cinema asiatico

Domenica 8 Dicembre

Domenica Uncut

Domenica 8 Dicembre

Ore 18:30

ELECTRIC DRAGON 80.000 V
(えれくとりっくどらごんはちまんぼると)

di Sogo Ishii, Japan, 2001.
(VO. sott. Italiano)

***
Ore 21:00

LATE BLOOMER
(Osoi hito, おそいひと、)

di Shibata Gō, Japan, 2004.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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ELECTRIC DRAGON 80.000 V

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? L’originalità cinematografica sembra ormai da qualche anno risiedere in terra orientale, che sforna prodotti sempre più interessanti e sempre più svincolati dai teoremi hollywoodiani del caso.

Prendete ad esempio “Electric dragon 80.000 V” di Ishii Sogo e ditemi se in meno di 60 minuti vi era mai capitato di ricevere una quantità così elevata di sensazioni, emozioni e pensieri.

Velocemente, quasi come suggerito da immagini frenetiche, veniamo a conoscenza di Dragon eye Morrison, giovane giapponese che, in seguito ad una scarica elettrica, si ritrova la capacità di poterla incanalare nel suo corpo. L’unico modo che ha di scaricare tutta l’energia è quello di suonare la sua fidata chitarra elettrica. Da un’altra parte della città però, Thunderbolt Buddha è un esperto di telecomunicazioni, abilità che sfrutta per intercettare telefonate di ignari passanti. I due si scontreranno in un duello all’ultimo lampo per decidere a chi spetta il dominio energetico di Tokyo.

L’aggettivo che più si adatta a questo film è senza ombra di dubbio elettrico, e non solo per il rimando evidente alla trama. Elettrica è la macchina da presa, che scorre con velocità e con un ritmo forsennato tra i palazzi di Tokyo, elettrico è il montaggio iper-cinetico ed elettrica è anche la scenografia che, attraverso gli alti grattacieli, opprime e schiaccia gli uomini, ma li trasporta anche in quel cielo pronto a scoppiare di fulmini ed elettricità da un momento all’altro. E se l’immagine è elettrica, il suono e le musiche non sono da meno: per tutto il film scorre lento il rumore della trasmissione della corrente nei cavi dell’alta tensione tra stridii e note musicali inventate, fino a quando subentra la chitarra elettrica stridente, ammaliante e disturbante come le sirene di Ulisse, formando una delle colonne sonore più sperimentali ed emozionanti degli ultimi anni.

Ma non è solo una questione stilistica. “Electric dragon 80.000 V” è anche tematicamente elettrico. Non si parla dell’eterna lotta tra il bene e il male qui, Sogo riesce ad andare oltre a queste due definizioni dipingendo due personaggi che si completano l’uno con l’altro ma che, come due poli opposti, inevitabilmente si scontrano e producono scintille. Se Morrison è la natura primitiva dell’uomo, l’essere in cui regna l’istinto e la primordialità dei bisogni (non sono un caso gli sfoghi alla chitarra), Thunderbolt Buddha è la perfetta incarnazione dell’uomo moderno, dalla personalità divisa (la mezza maschera) e dai bisogni repressi. I due si completano l’un l’altro, ma l’unione tra loro non è possibile.

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? Secondo me la risposta è sì. Nuovi linguaggi, nuove teorie, nuove storie.

(www.pellicolascaduta.it)


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LATE BLOOMER

Il termine “Late Bloomer” definisce un bambino rimasto attardato rispetto ai propri coetanei per via di uno sviluppo più lento che, d’un tratto, colma il divario che lo separa dai suoi pari, arrivando perfino a superarli. Definisce anche un adulto il cui particolare talento, celato per anni al riparo di una vita anonima e tranquilla, improvvisamente si desta, permettendogli un deciso balzo esistenziale.

Il Late Bloomer in questione è Sumida-san, un disabile trentacinquenne dalla vita semplice, spesa tra grandi bevute di birra e i concerti del gruppo hardcore del suo migliore amico Take. Un giorno conosce Nobuko, giovane studentessa che vorrebbe trascorrere del tempo con lui per poterlo studiare da vicino e ultimare così la sua tesi di laurea. Sumida se ne invaghisce e decide di portarla con sé ad un concerto di Take. Quando però tra Nobuko e l’amico nasce un sentimento più profondo, Sumida perde il controllo, e da buon Late Bloomer compie il suo scatto, feroce, in avanti.

