla fine si storce il naso giusto per delle citazioni puerili e urlate di qualche successo hollywoodiano, ma fortunatamente sono soverchiate spesso da altre finezze tra cui vale la pena citare la co-protagonista Eihi Shiina che autocita sé stessa nel ruolo di Asami Yamazaki del bel Audition di Miike Takashi.
Il regista ha impatto, idee precise e un buon universo in testa anche se manca totalmente di senso del grandeur, di pathos e emotività, elementi che sorgono davvero di rado facendo però -di nuovo- avvertire una piacevole evoluzione nel proprio mestiere.
Un po’ di satira socio-politica e due sequenze esageratamente irripetibili sono le ciliegine sulla torta di questo delirio splatter pop che galoppa per due ora senza mai annoiare spingendosi ad occupare per intero tutti i titoli di coda e regalando il classico doppio finale, facendo in parte dimenticare le classiche cadute di stile e di mestiere; personaggi inutili che durano una manciata di minuti, lungaggini ripetitive e le classiche debolezze di Nishimura, grezzo, rozzo, a tratti tecnicamente analfabeta ma che con questi prodotti tutto sommato solari e di puro intrattenimento riesce ad evocare titoli concettualmente simili del passato e nomi di registi come Suzuki Noribumi, uniti alle follie del giovane Ching Siu-tung (senza ovviamente possederne lo stile).

Un film più scritto “quindi”, pregiato da quei giochi di sceneggiatura che sono solitamente assenti negli altri film uscenti dalla fucina della Nikkatsu/Sushi Typhoon ed eccessivo in tutto inclusi i titoli di testa che esplodono a metà metraggio e subito dopo un anomala scena tali da far ipotizzare un fine film, salvo poi smentirlo con una seconda parte ancora più delirante.

Una ragazza è continuamente vessata da sua madre, fin quando nel climax dell’ennesimo abuso una meteora colpisce la donna, giusto il tempo di permetterle di strappare il cuore alla figlia per poi pietrificarsi. La meteora ha anche il “merito” di trasformare la popolazione in una sorta di esercito di zombie alieni e il Giappone viene cosi diviso a metà da un muro al nord del quale risiedono tutti i contaminati. Scienziati del governo giapponese incastonano nel torace della ragazzina un nuovo cuore a motore collegato ad una katana dalla lama a catena (come una sega elettrica) al fine di inviarla nella zona a rischio; suo obiettivo primario, la ricerca della madre e il lancio di un segnalatore per fare in modo che i militari possano sganciare su di lei con maggiore precisione dei missili e annientarne la minaccia una volta per tutte. Ma l’obiettivo della ragazza è principalmente il riscatto, la vendetta e la ricerca di una sua felicità negata. Nel frattempo la madre risvegliatasi è divenuta il peggiore dei problemi che un paese possa avere, una creatura mutante capace di ergere, tra le altre cose, colossi monumentali composti di corpi (come nel bel racconto di Clive Barker In Collina, le Città). Gran tourbillon di comparse note (tra cui Takashi -Ju-On- Shimizu), buona colonna sonora e una confermata speranza per i prossimi lavori della Sushi Typhoon.

(Senesi Michele Man chi http://www.asianfeast.org/)


11 Agosto : Quando Peter Jackson non faceva cagare!

DOMENICA UNCUT- 11 AGOSTO 2013

PROIEZIONI ALL’APERTO
SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO

ORE 21:00

BAD TASTE

(Peter Jackson, NZ, 1987)

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ORE 23:00

BRAINDEAD

(Peter Jackson, NZ, 1992)


FREE ENTRY

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Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401

222_Subtle_Crack

BAD TASTE

Scatenato splatter del regista neozelandese Peter Jackson che travolge per la quantita’ immane di effettacci e battutacce demenziali.La storia:una piccola & pacifica cittadina e’ vittima di un invasione aliena. Lo scopo dei cattivoni e’ quello di trovare tanta carne per aprire una catena di fast-food intergalattici a base di hamburger umani! Un gruppo di sgangheratissimi cacciatori di alieni dovranno porre rimedio alla delirante catastrofe. Teste che eslpodono, gente che entra ed esce dagli alieni con motosega alla mano,vomiti e sbudellamenti a iosa per un film divertentissimo ed insospettabilmente ben diretto(visto anche il non-esistente budget!). Davvero spassoso e con una certa critica di sottofondo al meccanismo consumistico delle gigantesche catene di fast-food americane.

