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29 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 29 DICEMBRE


Ore 18:30
INTERCEPTOR
(MAD MAX) di George Miller, 1979.

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Ore 21:00
INTERCEPTOR – IL GUERRIERO DELLA STRADA
(Mad Max 2: The Road Warrior) di George Miller, 1981.

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Ore 23:00
MAD MAX – OLTRE LA SFERA DEL TUONO
(Mad Max Beyond Thunderdome) di George Miller, 1985.

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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MAD MAX

Quando una banda di teppisti motorizzati, in un Medioevo prossimo venturo, gli uccide un collega e amico, un pugnace poliziotto dà le dimissioni. Quando poi durante una vacanza selvaggi punk gli massacrano moglie e figlio, si trasforma in Mad Max il vendicatore. Palesemente ispirato ai modelli del cinema hollywoodiano di azione violenta (e di giustizia privata), l’esordiente Miller, indubbiamente dotato di un certo brio effettistico e visionario, contamina fantascienza catastrofica, film di motociclette, violenza punk, gusto dell’eccesso.

 

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Mad Max 2: The Road Warrior

In un Medioevo venturo, gli uomini combattono all’arma bianca e si battono per il possesso della benzina, in un universo di penuria. Seguito di Interceptor (Mad Max, 1979), conferma il talento visivo e il senso del ritmo di Miller con qualche oncia di violenza in più. Trasposto nel territorio del fantastico, il personaggio del giustiziere acquista valenze supplementari.

 

 

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Mad Max Beyond Thunderdome

Arrivato nella città di Barteltown, dove regna una feroce regina, il guerriero postatomico Mad Max sopravvive a un duello gladiatorio nell’arena ed è esiliato nel deserto dove è salvato da ragazzi selvaggi. Pur inferiore ai primi due (Interceptor, 1979, e Interceptor il guerriero della strada, 1981), ne conserva la forza, il dinamismo e specialmente la suggestione ambientale. Nella 2ª parte e nella descrizione della civiltà infantile c’è una interessante dimensione filosofica aperta alla speranza senza scivolare nella retorica consolatoria.


Domenica 15 Dicembre

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 15 DICEMBRE

Ore 18:30

MADE IN BRITAIN

di Alan Clarke, 1982.
(VO sott. italiano)

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Ore 21:00

BENNY’S VIDEO

di Michael Haneke, 1992.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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MADE IN BRITAIN

Il film si apre con il sedicenne skinhead Trevor (Tim Roth) che ascolta la sentenza del giudice dopo essere stato arrestato per motivi di odio razziale nei confronti della comunità pakistana e per furto. Lo vediamo uscire strafottente dal tribunale e di sottofondo c’è UK82, pezzo del gruppo punk scozzese The Exploited. Trevor viene assegnato ad un Residential Assessment Centre (centro di assistenza in cui sarà decisa la sua sorte educativa) , l’ultima spiaggia prima di finire in riformatorio o direttamente in un borstal (misura restrittiva inglese tra il riformatorio e la prigione ormai abolita).

La personalità del protagonista, interpretato ad arte da Roth è completamente nichilista e l’avvicinarsi ad idee di estrema destra propugnate dal National Front, in voga all’epoca in Gran Bretagna, sono per lui solo una scusa per sfogare la sua enorme rabbia e la suo sociopatia che lo rendono estremamente dannoso per gli altri ma in primis per se stesso. Il personaggio tratteggiato da David Leland è quanto di più forte vi sia in circolazione a livello cinematografico, ancora più violento e nichilista del suo “collega” Carlin, interpretato da Ray Winstone in Scum.

Il film cerca di stendere un’ analisi sull’utilità o meno del sistema correzionale per minori inglese, con personaggi che ne rappresentano le diverse sfaccettature. Non si schiera da una parte o dall’altra e non si pone nemmeno in un atteggiamento perbenista, ma lascia aperta una via per una riflessione, anche nel finale che è improntato in questo senso. Le scorribande di Trevor e l’interpretazione di Tim Roth non si fanno dimenticare facilmente.

Indimenticabile.

(Davide Casale)

 


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BENNY’S VIDEO

Benny è un quattordicenne appassionato di telecamere e video tanto che la sua stanza è occupata per la maggior parte da videocassette che lui guarda in continuazione. Un giorno invita una coetanea a casa, lei gli chiede che cosa è quello strano oggetto metallico e lui le fa vedere come funziona. Parte un colpo e da lì il dramma. Confessa tutto ai genitori e loro si preoccupano solo del futuro del bravo figliolo che si ritrovano in casa. Occorre trovare una soluzione….

