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Domenica 8 Dicembre

Domenica Uncut

Domenica 8 Dicembre

Ore 18:30

ELECTRIC DRAGON 80.000 V
(えれくとりっくどらごんはちまんぼると)

di Sogo Ishii, Japan, 2001.
(VO. sott. Italiano)

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Ore 21:00

LATE BLOOMER
(Osoi hito, おそいひと、)

di Shibata Gō, Japan, 2004.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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ELECTRIC DRAGON 80.000 V

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? L’originalità cinematografica sembra ormai da qualche anno risiedere in terra orientale, che sforna prodotti sempre più interessanti e sempre più svincolati dai teoremi hollywoodiani del caso.

Prendete ad esempio “Electric dragon 80.000 V” di Ishii Sogo e ditemi se in meno di 60 minuti vi era mai capitato di ricevere una quantità così elevata di sensazioni, emozioni e pensieri.

Velocemente, quasi come suggerito da immagini frenetiche, veniamo a conoscenza di Dragon eye Morrison, giovane giapponese che, in seguito ad una scarica elettrica, si ritrova la capacità di poterla incanalare nel suo corpo. L’unico modo che ha di scaricare tutta l’energia è quello di suonare la sua fidata chitarra elettrica. Da un’altra parte della città però, Thunderbolt Buddha è un esperto di telecomunicazioni, abilità che sfrutta per intercettare telefonate di ignari passanti. I due si scontreranno in un duello all’ultimo lampo per decidere a chi spetta il dominio energetico di Tokyo.

L’aggettivo che più si adatta a questo film è senza ombra di dubbio elettrico, e non solo per il rimando evidente alla trama. Elettrica è la macchina da presa, che scorre con velocità e con un ritmo forsennato tra i palazzi di Tokyo, elettrico è il montaggio iper-cinetico ed elettrica è anche la scenografia che, attraverso gli alti grattacieli, opprime e schiaccia gli uomini, ma li trasporta anche in quel cielo pronto a scoppiare di fulmini ed elettricità da un momento all’altro. E se l’immagine è elettrica, il suono e le musiche non sono da meno: per tutto il film scorre lento il rumore della trasmissione della corrente nei cavi dell’alta tensione tra stridii e note musicali inventate, fino a quando subentra la chitarra elettrica stridente, ammaliante e disturbante come le sirene di Ulisse, formando una delle colonne sonore più sperimentali ed emozionanti degli ultimi anni.

Ma non è solo una questione stilistica. “Electric dragon 80.000 V” è anche tematicamente elettrico. Non si parla dell’eterna lotta tra il bene e il male qui, Sogo riesce ad andare oltre a queste due definizioni dipingendo due personaggi che si completano l’uno con l’altro ma che, come due poli opposti, inevitabilmente si scontrano e producono scintille. Se Morrison è la natura primitiva dell’uomo, l’essere in cui regna l’istinto e la primordialità dei bisogni (non sono un caso gli sfoghi alla chitarra), Thunderbolt Buddha è la perfetta incarnazione dell’uomo moderno, dalla personalità divisa (la mezza maschera) e dai bisogni repressi. I due si completano l’un l’altro, ma l’unione tra loro non è possibile.

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? Secondo me la risposta è sì. Nuovi linguaggi, nuove teorie, nuove storie.

(www.pellicolascaduta.it)


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LATE BLOOMER

Il termine “Late Bloomer” definisce un bambino rimasto attardato rispetto ai propri coetanei per via di uno sviluppo più lento che, d’un tratto, colma il divario che lo separa dai suoi pari, arrivando perfino a superarli. Definisce anche un adulto il cui particolare talento, celato per anni al riparo di una vita anonima e tranquilla, improvvisamente si desta, permettendogli un deciso balzo esistenziale.

Il Late Bloomer in questione è Sumida-san, un disabile trentacinquenne dalla vita semplice, spesa tra grandi bevute di birra e i concerti del gruppo hardcore del suo migliore amico Take. Un giorno conosce Nobuko, giovane studentessa che vorrebbe trascorrere del tempo con lui per poterlo studiare da vicino e ultimare così la sua tesi di laurea. Sumida se ne invaghisce e decide di portarla con sé ad un concerto di Take. Quando però tra Nobuko e l’amico nasce un sentimento più profondo, Sumida perde il controllo, e da buon Late Bloomer compie il suo scatto, feroce, in avanti.