 


BRAINDEAD

Incredibile splatter del regista neozelandese Peter Jackson che si scatena in tutta la sua strabordante ed allucinata immaginazione. La storia narra di un ratto mostruoso che è il frutto di un accoppiamento fra una scimmia ed un topo e che con il suo morso è in gardo di trasmettere il morbo dello zombismo. Lo schifoso essere in questione morde una donna contaminandola e lasciando cosi’ al figlio di lei l’oneroso compito di nasconderla e frenare i suoi istinti cannibaleschi. Il ragazzo è sempre stato succube della personalita’ possessiva della donna e passera’ dei giorni da incubo a fianco della mamma-zombi che mordendo a destra e a manca diffondera’ ancor piu’ il disastroso morbo. Un film incredibile. E’ questo l’unico commento che si puo’ fare per questa pellicola carica di uno splatter esagerato e goliardico come nel tipico stile del regista. Demenzialità a go-go e scene raccapriccianti che si protraggono fino all’assurdo finale in cui il ragazzo, con tanto di falciatrice a motore in mano, farà a pezzi un’orda di affamati morti viventi.Geniale,scatenato e tecnicamente sorprendente “Splatters..” riprende alcune idee del precedente “Bad Taste” amplificandole e migliorandole grazie ad un budget nettamente superiore e grazie anche ad una sceneggiatura brillante e follemente intelligente. Un esempio: nella scena finale del film la madre ,che è diventata uno zombi di dimensioni gigantesche, dopo essere stata sventrata a colpi di motosega, ha un’ultima reazione disperata..apre il suo ventre squarciato come se fosse un utero gigantesco e tenta di abbracciare il figlio come se lo volesse fagocitare e riportare nel grembo materno. Una metafora di affetto possessivo materno resa nella maniera più cruda e folle possibile. Grande!

VOTO: 9

http://www.alexvisani.com/


2 Giugno: CLASSE 1984 // HARDWARE

DOMENICA UNCUT

Domenica 2 Giugno

Ore 18:30
CLASSE 1984

di Mark L. Lester, 1982.

***

Ore 21:00
HARDWARE

di Richard Stanley, 1990.

 

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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CLASSE 1984 64 Classe 1984 proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Classe 1984 uscì nelle sale creando scandalo per l’eccessiva dose di violenza ma anche per i contenuti antieducativi della storia, fece una fugace apparizione in vhs ma poi scomparve nell’oblio cinematografico facendo totalmente dimenticare di sè al punto che Mark L. Lester, il regista, ne preparò una versione protofantascientifica nel 1990, Class of 1999, in cui i violenti studenti erano dei robot killer. Ma gli studenti veri della scuola dove Perry King è professore di musica che si trasforma in giustiziere omicida ossessionato dallo scontro col teppista minorenne Stegman (uno splendido Timothy Van Patten in pura tenuta pre George Michael) fanno molta più paura e generano mille volte più angoscia di un cyborg; sono veri, sono il prototipo dell’americano arrivista, spacciatore e psicopatico di quegli anni.

Viene da pensare ad un’apologia fascista in cui l’insegnante tenta in tutti i modi di redimere le pecore nere arrivando al sacrificio d’Isacco pur di ottenere giustizia. Anche Roddy McDowall segue le sue orme e non esita a impugnare la pistola pur di insegnare biologia ai suoi studenti, ma con molto meno successo del suo collega che non esita a maciullare i teppisti pur di difendere la moglie Merrie Lynn Ross, pluristuprata, incinta e in pericolo di vita. Tuttavia il grasso del gruppo indossa la svastica sulla maglietta mentre il professore assomiglia ad un ex-hippy che deve affrontare il delirio degli anni 80, uno scontro generazionale che ormai è parte della storia.

Il film diventa quindi un documento importante di una precisa situazione epocale edulcorata dal politically correct e dal buonismo di facciata (nessuno può arrestare i giovani finchè sono minorenni) che hanno rovinato una gioventù altrimenti capace di espimere al massimo la sua creatività artistica (Stegman, il cattivo, è uno splendido pianista allo stesso modo in cui Alex di Arancia Meccanica è un estimatore di Beethoven). Un grande film da riscoprire per sempre con l’aggiunta di una delle prime interpretazioni di Michael J. Fox, in grado di rappresentare la faccia pulita dell’America Reaganiana di allora.