Secondo film per il cinema di Haneke e secondo saggio sulla violenza e sull’ipocrisia medioborghese cristallizzata nel suo conformismo a cui non si può rinunciare. Comincia come una specie di snuff movie mostrando l’uccisione di un maiale con una pistola a proiettile captivo (quasi una citazione apocrifa di un corto di Franju girato in un mattatoio, dal vero), prosegue con la certificazione della mania del Benny del titolo (sarà un caso che è lo stesso Arno Frisch, qui adolescente, che sarà uno dei due psicopatici in guanti bianchi di Funny Games?) che con la sua telecamerina osserva tutto spiando anche i vicini, guarda in continuazione video trash sulla sua tv e ha una stanza occupata in massima parte da videocassette e culmina con un pianosequenza di oltre due minuti in cui Benny e la ragazza giocano con quello strano oggetto.

Da qui in avanti un continuo gioco al rialzo con l’ipocrisia classista che prende il sopravvento e genera l’orrore.
Rispetto al suo esordio aumentano i bersagli nel mirino ma permane la distanza che pone il cineasta austriaco tra sè e la materia narrativa. L’effetto è volutamente straniante perchè più neutro è il modo di raccontare, più si empatizza quello che avviene.

La cinepresa di Haneke si limita a documentare fatti, lasciando quasi tutto l’orrore fuoricampo, facendo immaginare più che mostrando chiaramente. Ma la brutalità dell’effetto sullo spettatore è praticamente la stessa anche perchè fatalmente si viene imprigionati in un delirio voyeuristico, lì fermi davanti al proprio schermo, guardando lo schermo nella stanza di Benny che mostra quello che la telecamera del ragazzo sta filmando.
Benny vive nel proprio mondo distorto, solo nella sua stanza con la sua telecamera che media la realtà per lui. Per lui la realtà che lo circonda è sempre in differita registrata su una videocassetta. Riguardo alla sequenza con la pistola mi è venuto il dubbio che per Benny quello che doveva essere un gioco, uno scherzo si era tramutato non volendo in una tragedia (all’inizio è lui che porge la pistola alla ragazza dandole della vigliacca perchè non spara) in cui ogni tentativo di porvi rimedio era peggio dell’errore precedente causa panico .

Anche il suo atteggiamento da ragazzino arrogante , come uno che ha fatto una cosa che potevano fare solo i grandi, rafforza il mio dubbio.
Uno pensa: è questo l’orrore che ci vuole comunicare Haneke? La risposta è:assolutamente no.
Il vero orrore deve ancora arrivare ed è racchiuso tutto nella apparente (non) reazione dei genitori. L’ipocrisia borghese non viene sgretolata nemmeno da un atto tanto violento: bisogna comunque preservare la facciata e il futuro di Benny.
Il tutto deciso così su due piedi dopo un breve conciliabolo.

“Perchè lo hai fatto?” domanda il padre
“Che cosa?” risponde Benny come se non capisse di che cosa stesse parlando.

Benny uber alles: domina il suo branco è lui il maschio alfa. I suoi genitori sono il paradigma della debolezza della società in cui vivono. Benny è al di sopra: si erge quasi a divinità arrogandosi il diritto di vita o di morte. O meglio la morte per lui non ha significato e l’atto dell’uccisione proprio perchè il concetto di morte è svuotato di qualsiasi valore appare anche esso senza significato.

(http://bradipofilms.blogspot.it/)

 


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DOMENICA UNCUT

DOMENICA 24 novembre 2013

Ore 18:30
KAMIKAZE GIRLS
(下妻物語, Shimotsuma monogatari, “La storia di Shimotsuma”)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2004.

Ore 21:00
MEMORIES OF MATSUKO
(嫌われ松子の一生, Kiraware Matsuko no Isshō)
di Tetsuya Nakashima, Japan, 2006.
(Vo sott. in italiano)

PROIEZIONI GRATUITE


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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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KAMIKAZE GIRLS

Una ragazza corre all’impazzata cavalcando un motorino, in una strada immersa nei campi. Non controllando un bivio, inaspettatamente, avviene lo scontro con un camioncino. La ragazza viene sbalzata in aria ed esprime il suo ultimo desiderio.

Molte storie potrebbero finire così, ma invece questo è l’inizio di un folle e divertentissimo film.

Kamikaze Girls è uno scontro di stili, di ambienti, di modi di essere. Interessante notare di come si tratti di una storia adolescenziale, ma non fatta con gli occhi di una ragazzina, ma di un adulto forse non troppo adulto, che sa perfettamente come gestire l’apparato comico, ma al contempo anche quello (melo)drammatico ed emotivo. Il film, però, possiede il non facile pregio di risucire a marcare bene la questione dell’ ”essere e dell’apparire” senza cadere nel fazioso né, soprattutto, nel pedante.

