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DOMENICA 5 GENNAIO

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 5 GENNAIO

Ore 18:30
ISLE OF LESBOS

di Jeff B. Harmon, 1997.
(VO sott. italiano)

Ore 21:00
A DIRTY SHAME

di John Waters, 2004.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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ISLE OF LESBOS

“Prendi Il Mago di Oz, aggiungi un pizzico di The Rocky Horror Picture Show e un boccone di Grease, quindi combinali con gli elementi di alcuni film di John Waters e aggiungi le favole che preferisci: questo è Isle of Lesbos”

Sola ed unica opera di Jeff B. Harmon, che la ha scritta, diretta e prodotta nel 1997, stendendo anche i testi delle canzoni, insomma, un degno erede di Ed Wood, che è stato pienamente all’altezza del suo illustre predecessore soprattutto dal punto di vista qualitativo che ha dato al suo (tutto suo) film unigenito.

La storia è quella di April, una ragazza acqua e sapone che vive a Bumfuck (“Cazzinculo”, come da traduzione), che presto sarà sposa del suo virile fidanzato, Dick Dickson; April però è scontenta, poichè sta scoprendo di essere attratta dall’altra sponda dell’amore, e così decide, disperata, di suicidarsi proprio nel giorno del suo matrimonio, comparendo poi, magicamente, nell’Isola di Lesbo, dove verrà accolta da un gruppo di coloratissime lesbiche che, come lei, hanno avuto la stessa bizzarra transizione; finalmente a suo agio, la nostra troverà l’amore fra le pingui braccia del capo di quel gruppo squinternato, Blatz, una corpulenta biker piuttosto rude; il ragazzo di April, Dick, intanto scopre dove si trova la sua ex amata, e, bardandosi come Rambo, decide di andarsela a riprendere…

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A DIRTY SHAME

Waters con questo film ritorna al modo di fare cinema per cui è celebre. Non nella forma, che è lucidata dall’esperienza degli anni ’90 con cast e crew di primo livello, bensì nei temi e nei toni. A dirty shame parte, che parte dalle basi del Crash di Ballard e finisce come una lussuriosa invasione di ultra-corpi-desideranti, è volgare e faceto, con un doppio senso ogni due battute, è liberamente oltraggioso e oltremodo anale, è un film che si tiene sempre e solo sul registro più basso, quello delle pulsioni sessuali e delle pratiche erotiche.

l risultato è una bella sarabanda erotofila, davvero senza freni: sta al senso del pubblico pudore di ciascuno se andare oltre alle mille provocazioni per vedere quel che c’è sotto. Perché se A dirty shame è semplicista e manicheista, in senso molto watersiano (il bigottismo provinciale di Baltimora sovvertito dalla libertà sessuale e dai “diversi”), non si può negare che – superato qualche shock e qualche risata molto grassa – sia uno spasso incredibile. Grazie a un cast divertito e divertente (il film sarebbe davvero impossibile da doppiare), a situazioni yeuch-pop e weirdo-surrealiste, ad accostamenti assurdi e incontrollati, ai geniali filmati d’archivio a simboleggiare lo status sessuale (à la Gerard Damiano).

Ma se potrebbe sembrare semplicemente come un giochino (mezzo) anarchico fine a se stesso oltre che svicolato da ogni sana struttura cinematografica (sempre detto che sia un male, è forse non lo è), questo è soprattutto un sogno, l’ultimo sogno di un sessantenne che sognava la rivoluzione sessuale e non l’ha mai vista realizzata. E così, portandosi dietro la solita manciata di canzonette della sua infanzia (quelle che sotto sotto parlano proprio sempre di peni e di vagine), Waters trasforma il film in un viaggio lisergico e onirico nella mente di un maniaco sessuale mai pacato, di un poeta della protesi che, per una volta, lascia da parte ogni “sporca vergogna” e guida il suo esercito di infoiati e ninfomani alla conquista del mondo.