Seconda opera del talentuoso regista indie Shibata Go, viene notato in Occidente solo l’anno scorso, con quattro anni di ritardo rispetto alla sua uscita giapponese. L’idea alla base prende le mosse da una semplice domanda: “Può essere interessante vedere un film con un disabile killer?”. Girato in un bianco e nero digitale, con stile anarchico e sperimentale, Late Bloomer fa della disarmonia un linguaggio, alternando al surreale verismo di un quotidiano dipinto con taglio quasi amatoriale, luci naturali e camera a mano, lisergiche distorsioni e frenetiche accelerazioni cyberpunk degne eredi del miglior Tetsuo. La musica di World’s End Girlfriend segue e sottolinea l’immagine, ed è un compendio pregiato dell’elettronica di fine novecento, mischiando con disinvoltura la tradizione ad atmosfere jazz e all’industrial, rievocando alla grande le sonorità malate predicate da Aphex Twin e compagni più di un decennio fa.

Impossibile restare indifferenti, come è impossibile non provare empatia per Sumida e cercare di guardare il mondo con i suoi occhi. Shibata Go lo sa, e si avvicina quanto basta per farci toccare con mano la parabola del disabile verso la follia. Scoprire il pericolo mortale in un uomo all’apparenza così inerme getta immediatamente una nuova luce sul protagonista, il potenziale di violenza si manifesta in tutto il suo orrore e diventa pervasivo di ogni gesto, di ogni sguardo, di ogni silenzio. Sumida-san è ora un individuo come e più grande di noi. Uno di cui avere paura. Tanti sono i riferimenti cinematografici presenti: oltre al già citato film di Tsukamoto, è dichiarata e strutturale l’influenza di Taxi Driver, di cui viene riproposta la scena della preparazione domestica del protagonista all’omicidio, come di Battles Without Honor and Humanity, Freaks e di Psycho, con Sumida-san che come Norman Bates si permette il lusso di un atroce delitto nel bagno; ma il rimando è anche alle opere di Von Trier, Herzog, Koji Wakamatsu e Jodorowsky, e alla loro maestria nel dipingere e indagare il senso tragico proprio della normale condizione di umana anormalità; non dimenticando certo gli slasher movie del gorefather Herschell Gordon Lewis, di cui condivide atmosfere e il piacere sincero nell’esagerare col sangue. Uno dei migliori film giapponesi degli ultimi anni.

(FGMG)

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DOMENICA UNCUT

DOMENICA 24 novembre 2013

Ore 18:30
KAMIKAZE GIRLS
(下妻物語, Shimotsuma monogatari, “La storia di Shimotsuma”)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2004.

Ore 21:00
MEMORIES OF MATSUKO
(嫌われ松子の一生, Kiraware Matsuko no Isshō)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2006.
(Vo sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE


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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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KAMIKAZE GIRLS

Una ragazza corre all’impazzata cavalcando un motorino, in una strada immersa nei campi. Non controllando un bivio, inaspettatamente, avviene lo scontro con un camioncino. La ragazza viene sbalzata in aria ed esprime il suo ultimo desiderio.

Molte storie potrebbero finire così, ma invece questo è l’inizio di un folle e divertentissimo film.

Kamikaze Girls è uno scontro di stili, di ambienti, di modi di essere. Interessante notare di come si tratti di una storia adolescenziale, ma non fatta con gli occhi di una ragazzina, ma di un adulto forse non troppo adulto, che sa perfettamente come gestire l’apparato comico, ma al contempo anche quello (melo)drammatico ed emotivo. Il film, però, possiede il non facile pregio di risucire a marcare bene la questione dell’ ”essere e dell’apparire” senza cadere nel fazioso né, soprattutto, nel pedante.

Momoko e Ichigo, sono lo specchio estremo della gioventù giapponese, la prima tutta casa, musica classica, ricamo e vestiti da lolita, la seconda indisciplinata, grezza, sempre per strada e in cerca di guai. Eppure l’apparenza non è lo specchio del loro vero essere e la più piccola e apparentemente capricciosa Momoko, si dimostra molto più matura e sicura di sé di Ichigo, che agli occhi di tutti risulta essere una persona inflessibile e tutta d’un pezzo.

Nota di merito all’attrice Anna Tsuchiya, che nel film interpreta Ichigo, riuscendo ad interpetare un ruolo non così immediato per una ragazza (una specie di surreale Bunta Sugawara al femminile); si giostra frammentariamente il ruolo della ribelle, della violenta, dell’irrispettosa, ma allo stesso tempo riesce a calarsi nella parte di una persona dal costante bisogno di una forte amicizia, di un riscontro dagli altri, senza mai perdere, però, l’atteggiamento abituale.

Kamikaze Girls non è un film da sottovalutare, non è il solito e banale veicolo pubblicitario per una cantante, è infatti ben lontano dalla solita cinematografia cool e dall’estetica da videoclip; riesce invece a fondere il gusto tipicamente giapponese per una iconografia da manga a gag che sfiorano l’inverosimile. La regia ottima e coinvolgente si fonde poi ad una fotografia satura di colori al limite del lisergico. Una buonissima sceneggiatura sorpendente e mai banale su cui tuffarsi, facendosi cullare dalle note della splendida colonna sonora di Yoko Kanno.