Momoko e Ichigo, sono lo specchio estremo della gioventù giapponese, la prima tutta casa, musica classica, ricamo e vestiti da lolita, la seconda indisciplinata, grezza, sempre per strada e in cerca di guai. Eppure l’apparenza non è lo specchio del loro vero essere e la più piccola e apparentemente capricciosa Momoko, si dimostra molto più matura e sicura di sé di Ichigo, che agli occhi di tutti risulta essere una persona inflessibile e tutta d’un pezzo.

Nota di merito all’attrice Anna Tsuchiya, che nel film interpreta Ichigo, riuscendo ad interpetare un ruolo non così immediato per una ragazza (una specie di surreale Bunta Sugawara al femminile); si giostra frammentariamente il ruolo della ribelle, della violenta, dell’irrispettosa, ma allo stesso tempo riesce a calarsi nella parte di una persona dal costante bisogno di una forte amicizia, di un riscontro dagli altri, senza mai perdere, però, l’atteggiamento abituale.

Kamikaze Girls non è un film da sottovalutare, non è il solito e banale veicolo pubblicitario per una cantante, è infatti ben lontano dalla solita cinematografia cool e dall’estetica da videoclip; riesce invece a fondere il gusto tipicamente giapponese per una iconografia da manga a gag che sfiorano l’inverosimile. La regia ottima e coinvolgente si fonde poi ad una fotografia satura di colori al limite del lisergico. Una buonissima sceneggiatura sorpendente e mai banale su cui tuffarsi, facendosi cullare dalle note della splendida colonna sonora di Yoko Kanno.

(Martina Leithe Colorio http://www.asianfeast.org/)

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MEMORIES OF MATSUKO

Immaginate un melodramma di Douglas Sirk, ma immaginatelo come se fosse stato girato in acido, e avrete lontanamente un’idea di cosa è Memories of Matsuko (2006). La nuova straordinaria opera di Tetsuya Nakashima (tratta dal romanzo di Muneki Yamada), è stato – almeno per chi scrive – il vincitore morale del Far East Film 2007.
Già il delirante e divertente Kamikaze Girls (2004), aveva fatto capire le capacità registiche di Nakashima, qui però si va ben oltre la messa in scena.

Memories of Matsuko racconta la storia della protagonista partendo dalla fine e si dispiega di fronte ai nostri occhi sotto forma di flashback. Un percorso, che ci accompagna attraverso il Giappone degli ultimi cinque decenni e delinea la tragica, a volte comico-grottesca, vita di una ragazza che, senza troppi giri di parole, voleva soltanto amare e soprattutto essere amata.

Lo stile visivo coloratissimo (che guarda alla pittura, ma anche alla pubblicità), stracolmo di idee e ricca di particolari, rimane lo stesso di Kamikaze Girls, con una fotografia e un uso dei colori strepitosa, ma è la costruzione della storia e dei personaggi che si compie in maniera memorabile.
Buona parte del merito va al notevole cast, con in testa Miki Nakatani, meritatamente premiata per la sua interpretazione ai Japan Academy Awards, e il giovane Kawajiri Shou nel ruolo del nipote che ripercorre la vita di Matsuko.

In Memories of Matsuko, la commedia, già piuttosto nera, si colora rapidamente di tragedia per finire nel melodramma più puro, senza apparire mai stucchevole, mai ridicola, mai ricattatoria. Il regista inoltre si concede frequenti incursioni nel musical, con lunghe elaboratissime coreografie ed una azzeccata colonna sonora (a cura dell’italiano Gabriele Roberto, è stata premiata ai JAA), che copre in pratica ogni direzione musicale immaginabile.

Insomma, il film è una densa bouillabaisse di generi, stili, sperimentazioni, sentimenti ed emozioni, che quasi faticano ad essere tutti contenuti, ma che magicamente trovano un loro perfetto equilibrio, creando un ritratto assolutamente unico e coinvolgente, come non se ne vedevano da un bel pezzo. Nakashima (il cui prossimo film, Paco and the Magical Picture Book, ci esalta fin dal titolo), senza dubbio uno dei registi giapponesi contemporanei più interessanti, ci regala con Memories of Matsuko un racconto struggente di rara bellezza, che potrebbe commuovere anche un sasso.

Cinema con la C maiuscola. Da non perdere.

( Paolo Gilli http://www.asianfeast.org/ )


[3/NOV] AMERICAN MARY // HELLDRIVER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 3 novembre 2013

Ore 18:30
AMERICAN MARY

di Jen Soska, Sylvia Soska, 2012.
(VO sott. italiano)

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Ore 21:00
HELLDRIVER

(ヘルドライバー)

di Yoshihiro Nishimura, 2010.
(VO sott. italiano)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)
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AMERICAN MARY

Se mai, nella storia del cinema horror, è esistito un film dichiaratamente “femminista” nel senso più stretto del termine, non potrebbe che essere questo American Mary, vero e proprio canto del cigno al sangue sull’emancipazione della donna.