(Dottor Satana http://www.throughtheblackhole.com/)

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HARDWARE 65  Hardware proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Ci sono film che nascono sotto stelle ambigue, trascorrono i primi anni dalla loro uscita nel dimenticatoio, e quelli immediatamente successivi alla ricerca di una stabilità critica, rimbalzando impazziti da un’etichetta all’altra: trash o cult ? cult o trash ?
La pellicola di Stanley ne è esempio lampante. Nato dall’incontro tra un giovane regista, cresciuto a bacon, video clip e narrativa cyberpunk con gli ideatori di Shok, storia illustrata da McManus e O’Neill per la rivista 2000 AD, esce nel ’91, viene premiato nello stesso anno ad Avoriaz per i suoi effetti speciali e poi sparisce nel nulla.

Riprenderlo oggi, vuol dire dover fare i conti con la sua essenza a metà strada tra il cinema di maniera e apocalittiche previsioni future, ma il gioco vale la candela. Certo, la trovata iniziale della tecnologia che si rivolta contro i suoi ideatori puzza di muffa più del gorgonzola, ma una volta superato questo primo ostacolo, l’anima dell’opera prima di Stanley si manifesta in tutto il suo spessore. Hardware fotografa quel che resta del pianeta terra dopo una non meglio definita “Grande Guerra”: lande desolate in stile Ken il guerriero, rottami, piogge acide, ruggine e residuati tecnologici. Uno spassionato omaggio al western spaghetti dove tutto è stato convertito in hardware, è non c’è più la minima traccia di software. Ma Hardware va oltre i paesaggi post apocalittici e post umani, perché è presagio delle giocose faide combattute in rete, dove non si può trattare sullo spazio virtuale che si ha a disposizione, e dove ogni azione ha come scopo preciso l’eliminazione del nemico immaginario. La trama, la sceneggiatura, il soggetto stesso diventano pretesto per mettere in scena lo scontro tra due rivali: gli umani (Jill e Mo) contro Mark 13, “macchina della morte” ideata anni or sono dall’esercito, che viene involontariamente rianimata da una scultrice di ferraglia e, pur essendo stato a più riprese distrutto dalla coppia si rianima, risorge e continua a giocare, e lo fa in puro stile video ludico: si fa beffe del game over, perché ha già salvato la partita e può riprendere dal punto in cui era stato sconfitto, ma intanto ha recuperato energie e conosce le mosse dell’avversario.

Stilisticamente, il film di Stanley è un’affascinante concentrato di sovversiva sci–fi : gli esterni desertici e desolati assomigliano a quelli di Dune e Mad Max, mentre gli interni rimandano al caos organizzato di Brazil e Blade Runner; il montaggio convulso e la colonna sonora martellante (Iggy Pop, Motorhead, Ministry e Public Image) creano sequenze stranianti e mai scontate, ma è grazie alla sua sottotraccia simbolica che la pellicola raggiunge il suo dissacrante apogeo. Il nome del robot, Mark 13, rimanda al Vangelo secondo Marco, dove si legge che “la carne non sarà risparmiata”, il protagonista si chiama Mo (forse “Mosè” ?), le doghe profumano di torta alle mele, quel che resta del governo vieta la riproduzione, il cranio del robot si fregia della bandiera americana e quando viene erroneamente ristrutturato si ritrova con tanto di fallo perforante.
Non solo, Mark 13, è il programma definitivo, un tecnologico condensato di cavi, cip e alluminio programmato per estinguere in maniera violenta quel che resta del genere umano, un’invincibile macchina di morte che può essere sconfitta solo dall’acqua, elemento puro ma mai come in questo caso infetto e difficilmente reperibile, lo stesso che può mandare in tilt l’hardware del computer che ci controlla, ci spia, e allo stesso tempo è depositario e custode delle nostre attività e dei nostri segreti.

(Luca Lombardini http://www.positifcinema.it/)

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[28 Aprile] THE CHILDREN // EDEN LAKE

DOMENICA UNCUT

Domenica 28 APRILE

Ore 18:30

THE CHILDREN

Tom Shankland, 2008.
(VO sott. in italiano)

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Ore 21:30

EDEN LAKE

James Watkins, 2008.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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THE CHILDREN 56 the children proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Il parto, e ancor più il taglio del cordone ombelicale, segna il distacco materiale di una madre dal proprio figlio, la rottura di un legame talmente viscerale da lasciare una ferita profonda. Una ferita che, seppure rimarginata, continua a sanguinare. Non potrebbe essere diversamente, trattandosi di sangue del proprio sangue, carne della propria carne. Ed è proprio nella carne e nel sangue che Tom Shankland, regista inglese già autore dei corti Bait e Going Down, imprime gli atti del suo cruento dramma familiare.