(Martina Leithe Colorio http://www.asianfeast.org/)

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MEMORIES OF MATSUKO

Immaginate un melodramma di Douglas Sirk, ma immaginatelo come se fosse stato girato in acido, e avrete lontanamente un’idea di cosa è Memories of Matsuko (2006). La nuova straordinaria opera di Tetsuya Nakashima (tratta dal romanzo di Muneki Yamada), è stato – almeno per chi scrive – il vincitore morale del Far East Film 2007.
Già il delirante e divertente Kamikaze Girls (2004), aveva fatto capire le capacità registiche di Nakashima, qui però si va ben oltre la messa in scena.

Memories of Matsuko racconta la storia della protagonista partendo dalla fine e si dispiega di fronte ai nostri occhi sotto forma di flashback. Un percorso, che ci accompagna attraverso il Giappone degli ultimi cinque decenni e delinea la tragica, a volte comico-grottesca, vita di una ragazza che, senza troppi giri di parole, voleva soltanto amare e soprattutto essere amata.

Lo stile visivo coloratissimo (che guarda alla pittura, ma anche alla pubblicità), stracolmo di idee e ricca di particolari, rimane lo stesso di Kamikaze Girls, con una fotografia e un uso dei colori strepitosa, ma è la costruzione della storia e dei personaggi che si compie in maniera memorabile.
Buona parte del merito va al notevole cast, con in testa Miki Nakatani, meritatamente premiata per la sua interpretazione ai Japan Academy Awards, e il giovane Kawajiri Shou nel ruolo del nipote che ripercorre la vita di Matsuko.

In Memories of Matsuko, la commedia, già piuttosto nera, si colora rapidamente di tragedia per finire nel melodramma più puro, senza apparire mai stucchevole, mai ridicola, mai ricattatoria. Il regista inoltre si concede frequenti incursioni nel musical, con lunghe elaboratissime coreografie ed una azzeccata colonna sonora (a cura dell’italiano Gabriele Roberto, è stata premiata ai JAA), che copre in pratica ogni direzione musicale immaginabile.

Insomma, il film è una densa bouillabaisse di generi, stili, sperimentazioni, sentimenti ed emozioni, che quasi faticano ad essere tutti contenuti, ma che magicamente trovano un loro perfetto equilibrio, creando un ritratto assolutamente unico e coinvolgente, come non se ne vedevano da un bel pezzo. Nakashima (il cui prossimo film, Paco and the Magical Picture Book, ci esalta fin dal titolo), senza dubbio uno dei registi giapponesi contemporanei più interessanti, ci regala con Memories of Matsuko un racconto struggente di rara bellezza, che potrebbe commuovere anche un sasso.

Cinema con la C maiuscola. Da non perdere.

( Paolo Gilli http://www.asianfeast.org/ )


6/Ott. VISITOR Q // ICHI THE KILLER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 6 OTTOBRE 2013

Ore 18:30
VISITOR Q
(ビジターQ di Takashi Miike, 2001)
VO sott.Italiano

Ore 21:00
ICHI THE KILLER
(殺し屋1 di Takashi Miike, 2001)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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VISITOR Q

Faresti sesso con un genitore? Picchieresti tua madre?Sono alcune delle domande che fanno nei centri psichiatrici vecchia maniera, per capire il tuo grado di pazzia. Quiz: rispondere con una crocetta sul sì o sul no.Miike comincia il film dando realtà fisica a queste domande, illustrandoci una situazione familiare allucinante in cui i rapporti tra gli individui ed i canonici valori sono completamente ribaltati…La figlia maggiore ma ancora studente vive fuori di casa e si prostituisce per mantenersi. Tra i clienti avrà il padre, complessato eiaculatore precoce, che fa il reporter per la tv e sta conducendo un indagine sul fenomeno del bullismo giovanile con dubbi risultati. Verrà preso a sassate in testa da un personaggio indefinibile, un giovane, che porterà a casa sua. Il figlio è il despota della madre, la riempie di frustate con dei battipanni senza alcuna ragione, la picchia e basta. La donna è tossicodipendente all’insaputa di tutti e si prostituisce solo per pagarsi la droga. Il figlio è quotidianamente vittima del bullismo di compagni di classe che si spinge fino a casa sua, dove gli sparano contro petardi e fumogeni…Insomma, una situazione davvero pazzesca, nella quale il “visitor” s’inserisce come figura comprensiva e tollerante, si relaziona con affetto con tutti tranne con la figlia assente, che incontrerà solo nel finale.Poco dopo il suo arrivo tutti i soggetti della famiglia cominciano a “ribellarsi” alla loro condizione, e allora se la situazione precedente era definibile pazzesca, per quella che segue non ci sono aggettivi.Il finale sarà un curioso ritorno al nettare materno, un arretramento collettivo all’infanzia, un punto da cui ripartire.Trama ermetica, enigmatica. Se qualcosa non “dovrebbe” accadere puoi star certo che accadrà.Horror psicologico, amorale, senza sangue ma molto più orticante di uno splatter, con persino alcune scene di irresistibile comicità.Miike è un grande, ma forse non è per tutti. (http://robydickfilms.blogspot.it)


