Commedia

22 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 22 DICEMBRE

Ore 18:30
DOMANI SI BALLA!

di Maurizio Nichetti, 1982.


***
Ore 21:00
HO FATTO SPLASH

di Maurizio Nichetti, 1980.


***
Ore 23:00
RATATAPLAN

di Maurizio Nichetti, 1979.


PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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DOMANI SI BALLA!

Maurizio e Mariangela sono due cronisti che lavorano in coppia a caccia dello scoop per una disastrata emittente privata, Onda 33, l’unica TV che trasmette 24 ore su 24. A loro, il direttore dell’emittente, un dispotico cialtrone dal fare altezzoso e perentorio, riserva sempre i servizi peggiori, quelli scartati dagli altri reporter.

I due accettano loro malgrado la situazione, sognando di essere assunti un giorno o l’altro dalla potente “Etere TV”, una super-emittente in grado di trasmettere programmi inutili e con costose scenografie hollywoodiane, telegiornali con notizie dell’ultimo minuto, persino programmi in diretta da un aereo!

Mentre Maurizio e Mariangela si trovano alla Casa di Riposo “Lazzi e Strapazzi” per l’ennesimo servizio inutile, si imbattono in un vero scoop: l’aereo che trasmette per Etere TV precipita proprio nei pressi dell’ospizio. I due dipendenti dell’emittente che si trovavano sull’aereo sono sani e salvi, ma ridono e ballano apparentemente senza motivo.

In realtà i due sono stati contagiati dall’allegria e dalla voglia di ballare dei marziani, di passaggio con la loro astronave attorno alla terra.

Il film inizia con un omaggio a Georges Melies. Sui titoli di testa è stato infatti ricostruito il set del “Viaggio sulla Luna”. Un omaggio al padre del cinema fantastico, in una storia che nel 1982 veniva presentata come fantascienza, ma doveva diventare ben presto realtà nell’Italia delle TV private libere: lotta all’audience, anche a costo di terrorizzare il pubblico.

(http://www.nichetti.it/)

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HO FATTO SPLASH

Carlina é una giovane insegnante di scuola media, angosciata dal rapporto con i suoi alunni.

Luisa vorrebbe sfondare nel mondo dello spettacolo. Angela è una studentessa universitaria fuori corso. Le tre amiche dividono insieme un piccolo appartamento a Milano, dove cercano di vivere senza integrarsi nel sistema e sperimentando, almeno nelle intenzioni, modi alternativi di vita.

Un giorno ricevono la visita del cugino di Carlina, Maurizio. Il ragazzo si è addormentato a sei anni di fronte al televisore e si è risvegliato da poco, dopo un sonno profondo durato vent’anni, ma ancora non spiccica una parola….

Curiosa la scena dello specchio, la macchina da presa ‘entra’ in uno specchio e ruota di 360 gradi. La scena è stata realizzata interamente in studio ed ha richiesto la realizzazione di due scenografie identiche, ma speculari. Il film contiene inoltre il ‘piano sequenza’ più lungo che Nichetti abbia mai realizzato: cinque minuti di film senza stacchi.

(http://www.nichetti.it/)


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RATATAPLAN

Un neolaureato in ingegneria, l’Ing. Colombo, viene scartato alle selezioni per l’assunzione in una grande ditta multinazionale, non avendo superato un difficile test attitudinale. Abbattuto e demotivato se ne torna a casa, ancora senza un lavoro. L’appartamento in cui vive si trova in un disastrato edificio a corte con ballatoi, nella periferia più estrema della grande città. Un edificio abitato da persone di diverse età e nelle situazioni più disparate, ma con un paio di cose in comune: la consapevolezza di trovarsi ai margini e il desiderio disperato di un riscatto sociale.

Per un ingegnere disoccupato anche fare il lavapiatti in un chioschetto-bar può essere un lavoro dignitoso se ti permette di portare a casa qualche spicciolo. Il fatto di attraversare di corsa l’intera città per servire un bicchiere d’acqua rappresenta qualcosa di più di una semplice commissione. E’ un viaggio, un odissea segnata dalla determinazione e dalla voglia di farcela a tutti i costi. Ma per uno che voglia seguire una strada del genere, gli ostacoli da superare sono veramente infiniti. Così, quando l’ingegnere sembra essere riuscito a raggiungere i suoi obiettivi, ecco che improvvisamente si ritrova di nuovo disoccupato e torna nel suo misero appartamentino di periferia.