Seconda opera del talentuoso regista indie Shibata Go, viene notato in Occidente solo l’anno scorso, con quattro anni di ritardo rispetto alla sua uscita giapponese. L’idea alla base prende le mosse da una semplice domanda: “Può essere interessante vedere un film con un disabile killer?”. Girato in un bianco e nero digitale, con stile anarchico e sperimentale, Late Bloomer fa della disarmonia un linguaggio, alternando al surreale verismo di un quotidiano dipinto con taglio quasi amatoriale, luci naturali e camera a mano, lisergiche distorsioni e frenetiche accelerazioni cyberpunk degne eredi del miglior Tetsuo. La musica di World’s End Girlfriend segue e sottolinea l’immagine, ed è un compendio pregiato dell’elettronica di fine novecento, mischiando con disinvoltura la tradizione ad atmosfere jazz e all’industrial, rievocando alla grande le sonorità malate predicate da Aphex Twin e compagni più di un decennio fa.

Impossibile restare indifferenti, come è impossibile non provare empatia per Sumida e cercare di guardare il mondo con i suoi occhi. Shibata Go lo sa, e si avvicina quanto basta per farci toccare con mano la parabola del disabile verso la follia. Scoprire il pericolo mortale in un uomo all’apparenza così inerme getta immediatamente una nuova luce sul protagonista, il potenziale di violenza si manifesta in tutto il suo orrore e diventa pervasivo di ogni gesto, di ogni sguardo, di ogni silenzio. Sumida-san è ora un individuo come e più grande di noi. Uno di cui avere paura. Tanti sono i riferimenti cinematografici presenti: oltre al già citato film di Tsukamoto, è dichiarata e strutturale l’influenza di Taxi Driver, di cui viene riproposta la scena della preparazione domestica del protagonista all’omicidio, come di Battles Without Honor and Humanity, Freaks e di Psycho, con Sumida-san che come Norman Bates si permette il lusso di un atroce delitto nel bagno; ma il rimando è anche alle opere di Von Trier, Herzog, Koji Wakamatsu e Jodorowsky, e alla loro maestria nel dipingere e indagare il senso tragico proprio della normale condizione di umana anormalità; non dimenticando certo gli slasher movie del gorefather Herschell Gordon Lewis, di cui condivide atmosfere e il piacere sincero nell’esagerare col sangue. Uno dei migliori film giapponesi degli ultimi anni.

(FGMG)

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Domenica 12 Giugno

CINECLUB DOMENICA UNCUT

Orari proiezioni:

Ore 18:30
LATE BLOOMER (おそいひと Osoi Hito) di Gô Shibata, Japan, 2004.
(V.O. sottotitolato in italiano)

Ore 21:00
BURST CITY (爆裂都市 Bakuretsu toshi) di Sōgo Ishii, japan, 1982.
(V.O. sottotitolato in italiano)

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CINECLUB DOMENICA UNCUT

presso:
TWIGGY CLUB Via De Cristoforis n.5 Varese.
Proiezione gratuita.

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LATE BLOOMER 

Seconda opera del visionario Go Shibata, “Late Bloomer” è il film che l’ha lanciato anche sotto l’interesse occidentale, soprattutto americano, con la distribuzione in homevideo di questo film devastante.
Girato con pochissimi soldi, in bianco e nero e con telecamera a mano a digitale, “Late Bloomer” è un racconto disperato e senza censure di una disperazione inconscia, destinata ad esplodere, divorando corpi ed anime.

“Late Bloomer” è un film che esce dal genere e che, rifacendosi all’estetica del cinema d’autore cyberpunk (da Tsukamoto a Ishii) e al documentarismo quasi da dogma95, diventa un pugno in pieno viso di chi guarda. Un racconto che ha radici nel quotidiano e lo stravolge.

Shibata prende un tema delicato: i disabili. Un argomento scottante e da approfondire, ma spesso raccontato banalmente e malissimo, che in mano a Shibata prende linfa vitale. Il film non si sofferma sui buonismi, assenti, o sulla compassione come puro paraculismo. Dimentica i personaggi sani che agiscono attorno ai malati, concentrandosi sul malato, che forse è l’unico sano in un mondo folle e senza ideali.