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ICHI THE KILLER
Come limite estremo Ia violenza, e non più il sesso, è l’ultima frontiera – e Takashi Miike lo sa. Regista fuori dagli schemi con uno stile personalissimo, dotato di ambizione, talento ed energia spropositati, Miike ha alzato rapidamente la posta della violenza fino a livelli che sembrano, a seconda dei punti di vista, ripugnanti, terribili o assurdi. Malgrado le connotazioni di feticismo presenti nell’opera di Miike – ha per il piercing la stessa ossessione che Hitchcock aveva per le bionde algide – c’è in lui un lato comico, addirittura umanistico.

Il suo ultimo oltraggio al pudore è Ichi the Killer, un thriller gangsteristico basato sul fumetto cult di Hideo Yamamoto. Un inetto si trasforma in un’implacabile macchina da guerra ma alimenta il fuoco della rabbia con lacrime di ricordi delle sue umiliazioni adolescenziali. Pur richiamando alla memoria Crying Freeman, un famoso manga su un killer piangente, Ichi the Killer aggiunge un effetto nuovo e perverso: l’eroe gode ogni volta che uccide. La storia inizia con un tipico luogo comune dei film di gangster: il capo di Anjo-gumi e la sua giovane amante vengono uccisi; i superstiti, guidati dall’impetuoso vice di Anjo, Kakihara, sciamano rabbiosi per tutta Shinjuku, assetati di vendetta. Kakihara dà la caccia al killer del suo capo con una calma inquietante, punteggiata da esplosioni di crudeltà diabolicamente originali. Mentre il numero dei cadaveri aumenta, si avvicina il momento della resa dei conti: Ichi contro Kakihara. Chi perde, a quel che sembra, non andrà a fare compagnia ai pesci, ma finirà ridotto in poltiglia dentro un sanguinoso action painting. Shinya Tsukamoto e Sabu, entrambi acclamati registi indipendenti per conto loro, sono convincenti nei rispettivi ruoli, e aggiungono ai loro modelli manga una terza dimensione, quella umana.

Ma è Tadanobu Asano, nei panni di Kakihara, il centro malefico e sogghignante di questo film estremo. Abituato a calarsi nei panni di tipi tranquilli che ribolliscono di un fuoco interiore, Asano interpreta il boss dai capelli color fuoco con una giovialità psicopatica agghiacciante.

Mark Schilling (http://www.fareastfilm.com)

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Kim Ki-duk – domenica 18 agosto

SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO
Domencia 18 Agosto


ORE 21:00

BAD GUY

(Nappŭn namja di Kim Ki-duk, S. Korea, 2002)

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ORE 23:00

L’ISOLA

(Seom di Kim Ki-duk, S. Korea, 2000) FREE ENTRY

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Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401

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Senza titolo-1

BAD GUY
Un giorno Han-ki, boss della malvita del quartiere a luci rosse, incontra per caso per la strada una studentessa delle scuole superiori di nome Dun-hwa. Han-ki ne è immediatamente attratto e tenta un approccio, ma la ragazza gli da un’occhiata disgustata e tenta di andarsene, se non fosse che il gangster la aggedisce e costringe la ragazza a baciarlo. Han-ki progetta di avviare la ragazza alla prostituzione: dopo averla fatta prigioniera in una stanza, Han-ki trascorre le sue notti a spiare, da una finestra nascosta, la sua vittima.

Kim Ki-duk mette in scena diversi piani di realtà, mescolando il ricordo con il sogno, il desiderio con la realtà. Poco importa allora ricostruire il filo del racconto, che vede Han-gi, “bad guy” silenzioso e poco socievole, tessere intorno a Sun-hwa una tela che la porterà a prostituirsi sotto i suoi occhi. Perchè in “Bad Guy” non hanno importanza le ragioni psicologiche dei personaggi o la coerenza degli avvenimenti che, in quanto tali, semplicemente accadono.
La macchina da presa di Kim Ki-duk filma senza apparentemente sforzarsi di dare un senso a ciò che riprende, come se esistesse una ragione profonda di tutto ciò che accade, una ragione che lo spettatore può cogliere solo su un piano diverso da quello della razionalità. Ecco che allora anche i personaggi non hanno motivazioni psicologiche esplicite, ma agiscono dei comportamenti, compiono delle azioni che trovano spiegazioni solo nel fatto di essere compiute.