E proprio come in tutti i film porno che si rispettino, il finale è proprio quello. Un’eiaculazione digitale, dritta dritta verso il cielo e poi giù fino a colpire, schiaffo spermatico!, i nostri occhi a schermo.

(http://giovanecinefilo.kekkoz.com/)


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Giovedì, presso la Casa occupata di via Don Monza 18 a Saronno.

DOMENICA UNCUT 

Lars von Trier Vs. Lloyd Kaufman

ORE 18:00

Poultrygeist: Night of the Chicken Dead

di Lloyd Kaufman, 2006.

(VO Sott. italiano)

***

Ore 21:00

Antichrist

di Lars von Trier, 2009.

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Presso:

Casa occupata di via Don Monza 18, Saronno.

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Antichrist

“Lascia ch’io pianga/ mia cruda sorte/ e che sospiri la libertà”

…È con questi versi di Handel che si apre e chiude quello che Lars Von Trier afferma essere il più importante film di tutta la sua carriera. Noi diremmo di più: si tratta del film in cui il regista danese gioca finalmente con se stesso a carte totalmente scoperte. Un harakiri cinematografico liberatorio, estremo e coraggioso

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Poultrygeist

“Questa non è una cosa di terrorismo né una cosa che c’entra con la sodomia. Questa è una cosa che ha a che fare con lo spirito di una gallina indiana infuriata”

Arbie (Jason Yachanin) e Wendy (Kate Graham) si ritrovano dopo sei mesi di lontananza. Lei si è unita ad un gruppo di protesta contro le crudeltà verso gli animali, in special modo il pollame, soprattutto in vista dell’apertura di un fast food che vende proprio quei prodotti. Wendy sembra divenuta anche lesbica e questo cambiamento sconvolge Arbie il quale si fa assumere nel ristorante inconsapevole che su quei terreni grava una maledizione indiana che colpirà polli e galline morte, riportandoli in vita.

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Comitato Autorganizzato Saronnesi Senza Casa

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29 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 29 DICEMBRE


Ore 18:30
INTERCEPTOR
(MAD MAX) di George Miller, 1979.

***

Ore 21:00
INTERCEPTOR – IL GUERRIERO DELLA STRADA
(Mad Max 2: The Road Warrior) di George Miller, 1981.

***

Ore 23:00
MAD MAX – OLTRE LA SFERA DEL TUONO
(Mad Max Beyond Thunderdome) di George Miller, 1985.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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MAD MAX

Quando una banda di teppisti motorizzati, in un Medioevo prossimo venturo, gli uccide un collega e amico, un pugnace poliziotto dà le dimissioni. Quando poi durante una vacanza selvaggi punk gli massacrano moglie e figlio, si trasforma in Mad Max il vendicatore. Palesemente ispirato ai modelli del cinema hollywoodiano di azione violenta (e di giustizia privata), l’esordiente Miller, indubbiamente dotato di un certo brio effettistico e visionario, contamina fantascienza catastrofica, film di motociclette, violenza punk, gusto dell’eccesso.

 

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Mad Max 2: The Road Warrior

In un Medioevo venturo, gli uomini combattono all’arma bianca e si battono per il possesso della benzina, in un universo di penuria. Seguito di Interceptor (Mad Max, 1979), conferma il talento visivo e il senso del ritmo di Miller con qualche oncia di violenza in più. Trasposto nel territorio del fantastico, il personaggio del giustiziere acquista valenze supplementari.

 

 

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Mad Max Beyond Thunderdome

Arrivato nella città di Barteltown, dove regna una feroce regina, il guerriero postatomico Mad Max sopravvive a un duello gladiatorio nell’arena ed è esiliato nel deserto dove è salvato da ragazzi selvaggi. Pur inferiore ai primi due (Interceptor, 1979, e Interceptor il guerriero della strada, 1981), ne conserva la forza, il dinamismo e specialmente la suggestione ambientale. Nella 2ª parte e nella descrizione della civiltà infantile c’è una interessante dimensione filosofica aperta alla speranza senza scivolare nella retorica consolatoria.