Il film ne descrive la personalità e la psicologia, il terribile disagio di essere sempre il centro dell’attenzione altrui, soffrendo comunque di solitudine. Una solitudine che non può che portare a conseguenze drammatiche e violente. Ma chi è Sumida? Da un lato pare la “mascotte” del gruppo di Take, dall’altro un terribile e perverso omicida. Ma forse non è nemmeno una delle due cose.
Sumida è un outsider, l’anti-eroe di “Late Bloomer”, per il quale è impossibile non provare empatia. Nessun abbellimento, nessun colpo di scena, nessun tentativo di “imbellettare” la storia e renderla più appetibile. “Late Bloomer” è il disperato canto dei deboli che diventano forti per cercare di conoscersi, un film che sfugge dalle necessità del business, per essere finalmente cinema libero, puro e crudo. Come sempre dovrebbe essere.
Avvertenze: Guardatelo fino alla fine, anche dopo i titoli di coda.
(Recensione pubblicata da Asianworld)

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BURST CITY

Irriverente, ossessivo, anarchico e adrenalinico, Burst City è punk allo stato puro. Insieme ad altri film di Ishii come Crazy Thunder Road, Shuffle e Panic in High School, è anche il punto di partenza del cinema contemporaneo giapponese, il che lo rende uno dei film più importanti di questa cinematografia.

Chi fosse alla ricerca di esempi dell’importanza di Sogo Ishii nell’evoluzione del cinema giapponese, e della sua abilità come regista, non ha bisogno che di vedere Burst City. A prima vista un eclettico miscuglio di immaginario alla Mad Max e yakuza, il tutto filtrato in un’ottica punk, ad uno sguardo più approfondito Burst City rivela i semi di molti degli sviluppi del cinema giapponese contemporaneo e oltre. Lascia presagire i lavori di Shinya Tsukamoto, Takashi Miike e due decadi di MTV. E un bel po’ di cosette in mezzo.

La sceneggiatura non è nulla di che, e si sviluppa attorno agli scontri tra un gruppo di bikers alla Mad Max, una banda di yakuza, una comunità di punk e gentaccia varia, ambientato in un futuro arido, fatto di autostrade e zone devastate. Ma qui la sceneggiatura non conta. Tramite la musica e la gente della scena, l’obiettivo di Ishii è ricreare l’equivalente filmico della musica punk. Un film in cui ogni fotogramma è imbevuto della filosofia, dello spirito e dell’energia del movimento punk giapponese di fine ’70 – primi ’80. E c’è riuscito. Burst City ringhia e grida selvaggiamente, ci bombarda di distorsioni e attacca le norme precostituite in modo energico, con anarchia e irriverenza. È un film grezzo, certo, ma un film ispirato dalla filosofia punk non dovrebbe essere tutto tirato a lucido. Quando vediamo che alcune riprese sono “sporche”, non è perché il film è stato girato male, al contrario.

Al di là del fatto che resti fedele alle sue intenzioni e alle fonti, Burst City è un film seminale e visionario. L’uso di Ishii della macchina da presa e del montaggio è straordinario, così come l’utilizzo del suono. In questi settori, Tsukamoto ha pescato a piene mani da Sogo Ishii per il suo Tetsuo, mentre il modo in cui il regista fonde diverse scene della storia in un montaggio rapido videoclipparo è poi riemerso nei dieci minuti iniziali di Dead or Alive e di The City of Lost Souls, di Takashi Miike. Inoltre, l’utilizzo di frammenti documentaristici si riflette nel miscuglio di documentario e fiction così di moda tra i registi di oggi come Kore-eda e Naomi Kawase.

Anche se non del tutto senza predecessori (il lavoro di macchina ricorda alcune opere di Kinji Fukasaku dei primi anni ’70, ad esempio), Burst City è nel complesso un film che non ha le sue radici nel cinema. La sua ispirazione è presa da altrove, in particolare, ovviamente, nel ritmo, nei suoni, nello spirito e nell’attitudine del movimento punk. È cinema di liberazione, libero dalle costrizioni della forma. Per fare un parallelismo, se il cinema narrativo è prosa, allora Burst City è poesia. Non nel senso poetico, ma nella struttura. Il modo in cui il poeta è libero dalle costrizioni che ingabbiano lo scrittore, è in questo modo che Ishii è libero dalle forme convenzionali alle quali aderisce volontariamente (e forse inconsciamente) il regista standard.
(Recensione di Tom Mes pubblicata da midnighteye)

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