E’ innegabile che cinema di Kim Ki-duk getti il suo spettatore in un profondo “disagio”: accadde con “L’isola”, accade con “Bad Guy”. La messa in scena di una realtà incomprensibile, introduce nel racconto elementi di instabilità non facilmente digeribili; e anche i personaggi di “Bad Guy”, come d’altronde quelli dei film precedenti, disperatamente fragili e violenti come sono, risultano inclassificabili nelle categorie tradizionali di bene e male, di bello e brutto: mettono in discussione i limiti di classe e di genere, i concetti di normalità e anormalità, ordine e disordine, così come il modo di raccontare di Kim conduce a una poco rassicurante perdita delle coordinate e dei punti di riferimento.

E come se non bastasse questo smarrimento, questo disagio, il cinema di Kim Ki-duk chiede al suo spettatore di fare i conti con personaggi crudeli, di una crudeltà niente affatto spettacolare ne compiaciuta, e forse per questo tanto più difficile da sopportare. La crudeltà del suo cinema è prima di tutto lo specchio di un’aspirazione a trovare un senso alla crudeltà di ciò che gli/ci sta intorno. “Bad Guy” è perciò innanzitutto è un grido disperato, e al tempo stesso un tentativo titanico di trasformare la difficoltà in possibilità, l’angoscia in pacificazione, la crudeltà in amore.

Quello del regista coreano è il cinema dei contrasti: duro e dolcissimo, lucido e folle, narrativo e a-narrativo, drammatico ed ironico, di pancia e di cuore insieme.

(Andrea Olivieri http://www.cinemadelsilenzio.it/)

L’ISOLA

Hee-Jin di giorno vende cibo e di notte il suo corpo. Un giorno sull’isola arriva un ex-poliziotto, Hyn-Shik che ha ucciso la sua fidanzata che gli era infedele. Tormentato dai rimorsi tenta di uccidersi ma Hee-Jin prima lo salvo poi lo seduce. Per Hyun-Shik fare sesso con lei diventa una sorta di droga per lenire la sofferenza del corpo e dell’anima.

I dialoghi ridotti all’essenziale sembrano trasmettere l’idea della vacuità della parola, di contro l’immagine estetica viene portata alle estreme conseguenze, si condensa e subito dopo si fa evanescente; è immagine e metafora, e solo le scene più drammatiche e violente sembrano ricondurci alla realtà.

“L’isola” è un film enigmatico, duro come la faccia chiusa a pugno del protagonista che quasi senza mai parlare e con un limitato repertorio di espressioni dà vita ad un interpretazione di rara intensità.

Un film nuovo, se non nello stile, almeno nell’universo e nell’immaginario che il giovane regista Kim Ki-duk (anche autore delle scenografie) riesce a ricreare. Un mondo unico e totalizzante, quello che viene mostrato, in cui la sopravvivenza, i bisogni umani e, soprattutto, l’amore tra un uomo e una donna, si riducono ad uno stadio embrionale e primitivo. Una metafora amara della solitudine dell’uomo contemporaneo al quale sembrano non bastare i mezzi di comunicazione per esprimere quel desiderio di amore che risulta, in ultimo, essere forse un disperato tentativo di rifugio.

Se la narrazione a un certo punto si fa un pò confusa, la forza delle immagini è più eloquente che mai, giocata tutta sul confine labile tra la morte (il fondo dell’acqua), e un vivere che è più un sopravvivere, un galleggiare (la superficie). E quelle inquadrature poste proprio là, con una trovata efficace, a metà dei due mondi, sembrano metterci in guardia e in attesa di un possibile galleggiamento o di un più probabile sprofondamento.

La fine, non solo quella della finzione cinematografica, giunge attesa e invocata per ritrovare un senso, un appiglio… in realtà è la distruzione stessa delle nostre certezze.

(Andrea Olivieri http://www.cinemadelsilenzio.it/)


Domenica 5 Maggio : OCCHI SENZA VOLTO // THE FACE OF ANOTHER

DOMENICA UNCUT

Domenica 5 maggio

Ore 18:30
OCCHI SENZA VOLTO (Les yeux sans visage)

di Georges Franju, Francia, 1960.

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Ore 21:00
THE FACE OF ANOTHER (他人の顔 Tanin no kao)

di Hiroshi Teshigahara,Giappone, 1966.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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OCCHI SENZA VOLTO 58 occhi senza volto Les yeux sans visage  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Un famoso e apprezzato chirurgo plastico sogna di ridare, con metodi poco consoni, il volto alla giovane figlia, i suoi tentativi non saranno coronati dal successo, e la ragazza non tarderà a vendicarsi del poco ortodosso genitore.

Ci sono pellicole che segnano un vero e proprio spartiacque per un genere cinematografico, precorrendo i tempi e rappresentando un modello da seguire per intere generazioni di cineasti. Occhi senza volto, per quel che vale, costituisce per il gotico europeo quello che King Kong rappresenta per il cinema d’avventura: una pietra miliare, un termine di paragone imprescindibile ed una fonte d’ispirazione fondamentale per chiunque abbia voluto cimentarsi con il genere negli anni successivi.

