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[3/NOV] AMERICAN MARY // HELLDRIVER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 3 novembre 2013

Ore 18:30
AMERICAN MARY

di Jen Soska, Sylvia Soska, 2012.
(VO sott. italiano)

***
Ore 21:00
HELLDRIVER

(ヘルドライバー)

di Yoshihiro Nishimura, 2010.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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AMERICAN MARY

Se mai, nella storia del cinema horror, è esistito un film dichiaratamente “femminista” nel senso più stretto del termine, non potrebbe che essere questo American Mary, vero e proprio canto del cigno al sangue sull’emancipazione della donna.

Colpevoli dell’operazione sono due sorelle gemelle qui alla seconda prova registica, le signorine Soska, presenti nel film in un piccolo cameo nel ruolo di due gemelle dark che non possono essere siamesi perchè non legate nella carne (in pratica loro stesse).

Queste gentili donzelle ci portano attraverso il volto glaciale ma ultrasexy della protagonista, Mary Mason (bastava una …lyn in più sul nome per rendere esplicito l’omaggio!), in una sorta di inferno underground ambientato per lo più dentro un locale striptease dove transitano un considerevole numero di persone a cui non sembra giusto che sia Dio a decidere del loro aspetto fisico.

Studentessa promettente in chirurgia, Mary deve sanare il suo disastroso bilancio e tenta un colloquio in questo dubbio locale come lap dancers, ma il proprietario, dedito alla tortura e all’estorsione scopre subito le sue potenzialità nel ricucire e tagliare la carne delle vittime dei suoi “interrogatori”. Da lì a poco Mary verrà contattata dall’assurda Beatress, una sosia di Betty Boop a cui la chirurgia plastica ha dato contorni grotteschi: le serve un chirurgo che tolga quegli ultimi elementi femminili alla sua amica Ruby Realgirl che ambisce a diventare a tutti gli effetti una bambola di carne attraverso l’asportazione dei capezzoli e la chiusura semitotale del pube (una sorta di Barbie in carne umana). Invitata ad una festa di chirurghi Mary viene drogata e violentata dal suo professore, un gesto vigliacco che scatenerà in lei una vendetta senza precedenti.

Le sorelle Soska riprendono il tema della nuova carne portato avanti da David Cronenberg a partire dagli anni settanta, e lo sposta nel circuito degli appassionati di impianti sottocutanei, piercing e roba del genere. Mary diventa una poetessa della manipolazione fisica di chi vuole cambiare, di chi vuole mutare la propria forma con sembianze spesso simili a quelle del diavolo (o Dio?). Mary diventa anche un angelo vendicatore implacabile, oscillando tra una lucida pazzia e un normale sadismo omicida eppur capace di sentimenti d’amore (ma la storia d’amore con il proprietario del locale rimane solo accennata). Lo stile cinematografico, non esente da qualche imperfezione dettata probabilmente dall’inesperienza, è asciutto e scorrevole, l’attrice Katharine Isabelle è perfetta nella sua duplice interpretazione di crudele dominatrice e sensuale innocente, difficile dimenticarsi del suo volto e del suo sguardo a fine visione. Inutile dire che il sangue scorre a fiotti ed alcune scene rasentano l’insostenibile, ma la pellicola è quanto più distante si possa trovare dal Torture porn, nulla di quanto si vede appare gratuito, tutto è perfettamente inserito in una storia drammatica e crudele alla quale è difficile non appassionarsi.

Affine per certi versi a Excision, American Mary si presta a diventare un piccolo capolavoro del nuovo cinema horror al femminile, che tra non molto inonderà di sangue e Mascara le sale di tutto il mondo.

(Dottor Satana http://www.splattercontainer.com/)


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HELLDRIVER

E tre anni dopo ci troviamo a guardare il nuovo film del regista di Tokyo Gore Police, quello che era stato un po’ il via o comunque facente parte della prima onda d’urto del (sotto)genere denominato poi ufficialmente Sushi Typhoon. Nel frattempo molta acqua è passata sotto ai ponti di questa remunerativa costola della Nikkatsu nata in maniera furba come aggiornamento del già esistente, ma bagnato da un’aura di esotismo spalmata a modo, giusto per allettare un pubblico prevalentemente nord americano.

E paradossalmente tanto ha fatto, visto che il filone si sta gonfiando, invaso dai molti cloni prodotti dalla concorrenza che stanno seguendo regole e modi dettati dai “pionieri” arrivando ad inquinare con le loro impronte anche impensabili prodotti pensati per la tv (The Ancient Dogoo Girl, Hara Peko Yamagami Kun). La marca caratteriale e continua del tutto? Gli effetti speciali particolarmente “autoriali” e pop; Nishimura Yoshihiro, infatti, nasce come effettista ma negli ultimi anni ha ampliato la propria azienda circondandosi di collaboratori e alleggerendosi la parte operativa dedicando più tempo a quella artistica e alla regia.