22 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 22 DICEMBRE

Ore 18:30
DOMANI SI BALLA!

di Maurizio Nichetti, 1982.


***
Ore 21:00
HO FATTO SPLASH

di Maurizio Nichetti, 1980.


***
Ore 23:00
RATATAPLAN

di Maurizio Nichetti, 1979.


PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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DOMANI SI BALLA!

Maurizio e Mariangela sono due cronisti che lavorano in coppia a caccia dello scoop per una disastrata emittente privata, Onda 33, l’unica TV che trasmette 24 ore su 24. A loro, il direttore dell’emittente, un dispotico cialtrone dal fare altezzoso e perentorio, riserva sempre i servizi peggiori, quelli scartati dagli altri reporter.

I due accettano loro malgrado la situazione, sognando di essere assunti un giorno o l’altro dalla potente “Etere TV”, una super-emittente in grado di trasmettere programmi inutili e con costose scenografie hollywoodiane, telegiornali con notizie dell’ultimo minuto, persino programmi in diretta da un aereo!

Mentre Maurizio e Mariangela si trovano alla Casa di Riposo “Lazzi e Strapazzi” per l’ennesimo servizio inutile, si imbattono in un vero scoop: l’aereo che trasmette per Etere TV precipita proprio nei pressi dell’ospizio. I due dipendenti dell’emittente che si trovavano sull’aereo sono sani e salvi, ma ridono e ballano apparentemente senza motivo.

In realtà i due sono stati contagiati dall’allegria e dalla voglia di ballare dei marziani, di passaggio con la loro astronave attorno alla terra.

Il film inizia con un omaggio a Georges Melies. Sui titoli di testa è stato infatti ricostruito il set del “Viaggio sulla Luna”. Un omaggio al padre del cinema fantastico, in una storia che nel 1982 veniva presentata come fantascienza, ma doveva diventare ben presto realtà nell’Italia delle TV private libere: lotta all’audience, anche a costo di terrorizzare il pubblico.

(http://www.nichetti.it/)

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HO FATTO SPLASH

Carlina é una giovane insegnante di scuola media, angosciata dal rapporto con i suoi alunni.

Luisa vorrebbe sfondare nel mondo dello spettacolo. Angela è una studentessa universitaria fuori corso. Le tre amiche dividono insieme un piccolo appartamento a Milano, dove cercano di vivere senza integrarsi nel sistema e sperimentando, almeno nelle intenzioni, modi alternativi di vita.

Un giorno ricevono la visita del cugino di Carlina, Maurizio. Il ragazzo si è addormentato a sei anni di fronte al televisore e si è risvegliato da poco, dopo un sonno profondo durato vent’anni, ma ancora non spiccica una parola….

Curiosa la scena dello specchio, la macchina da presa ‘entra’ in uno specchio e ruota di 360 gradi. La scena è stata realizzata interamente in studio ed ha richiesto la realizzazione di due scenografie identiche, ma speculari. Il film contiene inoltre il ‘piano sequenza’ più lungo che Nichetti abbia mai realizzato: cinque minuti di film senza stacchi.

(http://www.nichetti.it/)


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RATATAPLAN

Un neolaureato in ingegneria, l’Ing. Colombo, viene scartato alle selezioni per l’assunzione in una grande ditta multinazionale, non avendo superato un difficile test attitudinale. Abbattuto e demotivato se ne torna a casa, ancora senza un lavoro. L’appartamento in cui vive si trova in un disastrato edificio a corte con ballatoi, nella periferia più estrema della grande città. Un edificio abitato da persone di diverse età e nelle situazioni più disparate, ma con un paio di cose in comune: la consapevolezza di trovarsi ai margini e il desiderio disperato di un riscatto sociale.