Quel che rende il film di Franju tanto importante, il motivo della sua consacrazione a “Totem” dell’horror europeo, è la cura quasi maniacale del dettaglio. Al di là del soggetto, già di per sé interessante, curioso ed originale, lo spettatore verrà rapito senza scampo da una fotografia incredibile (probabilmente uno dei B/N più belli della storia del cinema), un contrappunto musicale ambiguo, straniante e ossessivo e una sceneggiatura di ferro, curata da alcune delle menti più brillanti della letteratura Francese di genere del dopoguerra.

Fra richiami più o meno accennati all’espressionismo Tedesco e alle opere di Tourneur, citazioni e colpi di genio, quel che rimane è però l’essenza stessa del film, la domanda che ci porterà fin sulle soglie del finale catartico voluto da Franju, quasi uno studio sull’ambiguità dell’uomo nella sua forma più estrema e pericolosa: dove finisce l’amore di un padre e comincia un macabro gioco fra la vita e la morte?

(Enrico Costantino http://www.bizzarrocinema.it/)

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THE FACE OF ANOTHER 59  THE FACE OF ANOTHER  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

A causa di un incidente sul lavoro Okuyama rimane irriducibilmente ustionato, costringendolo a portare delle bende su tutto il volto. Alienato e senza più un viso, con l’appoggio del suo psichiatra Hari indossa una maschera realistica all’insaputa di tutti. Dove lo porterà la maschera? Ora che ha un volto può definirsi qualcuno?

In The Face of Another c’è tutta un’analisi profonda sulle implicazioni psicologiche e filosofiche di avere o non avere un volto. Uno spazio di pelle di pochi centimetri sopra il collo è fondamentale all’uomo. Un volto può infatti essere la prova della propria esistenza e identità, uno strumento di comunicazione delle proprie emozioni e di connessione con i propri simili, di mediazione tra la mente dietro di esso e il mondo di fronte. Il film si concentra su come l’incidente che lascia Okuyama (Nakadai Tatsuya) privo d’identità ma per il resto illeso, modifica profondamente i rapporti con tutti i suoi conoscenti. Come si siede in poltrona a casa sua, con la faccia bendata, sua moglie è tesa e nervosa in sua presenza, impossibilitata a scrutargli le espressioni, mentre il suo capo (Okada Eiji) non riesce ad affrontarlo in piedi nel suo ufficio.
In The Face of Another lo spettatore scorre sotto gli occhi la metamorfosi psichica e fisica di Okuyama nonostante il ritmo lento e i lunghi dialoghi. La trasformazione del protagonista è ben visibile nei rapporti con la moglie, lo psichiatra e la sua assistente.

La storia principale è intervallata da quella di Irie, (assente nel romanzo) una giovane e bella ragazza sfigurata per metà del suo viso a causa della bomba atomica (deducibile quando ricorda l’infanzia a Nagasaki). La storia parallela, stavolta è una donna dal volto rovinato, rappresenta senz’altro una narrazione alternativa.

Oltre all’analisi sulla natura dell’identità e del suo riflettersi sulla società, The Face of Another vanta una bellissima regia, con inquadrature insolite e la partecipazione di Takemitsu Tōru alla colonna sonora e Segawa Hiroshi come direttore della fotografia. Memorabili le scene girate all’interno della clinica psichiatrica, in cui i protagonisti si aggirano in spazi divisi tra vetri e pareti riflettenti e cambi di luci. Nakadai Tatsuya che interpreta magistralmente Okuyama è in ottima forma, assistito dall’altrettanto brava Kyō Machiko, in prestito dalla Daiei, nei panni della moglie e dallo psichiatra Hira Mikijirō.

Ingiustamente poco conosciuto dal grande pubblico The Face of Another è un vero pezzo di cinema.

(Picchi http://www.asianworld.it/)

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21 Aprile NABOER // DREAM HOME

DOMENICA UNCUT

Domenica 21 Aprile

Ore 18:30
NABOER

di Pål Sletaune, 2005.

(VO. Sott. italiano)

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Ore 21:00
DREAM HOME

di Ho-Cheung Pang, 2010

(VO. Sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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NABOER 54 naboer proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Sparkly

Mai giocare con il fuoco, perché ci si brucia. In questa sua quinta pellicola il norvegese Pål Sletaune, considerato dalla critica uno dei registi più promettenti del panorama mondiale, scoperchia all’improvviso il famoso “vaso di pandora” che sarebbe bene tenere sempre chiuso. E quello che esce, è putrido (come l’odore acre che si sente nell’appartamento di John) folle (le sue continue allucinazioni) e violento (come i pugni che si alternano al sesso con la sua vicina Kim).