Helldriver è un successo, non fosse altro per il progresso macroscopico rispetto al precedente film e per la grande inventiva, ritmo e qualità che spesso sono del tutto assenti nei film prodotti all’interno di questa sorta di franchise. Il regista raddrizza il tiro, spinge di più sulla narrazione, e forte di un budget vistosamente maggiore regala un florilegio continuo, finanche eccessivo (ed è giusto che sia cosi), di invenzioni e trovate dove l’effetto è sempre la fonte primaria del meraviglioso.

Alla fine si storce il naso giusto per delle citazioni puerili e urlate di qualche successo hollywoodiano, ma fortunatamente sono soverchiate spesso da altre finezze tra cui vale la pena citare la co-protagonista Eihi Shiina che autocita sé stessa nel ruolo di Asami Yamazaki del bel Audition di Miike Takashi.
Il regista ha impatto, idee precise e un buon universo in testa anche se manca totalmente di senso del grandeur, di pathos e emotività, elementi che sorgono davvero di rado facendo però -di nuovo- avvertire una piacevole evoluzione nel proprio mestiere.
Un po’ di satira socio-politica e due sequenze esageratamente irripetibili sono le ciliegine sulla torta di questo delirio splatter pop che galoppa per due ora senza mai annoiare spingendosi ad occupare per intero tutti i titoli di coda e regalando il classico doppio finale, facendo in parte dimenticare le classiche cadute di stile e di mestiere; personaggi inutili che durano una manciata di minuti, lungaggini ripetitive e le classiche debolezze di Nishimura, grezzo, rozzo, a tratti tecnicamente analfabeta ma che con questi prodotti tutto sommato solari e di puro intrattenimento riesce ad evocare titoli concettualmente simili del passato e nomi di registi come Suzuki Noribumi, uniti alle follie del giovane Ching Siu-tung (senza ovviamente possederne lo stile).

Un film più scritto “quindi”, pregiato da quei giochi di sceneggiatura che sono solitamente assenti negli altri film uscenti dalla fucina della Nikkatsu/Sushi Typhoon ed eccessivo in tutto inclusi i titoli di testa che esplodono a metà metraggio e subito dopo un anomala scena tali da far ipotizzare un fine film, salvo poi smentirlo con una seconda parte ancora più delirante.

Una ragazza è continuamente vessata da sua madre, fin quando nel climax dell’ennesimo abuso una meteora colpisce la donna, giusto il tempo di permetterle di strappare il cuore alla figlia per poi pietrificarsi. La meteora ha anche il “merito” di trasformare la popolazione in una sorta di esercito di zombie alieni e il Giappone viene cosi diviso a metà da un muro al nord del quale risiedono tutti i contaminati. Scienziati del governo giapponese incastonano nel torace della ragazzina un nuovo cuore a motore collegato ad una katana dalla lama a catena (come una sega elettrica) al fine di inviarla nella zona a rischio; suo obiettivo primario, la ricerca della madre e il lancio di un segnalatore per fare in modo che i militari possano sganciare su di lei con maggiore precisione dei missili e annientarne la minaccia una volta per tutte. Ma l’obiettivo della ragazza è principalmente il riscatto, la vendetta e la ricerca di una sua felicità negata. Nel frattempo la madre risvegliatasi è divenuta il peggiore dei problemi che un paese possa avere, una creatura mutante capace di ergere, tra le altre cose, colossi monumentali composti di corpi (come nel bel racconto di Clive Barker In Collina, le Città). Gran tourbillon di comparse note (tra cui Takashi -Ju-On- Shimizu), buona colonna sonora e una confermata speranza per i prossimi lavori della Sushi Typhoon.