Per un ingegnere disoccupato anche fare il lavapiatti in un chioschetto-bar può essere un lavoro dignitoso se ti permette di portare a casa qualche spicciolo. Il fatto di attraversare di corsa l’intera città per servire un bicchiere d’acqua rappresenta qualcosa di più di una semplice commissione. E’ un viaggio, un odissea segnata dalla determinazione e dalla voglia di farcela a tutti i costi. Ma per uno che voglia seguire una strada del genere, gli ostacoli da superare sono veramente infiniti. Così, quando l’ingegnere sembra essere riuscito a raggiungere i suoi obiettivi, ecco che improvvisamente si ritrova di nuovo disoccupato e torna nel suo misero appartamentino di periferia.

Se il lavoro non abbonda, allora perché non dedicare il proprio tempo libero allo sviluppo della propria creatività?

Un film realizzato con 100 milioni di Lire italiane, che ha incassato nel 1979 oltre 6 miliardi. Venduto in tutto il mondo grazie alla sua caratteristica di film muto, è l’unico film al mondo a possedere venti minuti realizzati con gli stessi attori, nello stesso luogo, ma in una stagione diversa. “Magic Show”, cortometraggio di Nichetti dell’anno prima, è infatti stato realizzato sullo stesso story-board, ma in estate; RATATAPLAN, girato in inverno, ripropone la stessa sceneggiatura nella parte centrale del film.

(http://www.nichetti.it/)


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Domenica 15 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 15 DICEMBRE

Ore 18:30

MADE IN BRITAIN

di Alan Clarke, 1982.
(VO sott. italiano)

***
Ore 21:00

BENNY’S VIDEO

di Michael Haneke, 1992.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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MADE IN BRITAIN

Il film si apre con il sedicenne skinhead Trevor (Tim Roth) che ascolta la sentenza del giudice dopo essere stato arrestato per motivi di odio razziale nei confronti della comunità pakistana e per furto. Lo vediamo uscire strafottente dal tribunale e di sottofondo c’è UK82, pezzo del gruppo punk scozzese The Exploited. Trevor viene assegnato ad un Residential Assessment Centre (centro di assistenza in cui sarà decisa la sua sorte educativa) , l’ultima spiaggia prima di finire in riformatorio o direttamente in un borstal (misura restrittiva inglese tra il riformatorio e la prigione ormai abolita).

La personalità del protagonista, interpretato ad arte da Roth è completamente nichilista e l’avvicinarsi ad idee di estrema destra propugnate dal National Front, in voga all’epoca in Gran Bretagna, sono per lui solo una scusa per sfogare la sua enorme rabbia e la suo sociopatia che lo rendono estremamente dannoso per gli altri ma in primis per se stesso. Il personaggio tratteggiato da David Leland è quanto di più forte vi sia in circolazione a livello cinematografico, ancora più violento e nichilista del suo “collega” Carlin, interpretato da Ray Winstone in Scum.

Il film cerca di stendere un’ analisi sull’utilità o meno del sistema correzionale per minori inglese, con personaggi che ne rappresentano le diverse sfaccettature. Non si schiera da una parte o dall’altra e non si pone nemmeno in un atteggiamento perbenista, ma lascia aperta una via per una riflessione, anche nel finale che è improntato in questo senso. Le scorribande di Trevor e l’interpretazione di Tim Roth non si fanno dimenticare facilmente.

Indimenticabile.

(Davide Casale)

 


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BENNY’S VIDEO

Benny è un quattordicenne appassionato di telecamere e video tanto che la sua stanza è occupata per la maggior parte da videocassette che lui guarda in continuazione. Un giorno invita una coetanea a casa, lei gli chiede che cosa è quello strano oggetto metallico e lui le fa vedere come funziona. Parte un colpo e da lì il dramma. Confessa tutto ai genitori e loro si preoccupano solo del futuro del bravo figliolo che si ritrovano in casa. Occorre trovare una soluzione….