Se il lavoro non abbonda, allora perché non dedicare il proprio tempo libero allo sviluppo della propria creatività?

Un film realizzato con 100 milioni di Lire italiane, che ha incassato nel 1979 oltre 6 miliardi. Venduto in tutto il mondo grazie alla sua caratteristica di film muto, è l’unico film al mondo a possedere venti minuti realizzati con gli stessi attori, nello stesso luogo, ma in una stagione diversa. “Magic Show”, cortometraggio di Nichetti dell’anno prima, è infatti stato realizzato sullo stesso story-board, ma in estate; RATATAPLAN, girato in inverno, ripropone la stessa sceneggiatura nella parte centrale del film.

(http://www.nichetti.it/)


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14 Marzo : MANGIA IL RICCO / JOHN DIES AT THE END

DOMENICA UNCUT

Domenica 24 Marzo

Ore 18:30
MANGIA IL RICCO

di Peter Richardson, 1987.

Ore 21:00
JOHN DIES AT THE END

di Don Coscarelli,2012.
(VO. Sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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49 mangia il ricco eat the rich proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

 

 

 

MANGIA IL RICCO

Alex è un cameriere di colore e lavora in un ristorante di lusso a Londra. Per una inezia viene cacciato e si trova così senza un soldo e senza lavoro. Alex medita vendetta mentre il potente ministro della difesa, personaggio ambiguo e violento, conquista un crescente favore popolare. La situazione politica precipita e Alex decide allora di fare la rivoluzione con alcuni amici. Per prima cosa si impossessa del suo vecchio locale massacrandone i proprietari poi comincia a gestirlo in maniera piuttosto particolare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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JOHN DIES AT THE END 48 John dies at the end Don Coscarelli proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

La Soy Sauce è una nuova potentissima droga in grado di rendere visibili creature provenienti da altri mondi. Molti suoi consumatori tornano tuttavia dai “viaggi” completamente cambianti e con sembianze niente affatto umane. Alieni minacciosi stanno infatti utilizzando i corpi dei giovani ragazzi tossici come veicolo per invadere la terra. Solo due giovani nerd sembrerebbero gli unici in grado di salvare le sorti dell’umanità…

Il nuovo film di Don Coscarelli (“Phantasm”, 1979, “Bubba Ho-Tep”, 2002) è denso di simbolismi, metafore, dadaismi, invenzioni e creature degne di un Salvador Dalì cinematografico quale mostra di essere nel dipingere (più che filmare) questo prodotto molto onirico e assai poco – strettamente – cinematografico.
Qual’è la differenza tra un film e un sogno? Già, bella domanda. O tra un film e un incubo, sarebbe meglio chiedersi. Ma, d’altra parte: qual’è la differenza tra un sogno e un incubo? Queste, e altre domande mi ha stimolato “John Dies at the End”, pellicola molto attesa con la quale apro con contentezza il nuovo anno di recensioni. Dico con contentezza perché Coscarelli ci stupisce davvero, anche con effetti speciali, ma soprattutto con una storia cui dovrebbe esser dato un premio solo per la sceneggiatura, un dipinto, come dicevo all’inizio, più che una “scrittura filmica”, fatto di pennellate evocative che sfumano i loro contorni da un’immagine all’altra, creando arcobaleni gocciolanti che diventano mostri alieni ragnosi e imputriditi, per poi trasformarsi in maschere grottesche alla Max Ernst. La storia in sè non interessa a Coscarelli, che forse è ispirato da un Borroughs, da un Lovecraft, ha letto il libro omonimo di Wong da cui trae la sceneggiatura, ma poi si differenzia da queste ispirazioni perturbanti-letterarie lanciandosi nel reef del suo immaginario inconscio portandosi dietro gli spettatori tutti all’inseguimento.