(Senesi Michele Man chi http://www.asianfeast.org/)

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[27 ott.] BARFLY // NAKED

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 27 OTTOBRE

Ore 18:30

BARFLY

(Barbet Schroeder, Usa, 1987)

***
Ore 21:00

NAKED

(Mike Leigh, UK, 1993)


PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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BARFLY

Un quadro di degradazione umana esce da Barfly; nessun ricorso alla caduta dei valori, alcun riferimento alla cattiveria delle persona, solo il dipinto di persone ai margini che scelgono un po’ per istinto un po’ per necessità e povertà di intenti, di restare lontano dalla vita produttiva e che conta. “Mosconi da bar”, appiccicaticci ascari che si annidano su una lercia sedia nella penombra di un pub le cui persiane rimangono chiuse alle 3 di pomeriggio; bicchiere in mano, sguardo spento, discorsi che languono e si abortiscono ancora prima di essere formulati con compiutezza, parole che vorrebbero sortire da gole ingrossate dagli alcolici ma che si soffocano da sole strozzate dall’ennesima pinta….
(Macina)


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NAKED

Inizia con quello che assomiglia ad uno stupro in una stradina mezza buia di Manchester: tanto per invitarci subito a non simpatizzare con quel genere di protagonista.
Dovremmo odiarlo questo Johnny dalla faccia d’angelo, ma di quelli sterminatori: il solito marginale. E nel film, la solita galleria di personaggi nella vertigine della civilizzazione.
E invece no: finiremo per adorarlo questo Johnny.

Già lo vediamo con un altro occhio, ora che sbarca a Londra: nell’appartamento incasinato di una sua ex-ragazza che ci coabita con l’amica; una specie di uccello notturno costretto a svegliarsi alla luce di mezzogiorno.
Sarà per la fragilità smunta delle due, o per una specie di detestabile yuppie che, parcheggiata la Porsche sotto casa, installa sé stesso e la propria legge ruffiana nei letti di casa. E sarà per quel modo tutto suo, che ha Mike Leigh di raccontare: con un pizzico di compassione, di tenerezza che affiora dalla paura per quegli abissi che si spalancano poco distanti; e, cosa più rara, un umorismo feroce. Strappato a viva forza da un contesto che ci invita a ben altre riflessioni.

È questo il tono di Mike Leigh, ciò che rende il suo film indimenticabile: la crudezza, la volontà di affondare nella miseria, di far sputare sangue e bestemmie ai suoi poveracci, ma di non perdere mai di vista la relatività di queste vicende terrene. Ben oltre la loro disperazione: quando raggiungono le spiagge, ancora più significative, della loro assurdità.

Nell’universo crepuscolare che Johnny continua ad esplorare, le sue osservazioni sono come sprazzi di vita: ci strappano la risata, ma al tempo stesso temiamo che queste situazioni degenerino. Perchè Johnny finirà ovviamente calpestato sull’asfalto, ma citando Shakespeare, e invocando l’Apocalisse, spiegando Omero ed Hitchcock ad un guardiano notturno; uno dei tanti personaggi dalla solitudine lunare. Mentre ad una delle sue belle racconta, che il Discobolo che fa da soprammobile, assomiglia al fattorino che consegna le pizze a domicilio.
Tutto organizzato attorno alla noncurante disperazione del suo protagonista, “Naked” nasce da un’esigenza assoluta di far cinema, di sprofondare l’occhio della cinepresa dove gli altri si fermano alle formule.

Così Johnny, smunto ancora per le botte prese, a malapena risistemato dalla cure dei suoi coraggiosi angeli custodi, dopo aver bevuto e pianto mormorando le canzoni dell’infanzia agrodolce di Manchester, cosa volete che faccia se non continuare a “derivare”?

E lo vediamo allontanarsi zoppicando lungo la riga bianca sull’asfalto, come un uccello fatto a pezzi che tentare ancora di svolazzare. Come il nostro tempo: ad altezza d’uomo. Ad aspirazione cosmica.

Premio alla regia e all’interpretazione maschile a Cannes.

(Andrea Olivieri )

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6/Ott. VISITOR Q // ICHI THE KILLER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 6 OTTOBRE 2013

Ore 18:30
VISITOR Q
(ビジターQ di Takashi Miike, 2001)
VO sott.Italiano

Ore 21:00
ICHI THE KILLER
(殺し屋1 di Takashi Miike, 2001)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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VISITOR Q