John è scovolto dall’abbandono della sua ragazza, ma quell’aria inquietante di indifferenza che ha sul viso serve solo a celare i primi sintomi dell’allucinazione, del delirio e infine della pazzia. Mostri che John rigetta all’esterno, immaginando che la violenza bruta che sente dentro non sia la sua ma quella di una giovane e sadica vicina di casa, che lo costringe a partecipare a una seduta erotica masochistica, un incontro di boxe su un divanetto d’entrata. Ma chi è Kim, in realtà? Cosa si nasconde nella casa labirintica in cui lei abita, assieme alla sorella, tra stanze sudice zeppe di oggetti inutili gettati alla rinfusa?

Naboer potrebbe essere definito un film a tratti “pulp”, ma anche un dramma psicologico e un thriller erotico politicamente e umanamente scorretto, dove il sangue e il sesso sono la chiave per capire l’origine della follia. Ma è anche una pellicola capace di mostrare fino a dove si può arrivare per amore. Si può amare anche fino alla pazzia e uccidere. L’amore non è sempre un sentimento pulito ed edificante, si può trasformare, e Sletaune lo dimostra, in un folle scenario di violenza e delirio dove con il patner si condivide tutto il marcio che si ha dentro. Per John infatti l’amore è un sentimento sporco, che procura piacere solo se uno dei due amanti ne esce “bruciato” e ferito. Il sesso è violenza crudele e l’eccitazione una pratica che si alterna ai pugni scagliati con violenza sul viso. Il sangue che esce dalle ferite uno stimolo vampiresco che crea assuefazione.

Naboer è anche un “viaggio all’inferno” rimbaudiano, dove le azioni dell’uomo possono toccare la perversione più assoluta: ma se per il poeta francese il ’battello ebbro’ portava all’illuminazione, per John è il biglietto di sola andata per un manicomio criminale.

(Silvia Vincis http://www.nonsolocinema.com/)

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DREAM HOME 55 DREAM HOME proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub_Antonio

“La casa è un diritto?

La forsennata corsa ad ostacoli di una giovane donna capace di tutto pur di ottenere la casa dei suoi sogni (con vista mare). Il film è anche un omaggio, solenne e allo stesso tempo psicotico, alla città di Hong Kong, ai suoi palazzi, alle sue case, ai suoi appartamenti minuscoli destinati a rimanere per molti giovani single mete irraggiungibili visti i prezzi altissimi di tutto il settore immobiliare!”

Ferocissimo thriller/horror, datato 2010, proveniente da Hong Kong che incastra, in una struttura da slasher, tematiche sociali di notevole spessore ed attualità. Nella fattispecie, si parla del boom edilizio che ha investito Hong Kong e dei prezzi vertiginosi che hanno acquistato gli immobili, spesso fortemente in squilibrio con l’effettivo tenore di vita dei cittadini. Ed è proprio il sogno della bella Cheng, umile addetta al call center di un’assicurazione, poter acquistare una casa con vista sul mare. E pur di non infrangere il suo sogno, la ragazza è disposta a fare di tutto…anche a far scorrere fiumi di sangue. Dotato di una struttura a flashback , che svela progressivamente le motivazioni dell’assassino, “Dream Home” si segnala come bizzarro splatter d’autore, dotato di una cura tecnica molto elevata che va di pari passo con la larvata critica al sistema politico-economico-sociale di Hong Kong. Originale nello spunto, non sempre omogeneo nello sviluppo ma dotato di grande impatto visivo e di un equilibrio (talvolta faticoso) fra violenza estrema e humor nero, il film è ben diretto da Pang Ho-Cheung che, oltretutto, non è nuovo a film dalla scottante tematica sociale.

La pellicola mette in scena personaggi fallimentari, schiacciati da un sistema impietoso ed accecato dal denaro, resi abulici da una totale mancanza di prospettive e da un materialismo incarnito nell’animo. Infine impossibile non segnalare gli omicidi che si susseguono nel corso della vicenda, particolarmente efferati ed elaborati visivamente, che annoverano coltellate, ferri da stiro in volto, stecche di legno acuminate infilate in posti improbabili, sventramenti e tutta una serie di altre cattiverie indicibili.

Esperienza visiva da provare.

(http://www.alexvisani.com/)

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07aprile

DOMENICA UNCUT

Ore 18:30

FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS!

di Daihachi Yoshida, 2007.
(VO Sott. in italiano)

***
Ore 21:30

SURVIVE STYLE 5+

di Gen Sekiguchi,Japan, 2004.
(VO Sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/

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SURVIVE STYLE 5+ 40  SURVIVE STYLE 5+  Gen Sekiguchi film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Sopravvivere alla follia di Sekuguchi, moltiplicata per cinque

Primo lungometraggio dell’enfant prodige Sekiguchi che, in beffa all’atteso esordio, costruisce un film che in sostanza amalgama coerentemente cinque storie brevi di quotidiana assurdità. La poetica originale e divertita dei passati cortometraggi è riproposta con totale fedeltà, confermando così l’abilità di un regista che riesce a conciliare una spiccata sensibilità figurativa con un gusto narrativo accurato, perennemente sospeso sul filo del grottesco.