La tensione cresce lenta, graduale, attraverso l’introduzione di semplici elementi che rompono la quiete iniziale, come una parola detta al momento sbagliato o lo sguardo di sfida lanciato dalla figlia adolescente al proprio genitore. Brevi attimi che incrinano la serenità di una famiglia riunita per le vacanze di Natale, corpi estranei (come il fotogramma che anticipa uno dei momenti più rappresentativi della pellicola, inserito più di una volta tra una sequenza e l’altra), quindi virus. Sembra proprio essere un virus infatti il responsabile dell’improvvisa violenza che i bambini della casa riversano sui propri familiari, sui propri genitori. Un virus che come tale si trasmette da individuo a individuo, colpendo però soltanto i più piccoli, che diventano così nemici dei più grandi.

Da un lato la violenza sottile degli adulti, fatta di verbali frecciatine fra sorelle, di accenni a vecchi rancori, tenuti sempre sotto controllo; dall’altro quella esplicita, spietata, dei bambini. Come una macchia d’olio la malattia dilaga, espandendosi dal centro (la casa), verso l’esterno (il bosco), per poi scavare dal di dentro, destabilizzando e portando alla distruzione ciascun nucleo familiare, facendo rivoltare i mariti contro le mogli, così come fratelli contro sorelle. Cominciata come un’inusuale guerra tra le due fazioni contrapposte di genitori e figli, il conflitto si trasforma, diventando caotico e disordinato, in un continuo scambio di ruoli fra vittima e carnefice, in cui chiunque è colpevole.

Girato in pochissimo spazio, una casa e lo spiazzo antistante (il bosco funziona più come zona di confine, soglia oltre la quale non conviene spingersi), The Children, al di là delle tematiche (la ribellione dei figli contro i genitori) e degli effetti visivi (il sangue che si versa sulla neve) che potrebbero sembrare non troppo originali, procede spedito, capace in più di un’occasione di colpire con un’unica immagine, al culmine della tensione.

(Giovanna Canta http://www.sentieriselvaggi.it/)

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EDEN LAKE 57 eden lake proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Si sente ancora il bisogno di un’ennesima variazione sul tema “giovani sprovveduti vanno a farsi un weekend bucolico e lì le cose SI FANNO BRUTTE”? Apparentemente sì, se in mezzo ci sono gradite sorprese come questo Eden Lake.

Eden Lake vive di vita propria, riflettendo su un problema di scottante attualità nel Regno Unito, cioè l’emergenza sociale, spesso cavalcata dai media reazionari, di una gioventù lasciata crescere allo sbando e che trova la sua espressione nella sottocultura

Eden Lake, però, fa un passo più in là dando delle personalità – come individui ma soprattutto come gruppo – ai ragazzini-carnefici che perseguitano la coppietta. Dal loro punto di vista, l’aggressione non è immotivata; e Watkins mostra abbastanza del background sociale in cui sono cresciuti da dirci che il male deve pur sempre affondare le proprie radici in un qualche tipo di terreno. Normalmente sbuffo di fronte all’esigenza moderna di giustificare qualsiasi devianza con un po’ di psicologia spicciola (di solito, “ha avuto un’infanzia difficile” la sfanga un po’ per tutto), ma mostrare il vuoto di valori in cui sono cresciuti i ragazzi non toglie nemmeno un grammo di sgradevolezza a ciò che loro (e ancora di più i loro genitori) fanno.

Ci va anche di mezzo la lotta di classe, tema sempreverde del cinema britannico: la jeep di Steve, la sua attrezzatura da campeggio nuova di zecca, lo rendono automaticamente colpevole agli occhi della gang di campagna, che alla sofisticazione dei turisti cittadini oppongono la legge della forza. Il ricatto che Brett (il capo della gang) impone ai suoi amici viene da lui presentato come una prova di mascolinità, un rito di passaggio in cui occorre versare del sangue. L’unica esente è Paige, la sua fidanzatina, che però ha il compito di documentare tutto, in un ruolo passivo-aggressivo; il suo potere sta tutto nel detenere il materiale ricattatorio. Anche perché Paige, per il resto, è indistinguibile dai suoi coetanei maschi, pressoché asessuata.