Faresti sesso con un genitore? Picchieresti tua madre?Sono alcune delle domande che fanno nei centri psichiatrici vecchia maniera, per capire il tuo grado di pazzia. Quiz: rispondere con una crocetta sul sì o sul no.Miike comincia il film dando realtà fisica a queste domande, illustrandoci una situazione familiare allucinante in cui i rapporti tra gli individui ed i canonici valori sono completamente ribaltati…La figlia maggiore ma ancora studente vive fuori di casa e si prostituisce per mantenersi. Tra i clienti avrà il padre, complessato eiaculatore precoce, che fa il reporter per la tv e sta conducendo un indagine sul fenomeno del bullismo giovanile con dubbi risultati. Verrà preso a sassate in testa da un personaggio indefinibile, un giovane, che porterà a casa sua. Il figlio è il despota della madre, la riempie di frustate con dei battipanni senza alcuna ragione, la picchia e basta. La donna è tossicodipendente all’insaputa di tutti e si prostituisce solo per pagarsi la droga. Il figlio è quotidianamente vittima del bullismo di compagni di classe che si spinge fino a casa sua, dove gli sparano contro petardi e fumogeni…Insomma, una situazione davvero pazzesca, nella quale il “visitor” s’inserisce come figura comprensiva e tollerante, si relaziona con affetto con tutti tranne con la figlia assente, che incontrerà solo nel finale.Poco dopo il suo arrivo tutti i soggetti della famiglia cominciano a “ribellarsi” alla loro condizione, e allora se la situazione precedente era definibile pazzesca, per quella che segue non ci sono aggettivi.Il finale sarà un curioso ritorno al nettare materno, un arretramento collettivo all’infanzia, un punto da cui ripartire.Trama ermetica, enigmatica. Se qualcosa non “dovrebbe” accadere puoi star certo che accadrà.Horror psicologico, amorale, senza sangue ma molto più orticante di uno splatter, con persino alcune scene di irresistibile comicità.Miike è un grande, ma forse non è per tutti. (http://robydickfilms.blogspot.it)


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ICHI THE KILLER
Come limite estremo Ia violenza, e non più il sesso, è l’ultima frontiera – e Takashi Miike lo sa. Regista fuori dagli schemi con uno stile personalissimo, dotato di ambizione, talento ed energia spropositati, Miike ha alzato rapidamente la posta della violenza fino a livelli che sembrano, a seconda dei punti di vista, ripugnanti, terribili o assurdi. Malgrado le connotazioni di feticismo presenti nell’opera di Miike – ha per il piercing la stessa ossessione che Hitchcock aveva per le bionde algide – c’è in lui un lato comico, addirittura umanistico.

Il suo ultimo oltraggio al pudore è Ichi the Killer, un thriller gangsteristico basato sul fumetto cult di Hideo Yamamoto. Un inetto si trasforma in un’implacabile macchina da guerra ma alimenta il fuoco della rabbia con lacrime di ricordi delle sue umiliazioni adolescenziali. Pur richiamando alla memoria Crying Freeman, un famoso manga su un killer piangente, Ichi the Killer aggiunge un effetto nuovo e perverso: l’eroe gode ogni volta che uccide. La storia inizia con un tipico luogo comune dei film di gangster: il capo di Anjo-gumi e la sua giovane amante vengono uccisi; i superstiti, guidati dall’impetuoso vice di Anjo, Kakihara, sciamano rabbiosi per tutta Shinjuku, assetati di vendetta. Kakihara dà la caccia al killer del suo capo con una calma inquietante, punteggiata da esplosioni di crudeltà diabolicamente originali. Mentre il numero dei cadaveri aumenta, si avvicina il momento della resa dei conti: Ichi contro Kakihara. Chi perde, a quel che sembra, non andrà a fare compagnia ai pesci, ma finirà ridotto in poltiglia dentro un sanguinoso action painting. Shinya Tsukamoto e Sabu, entrambi acclamati registi indipendenti per conto loro, sono convincenti nei rispettivi ruoli, e aggiungono ai loro modelli manga una terza dimensione, quella umana.

Ma è Tadanobu Asano, nei panni di Kakihara, il centro malefico e sogghignante di questo film estremo. Abituato a calarsi nei panni di tipi tranquilli che ribolliscono di un fuoco interiore, Asano interpreta il boss dai capelli color fuoco con una giovialità psicopatica agghiacciante.

Mark Schilling (http://www.fareastfilm.com)

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Video

29 Set. REPULSIONE // L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 29 SETTEMBRE

Ore 18:30
REPULSIONE

(Repulsion, Roman Polanski, 1965)

Ore 21:00
L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

(Le locataire, Roman Polanski, 1976)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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REPULSIONE

Estraniante e febbrile discesa lungo le strettoie della mente umana, nei labirinti della follia dove è arduo districarsi. Se si intraprende questo lungo e oscuro sentiero, la normale quotidianità trasfigura in un allucinato susseguirsi di movenze, pruriti, paure attraverso i quali incedere a passo informe e irreversibile. Roman Polanski filma una centrifuga di repulsioni e repressioni, ossessioni disturbanti e indicibili deliri notturni all’interno di un luogo di isolamento, un appartamento dalle pareti crepate lungo i cui solchi defluiscono sudori di pallida angoscia.