Ci troviamo nella provincia statunitense, in compagnia di due amici trentenni, Dave ( Chase Williamson) e John (Rob Mayes). John si imbatte in un gruppo di giovani ad uno sconclusionato concerto di un gruppo di provincia, e durante tale evento viene introdotto all’uso di una strana droga, la Soy Sauce, nera, petroleosa e improbabile sostanza iniettabile. Dave annusa l’imbroglio cosmico e rifiuta di assumerla, ma per sbaglio si punge con una siringa di John, e scopre così che gli alieni usano i corpi degli inetti umani per invadere la terra. Il film è un fuoco d’artificio semidelirante, deliberatamente autoironico in alcune sequenze (come quella in cui la maniglia di una porta si trasforma in un grosso pene), a tratti difficilmente comprensibile nei suoi sviluppi e nelle sue contorsioni nelle quali domina sempre la visionarietà di un regista che se ne frega bellamente di tutti gli stilemi drammaturgici perturbanti e horror. Coscarelli cucina con la sua fantasia allo stato puro, mescolando ingredienti e provando nuove salse in un turbinio continuo di espedienti e inquadrature che non stancano mai, nonostante i 99 minuti di pellicola.

Forse alcuni dialoghi avrebbero potuto essere in verità debitamente accorciati, e poteva forse avere una funzione più pregnante anche la cornice narrativa del drugstore nel quale Dave racconta la sua incredibile storia a un ambiguo giornalista, un Paul Giamatti dannatamente sornione, come lo Stregatto di Alice. Eccola qui d’altronde l’associazione giusta: “John Dies at The End” è la versione maschile (omosessuale?) di “Alice in wonderland” di Lewis Carrol, una specie di “giorno del non-compleanno” del sottogenere a noi caro, dove tutto può accadere.

Non dobbiamo certo nasconderci che “John Dies at the End” è un film difficile, sicuramente astruso per certi palati abituati ai soliti plot horror, così rassicuranti nella loro cornice di inquietudini costruite a tavolino dai sempiterni Michael Bay and company.

Qui siamo su un altro pianeta, insieme ad Alice, appunto, col Cappellaio Matto, lo Stregatto e altro ancora, senza che ci vengano tuttavia risparmiate scene gore e pennellatine alla Lynch (come la protesi alla mano della giovane Amy). Come può mancare, in questo contesto “il portale” verso un altrove alieno? Lo troverete, naturalmente, ma naturalmente uguale e insieme diverso da come ve lo aspettereste. “John Dies at The End”: oggetto molto bizzarro e proprio per questo da vedere e studiare con attenzione e cura.

(http://psicheetechne.blogspot.it/)


3 Marzo

DOMENICA UNCUT

Domenica 3 Marzo
NOBORU IGUCHI PAPA!

Ore 18:30
ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD

di Noboru Iguchi, 2011.
(VO sott. in italiano)

Ore 21:00
DEAD SUSHI

di Noboru Iguchi, 2012.
(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
http://kinesistradate.wordpress.com/
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NOBORU IGUCHI è il maestro riconosciuto dei B-movies trash. Una sorta di Ed Wood in salsa splatter-demenziale. Come spesso accade a chi estremizza i suoi prodotti e trasmette al pubblico il divertimento che prova a realizzarli, è ormai un regista di culto e i suoi film girano i festival di mezzo mondo. Anche se talvolta le sue trovate possono dar fastidio o provocare addirittura la nausea, non si può negare che si sia in presenza di un talento inventivo, seppur al servizio della distorsione visiva e comunicativa. A fianco di una lunga esperienza nel campo degli Adult Video, in cui ha fatto film su quasi ogni aspetto delle perversioni sessuali, Iguchi ha realizzato – spesso in cooperazione con Nishimura Yoshihiro, mago degli effetti speciali e più volte regista di film analoghi di grande successo – vari film che uniscono sesso, horror, splatter, fantastico e ogni possibile genere e contaminazione di genere.
Dead sushi, realizzato l’anno dopo il successo della commedia horror Zombie Ass, definita “escatologica”, in cui gli zombie escono dal water, è un film che non può mancare in una maratona di mezzanotte degna di questo nome.

[Franco Picollo http://sonatine2010.blogspot.it/]

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ZOMBIE ASS : TOILET OF THE DEAD 42 zombie ass  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Zombie Ass di Noboru Iguchi racconta di un gruppo di amici che parte in vacanza nei boschi. Niente di nuovo, dite? Beh si, ma questa volta il film non si prende sul serio neanche per cinque minuti e fa una delirante variazione sul tema. Una ragazza del gruppo ingerisce un verme trovato in un pesce per restare magra (???). Subito dopo il gruppo viene aggredito da uno zombi che li costringe a fuggire verso un mucchio di costruzioni e, soprattutto, verso un bagno, visto che l’aspirante modella ha dei crampi orribili. Malgrado le condizioni igieniche degne del bagno di Trainspotting, la giovane decide di usarlo comunque e nel mentre qualcosa si muove sotto di lei…

Durante la fuga da una prima ondata di zombi maleodoranti e ricoperti di liquami, i cinque si rifugiano in casa dello strano Dr. Tanaka e di sua figlia Sachi. Inizia l’assedio e, a garantire una buona dose d’azione, c’è la protagonista che padroneggia le arti marziali.