Secondo film per il cinema di Haneke e secondo saggio sulla violenza e sull’ipocrisia medioborghese cristallizzata nel suo conformismo a cui non si può rinunciare. Comincia come una specie di snuff movie mostrando l’uccisione di un maiale con una pistola a proiettile captivo (quasi una citazione apocrifa di un corto di Franju girato in un mattatoio, dal vero), prosegue con la certificazione della mania del Benny del titolo (sarà un caso che è lo stesso Arno Frisch, qui adolescente, che sarà uno dei due psicopatici in guanti bianchi di Funny Games?) che con la sua telecamerina osserva tutto spiando anche i vicini, guarda in continuazione video trash sulla sua tv e ha una stanza occupata in massima parte da videocassette e culmina con un pianosequenza di oltre due minuti in cui Benny e la ragazza giocano con quello strano oggetto.

Da qui in avanti un continuo gioco al rialzo con l’ipocrisia classista che prende il sopravvento e genera l’orrore.
Rispetto al suo esordio aumentano i bersagli nel mirino ma permane la distanza che pone il cineasta austriaco tra sè e la materia narrativa. L’effetto è volutamente straniante perchè più neutro è il modo di raccontare, più si empatizza quello che avviene.

La cinepresa di Haneke si limita a documentare fatti, lasciando quasi tutto l’orrore fuoricampo, facendo immaginare più che mostrando chiaramente. Ma la brutalità dell’effetto sullo spettatore è praticamente la stessa anche perchè fatalmente si viene imprigionati in un delirio voyeuristico, lì fermi davanti al proprio schermo, guardando lo schermo nella stanza di Benny che mostra quello che la telecamera del ragazzo sta filmando.
Benny vive nel proprio mondo distorto, solo nella sua stanza con la sua telecamera che media la realtà per lui. Per lui la realtà che lo circonda è sempre in differita registrata su una videocassetta. Riguardo alla sequenza con la pistola mi è venuto il dubbio che per Benny quello che doveva essere un gioco, uno scherzo si era tramutato non volendo in una tragedia (all’inizio è lui che porge la pistola alla ragazza dandole della vigliacca perchè non spara) in cui ogni tentativo di porvi rimedio era peggio dell’errore precedente causa panico .

Anche il suo atteggiamento da ragazzino arrogante , come uno che ha fatto una cosa che potevano fare solo i grandi, rafforza il mio dubbio.
Uno pensa: è questo l’orrore che ci vuole comunicare Haneke? La risposta è:assolutamente no.
Il vero orrore deve ancora arrivare ed è racchiuso tutto nella apparente (non) reazione dei genitori. L’ipocrisia borghese non viene sgretolata nemmeno da un atto tanto violento: bisogna comunque preservare la facciata e il futuro di Benny.
Il tutto deciso così su due piedi dopo un breve conciliabolo.

“Perchè lo hai fatto?” domanda il padre
“Che cosa?” risponde Benny come se non capisse di che cosa stesse parlando.

Benny uber alles: domina il suo branco è lui il maschio alfa. I suoi genitori sono il paradigma della debolezza della società in cui vivono. Benny è al di sopra: si erge quasi a divinità arrogandosi il diritto di vita o di morte. O meglio la morte per lui non ha significato e l’atto dell’uccisione proprio perchè il concetto di morte è svuotato di qualsiasi valore appare anche esso senza significato.

(http://bradipofilms.blogspot.it/)

 


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Domenica 8 Dicembre

Domenica Uncut

Domenica 8 Dicembre

Ore 18:30

ELECTRIC DRAGON 80.000 V
(えれくとりっくどらごんはちまんぼると)

di Sogo Ishii, Japan, 2001.
(VO. sott. Italiano)

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Ore 21:00

LATE BLOOMER
(Osoi hito, おそいひと、)

di Shibata Gō, Japan, 2004.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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ELECTRIC DRAGON 80.000 V

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? L’originalità cinematografica sembra ormai da qualche anno risiedere in terra orientale, che sforna prodotti sempre più interessanti e sempre più svincolati dai teoremi hollywoodiani del caso.