Carole (Catherine Deneuve) è una giovane e affascinante manicure di un centro estetico molto frequentato. A causa di alcuni disturbi della personalità, la sua bellezza rappresenta soltanto l’ultimo elemento di una vita vissuta in disparte: la giovane, infatti, soffre di una incomprensibile repulsione verso gli uomini che la spinge a isolarsi evitando le ingerenti avances di coloro che le ronzano intorno. In particolar modo sviluppa un crescente rigetto nei confronti dell’amante (sposato) della disinibita ed emancipata sorella Helen. Quando quest’ultima decide di partire per una decina di giorni con il concubino, la fragile sorella la supplica invano di non abbandonarla. Sola, in preda a psicosi domestiche irrefrenabili, Carole scivola lentamente in un delirio crescente di incubi inconfessabili che avanzano con andatura sinistra tra le pareti di casa.

Quando né le mura domestiche, né i confini della mente, si ergono a protezione delle nostre più profonde paure, anche il mondo che vive al di fuori diventa un inferno in terra. E se le ossessioni non sono altro che il rovescio della medaglia di subconscie frustrazioni e repressioni, allora il luogo nel quale si manifestano (e le manifestazioni stesse), per un gioco di repulsione/attrazione rappresenta l’unico (terrificante) posto vivibile. Polanski scava nei perversi condotti della psiche umana, e conferisce un’opprimente carica simbolica ad ogni elemento visivo che possa condurre lo spettatore a “cronometrare” (con il ticchettio assordante delle lancette o le campane di una chiesa) la discesa nella follia. La cena organizzata con la sorella Helen e il suo amante, dissertata dai due che preferiscono all’ultimo minuto il ristorante, è l’abbrivio dello sprofondamento di Carole in un graduale stato letargico che avanza inesorabilmente, come procede la putrefazione della carne (del coniglio esposto in salone) o i germogli dei tuberi abbandonati in cucina, residui stantii di quella cena negata. Nonostante il regista polacco non indaghi le cause (intuibili ma mai rivelate) di tale distacco dalla realtà, l’agghiacciante deliquio della sua protagonista è netto, e lascia crepe ovunque. Assoluto capolavoro di tensione visiva e psicologica (la sequenza della porta dietro l’armadio è da brivido), supportato da uno straordinario bianco e nero nel quale le ombre cerebrali diventano asfissiante tripudio di visionarietà.

(Giuseppe Salvo http://www.silenzio-in-sala.com/)


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L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

Un uomo di origini polacche, Trelkovski, affitta un appartamento dopo una curiosa trattativa col proprietario che lo inonda di divieti. L’inquilina attuale, Simon Chule, è in fin di vita all’ospedale dopo essersi gettata dalla finestra. Incuriosito la va a trovare in ospedale, restandone particolarmente colpito. La ragazza morirà e Trelkovski prenderà possesso della casa, solo che dovrà rendersi conto che più che un condominio è una specie di Regno. Tra i condomini vige un regime, dominato dal locatore dispotico, la portinaia pretoriana ed altri: o stai con loro o sei contro. Una situazione di vita angosciante, anche perché i condomini manifestano altri comportamenti bizzarri…

La cosa lentamente produce nel brav’uomo una condizione di persecuzione che diventa sindrome, comincia ad immaginare anche situazioni non reali, percepisce da parte dei condomini e persino da persone esterne il progetto di ucciderlo o meglio di portarlo al suicidio, proprio come Simon ha fatto prima di lui. All’inizio la situazione è persino relativamente comica, poi il film cresce, fino alla fine, in continua angoscia. E non c’è soluzione.

Film misterioso e per questo affascinante, sia per quanto accade che per un finale che “accerchia” la trama. Tante le domande e le possibili interpretazioni: è tutto immaginato o Trelkovski ha realmente vissuto quelle esperienze? cosa rappresentano i geroglifici egizi che trova nel bagno comune? che senso hanno i denti nel muro? MA la domanda irrisolvibile è: quanto della perfidia dei vicini è reale o immaginata?
Non ho risposte proponibili.
Cito solo un curioso momento in cui il protagonista, parlando di fatti di cronaca riguardo a mutilazioni, si chiede se ogni singola parte del corpo contiene il nome della persona che la possedeva o meno, davvero interessante e qua il discorso può sconfinare nel religioso. Fatto sta che un braccio non ha diritto a sepoltura se non quando viene tumulato insieme a tutto il resto del corpo. Mi ha fatto ridere parecchio!