Delirante, imbarazzante, divertente, spesso di pessimo gusto, con brutti effetti speciali e un bodycount prevedibilissimo, il film non delude le aspettative di chi decide di passare la serata guardando qualcosa dal titolo così improbabile. Tutti gli stereotipi jap del genere sono rispettati: bondage, divise da studentesse tagliate in punti chiave, mostri vermiformi e fallici, scienziati pazzi, ecc. Il regista ha dichiarato di voler fare un film con persone infettate da parassiti e con belle ragazze che “fanno aria”: un proposito infantile su carta, ma ben realizzato e divertente.

Anche per gli standard giapponesi, questo film è estremo e non è certo adatto a chi si scandalizza o si schifa facilmente. A chi, invece, piace il genere il consiglio è di vederlo assolutamente: molto splatter, divertente, con belle scene di erotismo soft e un combattimento finale ancora più delirante del resto del film…

Zombie Ass è perfetto per una serata fra amici con un buon quantitativo di birra…

(DRIVER http://www.splattercontainer.com/)

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DEAD SUSHI  43 dead sushi  film  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

E se fosse il Sushi ad azzannare voi?

Noboru Iguchi ci svela un segreto spaventoso: anche il Sushi ha un’anima, dei sentimenti, una dignità. E soprattutto anche il Sushi ha fame, fame di Sushi Umano!!! Dopo aver visto il Trailer di Dead Sushi non potrete più guardare allo stesso modo un piatto di questa tipica specialità giapponese…il terrore che uno di quei bocconcini colorati si animi e vi azzanni la gola sarà troppo forte. Lo so. I ristoranti giapponesi doteranno i propri clienti di giubbotti di kevlar ed elmetti antiproiettile e, fra le norme, oltre ad assicurarvi che il pesce con il quale è stato realizzato il sushi è freschissimo, i proprietari dei locali dovranno garantirvi che il Sushi è stato ucciso prima di essere servito in tavola.

Lo so. Avrete paura.

Grazie Noboru Iguchi, maestro di saggezza, non vediamo l’ora di goderci questa tua nuova opera, un capolavoro annunciato.

Recitano, combattono, mangiano e uccidono Sushi in questa pellicola Rina Takeda e Shigeru Matsuzaki…Dead Sushi!!!

(Actarus http://www.splattercontainer.com/)

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DOMENICA 3 FEBBRAIO

DOMENICA UNCUT

Domenica 3 Febbraio

ore 18:30

TOKYO!

di M. Gondry, L. Carax, Joon-ho Bong, 2008.

(VO sott. in italiano)

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Ore 21:00

HOLY MOTORS

di Leos Carax, Francia, 2012.

(VO sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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HOLY MOTORS34 b tokyo carax proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Trama:
In una città sovraffollata, dove le strade si intrecciano e i palazzi si sviluppano in tutte le direzioni, una ragazza trova il modo di rendersi davvero utile trasformandosi in una sedia, un uomo dall’aspetto mostruoso emerge dalle fogne e terrorizza la città e un eremita urbano rompe il proprio isolamento scoprendo però che tutti gli altri hanno fatto come lui.

Tre gaijin (stranieri) raccontano la città emblema del Giappone: Tokyo, paradigma del progresso postmoderno delle “civiltà del nord” e allo stesso tempo emblema del paradosso che le caratterizza. Nel parossismo del traffico, della folla e delle luci prendono corpo tre storie ricche di temi densamente nipponici e al contempo universali, quantomeno per chi appartiene alla cultura delle metropoli.

La domanda da cui tutti partono è: sono gli uomini a dare forma alle città o viceversa? Interrogandosi sul rapporto fra uomo e spazio e fra uomo e uomo, tutti e tre i registi sono approdati al racconto di storie surreali ed estreme. In un mondo in cui si ha ragione d’essere per quello che si fa, una giovane ragazza senza ambizioni si sente davvero utile solo quando kafkianamente un giorno si trasforma in una sedia. Se improvvisamente un essere mostruoso scombussola lo status quo con la sua carica anarchica, il sistema lo neutralizza trasformandolo in icona mediatica. Quando l’umanità si trasforma in un agglomerato di monaci che non hanno alcun contatto fra loro, ci vuole un terremoto, forse quello definitivo, per rianimare i sentimenti originali dell’uomo in quanto animale sociale. In tutti i casi, il punto di forza è l’immagine. La stessa estetica accurata caratterizza infatti i tre capitoli che compongono il film, per quanto declinata in tre stili diversi.