E quindi, ovviamente, se la forza distruttrice è maschile, abbiamo una final girl. Jenny comincia maestrina alla Julie Andrews, materna e conciliante (è sempre lei a richiamare Steve alla prudenza), e attraverso il film è costretta a una trasformazione brutale. Una discesa nel proprio stesso cuore di tenebra, esplicitata da un’inquadratura che la accomuna al Willard di Apocalypse Now. Mi è venuto in mente anche il francese Vertige, un altro film recente dove la vittima-preda, per sopravvivere, deve attingere alla stessa brutalità ferina del villain, deumanizzandosi almeno temporaneamente. Ma la differenza sta nel fatto che il nemico, in Eden Lake, non è l’”altro”; non è un subumano frutto di generazioni di incesti, né un figlio delle sconosciute, violente (soprattutto per noi europei occidentali) terre dell’Est Europa. I mostri di Eden Lake sono frutto della stessa società in cui Steve e Jenny vivono; sono, in potenza, i loro stessi figli o la versione un po’ più grande dei bambini adorabili di cui si occupa Jenny all’asilo. E quindi le conseguenze dello scontro sono molto più pesanti per entrambi.

Insomma, se da una parte Eden Lake pone le fondamenta in un’infinita teoria di orrori che si annidano tra i boschi (o nelle aride praterie del Texas), e procede con un ritmo serrato senza autocompiacimenti d’autore, dall’altra oggi trova compagnia in film realisti come Fish Tank o in corti come Crossbow, che è australiano ma racconta di un panorama sociale molto vicino a quello inglese.

E qui sono dieci minuti buoni che penso a una chiosa che riassuma argutamente il senso di quanto ho detto, ma la realtà è che appena ho finito di vedere il film ho sentito l’impulso di uscire a fumarmi una sigaretta per stemperare la tensione, e quel senso di “BRUTTO, BRUTTO MONDO” che mi era rimasto addosso.

E non sono mica sicura di esserci riuscita.

(estratto da http://bidonica.wordpress.com/)

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21 Aprile NABOER // DREAM HOME

DOMENICA UNCUT

Domenica 21 Aprile

Ore 18:30
NABOER

di Pål Sletaune, 2005.

(VO. Sott. italiano)

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Ore 21:00
DREAM HOME

di Ho-Cheung Pang, 2010

(VO. Sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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NABOER 54 naboer proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Sparkly

Mai giocare con il fuoco, perché ci si brucia. In questa sua quinta pellicola il norvegese Pål Sletaune, considerato dalla critica uno dei registi più promettenti del panorama mondiale, scoperchia all’improvviso il famoso “vaso di pandora” che sarebbe bene tenere sempre chiuso. E quello che esce, è putrido (come l’odore acre che si sente nell’appartamento di John) folle (le sue continue allucinazioni) e violento (come i pugni che si alternano al sesso con la sua vicina Kim).

John è scovolto dall’abbandono della sua ragazza, ma quell’aria inquietante di indifferenza che ha sul viso serve solo a celare i primi sintomi dell’allucinazione, del delirio e infine della pazzia. Mostri che John rigetta all’esterno, immaginando che la violenza bruta che sente dentro non sia la sua ma quella di una giovane e sadica vicina di casa, che lo costringe a partecipare a una seduta erotica masochistica, un incontro di boxe su un divanetto d’entrata. Ma chi è Kim, in realtà? Cosa si nasconde nella casa labirintica in cui lei abita, assieme alla sorella, tra stanze sudice zeppe di oggetti inutili gettati alla rinfusa?

Naboer potrebbe essere definito un film a tratti “pulp”, ma anche un dramma psicologico e un thriller erotico politicamente e umanamente scorretto, dove il sangue e il sesso sono la chiave per capire l’origine della follia. Ma è anche una pellicola capace di mostrare fino a dove si può arrivare per amore. Si può amare anche fino alla pazzia e uccidere. L’amore non è sempre un sentimento pulito ed edificante, si può trasformare, e Sletaune lo dimostra, in un folle scenario di violenza e delirio dove con il patner si condivide tutto il marcio che si ha dentro. Per John infatti l’amore è un sentimento sporco, che procura piacere solo se uno dei due amanti ne esce “bruciato” e ferito. Il sesso è violenza crudele e l’eccitazione una pratica che si alterna ai pugni scagliati con violenza sul viso. Il sangue che esce dalle ferite uno stimolo vampiresco che crea assuefazione.