Colpevoli dell’operazione sono due sorelle gemelle qui alla seconda prova registica, le signorine Soska, presenti nel film in un piccolo cameo nel ruolo di due gemelle dark che non possono essere siamesi perchè non legate nella carne (in pratica loro stesse).

Queste gentili donzelle ci portano attraverso il volto glaciale ma ultrasexy della protagonista, Mary Mason (bastava una …lyn in più sul nome per rendere esplicito l’omaggio!), in una sorta di inferno underground ambientato per lo più dentro un locale striptease dove transitano un considerevole numero di persone a cui non sembra giusto che sia Dio a decidere del loro aspetto fisico.

Studentessa promettente in chirurgia, Mary deve sanare il suo disastroso bilancio e tenta un colloquio in questo dubbio locale come lap dancers, ma il proprietario, dedito alla tortura e all’estorsione scopre subito le sue potenzialità nel ricucire e tagliare la carne delle vittime dei suoi “interrogatori”. Da lì a poco Mary verrà contattata dall’assurda Beatress, una sosia di Betty Boop a cui la chirurgia plastica ha dato contorni grotteschi: le serve un chirurgo che tolga quegli ultimi elementi femminili alla sua amica Ruby Realgirl che ambisce a diventare a tutti gli effetti una bambola di carne attraverso l’asportazione dei capezzoli e la chiusura semitotale del pube (una sorta di Barbie in carne umana). Invitata ad una festa di chirurghi Mary viene drogata e violentata dal suo professore, un gesto vigliacco che scatenerà in lei una vendetta senza precedenti.

Le sorelle Soska riprendono il tema della nuova carne portato avanti da David Cronenberg a partire dagli anni settanta, e lo sposta nel circuito degli appassionati di impianti sottocutanei, piercing e roba del genere. Mary diventa una poetessa della manipolazione fisica di chi vuole cambiare, di chi vuole mutare la propria forma con sembianze spesso simili a quelle del diavolo (o Dio?). Mary diventa anche un angelo vendicatore implacabile, oscillando tra una lucida pazzia e un normale sadismo omicida eppur capace di sentimenti d’amore (ma la storia d’amore con il proprietario del locale rimane solo accennata). Lo stile cinematografico, non esente da qualche imperfezione dettata probabilmente dall’inesperienza, è asciutto e scorrevole, l’attrice Katharine Isabelle è perfetta nella sua duplice interpretazione di crudele dominatrice e sensuale innocente, difficile dimenticarsi del suo volto e del suo sguardo a fine visione. Inutile dire che il sangue scorre a fiotti ed alcune scene rasentano l’insostenibile, ma la pellicola è quanto più distante si possa trovare dal Torture porn, nulla di quanto si vede appare gratuito, tutto è perfettamente inserito in una storia drammatica e crudele alla quale è difficile non appassionarsi.

Affine per certi versi a Excision, American Mary si presta a diventare un piccolo capolavoro del nuovo cinema horror al femminile, che tra non molto inonderà di sangue e Mascara le sale di tutto il mondo.

(Dottor Satana http://www.splattercontainer.com/)


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HELLDRIVER

E tre anni dopo ci troviamo a guardare il nuovo film del regista di Tokyo Gore Police, quello che era stato un po’ il via o comunque facente parte della prima onda d’urto del (sotto)genere denominato poi ufficialmente Sushi Typhoon. Nel frattempo molta acqua è passata sotto ai ponti di questa remunerativa costola della Nikkatsu nata in maniera furba come aggiornamento del già esistente, ma bagnato da un’aura di esotismo spalmata a modo, giusto per allettare un pubblico prevalentemente nord americano.

E paradossalmente tanto ha fatto, visto che il filone si sta gonfiando, invaso dai molti cloni prodotti dalla concorrenza che stanno seguendo regole e modi dettati dai “pionieri” arrivando ad inquinare con le loro impronte anche impensabili prodotti pensati per la tv (The Ancient Dogoo Girl, Hara Peko Yamagami Kun). La marca caratteriale e continua del tutto? Gli effetti speciali particolarmente “autoriali” e pop; Nishimura Yoshihiro, infatti, nasce come effettista ma negli ultimi anni ha ampliato la propria azienda circondandosi di collaboratori e alleggerendosi la parte operativa dedicando più tempo a quella artistica e alla regia.