Le firme dei tre registi sono riconoscibili, eppure in tutta l’opera si respira un gusto visivo molto giapponese. Nell’episodio Interior Design, per fare un esempio, la rappresentazione della trasformazione in sedia della protagonista è sorprendente e marcatamente gondriana, mentre la sequenza in cui la coppia discute, girata con un lungo carrello all’indietro, ha la severità e il realismo dei classici nipponici.

(Francesca Arceri http://www.hideout.it)

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HOLY MOTORS 35 holy motors carax proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub

Trama:
A bordo di una lunga limousine bianca Oscar si reca ogni giorno ai suoi numerosi appuntamenti di lavoro: la sua professione è vivere le vite degli altri, una dopo l’altra, come fulminei episodi di un film collettivo. Nel suo camerino di bordo si trasforma in banchiere, padre di famiglia, lottatore, assassino, troll, anziano morente; ma chi è Oscar veramente in un mondo in cui tutta la realtà è virtuale e ogni vita è una pantomima?

Il cinema è una grande macchina per produrre sogni e visioni che ci creano e ci trasformano, un veicolo capace di intervenire nei processi di identificazione che fanno di ogni soggetto ciò che è, fornendogli una “identità”.

Oniricamente, Leos Carax prende alla lettera questa idea e in Holy Motors ci trasporta per le strade di Parigi all’interno di una carnevalesca limousine a bordo della quale il signor Oscar, figurante esistenziale, ha il suo ufficio-camerino. Di lavoro Oscar si mette nei panni degli altri, interpreta episodi di vite altrui, vive vite, identità, sempre assorbito nel suo ruolo, apparentemente immune agli urti esistenziali e addirittura alla morte che non è mai la sua, è sempre cosa d’altri e comunque sembra sempre una messa in scena. E come non gli appartiene nessuna delle morti che interpreta, non gli appartengono veramente neanche le vite che recita così bene nell’inanellarsi frenetico dei suoi “appuntamenti di lavoro”.

Cosa resta allora dell’identità di un individuo se ogni azione che compie richiede di indossare una maschera e di interpretare un ruolo scimmiottando modelli prefabbricati in serie? Dove sta la realtà se le parole che pronunciamo sono sempre la ripetizione di qualcosa che è già stato pensato e scritto in un copione, se le forme e i generi attraverso cui il nostro corpo e il nostro linguaggio si esprimono sono già state concepite e ci condizionano? Forse che un incidente, un malessere fisico, un sintomo incontrollabile possono permettere all’esistenza e al desiderio di ognuno di noi di emergere nella loro singolarità?

Attraverso un dispositivo mesmerico di episodi in successione (con tanto di folle entracte), Carax porta in scena la sua nevrosi antisociale e denuncia la nostra capacità opportunistica e menzognera di giocare con il sembiante, di indossare delle maschere, di trasformarci in fantasmi capaci di rispondere alle aspettative altrui. Complice dell’impresa, lo straordinario e mostruoso attore-feticcio Denis Lavant, che assume sulle sue spalle (dis)umane tutto il peso delle trasfigurazioni linguistiche e formali di Holy Motors insieme ad alcune presenze-apparizioni eccezionali: Michel Piccoli, Eva Mendes e Kylie Minogue in una commovente versione Jean Seberg.

Precinema, musical hollywoodiano, fantascienza, film d’azione, computer grafica, animazione e citazioni infinite danno forma a questo pazzo metacinema in cui trova ampio spazio anche l’autocitazione attraverso, tra l’altro, il candido e infernale signor Merda apparso per la prima volta in uno degli episodi del film collettivo Tokyo!. Nel delirio della finzione che sfuma nella realtà, ci accompagna costantemente uno scricchiolio, forse della barocca sala cinematografica su cui un Carax gran manovratore veglia mentre gli spettatori assistono alla partenza di una grande nave da crociera, o forse di quella stessa sala/nave su cui ci troviamo noi a vagare ciechi nella notte.