Naboer è anche un “viaggio all’inferno” rimbaudiano, dove le azioni dell’uomo possono toccare la perversione più assoluta: ma se per il poeta francese il ’battello ebbro’ portava all’illuminazione, per John è il biglietto di sola andata per un manicomio criminale.

(Silvia Vincis http://www.nonsolocinema.com/)

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DREAM HOME 55 DREAM HOME proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Antonio

“La casa è un diritto?

La forsennata corsa ad ostacoli di una giovane donna capace di tutto pur di ottenere la casa dei suoi sogni (con vista mare). Il film è anche un omaggio, solenne e allo stesso tempo psicotico, alla città di Hong Kong, ai suoi palazzi, alle sue case, ai suoi appartamenti minuscoli destinati a rimanere per molti giovani single mete irraggiungibili visti i prezzi altissimi di tutto il settore immobiliare!”

Ferocissimo thriller/horror, datato 2010, proveniente da Hong Kong che incastra, in una struttura da slasher, tematiche sociali di notevole spessore ed attualità. Nella fattispecie, si parla del boom edilizio che ha investito Hong Kong e dei prezzi vertiginosi che hanno acquistato gli immobili, spesso fortemente in squilibrio con l’effettivo tenore di vita dei cittadini. Ed è proprio il sogno della bella Cheng, umile addetta al call center di un’assicurazione, poter acquistare una casa con vista sul mare. E pur di non infrangere il suo sogno, la ragazza è disposta a fare di tutto…anche a far scorrere fiumi di sangue. Dotato di una struttura a flashback , che svela progressivamente le motivazioni dell’assassino, “Dream Home” si segnala come bizzarro splatter d’autore, dotato di una cura tecnica molto elevata che va di pari passo con la larvata critica al sistema politico-economico-sociale di Hong Kong. Originale nello spunto, non sempre omogeneo nello sviluppo ma dotato di grande impatto visivo e di un equilibrio (talvolta faticoso) fra violenza estrema e humor nero, il film è ben diretto da Pang Ho-Cheung che, oltretutto, non è nuovo a film dalla scottante tematica sociale.

La pellicola mette in scena personaggi fallimentari, schiacciati da un sistema impietoso ed accecato dal denaro, resi abulici da una totale mancanza di prospettive e da un materialismo incarnito nell’animo. Infine impossibile non segnalare gli omicidi che si susseguono nel corso della vicenda, particolarmente efferati ed elaborati visivamente, che annoverano coltellate, ferri da stiro in volto, stecche di legno acuminate infilate in posti improbabili, sventramenti e tutta una serie di altre cattiverie indicibili.

Esperienza visiva da provare.

(http://www.alexvisani.com/)

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14 Marzo : MANGIA IL RICCO / JOHN DIES AT THE END

DOMENICA UNCUT

Domenica 24 Marzo

Ore 18:30
MANGIA IL RICCO

di Peter Richardson, 1987.

Ore 21:00
JOHN DIES AT THE END

di Don Coscarelli,2012.
(VO. Sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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49 mangia il ricco eat the rich proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

 

 

 

MANGIA IL RICCO

Alex è un cameriere di colore e lavora in un ristorante di lusso a Londra. Per una inezia viene cacciato e si trova così senza un soldo e senza lavoro. Alex medita vendetta mentre il potente ministro della difesa, personaggio ambiguo e violento, conquista un crescente favore popolare. La situazione politica precipita e Alex decide allora di fare la rivoluzione con alcuni amici. Per prima cosa si impossessa del suo vecchio locale massacrandone i proprietari poi comincia a gestirlo in maniera piuttosto particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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JOHN DIES AT THE END 48 John dies at the end Don Coscarelli proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

La Soy Sauce è una nuova potentissima droga in grado di rendere visibili creature provenienti da altri mondi. Molti suoi consumatori tornano tuttavia dai “viaggi” completamente cambianti e con sembianze niente affatto umane. Alieni minacciosi stanno infatti utilizzando i corpi dei giovani ragazzi tossici come veicolo per invadere la terra. Solo due giovani nerd sembrerebbero gli unici in grado di salvare le sorti dell’umanità…