Scritto, diretto e interpretato da protagonista dallo stesso Roman Polanski, BRAVISSIMO in tutti i ruoli, tratto dal romanzo “Le locataire chimérique” di Roland Topor. Non capisco con che logica un polacco naturalizzato francese diventi nel doppiaggio un francese naturalizzato italiano, a riguardo dell’accento, ma devo dire che la cosa rende benissimo, soprattutto nel tono di voce dimesso.
Ho letto che è stato fatto uso, tra i primi film in assoluto a farlo, della Louma. Alcune riprese hanno effettivamente angolazioni da vertigine, in particolare quelle all’interno del cortile sono notevolissime.

IMPERDIBILE! Non stancherebbe se visto più volte.

(http://robydickfilms.blogspot.it/)


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Kim Ki-duk – domenica 18 agosto

SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO
Domencia 18 Agosto


ORE 21:00

BAD GUY

(Nappŭn namja di Kim Ki-duk, S. Korea, 2002)

***


ORE 23:00

L’ISOLA

(Seom di Kim Ki-duk, S. Korea, 2000) FREE ENTRY

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Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401

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BAD GUY
Un giorno Han-ki, boss della malvita del quartiere a luci rosse, incontra per caso per la strada una studentessa delle scuole superiori di nome Dun-hwa. Han-ki ne è immediatamente attratto e tenta un approccio, ma la ragazza gli da un’occhiata disgustata e tenta di andarsene, se non fosse che il gangster la aggedisce e costringe la ragazza a baciarlo. Han-ki progetta di avviare la ragazza alla prostituzione: dopo averla fatta prigioniera in una stanza, Han-ki trascorre le sue notti a spiare, da una finestra nascosta, la sua vittima.

Kim Ki-duk mette in scena diversi piani di realtà, mescolando il ricordo con il sogno, il desiderio con la realtà. Poco importa allora ricostruire il filo del racconto, che vede Han-gi, “bad guy” silenzioso e poco socievole, tessere intorno a Sun-hwa una tela che la porterà a prostituirsi sotto i suoi occhi. Perchè in “Bad Guy” non hanno importanza le ragioni psicologiche dei personaggi o la coerenza degli avvenimenti che, in quanto tali, semplicemente accadono.
La macchina da presa di Kim Ki-duk filma senza apparentemente sforzarsi di dare un senso a ciò che riprende, come se esistesse una ragione profonda di tutto ciò che accade, una ragione che lo spettatore può cogliere solo su un piano diverso da quello della razionalità. Ecco che allora anche i personaggi non hanno motivazioni psicologiche esplicite, ma agiscono dei comportamenti, compiono delle azioni che trovano spiegazioni solo nel fatto di essere compiute.

E’ innegabile che cinema di Kim Ki-duk getti il suo spettatore in un profondo “disagio”: accadde con “L’isola”, accade con “Bad Guy”. La messa in scena di una realtà incomprensibile, introduce nel racconto elementi di instabilità non facilmente digeribili; e anche i personaggi di “Bad Guy”, come d’altronde quelli dei film precedenti, disperatamente fragili e violenti come sono, risultano inclassificabili nelle categorie tradizionali di bene e male, di bello e brutto: mettono in discussione i limiti di classe e di genere, i concetti di normalità e anormalità, ordine e disordine, così come il modo di raccontare di Kim conduce a una poco rassicurante perdita delle coordinate e dei punti di riferimento.

E come se non bastasse questo smarrimento, questo disagio, il cinema di Kim Ki-duk chiede al suo spettatore di fare i conti con personaggi crudeli, di una crudeltà niente affatto spettacolare ne compiaciuta, e forse per questo tanto più difficile da sopportare. La crudeltà del suo cinema è prima di tutto lo specchio di un’aspirazione a trovare un senso alla crudeltà di ciò che gli/ci sta intorno. “Bad Guy” è perciò innanzitutto è un grido disperato, e al tempo stesso un tentativo titanico di trasformare la difficoltà in possibilità, l’angoscia in pacificazione, la crudeltà in amore.

Quello del regista coreano è il cinema dei contrasti: duro e dolcissimo, lucido e folle, narrativo e a-narrativo, drammatico ed ironico, di pancia e di cuore insieme.

(Andrea Olivieri http://www.cinemadelsilenzio.it/)

L’ISOLA

Hee-Jin di giorno vende cibo e di notte il suo corpo. Un giorno sull’isola arriva un ex-poliziotto, Hyn-Shik che ha ucciso la sua fidanzata che gli era infedele. Tormentato dai rimorsi tenta di uccidersi ma Hee-Jin prima lo salvo poi lo seduce. Per Hyun-Shik fare sesso con lei diventa una sorta di droga per lenire la sofferenza del corpo e dell’anima.