(Silvia Nugara http://www.cultframe.com)

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Domenica 6 Gennaio

DOMENICA UNCUT

Domenica 6 Gennaio

Ore 18:30
COCKNEYS Vs. ZOMBIES

di Matthias Hoene, Uk, 2012.
(V.O. sott. in italiano)

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Ore 21:00
JUAN DE LOS MUERTOS

di Alejandro Brugués, Cuba, 2011.
(V.O. sott. in italiano)

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cockneys vs zombie

cockneys vs zombie

COCKNEYS Vs. ZOMBIES

Gli zombi mi hanno un po’ rotto il cazzo, e secondo me pure ad alcuno di voi. Per carità, sono belli, cannibali, gore e mortali; sono la fidanzata perfetta – puzza a parte, ma forse tra di voi c’è chi si accontenta – ma con quel difetto della fidanzata perfetta che alla lunga caga il cazzo, per

ché gli si può dire quello che si vuole ma alla fine gli zombi restano zombi e che abbiano iniziato a correre o meno non fanno nulla di più di quelli di Romero, vecchi di 44 anni, e a dirla tutta fanno pure meno metafora sociale, e paura.

Cockneys vs Zombies è il film che per quest’anno ha salvato il genere dalla completa rottura di cazzo. È tipo l’unica commedia con gli zombi che non vuole fare Shaun of the Dead e riesce a far ridere molto comunque senza mai cadere nella parodia e nel banale; è quel miracolo divino che ti fa dire grazie d’esistere agli inglesi, agli zombi e grazie ad Alan Ford per le parolacce.

Per chi non lo sapesse: i cockney sono quei londinesi proletari che vivono nell’Est End della città e parlano il cockney, dialetto londinese che consiste nel mangiarsi più parole possibili e dire parolacce.

“Un film con zombi che SERVE.”
Jean-Claude Van Gogh, i400calci.com

(http://www.i400calci.com/)

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JUAN DE LOS MUERTOS : GLI ZOMBIE INVADONO CUBA

JUAN DE LOS MUERTOS

JUAN DE LOS MUERTOS

A cinquant’anni di distanza dalla storica Revolución, una nuova rivoluzione sta per iniziare a Cuba. È quanto promette lo slogan di un film che uscirà nell’autunno del 2011 e che sta già riscuotendo un grande successo tra gli abitanti dell’isola – e non solo.

Juan de los Muertos fa parlare di sé per vari motivi. Primo: è un film cubano che non rispetta gli schemi osservati, tradizionalmente, dal cinema nazionale dell’isola comunista. Secondo: per essere un film locale e indipendente, ha un budget molto elevato per gli standard cubani (2.300.000 dollari). Terzo: è il primo film cubano… sugli zombie.

È una commedia-horror satirica e sanguinosa, che alternerà risate e smorfie di disgusto. Il regista Alejandro Brugues la descrive così: “È comunque un film molto ‘cubano’, che prende in giro il nostro modo di pensare e fare. Per esempio, ecco come reagiamo ai problemi: prima cerchiamo di ignorarli; poi proviamo a fare soldi sfruttando il problema; e infine ci buttiamo in mare e cerchiamo di scappare dal Paese. È proprio quello fanno i nostri eroi nel film”.

Il film prende in giro (leggermente) anche la retorica politica dell’isola. Appena i morti-viventi lanciano l’invasione, per esempio, i media nazionali accusano gli americani di sostenere i dissidenti-zombie con l’obiettivo di destabilizzare Cuba. Pian piano, però, si scopre che la storia è più complicata.

(http://bashiri-heri.blogspot.it/)


11 Novembre // Sound Of Noise // Ex Drummer

DOMENICA UNCUT
DOMENICA 11 NOVEMBRE

ORE 18:30
SOUND OF NOISE di Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson, 2010.

(VO sott. In italiano)
ORE 21:00
EX DRUMMER di Koen Mortier, 2007.

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
PROIEZIONI GRATUITE

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SOUND OF NOISE
Nel 2001 i due registi svedesi Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson girano un cortometraggio dal titolo “Music for one apartment and six drummers” [VIDEO]. La storia? Cinque uomini e una donna salgono su un’automobile e raggiungono un appartamento. Una volta dentro cominciano a suonare mobili, elettrodomestici, soprammobili, utensili da cucina e tutto quello che capita loro sotto mano. I sei continuano imperterriti, almeno finché non entrano in casa i veri proprietari dell’appartamento.