Helldriver è un successo, non fosse altro per il progresso macroscopico rispetto al precedente film e per la grande inventiva, ritmo e qualità che spesso sono del tutto assenti nei film prodotti all’interno di questa sorta di franchise. Il regista raddrizza il tiro, spinge di più sulla narrazione, e forte di un budget vistosamente maggiore regala un florilegio continuo, finanche eccessivo (ed è giusto che sia cosi), di invenzioni e trovate dove l’effetto è sempre la fonte primaria del meraviglioso.

Alla fine si storce il naso giusto per delle citazioni puerili e urlate di qualche successo hollywoodiano, ma fortunatamente sono soverchiate spesso da altre finezze tra cui vale la pena citare la co-protagonista Eihi Shiina che autocita sé stessa nel ruolo di Asami Yamazaki del bel Audition di Miike Takashi.
Il regista ha impatto, idee precise e un buon universo in testa anche se manca totalmente di senso del grandeur, di pathos e emotività, elementi che sorgono davvero di rado facendo però -di nuovo- avvertire una piacevole evoluzione nel proprio mestiere.
Un po’ di satira socio-politica e due sequenze esageratamente irripetibili sono le ciliegine sulla torta di questo delirio splatter pop che galoppa per due ora senza mai annoiare spingendosi ad occupare per intero tutti i titoli di coda e regalando il classico doppio finale, facendo in parte dimenticare le classiche cadute di stile e di mestiere; personaggi inutili che durano una manciata di minuti, lungaggini ripetitive e le classiche debolezze di Nishimura, grezzo, rozzo, a tratti tecnicamente analfabeta ma che con questi prodotti tutto sommato solari e di puro intrattenimento riesce ad evocare titoli concettualmente simili del passato e nomi di registi come Suzuki Noribumi, uniti alle follie del giovane Ching Siu-tung (senza ovviamente possederne lo stile).

Un film più scritto “quindi”, pregiato da quei giochi di sceneggiatura che sono solitamente assenti negli altri film uscenti dalla fucina della Nikkatsu/Sushi Typhoon ed eccessivo in tutto inclusi i titoli di testa che esplodono a metà metraggio e subito dopo un anomala scena tali da far ipotizzare un fine film, salvo poi smentirlo con una seconda parte ancora più delirante.

Una ragazza è continuamente vessata da sua madre, fin quando nel climax dell’ennesimo abuso una meteora colpisce la donna, giusto il tempo di permetterle di strappare il cuore alla figlia per poi pietrificarsi. La meteora ha anche il “merito” di trasformare la popolazione in una sorta di esercito di zombie alieni e il Giappone viene cosi diviso a metà da un muro al nord del quale risiedono tutti i contaminati. Scienziati del governo giapponese incastonano nel torace della ragazzina un nuovo cuore a motore collegato ad una katana dalla lama a catena (come una sega elettrica) al fine di inviarla nella zona a rischio; suo obiettivo primario, la ricerca della madre e il lancio di un segnalatore per fare in modo che i militari possano sganciare su di lei con maggiore precisione dei missili e annientarne la minaccia una volta per tutte. Ma l’obiettivo della ragazza è principalmente il riscatto, la vendetta e la ricerca di una sua felicità negata. Nel frattempo la madre risvegliatasi è divenuta il peggiore dei problemi che un paese possa avere, una creatura mutante capace di ergere, tra le altre cose, colossi monumentali composti di corpi (come nel bel racconto di Clive Barker In Collina, le Città). Gran tourbillon di comparse note (tra cui Takashi -Ju-On- Shimizu), buona colonna sonora e una confermata speranza per i prossimi lavori della Sushi Typhoon.

(Senesi Michele Man chi http://www.asianfeast.org/)


[27 ott.] BARFLY // NAKED

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 27 OTTOBRE

Ore 18:30

BARFLY

(Barbet Schroeder, Usa, 1987)

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Ore 21:00

NAKED

(Mike Leigh, UK, 1993)


PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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BARFLY

Un quadro di degradazione umana esce da Barfly; nessun ricorso alla caduta dei valori, alcun riferimento alla cattiveria delle persona, solo il dipinto di persone ai margini che scelgono un po’ per istinto un po’ per necessità e povertà di intenti, di restare lontano dalla vita produttiva e che conta. “Mosconi da bar”, appiccicaticci ascari che si annidano su una lercia sedia nella penombra di un pub le cui persiane rimangono chiuse alle 3 di pomeriggio; bicchiere in mano, sguardo spento, discorsi che languono e si abortiscono ancora prima di essere formulati con compiutezza, parole che vorrebbero sortire da gole ingrossate dagli alcolici ma che si soffocano da sole strozzate dall’ennesima pinta….
(Macina)


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NAKED

Inizia con quello che assomiglia ad uno stupro in una stradina mezza buia di Manchester: tanto per invitarci subito a non simpatizzare con quel genere di protagonista.
Dovremmo odiarlo questo Johnny dalla faccia d’angelo, ma di quelli sterminatori: il solito marginale. E nel film, la solita galleria di personaggi nella vertigine della civilizzazione.
E invece no: finiremo per adorarlo questo Johnny.