Prendete ad esempio “Electric dragon 80.000 V” di Ishii Sogo e ditemi se in meno di 60 minuti vi era mai capitato di ricevere una quantità così elevata di sensazioni, emozioni e pensieri.

Velocemente, quasi come suggerito da immagini frenetiche, veniamo a conoscenza di Dragon eye Morrison, giovane giapponese che, in seguito ad una scarica elettrica, si ritrova la capacità di poterla incanalare nel suo corpo. L’unico modo che ha di scaricare tutta l’energia è quello di suonare la sua fidata chitarra elettrica. Da un’altra parte della città però, Thunderbolt Buddha è un esperto di telecomunicazioni, abilità che sfrutta per intercettare telefonate di ignari passanti. I due si scontreranno in un duello all’ultimo lampo per decidere a chi spetta il dominio energetico di Tokyo.

L’aggettivo che più si adatta a questo film è senza ombra di dubbio elettrico, e non solo per il rimando evidente alla trama. Elettrica è la macchina da presa, che scorre con velocità e con un ritmo forsennato tra i palazzi di Tokyo, elettrico è il montaggio iper-cinetico ed elettrica è anche la scenografia che, attraverso gli alti grattacieli, opprime e schiaccia gli uomini, ma li trasporta anche in quel cielo pronto a scoppiare di fulmini ed elettricità da un momento all’altro. E se l’immagine è elettrica, il suono e le musiche non sono da meno: per tutto il film scorre lento il rumore della trasmissione della corrente nei cavi dell’alta tensione tra stridii e note musicali inventate, fino a quando subentra la chitarra elettrica stridente, ammaliante e disturbante come le sirene di Ulisse, formando una delle colonne sonore più sperimentali ed emozionanti degli ultimi anni.

Ma non è solo una questione stilistica. “Electric dragon 80.000 V” è anche tematicamente elettrico. Non si parla dell’eterna lotta tra il bene e il male qui, Sogo riesce ad andare oltre a queste due definizioni dipingendo due personaggi che si completano l’uno con l’altro ma che, come due poli opposti, inevitabilmente si scontrano e producono scintille. Se Morrison è la natura primitiva dell’uomo, l’essere in cui regna l’istinto e la primordialità dei bisogni (non sono un caso gli sfoghi alla chitarra), Thunderbolt Buddha è la perfetta incarnazione dell’uomo moderno, dalla personalità divisa (la mezza maschera) e dai bisogni repressi. I due si completano l’un l’altro, ma l’unione tra loro non è possibile.

Che l’Oriente sia la salvezza del cinema? Secondo me la risposta è sì. Nuovi linguaggi, nuove teorie, nuove storie.

(www.pellicolascaduta.it)


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LATE BLOOMER

Il termine “Late Bloomer” definisce un bambino rimasto attardato rispetto ai propri coetanei per via di uno sviluppo più lento che, d’un tratto, colma il divario che lo separa dai suoi pari, arrivando perfino a superarli. Definisce anche un adulto il cui particolare talento, celato per anni al riparo di una vita anonima e tranquilla, improvvisamente si desta, permettendogli un deciso balzo esistenziale.

Il Late Bloomer in questione è Sumida-san, un disabile trentacinquenne dalla vita semplice, spesa tra grandi bevute di birra e i concerti del gruppo hardcore del suo migliore amico Take. Un giorno conosce Nobuko, giovane studentessa che vorrebbe trascorrere del tempo con lui per poterlo studiare da vicino e ultimare così la sua tesi di laurea. Sumida se ne invaghisce e decide di portarla con sé ad un concerto di Take. Quando però tra Nobuko e l’amico nasce un sentimento più profondo, Sumida perde il controllo, e da buon Late Bloomer compie il suo scatto, feroce, in avanti.