La storia, questa volta, parte da più lontano: Amadeus Warnebring discende da un’importante famiglia di musicisti, tra compositori, pianisti e direttori di orchestra. Lui invece fa il poliziotto e, per la precisione, è responsabile dell’antiterrorismo. Amadeus si tiene ben lontano dalla musica, ma quando la musica diventa un caso da seguire e i musicisti diventano dei colpevoli da arrestare, le cose per lui cambiano. La città è infatti presa sotto assedio da sei musicisti che improvvisano dei veri e propri atti terroristici suonando in luoghi non convenzionali e con strumenti non convenzionali. Il loro scopo e di scoprire e far riscoprire il suono della città, quello di Amadeus è di catturarli.
Forse.
Nonostante il punto di inizio sia quanto di più lontano dalla narrativa cinematografica intesa in senso stretto (“Music for one apartment and six drummers” è molto più simile ad un videoclip che ad un cortometraggio), “Sound of noise” si regge in maniera ottima sulle proprie gambe grazie ad una storia naif e dal ritmo travolgente. L’idea che conquista è quella di trasformare questo film in un classico heist-movie, dove al posto delle rapine, però, ci sono attacchi di guerriglia musicale assolutamente geniali, che oscillano tra la poesia (Electric love), la dissacrazione (Money 4 U, Honey, Doctor doctor give me gas (in my ass)) e la rivendicazione artistica (Fuck the music (Kill! Kill!)). E’ questo il difficile equilibrio su cui si muove il film, perennemente in bilico tra il serio e il faceto, tra la riflessione e il cazzeggio.

Ola Simonsson e Johannes Stjarne Nilsson dirigono un film dal ritmo perfetto, stralunato ma solido e solo apparentemente superficiale. “Sound of noise” è infatti un film musicale davvero originale, che porta un nuovo punto di vista (anche cinematografico) sul genere.
(http://www.pellicolascaduta.it/)

EX DRUMMER  

Tratto dal romanzo di culto di Brusselmans Herman , “Ex Drummer” è una produzione belga del 2007 che s’immerge nel mondo dello “scum punk” con il vigore della commedia nerissima e surreale, intrisa di atmosfere luride e carica di splatter .

Uno scalcinato trio di disabili (uno stupratore con problemi di articolazione labiale, un tossico mezzo sordo ed un ragazzo gay dal morboso rapporto materno) ha intenzione di creare un band punk con cui partecipare al più importante raduno rock fiammingo. In cerca di un batterista per il gruppo i “nostri” si rivolgono a Dries, scrittore cinico e di grande successo, poiché sono convinti che un elemento popolare potrebbe garantire fortuna alla band. Dries accetta e s’inventa come personale handicap quello di non saper suonare la batteria (!!?). Nascono i “The Feminist” e la discesa nel vortice del degrado e della violenza ha inizio.
Dries, dall’alto della sua ricchezza, cultura ed intelligenza diverrà ben presto il leader della band e sfrutterà questo potere a suo piacimento, senza pietà per nessuno…

Shockante, politicamente scorretto, sfrenatamente nichilista, “Ex Drummer” è un film che vive di una narrazione sincopata, fatta di situazioni che sovente calcano la mano nello squallore generato dai più bassi istinti umani. E proprio come feroce (anche se talvolta si subodora furbizia da parte del regista Mortier) critica nei confronti dell’uomo e della società si pone l’opera in questione che mostra un mondo ai margini di tutto, dove l’unica possibilità di fuga è rappresentata da una musica che lascia esplodere rabbia, frustrazione e disperazione. In questo quadro degradato, dove droga, violenza e sesso primitivo paiono rappresentare il linguaggio comune, si muove la figura cinicamente borghese e arricchita di Dries che, quasi a voler distruggere le proprie origini proletarie, sfrutta il potere per assoggettare i più deboli, da utilizzare come cavie per “ispirazione da scrittore” o più semplicemente come oggetti di mero divertimento e sfogo.

Koen Mortier, all’esordio nel lungometraggio, fornisce una prova di regia molto tecnica e virtuosa seppur ammanti il suo stile di sporcizia ed utilizzi, a tratti, la camera a spalla in modo epilettico e nauseante. Sangue, omicidi, amputazioni, deiezioni, sesso brutale ed altri orrori assortiti vengono sparati in faccia allo spettatore in grande quantità e rendono talmente smaccata la violenza da avvicinarla a quella di cartoon malato e pornografico.