Già lo vediamo con un altro occhio, ora che sbarca a Londra: nell’appartamento incasinato di una sua ex-ragazza che ci coabita con l’amica; una specie di uccello notturno costretto a svegliarsi alla luce di mezzogiorno.
Sarà per la fragilità smunta delle due, o per una specie di detestabile yuppie che, parcheggiata la Porsche sotto casa, installa sé stesso e la propria legge ruffiana nei letti di casa. E sarà per quel modo tutto suo, che ha Mike Leigh di raccontare: con un pizzico di compassione, di tenerezza che affiora dalla paura per quegli abissi che si spalancano poco distanti; e, cosa più rara, un umorismo feroce. Strappato a viva forza da un contesto che ci invita a ben altre riflessioni.

È questo il tono di Mike Leigh, ciò che rende il suo film indimenticabile: la crudezza, la volontà di affondare nella miseria, di far sputare sangue e bestemmie ai suoi poveracci, ma di non perdere mai di vista la relatività di queste vicende terrene. Ben oltre la loro disperazione: quando raggiungono le spiagge, ancora più significative, della loro assurdità.

Nell’universo crepuscolare che Johnny continua ad esplorare, le sue osservazioni sono come sprazzi di vita: ci strappano la risata, ma al tempo stesso temiamo che queste situazioni degenerino. Perchè Johnny finirà ovviamente calpestato sull’asfalto, ma citando Shakespeare, e invocando l’Apocalisse, spiegando Omero ed Hitchcock ad un guardiano notturno; uno dei tanti personaggi dalla solitudine lunare. Mentre ad una delle sue belle racconta, che il Discobolo che fa da soprammobile, assomiglia al fattorino che consegna le pizze a domicilio.
Tutto organizzato attorno alla noncurante disperazione del suo protagonista, “Naked” nasce da un’esigenza assoluta di far cinema, di sprofondare l’occhio della cinepresa dove gli altri si fermano alle formule.

Così Johnny, smunto ancora per le botte prese, a malapena risistemato dalla cure dei suoi coraggiosi angeli custodi, dopo aver bevuto e pianto mormorando le canzoni dell’infanzia agrodolce di Manchester, cosa volete che faccia se non continuare a “derivare”?

E lo vediamo allontanarsi zoppicando lungo la riga bianca sull’asfalto, come un uccello fatto a pezzi che tentare ancora di svolazzare. Come il nostro tempo: ad altezza d’uomo. Ad aspirazione cosmica.

Premio alla regia e all’interpretazione maschile a Cannes.

(Andrea Olivieri )

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6/Ott. VISITOR Q // ICHI THE KILLER

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 6 OTTOBRE 2013

Ore 18:30
VISITOR Q
(ビジターQ di Takashi Miike, 2001)
VO sott.Italiano

Ore 21:00
ICHI THE KILLER
(殺し屋1 di Takashi Miike, 2001)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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VISITOR Q

Faresti sesso con un genitore? Picchieresti tua madre?Sono alcune delle domande che fanno nei centri psichiatrici vecchia maniera, per capire il tuo grado di pazzia. Quiz: rispondere con una crocetta sul sì o sul no.Miike comincia il film dando realtà fisica a queste domande, illustrandoci una situazione familiare allucinante in cui i rapporti tra gli individui ed i canonici valori sono completamente ribaltati…La figlia maggiore ma ancora studente vive fuori di casa e si prostituisce per mantenersi. Tra i clienti avrà il padre, complessato eiaculatore precoce, che fa il reporter per la tv e sta conducendo un indagine sul fenomeno del bullismo giovanile con dubbi risultati. Verrà preso a sassate in testa da un personaggio indefinibile, un giovane, che porterà a casa sua. Il figlio è il despota della madre, la riempie di frustate con dei battipanni senza alcuna ragione, la picchia e basta. La donna è tossicodipendente all’insaputa di tutti e si prostituisce solo per pagarsi la droga. Il figlio è quotidianamente vittima del bullismo di compagni di classe che si spinge fino a casa sua, dove gli sparano contro petardi e fumogeni…Insomma, una situazione davvero pazzesca, nella quale il “visitor” s’inserisce come figura comprensiva e tollerante, si relaziona con affetto con tutti tranne con la figlia assente, che incontrerà solo nel finale.Poco dopo il suo arrivo tutti i soggetti della famiglia cominciano a “ribellarsi” alla loro condizione, e allora se la situazione precedente era definibile pazzesca, per quella che segue non ci sono aggettivi.Il finale sarà un curioso ritorno al nettare materno, un arretramento collettivo all’infanzia, un punto da cui ripartire.Trama ermetica, enigmatica. Se qualcosa non “dovrebbe” accadere puoi star certo che accadrà.Horror psicologico, amorale, senza sangue ma molto più orticante di uno splatter, con persino alcune scene di irresistibile comicità.Miike è un grande, ma forse non è per tutti. (http://robydickfilms.blogspot.it)