Seconda opera del talentuoso regista indie Shibata Go, viene notato in Occidente solo l’anno scorso, con quattro anni di ritardo rispetto alla sua uscita giapponese. L’idea alla base prende le mosse da una semplice domanda: “Può essere interessante vedere un film con un disabile killer?”. Girato in un bianco e nero digitale, con stile anarchico e sperimentale, Late Bloomer fa della disarmonia un linguaggio, alternando al surreale verismo di un quotidiano dipinto con taglio quasi amatoriale, luci naturali e camera a mano, lisergiche distorsioni e frenetiche accelerazioni cyberpunk degne eredi del miglior Tetsuo. La musica di World’s End Girlfriend segue e sottolinea l’immagine, ed è un compendio pregiato dell’elettronica di fine novecento, mischiando con disinvoltura la tradizione ad atmosfere jazz e all’industrial, rievocando alla grande le sonorità malate predicate da Aphex Twin e compagni più di un decennio fa.

Impossibile restare indifferenti, come è impossibile non provare empatia per Sumida e cercare di guardare il mondo con i suoi occhi. Shibata Go lo sa, e si avvicina quanto basta per farci toccare con mano la parabola del disabile verso la follia. Scoprire il pericolo mortale in un uomo all’apparenza così inerme getta immediatamente una nuova luce sul protagonista, il potenziale di violenza si manifesta in tutto il suo orrore e diventa pervasivo di ogni gesto, di ogni sguardo, di ogni silenzio. Sumida-san è ora un individuo come e più grande di noi. Uno di cui avere paura. Tanti sono i riferimenti cinematografici presenti: oltre al già citato film di Tsukamoto, è dichiarata e strutturale l’influenza di Taxi Driver, di cui viene riproposta la scena della preparazione domestica del protagonista all’omicidio, come di Battles Without Honor and Humanity, Freaks e di Psycho, con Sumida-san che come Norman Bates si permette il lusso di un atroce delitto nel bagno; ma il rimando è anche alle opere di Von Trier, Herzog, Koji Wakamatsu e Jodorowsky, e alla loro maestria nel dipingere e indagare il senso tragico proprio della normale condizione di umana anormalità; non dimenticando certo gli slasher movie del gorefather Herschell Gordon Lewis, di cui condivide atmosfere e il piacere sincero nell’esagerare col sangue. Uno dei migliori film giapponesi degli ultimi anni.

(FGMG)

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DOMENICA UNCUT

DOMENICA 24 novembre 2013

Ore 18:30
KAMIKAZE GIRLS
(下妻物語, Shimotsuma monogatari, “La storia di Shimotsuma”)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2004.

Ore 21:00
MEMORIES OF MATSUKO
(嫌われ松子の一生, Kiraware Matsuko no Isshō)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2006.
(Vo sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE


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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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KAMIKAZE GIRLS

Una ragazza corre all’impazzata cavalcando un motorino, in una strada immersa nei campi. Non controllando un bivio, inaspettatamente, avviene lo scontro con un camioncino. La ragazza viene sbalzata in aria ed esprime il suo ultimo desiderio.

Molte storie potrebbero finire così, ma invece questo è l’inizio di un folle e divertentissimo film.

Kamikaze Girls è uno scontro di stili, di ambienti, di modi di essere. Interessante notare di come si tratti di una storia adolescenziale, ma non fatta con gli occhi di una ragazzina, ma di un adulto forse non troppo adulto, che sa perfettamente come gestire l’apparato comico, ma al contempo anche quello (melo)drammatico ed emotivo. Il film, però, possiede il non facile pregio di risucire a marcare bene la questione dell’ ”essere e dell’apparire” senza cadere nel fazioso né, soprattutto, nel pedante.

Momoko e Ichigo, sono lo specchio estremo della gioventù giapponese, la prima tutta casa, musica classica, ricamo e vestiti da lolita, la seconda indisciplinata, grezza, sempre per strada e in cerca di guai. Eppure l’apparenza non è lo specchio del loro vero essere e la più piccola e apparentemente capricciosa Momoko, si dimostra molto più matura e sicura di sé di Ichigo, che agli occhi di tutti risulta essere una persona inflessibile e tutta d’un pezzo.