I dialoghi ridotti all’essenziale sembrano trasmettere l’idea della vacuità della parola, di contro l’immagine estetica viene portata alle estreme conseguenze, si condensa e subito dopo si fa evanescente; è immagine e metafora, e solo le scene più drammatiche e violente sembrano ricondurci alla realtà.

“L’isola” è un film enigmatico, duro come la faccia chiusa a pugno del protagonista che quasi senza mai parlare e con un limitato repertorio di espressioni dà vita ad un interpretazione di rara intensità.

Un film nuovo, se non nello stile, almeno nell’universo e nell’immaginario che il giovane regista Kim Ki-duk (anche autore delle scenografie) riesce a ricreare. Un mondo unico e totalizzante, quello che viene mostrato, in cui la sopravvivenza, i bisogni umani e, soprattutto, l’amore tra un uomo e una donna, si riducono ad uno stadio embrionale e primitivo. Una metafora amara della solitudine dell’uomo contemporaneo al quale sembrano non bastare i mezzi di comunicazione per esprimere quel desiderio di amore che risulta, in ultimo, essere forse un disperato tentativo di rifugio.

Se la narrazione a un certo punto si fa un pò confusa, la forza delle immagini è più eloquente che mai, giocata tutta sul confine labile tra la morte (il fondo dell’acqua), e un vivere che è più un sopravvivere, un galleggiare (la superficie). E quelle inquadrature poste proprio là, con una trovata efficace, a metà dei due mondi, sembrano metterci in guardia e in attesa di un possibile galleggiamento o di un più probabile sprofondamento.

La fine, non solo quella della finzione cinematografica, giunge attesa e invocata per ritrovare un senso, un appiglio… in realtà è la distruzione stessa delle nostre certezze.

(Andrea Olivieri http://www.cinemadelsilenzio.it/)

11 Agosto : Quando Peter Jackson non faceva cagare!

DOMENICA UNCUT- 11 AGOSTO 2013

PROIEZIONI ALL’APERTO
SULLA RIVA DEL LAGO DI COMABBIO

ORE 21:00

BAD TASTE

(Peter Jackson, NZ, 1987)

***

ORE 23:00

BRAINDEAD

(Peter Jackson, NZ, 1992)


FREE ENTRY

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Presso LA SAUNA recording studio
Via dei Martiri n.2 -Varano Borghi (VA)
https://www.facebook.com/pages/La-Sauna-recording-studio/68777161401

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BAD TASTE

Scatenato splatter del regista neozelandese Peter Jackson che travolge per la quantita’ immane di effettacci e battutacce demenziali.La storia:una piccola & pacifica cittadina e’ vittima di un invasione aliena. Lo scopo dei cattivoni e’ quello di trovare tanta carne per aprire una catena di fast-food intergalattici a base di hamburger umani! Un gruppo di sgangheratissimi cacciatori di alieni dovranno porre rimedio alla delirante catastrofe. Teste che eslpodono, gente che entra ed esce dagli alieni con motosega alla mano,vomiti e sbudellamenti a iosa per un film divertentissimo ed insospettabilmente ben diretto(visto anche il non-esistente budget!). Davvero spassoso e con una certa critica di sottofondo al meccanismo consumistico delle gigantesche catene di fast-food americane.

 


BRAINDEAD

Incredibile splatter del regista neozelandese Peter Jackson che si scatena in tutta la sua strabordante ed allucinata immaginazione. La storia narra di un ratto mostruoso che è il frutto di un accoppiamento fra una scimmia ed un topo e che con il suo morso è in gardo di trasmettere il morbo dello zombismo. Lo schifoso essere in questione morde una donna contaminandola e lasciando cosi’ al figlio di lei l’oneroso compito di nasconderla e frenare i suoi istinti cannibaleschi. Il ragazzo è sempre stato succube della personalita’ possessiva della donna e passera’ dei giorni da incubo a fianco della mamma-zombi che mordendo a destra e a manca diffondera’ ancor piu’ il disastroso morbo. Un film incredibile. E’ questo l’unico commento che si puo’ fare per questa pellicola carica di uno splatter esagerato e goliardico come nel tipico stile del regista. Demenzialità a go-go e scene raccapriccianti che si protraggono fino all’assurdo finale in cui il ragazzo, con tanto di falciatrice a motore in mano, farà a pezzi un’orda di affamati morti viventi.Geniale,scatenato e tecnicamente sorprendente “Splatters..” riprende alcune idee del precedente “Bad Taste” amplificandole e migliorandole grazie ad un budget nettamente superiore e grazie anche ad una sceneggiatura brillante e follemente intelligente. Un esempio: nella scena finale del film la madre ,che è diventata uno zombi di dimensioni gigantesche, dopo essere stata sventrata a colpi di motosega, ha un’ultima reazione disperata..apre il suo ventre squarciato come se fosse un utero gigantesco e tenta di abbracciare il figlio come se lo volesse fagocitare e riportare nel grembo materno. Una metafora di affetto possessivo materno resa nella maniera più cruda e folle possibile. Grande!