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ICHI THE KILLER
Come limite estremo Ia violenza, e non più il sesso, è l’ultima frontiera – e Takashi Miike lo sa. Regista fuori dagli schemi con uno stile personalissimo, dotato di ambizione, talento ed energia spropositati, Miike ha alzato rapidamente la posta della violenza fino a livelli che sembrano, a seconda dei punti di vista, ripugnanti, terribili o assurdi. Malgrado le connotazioni di feticismo presenti nell’opera di Miike – ha per il piercing la stessa ossessione che Hitchcock aveva per le bionde algide – c’è in lui un lato comico, addirittura umanistico.

Il suo ultimo oltraggio al pudore è Ichi the Killer, un thriller gangsteristico basato sul fumetto cult di Hideo Yamamoto. Un inetto si trasforma in un’implacabile macchina da guerra ma alimenta il fuoco della rabbia con lacrime di ricordi delle sue umiliazioni adolescenziali. Pur richiamando alla memoria Crying Freeman, un famoso manga su un killer piangente, Ichi the Killer aggiunge un effetto nuovo e perverso: l’eroe gode ogni volta che uccide. La storia inizia con un tipico luogo comune dei film di gangster: il capo di Anjo-gumi e la sua giovane amante vengono uccisi; i superstiti, guidati dall’impetuoso vice di Anjo, Kakihara, sciamano rabbiosi per tutta Shinjuku, assetati di vendetta. Kakihara dà la caccia al killer del suo capo con una calma inquietante, punteggiata da esplosioni di crudeltà diabolicamente originali. Mentre il numero dei cadaveri aumenta, si avvicina il momento della resa dei conti: Ichi contro Kakihara. Chi perde, a quel che sembra, non andrà a fare compagnia ai pesci, ma finirà ridotto in poltiglia dentro un sanguinoso action painting. Shinya Tsukamoto e Sabu, entrambi acclamati registi indipendenti per conto loro, sono convincenti nei rispettivi ruoli, e aggiungono ai loro modelli manga una terza dimensione, quella umana.

Ma è Tadanobu Asano, nei panni di Kakihara, il centro malefico e sogghignante di questo film estremo. Abituato a calarsi nei panni di tipi tranquilli che ribolliscono di un fuoco interiore, Asano interpreta il boss dai capelli color fuoco con una giovialità psicopatica agghiacciante.

Mark Schilling (http://www.fareastfilm.com)

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Video

29 Set. REPULSIONE // L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

DOMENICA UNCUT

DOMENICA 29 SETTEMBRE

Ore 18:30
REPULSIONE

(Repulsion, Roman Polanski, 1965)

Ore 21:00
L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

(Le locataire, Roman Polanski, 1976)

PROIEZIONI GRATUITE

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Presso:
KINESIS via G. Carducci N.3
Tradate (Varese)

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REPULSIONE

Estraniante e febbrile discesa lungo le strettoie della mente umana, nei labirinti della follia dove è arduo districarsi. Se si intraprende questo lungo e oscuro sentiero, la normale quotidianità trasfigura in un allucinato susseguirsi di movenze, pruriti, paure attraverso i quali incedere a passo informe e irreversibile. Roman Polanski filma una centrifuga di repulsioni e repressioni, ossessioni disturbanti e indicibili deliri notturni all’interno di un luogo di isolamento, un appartamento dalle pareti crepate lungo i cui solchi defluiscono sudori di pallida angoscia.

Carole (Catherine Deneuve) è una giovane e affascinante manicure di un centro estetico molto frequentato. A causa di alcuni disturbi della personalità, la sua bellezza rappresenta soltanto l’ultimo elemento di una vita vissuta in disparte: la giovane, infatti, soffre di una incomprensibile repulsione verso gli uomini che la spinge a isolarsi evitando le ingerenti avances di coloro che le ronzano intorno. In particolar modo sviluppa un crescente rigetto nei confronti dell’amante (sposato) della disinibita ed emancipata sorella Helen. Quando quest’ultima decide di partire per una decina di giorni con il concubino, la fragile sorella la supplica invano di non abbandonarla. Sola, in preda a psicosi domestiche irrefrenabili, Carole scivola lentamente in un delirio crescente di incubi inconfessabili che avanzano con andatura sinistra tra le pareti di casa.