Cinque storie di ordinaria follia: un uomo che durante tutto il film uccide continuamente la moglie, la seppellisce nel bosco e tornato a casa la ritrova viva e vegeta. Un trio di ladri, due dei quali si scoprono gay. Un uomo che, portando la famiglia ad uno show, viene ipnotizzato irrimediabilmente e crederà di essere un uccello. Un pubblicitario che passa il tempo a immaginare bizzarre scenette per i suoi spot. E per concludere, due assassini di professione.

Il fedele sceneggiatore Taku Tada disegna, è il caso di dirlo, una rosa di personaggi davvero originali e curiosi, caratterizzati da ossessioni e debolezze fondamentalmente umane, che nonostante la propria natura dai contorni fumettistici permettono allo spettatore un’identificazione diretta, complice di sventure e situazioni dai risvolti imprevedibili. Sekiguchi lavora sul resto con una messa in scena di rara sensibilità cinefila, che attinge esplicitamente al rigore di Kubrick passando per i cromatismi esagerati del primo Almodovar; dai ridondanti dettagli scenografici di Wes Anderson all’ironia pop di John Waters. Il risultato, seppure fiaccato da un’evidente prolissità nella seconda parte, è intrigante ed appassionato: sembra di assistere ad un reboot apocrifo di Pulp Fiction, impreziosito di goliardia e depauperato dei dialoghi illuminati di Tarantino.

Di autentica genialità i caroselli visionari della commercial executive Yoko (la bravissima Kyôko Koizumi), perle di istantanea bizzarria che irrompono nelle già folli vicende dei cinque protagonisti. Un’opera di innegabile valore, tra le più fresche e riuscite nella recente produzione nipponica, che lascia ben sperare in un giovane regista talentuoso e, cosa affatto scontata, genuinamente originale.

(Jacopo Coccia  http://www.bizzarrocinema.it/)

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FUNUKE SHOW SOME LOVE, YOU LOSERS! 41  FUNUKE SHOW SOME LOVE YOU LOSERS! i Daihachi Yoshidai film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

L’antefatto di Funuke ci colloca subito nei paraggi della commedia nera. L’opera prima di Yoshida Daihachi, ispirata al romanzo di Motoya Yukiko esordisce in una splendida giornata di sole di una magnifica zona rurale in piena estate.

Una ragazza sta aspettando il bus, la strada è un nastro grigio d’asfalto che si snoda in mezzo ai prati verdi ed è ancora vuota. Sulla carreggiata, un gatto nero. La corriera che sopraggiunge cerca di schivarlo, uscendo di strada, il gatto lascia della strisce rosse di carne e sangue sulla strada grigia vuota.
La ragazza è la liceale Wago Kiyomi e i suoi genitori sono morti nell’incidente. Per il funerale la famiglia intera si riunisce. Kiyomi vive col fratello Shinji e la moglie dolcemente svagata, che lui maltratta senza che lei reagisca. Arriva da Tokyo anche la sorella maggiore Sumika (Sato Eriko), attrice bellissima.

A poco a poco si svelano i retroscena terribili del rapporto tra i tre fratelli Wago. Sumika è andata via di casa, senza il consenso del padre, che ha quasi cercato di uccidere, e dopo aver sedotto Shinji si è prostituita per racimolare la somma necessaria a fuggire in città. Kiyomi, appena quattordicenne, ha visto tutto, ha creato un manga sulla storia della malvagia sorella, vincendo anche un premio e rovinandone la reputazione nel piccolo villaggio. Kiyomi spia tutto quello che accade e possiede un talento straordinario, non meno della cattiveria della sorella, per trasferire sulla pagina la vita reale e le tragedie che la circondano. La meschinità e la mancanza di remore di Sumika diventano nutrimento e ispirazione per la matita di Kiyomi, che non può trattenersi dal disegnare. Kiyomi non è meno colpevole della sorella maggiore, e sopporta remissiva e docile le angherie di Sumika, che sta quasi per ucciderla con un bagno bollente e la costringe a recitare di fronte a parenti e amici le sue lodi fino allo sfinimento. Il lato sicuramente più interessante però del film è che la vicenda di conflitti familiari è arricchita dal contrasto tra due ambienti, uno concreto ben descritto, quella del pacifico e quieto paesino rurale e quello della grande città solo suggerito attraverso i flashback e le lettere al regista scritte da Sumika. Il regista crea un efficace contrapposizione tra l’apparenza placida e splendida della campagna e i marci e riprovevoli retroscena che in questa realtà, che dovrebbe essere rassicurante, si celano.

Spettacolare e un po’ troppo calcato e ad effetto in alcuni momenti, il film si snoda comunque con padronanza, e definisce comunque in modo adeguato le psicologie e i temi che affronta.

(Cecilia Collaoni http://www.asianfeast.org/)

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