VOTO: 9

http://www.alexvisani.com/

Ultimo appuntamento della stagione!

DOMENICA UNCUT

– LA FINE –

DOMENICA 9 GIUGNO

Ore 18:30

CASOTTO

di Sergio Citti, 1977.

***

Ore 21:00

BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI

di Ettore Scola, 1976.

 

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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CASOTTO 67 casotto citti  proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub
“Quel casotto chiamato umanità…”

Il Casotto che dà il titolo al film, altro non è che una cabina da spiaggia in cui varia umanità, tra cambi d’abito, pic nic, tresche, pennichelle e chiacchierate, si troverà a trascorrere parte di una giornata estiva. Ma il Casotto di Sergio Citti è anche un mondo, o meglio, una miniatura del nostro mondo che, attraverso personaggi atipici e divagazioni oniriche, ci mostra il malessere e l’ironia un po’ sfottente della vita reale.

Così, tra le quattro mura di legno nelle quali si ambienta quasi per intero il film, faremo la conoscenza di veri e propri tipi da spiaggia: un allenatore panzuto e vagamente dispotico con squadra di nuotatrici al seguito, un prete con una ‘‘strana’ malformazione al pene, due squattrinati benzinai romani freschi di rimorchio, una coppia di parrucchieri che vorrebbe usare il casotto per abbandonarsi all’atto sessuale, due militari culturisti gay, una famigliola scombiccherata e tanti altri.

Le varie storie che si intrecciano nel casotto a volte hanno un inizio, uno svolgimento e una fine; altre volte solo un inizio, o solo uno svolgimento; altre volte ancora sono delle semplici cornici tra un racconto e l’altro. Inoltre, in casi sporadici, assistiamo a storie che danno origine ad altre storie (come quella di Gigi e del suo sogno). Uno dei punti di forza di Casotto è, infatti, proprio la sua struttura: inimitabile poiché puramente istintiva, non curante delle regole e, quindi, magnificamente ‘‘ignorante’. Ma non dimentichiamo i meriti di un cast follemente assemblato, straniante quanto lo stesso film, capace di dare anima e corpo ad un’umanità popolaresca, a volte ingenua ma mai intellegibile fino in fondo. Poi, per carità, ci sarà pure qualche concessione di troppo alla ‘‘barzelletta’, ma contribuisce a rendere il piatto unico e ricco. Anche in questo, l’istinto domina. D’altronde, non è forse l’istinto a distinguere un artista da un mestierante? Tanto di cappello a Sergio Citti.

(Daniele ‘Danno’ Silipo http://www.bizzarrocinema.it/)

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BRUTTI, SPORCHI E CATTIVI 66 buoni sporchi cattivi ettore scola proiezione domenica uncut cineforum kinesis tradate varese cineclub
“I parenti non si scelgono”

Giacinto vive in una baraccopoli alla periferia di Roma, conserva gelosamente un bel gruzzolo difendendolo dalla numerosa famiglia che vive insieme a lui in una catapecchia.

Ettore Scola è un grande regista che in questo caso supera se stesso con un film durissimo, penetrante e tagliente come un rasoio. La bruttezza dei personaggi è pari all’aspetto estetico del luogo in cui sono costretti a sopravvivere. Non hanno principi morali, sono attaccatissimi ai beni materiali e trascorrono la vita a odiarsi a vicenda.

Impietosa l’immagine di un’altra Roma, molto diversa da quella a cui ci ha abituati un certo tipo di cinema molto più glamour. Non si può parlare esattamente di neorealismo in quanto siamo fuori periodo storico e in ogni caso ampi spazi vengono lasciati anche ad una certa vena caricaturale che allontana la vicenda dalla realtà più vera.

Grandissimo Nino Manfredi, praticamente irriconoscibile. Una prova monumentale che difficilmente potrebbe essere replicata da attori del nostro tempo. Non da meno i suoi comprimari per la maggior parte esordienti assoluti.

La speranza in questo film non è contemplata. Persino il finale con la ragazzina non ancora adolescente rimasta incinta (di qualche zio o parente) è un pugno nello stomaco che sembra voler dare la dimensione della ciclicità ad una vicenda e ad una società tristissima.

(http://scoiattoloviaggiante.blogspot.it/)

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