Il nuovo film di Don Coscarelli (“Phantasm”, 1979, “Bubba Ho-Tep”, 2002) è denso di simbolismi, metafore, dadaismi, invenzioni e creature degne di un Salvador Dalì cinematografico quale mostra di essere nel dipingere (più che filmare) questo prodotto molto onirico e assai poco – strettamente – cinematografico.
Qual’è la differenza tra un film e un sogno? Già, bella domanda. O tra un film e un incubo, sarebbe meglio chiedersi. Ma, d’altra parte: qual’è la differenza tra un sogno e un incubo? Queste, e altre domande mi ha stimolato “John Dies at the End”, pellicola molto attesa con la quale apro con contentezza il nuovo anno di recensioni. Dico con contentezza perché Coscarelli ci stupisce davvero, anche con effetti speciali, ma soprattutto con una storia cui dovrebbe esser dato un premio solo per la sceneggiatura, un dipinto, come dicevo all’inizio, più che una “scrittura filmica”, fatto di pennellate evocative che sfumano i loro contorni da un’immagine all’altra, creando arcobaleni gocciolanti che diventano mostri alieni ragnosi e imputriditi, per poi trasformarsi in maschere grottesche alla Max Ernst. La storia in sè non interessa a Coscarelli, che forse è ispirato da un Borroughs, da un Lovecraft, ha letto il libro omonimo di Wong da cui trae la sceneggiatura, ma poi si differenzia da queste ispirazioni perturbanti-letterarie lanciandosi nel reef del suo immaginario inconscio portandosi dietro gli spettatori tutti all’inseguimento.

Ci troviamo nella provincia statunitense, in compagnia di due amici trentenni, Dave ( Chase Williamson) e John (Rob Mayes). John si imbatte in un gruppo di giovani ad uno sconclusionato concerto di un gruppo di provincia, e durante tale evento viene introdotto all’uso di una strana droga, la Soy Sauce, nera, petroleosa e improbabile sostanza iniettabile. Dave annusa l’imbroglio cosmico e rifiuta di assumerla, ma per sbaglio si punge con una siringa di John, e scopre così che gli alieni usano i corpi degli inetti umani per invadere la terra. Il film è un fuoco d’artificio semidelirante, deliberatamente autoironico in alcune sequenze (come quella in cui la maniglia di una porta si trasforma in un grosso pene), a tratti difficilmente comprensibile nei suoi sviluppi e nelle sue contorsioni nelle quali domina sempre la visionarietà di un regista che se ne frega bellamente di tutti gli stilemi drammaturgici perturbanti e horror. Coscarelli cucina con la sua fantasia allo stato puro, mescolando ingredienti e provando nuove salse in un turbinio continuo di espedienti e inquadrature che non stancano mai, nonostante i 99 minuti di pellicola.

Forse alcuni dialoghi avrebbero potuto essere in verità debitamente accorciati, e poteva forse avere una funzione più pregnante anche la cornice narrativa del drugstore nel quale Dave racconta la sua incredibile storia a un ambiguo giornalista, un Paul Giamatti dannatamente sornione, come lo Stregatto di Alice. Eccola qui d’altronde l’associazione giusta: “John Dies at The End” è la versione maschile (omosessuale?) di “Alice in wonderland” di Lewis Carrol, una specie di “giorno del non-compleanno” del sottogenere a noi caro, dove tutto può accadere.

Non dobbiamo certo nasconderci che “John Dies at the End” è un film difficile, sicuramente astruso per certi palati abituati ai soliti plot horror, così rassicuranti nella loro cornice di inquietudini costruite a tavolino dai sempiterni Michael Bay and company.

Qui siamo su un altro pianeta, insieme ad Alice, appunto, col Cappellaio Matto, lo Stregatto e altro ancora, senza che ci vengano tuttavia risparmiate scene gore e pennellatine alla Lynch (come la protesi alla mano della giovane Amy). Come può mancare, in questo contesto “il portale” verso un altrove alieno? Lo troverete, naturalmente, ma naturalmente uguale e insieme diverso da come ve lo aspettereste. “John Dies at The End”: oggetto molto bizzarro e proprio per questo da vedere e studiare con attenzione e cura.

(http://psicheetechne.blogspot.it/)