Anche per questo motivo “Ex Drummer” funziona più nei momenti estremi che nella sua interezza e non fornisce (volutamente) alcun trasporto empatico nei confronti dei personaggi che lo affollano. Efficace la colonna sonora che annovera numerose band punk e che vanta una spiritata cover di “Mongoloid” dei Devo e devastante la rappresentazione finale del raduno rock fiammingo, con i vari cantanti che si comportano in perfetto stile GG Allin.

(http://www.alexvisani.com/)

 


LENINGRAD COWBOYS GO AMERICA // THIS IS SPINAL TAP

DOMENICA UNCUT – SESTA STAGIONE

Domenica 23 Settembre

ORE 18:30
LENINGRAD COWBOYS GO AMERICA (Aki Kaurismäki, 1989)

ORE 21:30
THIS IS SPINAL TAP (Rob Reiner , 1984, V.O. sott. in italiano)

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

PROIEZIONI GRATUITE

Il kinesis si trova a 100 metri dall’ospedale di Tradate,
vicino alla CGIL e alla pizzeria il Ghiottone.
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LENINGRAD COWBOYS GO AMERICA

I Leningrad Cowboys sono un gruppo veramente esistente. Ciuffo enorme e scarpe con punte affilatissime abbinate a un sobrio completo nero sono la bandiera di questo strampalato gruppo. Regista di questo road-movie musicale è l’altrettanto imprevedibile regista finlandese Aki Kaurismaki, che con il gruppo musicale girerà un altro film, “Leningrad Cowboys meet Moses” e il live del gruppo con il Coro dell’Armata Russa.

La pellicola narra il viaggio del gruppo musicale che, partito dalla loro fredda città decidono di partire per l’America, in quanto lì piace qualsiasi cagata (musicale in questo caso). I nostri (naturalmente tutti fratelli) partiranno con un fratello congelato sul cofano di una Cadillac («Anche lui deve conoscere il nonno» li ammonisce il padre), accompagnati dal loro manager approfittatore e dallo scemo del villaggio che vuole avere un ciuffo come il loro. Giunti nella terra promessa racimolano qualche soldo suonando qua e là ma, dopo essere venuti a conoscenza del rock and roll, vengono subito mandati in Messico per suonare ad un matrimonio….

Da scanzonato qual era, ci accorgiamo ben presto che il film porta con sé una malinconia e un senso di muoversi rimanendo fermi che solo uno come Kaurismaki può conferire ad un film.

“Leningrad Cowboy go America” ha toni grotteschi che virano al drammatico e una malinconia così minimalista e fredda da scaldarti il cuore. Kaurismaki racconta con spietata ironia e calda partecipazione emotiva la vita ai margini dei Leningrad Cowboys che anche negli States rimangono fuori dal giro.

(Estratto della recensione di Maurizio Macchi pubblicata da Pellicolascaduta)

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THIS IS SPINAL TAP

Il più grande mockumentary di tutti i tempi!!!

Negli Stati Uniti This is Spinal Tap è un cult, citatissimo ovunque, in Italia non l’ha visto nessuno o quasi, circola in modo carbonaro su internet ma non è mai stato distribuito in lingua italiana.

In This is Spinal Tap c’è la presa in giro di tutto, ma quasi tutto quello che agita e rende ridicolo il mondo del rock.
Dai passaggi delle mode (innocuo folk, flower power anni 70, heavy metal, satanismo) alle mogli autoritarie dei divi, dalle bionde chiome alla Van Halen a baffoni + capezzoli scoperti + ascelle pelose stile Freddie Mercury, dai batteristi misteriosamente deceduti (come non ricordarsi di Brian Jones) alle groupies, dalle profondissime frasi prive di significato tipiche delle rockstar quando si fanno intervistare alle schitarrate la cui qualità viene certificata dalla durata e dall’uso contemporaneo di violini, dita dei piedi e amplificatori da 11.

Senza contare che, essendo il film girato nei primi anni 80, per noi che lo vediamo oggi c’è anche l’agghiacciante constatazione di quanto in basso la moda maschile e soprattutto femminile sia potuta scendere in quel decennio, tra fiocchettoni, frange, capelli cotonati, balze, trine e altre esuberanze.

(Estratto della recensione pubblicata da ComeMiPiaci)


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