Nota di merito all’attrice Anna Tsuchiya, che nel film interpreta Ichigo, riuscendo ad interpetare un ruolo non così immediato per una ragazza (una specie di surreale Bunta Sugawara al femminile); si giostra frammentariamente il ruolo della ribelle, della violenta, dell’irrispettosa, ma allo stesso tempo riesce a calarsi nella parte di una persona dal costante bisogno di una forte amicizia, di un riscontro dagli altri, senza mai perdere, però, l’atteggiamento abituale.

Kamikaze Girls non è un film da sottovalutare, non è il solito e banale veicolo pubblicitario per una cantante, è infatti ben lontano dalla solita cinematografia cool e dall’estetica da videoclip; riesce invece a fondere il gusto tipicamente giapponese per una iconografia da manga a gag che sfiorano l’inverosimile. La regia ottima e coinvolgente si fonde poi ad una fotografia satura di colori al limite del lisergico. Una buonissima sceneggiatura sorpendente e mai banale su cui tuffarsi, facendosi cullare dalle note della splendida colonna sonora di Yoko Kanno.

(Martina Leithe Colorio http://www.asianfeast.org/)

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MEMORIES OF MATSUKO

Immaginate un melodramma di Douglas Sirk, ma immaginatelo come se fosse stato girato in acido, e avrete lontanamente un’idea di cosa è Memories of Matsuko (2006). La nuova straordinaria opera di Tetsuya Nakashima (tratta dal romanzo di Muneki Yamada), è stato – almeno per chi scrive – il vincitore morale del Far East Film 2007.
Già il delirante e divertente Kamikaze Girls (2004), aveva fatto capire le capacità registiche di Nakashima, qui però si va ben oltre la messa in scena.

Memories of Matsuko racconta la storia della protagonista partendo dalla fine e si dispiega di fronte ai nostri occhi sotto forma di flashback. Un percorso, che ci accompagna attraverso il Giappone degli ultimi cinque decenni e delinea la tragica, a volte comico-grottesca, vita di una ragazza che, senza troppi giri di parole, voleva soltanto amare e soprattutto essere amata.

Lo stile visivo coloratissimo (che guarda alla pittura, ma anche alla pubblicità), stracolmo di idee e ricca di particolari, rimane lo stesso di Kamikaze Girls, con una fotografia e un uso dei colori strepitosa, ma è la costruzione della storia e dei personaggi che si compie in maniera memorabile.
Buona parte del merito va al notevole cast, con in testa Miki Nakatani, meritatamente premiata per la sua interpretazione ai Japan Academy Awards, e il giovane Kawajiri Shou nel ruolo del nipote che ripercorre la vita di Matsuko.

In Memories of Matsuko, la commedia, già piuttosto nera, si colora rapidamente di tragedia per finire nel melodramma più puro, senza apparire mai stucchevole, mai ridicola, mai ricattatoria. Il regista inoltre si concede frequenti incursioni nel musical, con lunghe elaboratissime coreografie ed una azzeccata colonna sonora (a cura dell’italiano Gabriele Roberto, è stata premiata ai JAA), che copre in pratica ogni direzione musicale immaginabile.

Insomma, il film è una densa bouillabaisse di generi, stili, sperimentazioni, sentimenti ed emozioni, che quasi faticano ad essere tutti contenuti, ma che magicamente trovano un loro perfetto equilibrio, creando un ritratto assolutamente unico e coinvolgente, come non se ne vedevano da un bel pezzo. Nakashima (il cui prossimo film, Paco and the Magical Picture Book, ci esalta fin dal titolo), senza dubbio uno dei registi giapponesi contemporanei più interessanti, ci regala con Memories of Matsuko un racconto struggente di rara bellezza, che potrebbe commuovere anche un sasso.

Cinema con la C maiuscola. Da non perdere.

( Paolo Gilli http://www.asianfeast.org/ )

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