Quando né le mura domestiche, né i confini della mente, si ergono a protezione delle nostre più profonde paure, anche il mondo che vive al di fuori diventa un inferno in terra. E se le ossessioni non sono altro che il rovescio della medaglia di subconscie frustrazioni e repressioni, allora il luogo nel quale si manifestano (e le manifestazioni stesse), per un gioco di repulsione/attrazione rappresenta l’unico (terrificante) posto vivibile. Polanski scava nei perversi condotti della psiche umana, e conferisce un’opprimente carica simbolica ad ogni elemento visivo che possa condurre lo spettatore a “cronometrare” (con il ticchettio assordante delle lancette o le campane di una chiesa) la discesa nella follia. La cena organizzata con la sorella Helen e il suo amante, dissertata dai due che preferiscono all’ultimo minuto il ristorante, è l’abbrivio dello sprofondamento di Carole in un graduale stato letargico che avanza inesorabilmente, come procede la putrefazione della carne (del coniglio esposto in salone) o i germogli dei tuberi abbandonati in cucina, residui stantii di quella cena negata. Nonostante il regista polacco non indaghi le cause (intuibili ma mai rivelate) di tale distacco dalla realtà, l’agghiacciante deliquio della sua protagonista è netto, e lascia crepe ovunque. Assoluto capolavoro di tensione visiva e psicologica (la sequenza della porta dietro l’armadio è da brivido), supportato da uno straordinario bianco e nero nel quale le ombre cerebrali diventano asfissiante tripudio di visionarietà.

(Giuseppe Salvo http://www.silenzio-in-sala.com/)


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L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

Un uomo di origini polacche, Trelkovski, affitta un appartamento dopo una curiosa trattativa col proprietario che lo inonda di divieti. L’inquilina attuale, Simon Chule, è in fin di vita all’ospedale dopo essersi gettata dalla finestra. Incuriosito la va a trovare in ospedale, restandone particolarmente colpito. La ragazza morirà e Trelkovski prenderà possesso della casa, solo che dovrà rendersi conto che più che un condominio è una specie di Regno. Tra i condomini vige un regime, dominato dal locatore dispotico, la portinaia pretoriana ed altri: o stai con loro o sei contro. Una situazione di vita angosciante, anche perché i condomini manifestano altri comportamenti bizzarri…

La cosa lentamente produce nel brav’uomo una condizione di persecuzione che diventa sindrome, comincia ad immaginare anche situazioni non reali, percepisce da parte dei condomini e persino da persone esterne il progetto di ucciderlo o meglio di portarlo al suicidio, proprio come Simon ha fatto prima di lui. All’inizio la situazione è persino relativamente comica, poi il film cresce, fino alla fine, in continua angoscia. E non c’è soluzione.

Film misterioso e per questo affascinante, sia per quanto accade che per un finale che “accerchia” la trama. Tante le domande e le possibili interpretazioni: è tutto immaginato o Trelkovski ha realmente vissuto quelle esperienze? cosa rappresentano i geroglifici egizi che trova nel bagno comune? che senso hanno i denti nel muro? MA la domanda irrisolvibile è: quanto della perfidia dei vicini è reale o immaginata?
Non ho risposte proponibili.
Cito solo un curioso momento in cui il protagonista, parlando di fatti di cronaca riguardo a mutilazioni, si chiede se ogni singola parte del corpo contiene il nome della persona che la possedeva o meno, davvero interessante e qua il discorso può sconfinare nel religioso. Fatto sta che un braccio non ha diritto a sepoltura se non quando viene tumulato insieme a tutto il resto del corpo. Mi ha fatto ridere parecchio!

Scritto, diretto e interpretato da protagonista dallo stesso Roman Polanski, BRAVISSIMO in tutti i ruoli, tratto dal romanzo “Le locataire chimérique” di Roland Topor. Non capisco con che logica un polacco naturalizzato francese diventi nel doppiaggio un francese naturalizzato italiano, a riguardo dell’accento, ma devo dire che la cosa rende benissimo, soprattutto nel tono di voce dimesso.
Ho letto che è stato fatto uso, tra i primi film in assoluto a farlo, della Louma. Alcune riprese hanno effettivamente angolazioni da vertigine, in particolare quelle all’interno del cortile sono notevolissime.

IMPERDIBILE! Non stancherebbe se visto più volte.

(http://robydickfilms.blogspot.it/)


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